30 in vetta: i migliori film degli anni 2000

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Nella carenza di argomenti per un ipotetico nuovo capitolo dei Fili rossi, rubrica di improvvisazione e fisime mentali sulla storia del cinema e della percezione filmica, ho deciso di dedicarmi ad un’attività che Ghezzi ha definito «il sintomo più evidente di una società in sfacelo»: le classifiche.
Pur da fan del lavoro di Ghezzi come critico e (soprattutto) diffusore artistico, non posso che dire che la classifica è un divertissement che allena al ricordo delle differenze proprio nella percezione dell’immagine da un film all’altro: cosa impressiona di più, cosa è più coerente, cosa è più giusto esperire in una visione? Questa è la prima di tante top 30 dedicate allo sviluppo dell’immagine e della loro condivisione filmica attraverso le decadi, andando a ritroso, prima gli anni 2000 poi gli anni ’90 e poi così fino agli anni ’20, con pochissime parole per film: meglio far parlare la visione che il sottoscritto, sperando di stuzzicare curiosità verso film meno noti o riflessioni su quelli più popolari. Le uniche regole sono: un solo film per regista, con eccezioni solo per quei pochi casi di film sullo stesso livello (o quasi), ed esclusi i cortometraggi.

30-21

30 in vetta 3030. Elephant (2003) di Gus Van Sant
Il dramma di Columbine diventa una tragedia umanissima e antididascalica grazie alla resa popolare e commerciale della dilatazione temporale di Béla Tarr attuata da Gus Van Sant.

30 in vetta 2929. Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino
Elegante cocktail di cinefilia western, trionfo citazionista del tarantinismo, trova la tensione in tempi di dialogo lentissimi e teorizza un cinema capace di cambiare il corso degli eventi – essendo quindi parabola crudelissima della natura divina del regista/autore.

30 in vetta 2828. The clone returns home (2008) di Kanji Nakajima
Suggestivissimo film di fantascienza nipponico sul doppio, la ricerca di sé, il ricordo, i rapporti famigliari e l’intimo rapporto uomo/natura. Oggetto misterioso e tarkovskiano, è un’opera di genere di un’onestà tragica disarmante.

30 in vetta 27a27. On Hitler’s highway (2002) di Lech Kowalski
Documentario sulla «autostrada di Hitler» percorsa dal Fürher durante il processo della conquista della Polonia. Kowalski, che rischiò più volte di essere ucciso mentre girava, mostra luoghi vuoti e individui abbrutiti e depersonalizzati nei volti e nelle azioni con sporca lucidità, continuando a filmare di fronte a tutto.

30 in vetta 2626. La polvere del tempo (2008) di Theodoros Angelopoulos
Onirica e lirica opera ultima del più grande dei registi greci, scritta insieme a Tonino Guerra, La polvere del tempo è un commovente ritratto di individualismo artistico, memoria, ipnosi, delicato nelle sue analessi, metafore e allegorie come può solo un grande autore come Angelopoulos.

30 in vetta 2525. Hadewjich (2009) di Bruno Dumont
Dumont prende l’estetica del cinema di matrice cristiana (Robert Bresson, Carl Theodor Dreyer e soprattutto Roberto Rossellini) e ne scardina la base concettuale con un ateismo più commovente che distruttivo. Uno Stromboli (Terra di Dio) (1950) al contrario.

30 in vetta 2424. Millennium Mambo (2001) di Hou Hsiao-hsien
Sensuale, fluido e modernissimo ritratto di un disagio «giovane» ma romantico, il favoloso capolavoro emotivo di Hou Hsiao-hsien è un etereo e sfocato tour de force attraverso un mondo di depressione immateriale sospesa tra il ricordo e il sogno, l’irreale e l’iperrealista.

30 in vetta 2323. Vital (2004) di Shinya Tsukamoto
Questo macabro, morboso e cadaverico film che oscilla tra il romanticismo e l’orrore è una delle opere più carnali, affascinanti e misteriose del grande Tsukamoto che qui con disturbante eleganza trova misteriosa bellezza in una vitalità immaginifica e artificiale che esce brillando da corpi morti e sporchi ospedali.

30 in vetta 2222. Canzoni dal secondo piano (2000) di Roy Andersson
Roy Andersson prende l’apocalisse, la trasforma in un fenomeno sociologico in cui tutti vogliono scappare e i potenti sacrificano i bambini per cercare di evitare la fine, vomitandosi addosso quando si rendono conto di non aver cambiato niente, e crea un film stranamente esilarante nel suo pessimismo programmatico, costruito con inquadrature-vignette ad ampio respiro e con un uso innovativo ed estremo della profondità di campo.

30 in vetta 2121. Encounters at the end of the world (2007) di Werner Herzog
Documentario sull’Antartide dall’esistenzialismo deprimente, è tra i più profondi, angoscianti e atmosferici film di Herzog che qui più che mai nella sua carriera, più che sottolineare la magnificenza delle azioni umane rispetto all’imponenza della natura (o contro di essa), mette in scena e in parole la terribile bellezza del passare del tempo e della paura dell’eternità.

20-19

30 in vetta 20    20. Tropical malady (2004) di Apichatpong Weerasethakul
Il migliore dei film del sommo rappresentante del cinema sperimentale thailandese: storia d’amore tra due uomini che si tramuta in favola sensoriale dai toni spiritualisti, è una meraviglia per gli occhi e per l’anima, un rompicapo riflessivo che rapisce gli occhi ed esalta la mente con i suoi onirismi trascendentali.

30 in vetta 1919. Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan Coen
È probabilmente il miglior film in assoluto ad aver vinto l’Oscar per il miglior film. Questo popolarissimo thriller dai toni western è un impeccabile ritratto dell’insensatezza dell’esistenza e della sua casualità che costruisce la tensione con silenzi mortali e violenza efferata mai gratuita, oltre che con un umorismo che non è solo macabro ma anche tremendamente inattuale nei suoi grotteschi pessimisti, alienanti e fuori dal mondo.

30 in vetta 18 18. Niente da nascondere (2005) di Michael Haneke
Più che sul voyeurismo, il thriller senza soluzione di Haneke è sulla paranoia e sulla paura di essere visti, sull’attore/personaggio che diventa spettatore della sua stessa vita spaventato dalla presenza di altri spettatori. La stessa esistenza dello spettatore sembra quasi essere un trauma. Il tutto si riduce ad un’umana tragedia inspiegabile e irrisolvibile.

30 in vetta 17 17. The temptation of St. Tony (2009) di Veiko Ounpuu
Brulla accozzaglia di generi (dramma, fantasy, horror, fantastico anche commedia satirica) che cita esplicitamente Lynch, Tarkovskij, Bergman, Buñuel, Antonioni, i Lumiére, Greenaway e Carax in egual misura, non è meno bizzarro del più umile e rivoluzionario dei sogni né meno crudele del più alienante degli incubi. Senza dubbio è confuso, ma stilisticamente è tra le cose più impressionanti e genuinamente strane di sempre.

30 in vetta 16 16. Oldboy (2003) di Park Chan-wook
Il film per neo-cinefili giovani e intarantinati per eccellenza: quanto può la brutale e geniale poetica del più potente e drammatico tra i film della trilogia della vendetta del coreano Park Chan-wook contro il cinema più pop? Tanto: tra riferimenti a fumetti (e da un fumetto è tratto), al cinema d’azione di Hong Kong o all’arthouse europeo e alle tragedie di Sofocle, è una visione doverosissima, un esempio illustrissimo di grande stile al servizio di una grande trama (con un grande finale).

30 in vetta 15 15. Yi Yi: a one and a two (2000) di Edward Yang
È difficile spiegarlo se non con pochissimi aggettivi che da soli possano esplicarne la commovente semplicità: delicato, commovente, intimista. La vita di tutti i giorni di tre generazioni mostrata con umorismo e dramma. Sembra niente di nuovo, eppure…

30 in vetta 14 14. United red army (2007) di Koji Wakamatsu
Dramma storico. Thriller psicologico. Horror politico. Una setta di terroristi rivoluzionari giapponesi negli anni ’70 diventa protagonista di tre ore che oscillano tra il documentario e il film di finzione con lucido nichilismo, approfondendo il senso del violento che Wakamatsu indaga da sempre, insieme al suo spirito sinistrorso e insurrezionista.

30 in vetta 13 13. Che ora è laggiù? (2001) di Tsai Ming-Liang
Lo stile del grandissimo Tsai Ming-Liang è finalmente consolidato: non c’è un’inquadratura che non sia perfetta, un personaggio che non sia romantico, un momento di silenzio che dia la sensazione effettiva di un punto morto. Questo lungo e sentimentale tributo a Truffaut è una storia d’amore sensazionale che ha come spunti principali la distanza, il passaggio del tempo, il fluire dei liquidi (lacrime, urina e -implicito- sangue) e il lutto paterno.

30 in vetta 1212. Vita nuova (2002) di Philippe Grandrieux
Film erotico e sperimentale che scuote le coscienze, confonde i sensi e mostra cose che non si riescono a vedere, a percepire e a esperire in maniera chiara, grazie ad effetti come sfocature e scene in negativo. Vi è un senso della tensione (e del sesso) molto lynchano, un approccio musicale stile french extremity (Gaspar Noé) e un voyeurismo a volte morboso e a volte romantico, inspiegato, incoerente considerata la visibilità delle stesse inquadrature.

30 in vetta 11 11. Il petroliere (2007) di Paul Thomas Anderson
Mastodontica opera di approfondimento psicosociologico, Il petroliere è il film con cui Anderson ha abbandonato lo status di genio diventando ufficialmente un grande autore, che come Kubrick riesce a descrivere in maniera sia fotografica che musicale grandi personaggi e grandi conflitti interiori (e religiosi) con una cadenza silenziosa, atmosferica e drammaticissima.

10-4

30 in vetta 1010. Enter the void (2009) di Gaspar Noè
Un’esperienza lisergica e folle che confina con la pornografia e con il viaggio allucinogeno. Estremizzando le conseguenze stilistiche di Irreversible (2002) con eterni piani sequenza usati con la tecnica del punto di vista, il film è un’alienante visione spiritualista in cui ogni significato intrinseco perde senso e sensibilità: l’immagine va solo esperita nella sua bellezza artificiale, nella sua luce al neon, nel suo valore individuale e tragicamente emotivo.

30 in vetta 099. Arca russa (2002) di Aleksandr Sokurov
Noto universalmente come «il film girato interamente in un unico piano sequenza», il capolavoro del più grande erede di Tarkovskij non solo è tra gli esperimenti prettamente visuali più estremi e affascinanti di sempre (per pianificazione e costruzione visiva completa), ma è anche un viaggio ricco e maestoso attraverso la storia e l’arte russa, attraverso il tempo e la sua concezione negli occhi dello spettatore cinematografico e dello spettatore della storia dell’Europa e delle politiche che hanno fatto la sua gloria e/o l’hanno corrosa.

30 in vetta 08 8. Heremias (2006) di Lav Diaz
9 ore di film catastrofico nel senso della catastrofe del genere umano, del passaggio del tempo e del Dio che non comprende le urla di disperazione di chi cerca la giustizia divina e soprattutto la pietà e l’amore di chi può comprendere dolori e sofferenze. Estremo e lento, è privo di ogni sorta di speranza e nel silenzio della natura contrapposto al caos degli inetti (un piano sequenza in soggettiva di un’ora che mostra semplicemente giovani tossicodipendenti che spaccano un edificio abbandonato pianificando stupri) ha la spiegazione del suo nichilismo antispiritualista.

30 in vetta 077. La città incantata (2001) di Hayao Miyazaki
Tra i più maturi e celebri film d’animazione di tutti i tempi, questa novella Alice nel paese delle meraviglie è non solo un film sulla crescita, ma anche un film sul passaggio attraverso i sette peccati capitali, la terrificante tentazione dei peccati religiosi, lo scintoismo, e il tramutamento traumatico della realtà dalla favola all’orrore. È talmente bello ed emozionante a livello viscerale che, come altri film prima e dopo in questa classifica, non richiede molto da spiegare a parole.

30 in vetta 066. As I was moving ahead ocasionally I saw brief glimpses of beauty (2000) di Jonas Mekas
Inno alla vita di cinque ore dallo sperimentalismo commovente, è un film sul nulla che non racconta nulla (se non una quotidianità ipercinetica ma apparentemente noiosa in cui non c’è nessun conflitto) e che mostra l’innocenza del cinema di fronte allo sguardo dinamico, individualista e rivoluzionario del grande Mekas, collega americano-lituano di Brakhage e Warhol, qui al suo capolavoro massimo.

30 in vetta 055. Mulholland Drive (2001) ex aequo con INLAND EMPIRE (2006) di David Lynch
Lynch teorizza in due maniere, entrambe definitive e mastodontiche, un mondo onirico in cui si intrecciano cinema e onirico: nel primo, la tragedia sensuale del fallimento dell’essere umano diventa reale nel momento in cui abbandona il filtro del sogno utopistico (ma non perfetto) e del film hollywoodiano; nel secondo (nell’inquadratura), l’umiltà distorta del digitale trasforma il più frammentario e incomprensibile degli incubi in un viaggio tra realtà parallele divise da porte che non sono altro che bruciature di sigaretta, ovvero passaggi da una bobina all’altra.

30 in vetta 044. Crude oil (2008) di Wang Bing
Con la sua insostenibile durata di 14 ore e filmato inizialmente come installazione da museo, il documentario di Wang Bing sui pozzi di petrolio cinesi più che documentare didascalicamente una condizione sociale (come il regista ha fatto nel quasi altrettanto bello Tie Xi Qu: west of the tracks del 2003) crea una situazione di immedesimazione dello spettatore con un tempo invece che con un personaggio o con una serie di personaggi, dilatando e rendendo sempre più spossanti i ritmi di lavoro (e le pause e i sonni) dei personaggi fino a trasformare la fine della visione in un a sorta di liberazione dall’angoscia della vita lavorativa, osservata dall’occhio luccicante di una luna passiva e divina lontana dall’uomo e dalle sue fatiche.

3-1

30 in vetta 03 3. Love Exposure (2008) di Sion Sono
Commedia surrealista/demenziale, dramma psicologico a sfondo religioso, tragedia sessuofila, film d’azione da toni splatter, mélo giovanile dal forte impatto emotivo, compendìo pop delle più assurde caratteristiche della cultura giapponese: Love Exposure è tutto questo e molto altro. Nell’epica delle sue quattro ore scarse, risulta una delle più solenni esperienze filmiche con il suo continuo cambio di generi, che passa dalla satirica ed esilarante descrizione dei ritmi di una famiglia cristiana in crisi alla conquista melodrammatica dell’amore su ogni conflitto di ogni tipo. Primo capitolo di una trilogia dell’odio che il grande Sono ha composto con Cold Fish (2010) e Guilty of romance (2011), entrambi solo drammaticissimi e non all’altezza contenutistica del predecessore, vero, compattissimo insieme di estetiche e contenuti di tutti i tipi di cinema.

30 in vetta 02 2. Le armonie di Werckmeister (2000) di Béla Tarr
Poetica riflessione sul totalitarismo mostrata attraverso viaggi pittorici nello sporco bianco e nero di un’Ungheria distrutta da una catastrofe immateriale (una morte sociologica dell’umiltà umana e dell’armonia tra gli uomini, del mondo maoista che Tarr ha sempre studiato e approfondito) annunciata dalla presenza di un corpo di balena, un Leviatano cadaverico portato in piazza da un circo guidato da un principe slavo. Il caos porta alla distruzione, al disamore, e al poetico e deleterio scavo nelle differenze tra gli uomini, nella discordia tra i sani e i malati, i ricchi (praticamente assenti) e i poveri, i puliti e gli sporchi, i felici e i mostri. È una vera e propria bruciante poesia rivoluzionaria di comunismo pessimista che riprende i simbolismi della filosofia assolutista e vi costruisce sopra un piccolo, etereo saggio in cui i tempi sono dilatati all’inverosimile.

30 in vetta 011. Un posto sulla terra (2001) di Artur Aristakisyan
Indescrivibili l’onestà e l’intensità del film che il moldavo Aristakisyan ha fatto basandosi sulle esperienze personali in comuni hippy. Il “tempio dell’amore” dove la pietà, il dolore e l’amore sono portati alle estreme conseguenze e condivisi da tutti è uno dei film più politicamente tragici ed emozionanti di sempre, un’opera clamorosa sull’impossibilità dell’amore collettivo e sulla bellezza del brutto (o sulla bruttezza del bello). Anche questo è un film poco spiegabile in cui semplicemente bisogna fluire nell’immagine, avvicinarsi ai personaggi (e all’autore e al mondo e al tempo che descrive) fino a diventare uno dei membri della comune, soffrendo con loro ma innamorandosi di loro allo stesso tempo.

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