30 in vetta: i migliori film degli anni 1960

seicento  multipla

Gli anni ’60 contengono la maggior parte dei miei film preferiti, perciò questa classifica, la quinta di un ciclo che ha già incluso gli anni 2000, gli anni 1990, gli anni 1980 e gli anni 1970, risulta probabilmente per me la più difficile in assoluto – che è una maniera per dire che ogni film in questa lista è un capolavoro assoluto, o quasi.
Tuttavia, la classifica rimane un formato divertente e capace di ammucchiare densamente tanti tipi di diverso cinema, ricreando quindi l’incoerenza di cui il cinema stesso è spesso fatto. E quindi proseguiamo in questa folle e variegata analisi a decadi, con il decennio della libertà e della conquista del cinema europeo.
Le regole sono sempre le stesse: non sono ammessi né cortometraggi né inserimenti di due film dello stesso regista, a meno che non siano praticamente della stessa qualità (o, in generale, della stessa pasta) e quindi da inserire nella stessa posizione, ex aequo.

30-21
anni60_3030. La passeggera (1963) di Andrzej Munk
Espressivamente perfetto nella sua incompiutezza, il film di Munk è uno dei migliori film sul tema dell’Olocausto, grazie al suo uso della fotografia. È come un affascinante punto d’incontro tra La jetée (1962) di Chris Marker e Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg.

anni60_2929. La collezionista (1967) di Eric Rohmer
Il miglior film di Rohmer. Un coacervo di profonde questioni morali irrisolte e perversioni romantiche e voyeuristiche che si risolve in sé stesso con un ritmo lento ed un’estetica soffice e leggera. Un piccolo miracolo.

anni60_2828. La caduta degli dei (1969 ) di Luchino Visconti
Tra i film più belli e sottostimati di Visconti c’è questa tragedia shakespeariana di incesto, sessualità represse e inferni industriali che descrive e critica il nazismo mostrando la Germania in decadenza prima di Hitler tramite la morbosa storia di una famiglia in implosione.

anni60_2727. Psycho (1960) di Alfred Hitchcock
Forse il film più noto del maestro del terrore Alfred Hitchcock. Un horror psicologico freudiano dalle mille letture che nel suo bianco e nero crea tutt’ora un terrore coraggioso e inenarrabile. Con la sua innaturale struttura narrativa, l’opera è forse il thriller d’autore definitivo.

anni60_2626. Anatomia di un rapimento (1963) di Akira Kurosawa
Tra i film più direttamente sociologici del grandissimo Kurosawa, Anatomia di un rapimento è un film narrativamente perfetto che cresce di tensione lentamente, studiando i personaggi con pessimismo e riempiendo le inquadrature con ricchezza compositiva.

anni60_2525. Il gusto del sakè (1962) di Yasujiro Ozu
L’ultimo lungometraggio di Ozu mostra pochissimo coinvolgimento narrativo, pochissimo movimento umano, nessun movimento di macchina. È il cristallizzarsi definitivo e ultimo del suo tempo fermo e intimo, della sua classe media giapponese, del suo mondo cinematico fatto di immagini sublimi, intime, delicate, melanconiche.

anni60_2424. Il processo (1962) di Orson Welles
Film nero e paranoico che scala nelle tenebre col ritmo lento di una discesa agli inferi, il noir di Welles tratto dall’omonimo romanzo di Kafka è impenetrabile. Da Kafka riprende solo l’inintelligibilità del suo mondo, ma non la cupezza perché preferisce ritrarre tutto con un occhio che finge di essere oggettivo. Un brullo labirinto tragicomico e uno dei film più umani e belli del più classico tra i registi americani.

anni60_2323. Io la conoscevo bene (1962) di Antonio Pietrangeli
Uno dei primissimi film pop della storia, Io la conoscevo bene racconta la vicenda di una ragazza semplice e svampita con i ritmi di una lenta depressione, dalla commedia superficiale fino alla tragedia. Umanamente, è un incredibile ritratto di una tristezza che lo spettatore non riuscirebbe a contemplare senza il cinema – o che forse contempla tutti i giorni senza rendersene conto.

anni60_2222. L’isola nuda (1960) di Kaneto Shindo
È un film pieno di vita semplicemente perché è vuoto di tutto. E nel mondo di ombre di Shindo, il nulla è la vita, nella maniera meno esistenzialista possibile. La poesia delle immagini lo allontana dalla depressione e lo porta più vicino all’idea di una trasposizione del mito di Sisifo piena di grazie.

anni60_2121. Kwaidan (1964) di Masaki Kobayashi
Storie di fantasmi. Film horror? Più che altro un cupo fantasy pieno di immaginazione, una spirale di spiritualismo poetico che fa prevalere il meraviglioso rispetto all’inquietante. È molto pittorico, molto ideogrammatico anzi, e in questo senso è sinuoso, elegante, strutturato con una somma delicatezza carnale e con la viscerale potenza che ha reso Kobayashi uno dei mostri sacri del cinema giapponese.

20-11
anni60_2020. Il servo (1963) di Joseph Losey
Gioco di poteri che si ribalta con la sottile morbosità di un gioco sadomaso, il noir antiromantico e politico di Losey, con giochi di ombre e specchi che diventano sempre più grotteschi, è uno dei film più gelidamente crudeli del suo genere. Sadico e distruttivo come un’ipnosi, Il servo imprigiona lo spettatore in una galleria di orrori che non sono mai fisici e materiali, bensì sempre claustrofobici in maniera puramente mentale. Come dev’essere il cinema stesso.

anni60_1919. La donna di sabbia (1964) di Hiroshi Teshigahara
Un ipnotico labirinto di erotismo, con i suoi momenti densi di bizzarrie grottesche: ecco come si può definire il tentativo (riuscitissimo) di Teshigahara di creare, con una trama poco definita e poco importante, un film che ricrea in sé stesso la vera e propria esistenza della sabbia, sia da un punto di vista sensoriale e corporeo sia visivo e artistico. Un po’ di Buñuel, un po’ di mitologia greca, un po’ di cinema horror dell’implicito e del non visto: tutto al fine di un film enigmatico e onirico interessantissimo, una vera perla del cinema giapponese.

anni60_1818. L’anno scorso a Marienbad (1961) di Alain Resnais
È uno dei primi e più celebri e influenti esempi di film-puzzle: la sua incompiutezza richiede la pazienza di uno spettatore che voglia completare per conto suo l’enigma nonsense di una trama tanto romantica quanto inesistente, perdendosi nel labirinto naturalistico di una delle più affascinanti fotografie in bianco e nero dell’epoca. Ermetico e intrigante, ma anche modernissimamente anarchico, privo di regole.

anni60_1717. Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman
È un film-saggio che osserva e non commenta, descrive e non critica, semplicemente palesa con il proprio sguardo oggettivo la moralità umana e incredibile dell’ambiente di prigionia più angosciante di tutti: il manicomio. In un bianco e nero freddissimo, il film d’esordio di Wiseman è un documentario-capsula che disturba e commuove in egual misura.

anni60_1616. Repulsione (1965) di Roman Polanski
Da un punto di vista puramente soggettivo: il mio horror preferito. Turbine psicologico di schizofrenia claustrofobica, è un incubo misterioso nel ritmo e nella risoluzione, violento in maniera morbosa e sottocutanea. La geografia chiusa dell’appartamento diventa la geografia chiusa di una mentalità malata che scende lentamente verso la pazzia. L’interpretazione di Catherine Deneuve disturba con candido nervosismo e, soprattutto, riesce a spaventare quanto la tesissima regia.

anni60_1515. Marketa Lazarova (1967) di Frantisek Vlacil
Forse la più perfetta rappresentazione cinematografica del Medioevo, per come riesce a raffigurarlo in maniera didascalica con una struttura narrativa esistente ma indefinita, fatta di episodi oniricamente sconnessi a causa di prolessi e analessi. È un film unico ed epico in maniera senza tempo: potrebbe tanto essere di 20 anni prima quando di 40 anni dopo.

14. Viridiana (1961) di Luis Buñuel
Insieme al cortometraggio Un chien Andalou (1929), che, essendo un cortometraggio, non vedrete nella lista degli anni 1920, è l’opera più alta di Buñuel, una commedia morbosa che attacca la malattia borghese della religione e le impalcature morali costruite attorno al micro mondo chiuso della Spagna (e del mondo). È deprimente e oscuro, ma è anche la quintessenza del suo mondo perversamente elegante e ingiusto.

anni60_1313. Gertrud (1964) di Carl Theodor Dreyer
L’ultimo film del grande regista dandese Dreyer, la cui carriera è cominciata a fine anni ’10. È difficile, in un’arte come il cinema che spesso trova la propria vitrù nell’arte del mostrare, sprigionare forza espressiva partendo dall’idea di frustrazione e repressione interiore. Dreyer c’è riuscito: riuscendo a usare in egual misura la forza delle immagini (innovativo uso dei lunghi piani sequenza) e quella delle parole in una storia in cui le parole, originariamente, erano pochissime. Con il suo enigmatico modernismo romantico, è uno dei film più belli e importanti nella filmografia di un regista già di per sé enormemente importante.

anni60_1212. La notte (1961) ex aequo con Il deserto rosso (1965) di Michelangelo Antonioni
Cinque sono i film di Michelangelo Antonioni della decade e sono tutti film enormi, quindi mi sono trovato nella difficile situazione di doverne scegliere due. Ho scelto quello più emblematico (ovvero: Il deserto rosso: un saggio politico e industriale ricco di dolore sul passaggio dal bianco e nero al colore, ricco tanto di rabbia quanto di aspra malinconia verso il disagio sociologico nell’Italia anni ‘60) e noto; e quello che soggettivamente mi emoziona di più (ovvero: La notte, nell’inquadratura, il cui finale corrosivo e antiromantico contiene in sé la prepotenza di quell’incomunicabilità tragica su cui l’autore italiano ha dedicato praticamente la sua opera omnia). Ma così dovrei escludere, ed è ingiusto, il senso di alienazione e solitudine emanato da L’avventura (1960), la pacata e struggente disperazione vitale di L’eclisse (1962) e le coraggiose meraviglie del giallo Blowup (1966) che tratta lo sguardo e l’immagine con una carica politica rara per il genere…

anni60_1111. Volti (1968) di John Cassavetes
Il La dolce vita (1960) americano, da Fellini, più che la satira della vida loca, riprende il nevrotismo depresso di un divertimento finto e tremendo. Cassavetes dirige un film estremamente improvvisato e jazz che diventa scomodo e irritante inquadratura dopo inquadratura: questi individui distrutti dai ritmi di una vita fatta di successi e ricchezze si trovano nella tragedia più tremenda di tutte, ovvero il bloccarsi irrimediabile della quotidianità nella sua inconsistenza, e reagiscono ridendo di fronte alla propria inconsistenza. Ma è una risata talmente isterica e finta e ridondante da risultare drammatica (proprio come le barzellette tristissime che vengono raccontate per tutta la durata del film). E a Cassavetes interessa mostrare il piegarsi delle rughe di questi tristi individui, inquadrando i loro volti che si contorcono in questa maniera così grottesca e falsa. L’inquadratura diventa il viso e diventa espressiva quanto il viso.

10-4
anni60_1010. Il disprezzo (1963) ex aequo con Il bandito delle ore undici (1965) di Jean-Luc Godard
Difficile scegliere qual è il miglior film di Godard della decade, anche se meno difficile che con Antonioni. Il disprezzo è senza dubbio tra le avventure metacinematografiche più melodrammatiche e importanti della filmografia dell’autore francese, oltre che uno dei suoi film più solenni e classici, potentissimo nella propria carica romantica e anarchicamente sprezzante di fronte a tutto. Il bandito delle ore undici, nell’inquadratura, è tuttavia il manifesto godardiano per eccellenza, un abbandono alle convenzioni del linguaggio cinematografico narrativo per lasciare spazio ad un’esplosione di colori e ossessioni politiche capaci di infrangere regole, rompere pareti, sfociare nella poesia derelitta della nouvelle vague in tutta la sua iconoclastia sovversiva.

9. Le margheritine (1966) di Vera Chytilova
Che film unico è Le margheritine. Surreale manifesto anarchico e femminista, il capolavoro della Chytilova è un atto liberatorio di amore e immaginario esuberante e pop, un film che piega, distorce e spezza il piano cinematografico cercando di liberarsi anche da esso con la colorata follia delirante di una sublime commedia priva di regole. È esilarante e, nonostante i suoi risvolti politici siano autodistruttivi fino al tragico, non smette mai di esserlo. La sua esplosiva psichedelia ha un ritmo freneticissimo impressionante per l’epoca, la sua aggressività esplosiva è più sovversiva e sexy del miglior prodotto della Warhol Factory, e il suo inevitabile nichilismo riesce sorprendentemente a risolversi esteticamente in un film pop, colorato e spensierato – e avanti coi tempi come pochi.

anni60_088. Ho vent’anni (1965) di Marlen Khutsiev
Tre ore abbondanti in bianco e nero per il film più noto del grande autore georgiano Marlen Khutsiev. Questo film poetico e leninista, che usa concetti della tragedia greca (come la responsabilità del padre che ricade sul figlio) per avventurarsi in una serie di ossessioni fantasmiche e politiche che inneggiano alla rivoluzione e alla bellezza dell’amicizia da un punto di vista quasi sociologico, esiste in una versione di due ore e tre quarti che però taglia alcune tra le sequenze più incredibili della versione estesa ufficiale, vista restaurata a Locarno quest’anno e quasi introvabile: tra di esse, i monologhi dei professori universitari comunisti di Mosca, ripresi davvero da Khutsiev con un fare documentarista che precede il cinema diretto di Wiseman, e il ballo con candela del protagonista con la sua ragazza, una delle scene romantiche più ardenti, passionali ed enigmatiche della storia del cinema.

anni60_077. Mamma Roma (1962) di Pier Paolo Pasolini
Brullo e spietato, l’apice della filmografia di Pasolini mostra Anna Magnani in un ritratto aromantico dell’essere martiri, dell’essere madri, dell’essere italiani nel pieno del pessimismo sociologico di un paese alienato, spaventato, ancora non ripresosi dall’importanza del neorealismo. Ed è monumentale per la storia del neorealismo anche perché lo supera con la sua umana crudezza, che parte dal basso dell’umanità per sublimarlo: si va quasi contro Rossellini e contro la corrente cinematografica stessa, usando l’intensità dell’ironia ma soprattutto la splendida realtà dell’improvvisazione, non usando il montaggio dove l’insincerità del più sincero dei movimenti del cinema italiano avrebbe esagerato.

anni60_066. Au hasard Balthazar (1966) di Robert Bresson
Uno dei film-vita definitivi di cui il cinema ha costantemente bisogno. L’asino Balthazar è vittima dell’uomo ma è anche più umano dell’uomo, e il suo viaggio attraverso la corporeità e la spiritualità degli esseri umani gli fa vivere tanto amore quanto odio: vediamo la sua esistenza dalla nascita alla morte e lo vediamo soffrire tutti i peccati capitali dell’uomo. Commovente film sull’anima che devasta con la pura perfezione della propria semplice allegoria, Au hasard Balthazar è il compiersi definitivo della filmografia di Bresson, forse l’autore più grande del cinema francese tutto. Silenzioso e austero, penetra nella pelle con la dolcezza angosciante di un’iniezione e rimane profondo nel corpo a lungo.

anni60_055. Dog star man (1964) di Stan Brakhage
Psichedelico lavoro di epica dell’immagine, Dog star man è il culmine dei deliri del grandissimo Brakhage, un’opera meditativa e universale inspiegabile. Il regista americano astrae le immagini dal proprio contesto reale creando un flusso di coscienza che è la cosa più estrema riscontrabile nel cinema, perché deforma la realtà fino ad annullarla completamente. Minimale, sensuale, meditativo, spirituale, lascia lo spettatore in uno stato di ammirazione che trascende la semplice riflessione nel momento in cui riesce a racchiudere in sé i tratti più essenziali e misteriosi dell’esistenza umana nella sua semplicità, sia celeste sia terreno – come dev’essere anche, forse, il cinema stesso.

anni60_044. Andrej Rublëv (1966) di Andrej Tarkovskij
Il film più completo del più grande regista di sempre, forse, e non è neanche tra i tre film più importanti della decade. Ascetica e solenne opera di dolore, gioia e crisi spirituale, Andrej Rublëv è un film che pone tantissime domande senza dare alcuna risposta, e come ogni vero film sull’uomo descrive l’uomo senza suggerire come essere uomo. E dopo una commovente epopea che riassume al meglio l’incredibile e spaventoso enigma dell’esistenza da martire di ogni uomo e di ogni artista, l’uomo (in bianco e nero) scompare, lasciando spazio alle sue opere (a colori) che a differenza di lui rimarranno con il tempo. E dopo di esse si apre una finestra per un altro mondo, nella natura, nella pioggia, nell’universo inesplorato che rimarrà sempre uguale negli occhi degli uomini che passeranno ma che anch’esso muta, come la storia dell’arte, come la prepotenza dell’animo umano. Un film elementare di fuoco e pioggia, anima e corpo, che fa volare e riporta a terra gli spiriti con la sua magnifica e blasfema violenza.

3-1
anni60_033. (1963) di Federico Fellini
Alla domanda «Che cos’è il metacinema?» bisognerebbe rispondere con l’ottavo (e mezzo) film di Federico Fellini, un testamento artistico senza pari che mette massimamente in gioco l’anima dell’autore italiano con un intricarsi di sogno, realtà, allucinazione, visione, set cinematografico, immagine-desiderio, analessi, prolessi, ossessione, per dimostrare a tutto tondo la visione di Fellini stesso attraverso il suo sempiterno alterego Guido, interpretato da Marcello Mastroianni. Più magico di uno spettacolo in un circo, più sensuale e caotico di un sogno erotico, più astratto e confuso di una follia surrealista, è l’unico film che ammette i propri stessi difetti all’interno di esso stesso, quando un critico che ha appena letto l’ultima sceneggiatura di Guido gli si avvicina dicendogli che cosa c’è di sbagliato in essa e facendo riferimento a cose definitivamente applicabili a tutto il cinema del secondo Fellini, che qui ha continuato e decisamente migliorato il processo di analisi estetica della mondanità onirica del regista italiano rispetto al precedente La dolce vita (1960).

anni60_022. 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick
Il miglior film di Kubrick. Il migliore (e più adulto) tra tutti i film di fantascienza. Forse addirittura il più grande film di sempre. Monolitico coro divino che inneggia all’incredibile ed enigmatica complicatezza del genere umano, 2001 rompe le barriere del tempo con uno dei balzi cronologici più deliranti della storia del Cinema, facendo saltare, con uno stacco netto, dalla Preistoria ad un ipotetico 2001 dove esistono già astronavi avanzate ma anche prototipi di tecnologia Apple e cibi sintetici come, in effetti, hanno cominciato a spuntare a inizio 2000. Film a volte statuario, che congela nel tempo ogni azione umana creando la costante sensazione di assistere ad un’epocalità singolare (che sconfigga il tempo e la sua unicità movimentata), 2001 teorizza che l’uomo, tramite la tecnologia, arriverà un giorno a ricreare l’uomo stesso, ma mantenendo il limite dell’errore umano che verrà presto inglobato dalla tecnologia stessa. E forse è quello che fa anche Kubrick stesso, usando la tecnologia cinematografica per riprodurre il più metafisico e allucinogeno dei processi di nascita dell’essere umano, non solo nella storia del cinema ma probabilmente addirittura nella storia dell’arte.

anni60_011. Persona (1966) di Ingmar Bergman
Solo un film può battere il più grande film della storia del Cinema ed è Persona, un film talmente completo e infinito che probabilmente meriterebbe più che altro di essere un eterno fuori classifica in ogni lista possibile ed immaginabile. Bergman osserva la condizione umana ad altezza umana facendo un discorso complicatissimo sullo sguardo: l’uomo guarda nell’obbiettivo, cosciente di essere osservato, e si bea della propria condizione di soggetto dello sguardo, ridendo in faccia al fato. Ma poi giunge il mutismo. La volontà increata di smettere di comunicare, di smettere di ragionare, di smettere di specchiarsi, evitando lo sguardo altrui per aumentare la potenza dello sguardo proprio. Ma esistono il teatro, che costringe ad essere osservati come esseri umani e ad osservare gli esseri umani, e la fotografia, con la quale l’immagine diventa statica. Esiste la Storia, che è un fantasma che non si sconfigge. Esiste la video arte, che non si spiega e che delira nella direzione che sceglie. Esiste il cinema, che fa letteralmente abortire le proprie convenzioni narrative piegando il tempo e mostrando due volte la stessa sequenza da due punti di vista (quello della vittima e quello del carnefice). Ed esiste l’amore, che non si spiega e non si dimostra ma si vive, quasi come un sogno, e scompare nella sua fisicità tra le pieghe della pelle, diventando esso stesso il succo di un cinema d’identità scomposto dal dolore e dalla follia sperimentale della nuova immagine. Bergman decostruisce l’uomo prima ancora di decostruire il cinema, ma fa tutto insieme con una forza forse mai eguagliata in tutta la settima arte. L’importanza capitale di Persona, anche solo a livello puramente umano, è indiscutibile e inclassificabile.

7isLS

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