Vetrina: la spada nella roccia

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è il finale della storia scritto da me, esattamente come per i lettori.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. In apertura, «Semola» in un fotogramma da
La spada nella roccia).

Carla Muschio
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Finale

E lesse questi versi:

La chiave

La chiave c’era e non c’è più.
Come entreremo in casa?
Qualcuno la potrà trovare,
la guarderà – per farne cosa?
Camminando la rigira su e giù
Come un ferro da buttare.

Ma se lo stesso accadesse
All’amore che io provo per te,
non solo a noi, al mondo intero
questo amore mancherebbe.
Sollevato nell’altrui mano
Non aprirà nessuna casa
e sarà solo una forma
e che ruggine la roda.

Non da carte, astri o grido di pavone
è tratta questa predizione.

Ma versi più profondi di questi non si trovarono, così Wislawa Szymborska vinse il premio Nobel per la letteratura.

Vetrina

PAOLA
Be’, potrei buttar giù due righe..
«Sempre caro mi fu….»  mah, già sentita.
«…codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».       Drammatica!
«…il resto è silenzio»… Tragica!!
«…amor, ch’a nullo amato amar perdona»  ….questa non se la bevono.
Va bene, va bene.
Datelo a lei il premio quest’anno…
Umilmente…. Paola

ELENA TRABAUDI
Molti portarono candidature di poeti di varia provenienza. Qualcuno disse che, con tutti gli uomini che c’erano in giro a scrivere poesie, non era il caso di premiare una donna, che oltretutto nella sua opera si occupava di temi minimi, diciamo della routine quotidiana di una casalinga. Furono citati versi più o meno altisonanti di poeti che si interessavano di argomenti forti, o molto dibattuti; addirittura ci si spinse a dire che, se proprio doveva essere una donna, si poteva scegliere la Tale, moglie del critico Talaltro.
Ma la sera della premiazione in Svezia, sotto le alte volte della sala risuonarono gli splendidi, semplici versi della Szymborska:

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

E tutti tacquero, anche i suoi numerosi detrattori.

 

FRANCESCA TADDEI
Nella commissione che decide a chi assegnare il premio c’è chi è perplesso. Ma come, una donna semisconosciuta? Polacca? E poi la poesia è ormai così di nicchia… Evidentemente però nessuno riesce a trovare un nome su cui ci sia una maggiore convergenza di opinioni e così Wislawa Szymborska viene effettivamente insignita del Premio Nobel 1996, nonostante in quel momento sia sicuramente una outsider rispetto ad altri autori più noti.

 

LUCIANO MADRISOTTI
In ambedue le storie la soluzione narrata avviene per decisione di altri ed i due beneficiati ignorano sino all’ultimo i meriti per i quali alla fine vengono prescelti. Il giovane Artù estrae la spada senza sforzo ma inconsapevole delle conseguenze di quel gesto spontaneo, la poetessa scrive nell’oscurità della provincia polacca ed è quasi un miracolo che qualcuno dell’Accademia Svedese la rintracci. Probabilmente le due soluzioni sono eccezioni, la regola oggi vorrebbe che, quanto al ragazzo capace di estrarre la spada dalla roccia, ci si dica che ciò non basta, essendo necessaria la consapevolezza del gesto in una pubblica tenzone. Lo si ignorerà quindi ideando un qualche artificio per mettere sul trono chi si abbia già prescelto. Quanto alla tenzone letteraria, si sceglierà una scrittrice ancor più sconosciuta di un qualsiasi paese, ma rispondente a requisiti più certi di politicamente o poeticamente corretto. In ambedue i casi il giovane e la poetessa non saprebbero nulla di quanto avvenuto sopra le loro teste.

 

MARIAGRAZIA
Il Nobel, dopo non poche perplessità, viene assegnato a W. S., autrice quasi sconosciuta sulla quale comunque non si era patteggiato. Una sola difficoltà era rimasta: la pronuncia del nome della vincitrice.

 

LODOVICO RE
Prima della lettura della poesia circolava una foto della sconosciuta candidata….una donna dell’Europa dell’Est di aspetto un po’ da età sovietica, aria quasi da massaia che potresti trovarti accanto al banco dei cavolfiori al mercato. Una giacca dall’aspetto un po’ grigio ed un cappellino rosso a realizzare un abbigliamento modesto. Un primo commissario, guardando la foto, cominciò a ridere tra sé e sé, mentre la commissaria inglese torse la bocca in disgusto. Il terzo commissario alzò gli occhi al cielo, sollevò la penna per dire «Andiamo! Concediamo una chance (sottinteso inutile) a questa sconosciuta, chiaramente senza chances».
Il commissario che aveva fatto la proposta prese a leggere…

 

Prospettiva

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.
Forse smarriti
o distratti
o immemori
di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.
D’altronde nessuna garanzia
che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino nient’affatto.
Li ho visti dalla finestra
e chi guarda dall’alto
sbaglia più facilmente.
Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.
E io, solo per un istante
certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con qualche verso occasionale
quanto triste è stato. *

La commissaria inglese cominciò a sentirsi un po’ confusa e a non sapere dove fosse. Quello che aveva riso per primo fu attraversato dalla memoria di una figura incontrata quella mattina al parcheggio che pensava nota, ma che non aveva riconosciuto: ma ora   improvvisamente si ricordò di una donna che gli aveva detto anni prima «son venuta qui per amarti». Il terzo, quello degli occhi al cielo, chissà perché pensò che avrebbe voluto andare a ballare. A casa propria la poetessa, intenta a cucinare, improvvisamente sorrise.

 

* Traduzione di Pietro Marchesani, da Due punti / Qui, Libri Scheiwiller, 2010

 

I 100 più grandi registi della storia del Cinema: 1-25

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Metto momentaneamente in pausa le classifiche delle decadi: perché gli anni ’50 sono difficili, e perché vorrei lasciare spazio ad una breve rubrica che nasce e muore in quattro puntate. Voglio infatti fare una lista, mezza soggettiva e mezza oggettiva, della (mia?) storia del Cinema in 100 nomi di 100 grandi registi in ordine alfabetico, 25 alla volta. Ci sono stati nomi che ho sofferto a togliere (qui, tanti di essi, essenzialmente le quattro decadi abbondanti di nomi dopo il 100: Robert Aldrich, Woody Allen, Paul Thomas Anderson, Olivier Assayas, James Benning, Patrick Bokanowski, Ciprì e soprattutto Maresco, Michael Cimino, i fratelli Coen, Francis Ford Coppola, Clint Eastwood, Marco Ferreri, Robert J. Flaherty, Sylvaine George, Aleksei German, Peter Greenaway, Michael Haneke, Gakuryu Ishii, Winfried e Barbara Junge, Keisuke Kinoshita, Dimitri Kirsanoff, Joseph Losey, Terrence Malick, Ross McElwee, Mario Monicelli, Yuri Norstein, Ermanno Olmi, Marcel Ophüls, Joshua Oppenheimer, Franco Piavoli, Carol Reed, Ben Rivers, Glauber Rocha, Jean Rouche, Raul Ruiz, Rogério Sganzerla, Michael Snow, Paul Sharits, Steven Spielberg, José Val del Omar, Robert Wiene, Wong Kar-wai, Krysztof Zanussi e altri, comprese figure essenziali come Méliès) e altri ancora che sarebbero prevedibili ma probabilmente non troverete tra queste righe. Per ognuno, una foto ma soprattutto i titoli di almeno 2, 3, 4, 5 film più rappresentativi – che siano solo un paio di capolavori o un’intera filmografia. Ed eccovi i primi 25 registi dell’elenco.

(cliccate sulle varie etichette per una lettura completa)

1-5

100registi_akerman1. Chantal Akerman (Belgio, 1950-2015)
Non si può cominciare meglio che con Chantal Akerman, regista belga di cui da pochi giorni piangiamo la morte inaspettata per suicidio. Il suo è un cinema di studio della realtà geografica, che fissa nell’essenza dello spazio vuoto e fermo l’avanguardia per un cinema futuristico che possa essere fatto solo di luogo, senza più la necessità dello sguardo – che comunque rimane ed è presente, in una maniera o nell’altra, attraverso ammonimenti fisici che ricordano come l’immagine possa fluire sempre in direzioni inaspettate, in mondi romantici o politici, in nostalgia di casa e sesso. Considerata da molti (ma non da sé stessa) un’autrice femminista, la Akerman era senza dubbio una grande combattente, un simbolo militante di un cinema duro e puro che resiste nella propria speranzosa sperimentazione.
Film essenziali: Hotel Monterey (1972); Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles (1975); Je, tu, il, elle (1976); News from home (1977); No Home Movie (2015)

100registi_altman2. Robert Altman (Stati Uniti d’America, 1925-2006)
Il più anti-hollywoodiano dei grandi e influenti registi della Nuova Hollywood, Altman è un sovversivo modificatore dello spazio che rompe sche(r)mi con la prepotenza innovativa di una vera divinità che regna sui macrocosmi corali degli esseri umani: li mette a nudo, li trasforma in paradossi hitchcockiani (in senso provocatorio), li dilata, li rende enti meta filmici grotteschi, e li rende meravigliosi monumenti, testimonianze di vita e di esperienza sociologica. La sua è un’epica dell’America fatta di paradossali “enormi piccolezze”, divertissement e follie concrete. I suoi film sono come quadri di Bosch che volano con libertà sopra la realtà. Non tutti i suoi film sono grandi capolavori, ma ha decisamente contribuito in grande alla storia del miglior Cinema americano.
Film essenziali: Quel freddo giorno nel parco (1969); M*A*S*H (1970); I compari (1971); Images (1972); Il lungo addio (1973); Nashville (1975); Un matrimonio (1978); I protagonisti (1992); America oggi (1993); Gosford Park (2001); Radio America (2006)

100registi_angelopoulos3. Theodoros Angelopoulos (Grecia, 1935-2012)
Pochi movimenti, ipnotiche coreografie che piegano il tempo, piani sequenza che recano in immagini consecutive eventi separati l’uno dall’altro da anni: ecco il cinema mesmerizzante di Theodoros Angelopoulos, il più grande autore del Cinema greco. Molto legato al cinema americano per eleganza dell’immagine e al cinema asiatico per organizzazione dello spazio, Angelopoulos è un regista modernissimo che collega con passione la tradizione della storia della letteratura greca antica con i demoni metacinematografici del teatro e della memoria della Storia. È uno dei mostri sacri del cinema europeo più spinto ed esoterico, eppure è riverito e amato anche dai registi hollywoodiani più cinefili, su tutti Scorsese.
Film essenziali: La recita (1975); Paesaggio nella nebbia (1988); Lo sguardo di Ulisse (1995); La polvere del tempo (2008)

100registi_antonioni4. Michelangelo Antonioni (Italia, 1912-2007)
Tra i più importanti registi italiani di sempre non si può tralasciare Michelangelo Antonioni, il regista dell’incomunicabilità, un vero e proprio eroe della rappresentazione del dramma umano, tra l’alienazione marxista nel mondo tragicamente distrutto dall’industria e il disagio esistenziale di un mondo fatto di sguardi che imprigionano e bloccano corpi e menti nella loro inesorabile chiusezza. Gli psicosomatismi dell’identità, l’ipnosi seduttiva della rivoluzione contrapposta all’inettudine del maschilismo della società: il silenzio regna sull’immagine, e l’immagine è un vuoto tragico da riempire con lo sguardo anomalo e critico di una personalità impenetrabile, in continuo divenire. Non ci sono certezze, ma solo cambiamenti, su cambiamenti, su cambiamenti. Un cinema purissimo da conservare.
Film essenziali: L’avventura (1960); La notte (1961); L’eclisse (1962); Il deserto rosso (1964); Blowup (1966); Professione: reporter (1975); Identificazione di una donna (1982)

100registiaristakisyan5. Artur Aristakisyan (Moldavia, 1961)
La filmografia di Artur Aristakisyan conta due film nel giro di quasi vent’anni ed è difficile stabilire quale dei due sia il migliore: il Vecchio Testamento di Palmi, documentario sul disagio esistenziale dei senzatetto post-sovietici alla ricerca dell’amore nella follia e nell’ingenuità sporca della tragica concretezza del loro vissuto, o il Nuovo Testamento di Un posto sulla Terra, che invece annaspa alla ricerca di un utopistico amore assoluto con un incredibile dolore spirituale e universale? Film allo stesso tempo paradisiaci e infernali, lerci quanto pieni d’amore, tra la preghiera e la critica destrutturazione del sistema sociale.
Film essenziali: Palmi (1994); Un posto sulla Terra (2001)

6-10

100registi_bergman6. Ingmar Bergman (Svezia, 1918-2007)
Con una delle filmografie più ricche e miracolose della storia del cinema, Bergman ha regalato al mondo alcuni tra i più grandi film di ogni tempo. È anche difficile descrivere perché: l’umanità dei suoi fragili e potentissimi personaggi, sempre sull’orlo della crisi esistenziale e spirituale; le inquadrature geometricamente e fotograficamente impeccabili, quando eleganti, quando sensuali, quando sanguigne; la brulla malattia della mente umana e della Fede trattata da ogni punto di vista possibile con il pessimismo e la paura di uno strano sognatore; e poi l’incubo dell’enigmatico dramma che divide teatro, cinema, fotografia, musica, montaggio, trama, flusso di coscienza, umana confessione d’intenti e politica. Non c’è niente di sbagliato nel succo del cinema bergmaniano perché è il cinema più sinceramente vitale possibile.
Film essenziali: Monica e il desiderio (1953); Il settimo sigillo (1957); Il posto delle fragole (1957); Il volto (1958); Come in uno specchio (1961); Luci d’inverno (1963); Il silenzio (1963); Persona (1966); L’ora del lupo (1968); Passione (1969); Sussurri e grida (1972); Scene da un matrimonio (1973); L’immagine allo specchio (1976); Sinfonia d’autunno (1978); Fanny e Alexander (1982); Sarabanda (2003)

100registi_brakhage7. Stan Brakhage (Stati Uniti d’America, 1933-2003)
Stan Brakhage è un autore di cinema non-narrativo, pioniere dello sperimentalismo visivo della seconda metà del ‘900. Il suo cinema è un cinema che non avrebbe senso senza l’uso della pellicola (disegnare su pellicola, appiccicare oggetti su pellicola), un cinema empirico che usa la vita e l’intimità di Brakhage stesso per analizzare in maniera tendenzialmente non-documentaristica il sesso, la vita nella sua tragica e misteriosa completezza, il paranormale (e con esso lo spirituale), la nascita e la morte. Il suo è un cinema fatto di colori e luci ma anche di corpi e sangue, che influenzò tantissimo l’opera omnia di Paul Sharits, ma soprattutto un cinema che riesce a creare (e a descrivere) empatia tramite il montaggio, un cinema poetico che influisce l’emotività con un astrattismo sensoriale unico e di fortissima influenza.
Film essenziali: Window Water Baby Moving (1959); Wedlocke House: an intercorse (1959); Mothlight (1963); Dog Star Man (1964); 23rd psalm branch (1967); The act of seeing with one’s own eyes (1971); The text of light (1974); Creation (1979); Unconscious long strata (1981); Night music (1986); Delicacies of Molten Horror Synapse (1991); Stellar (1993); Persian Series 1-18 (1999-2001)

100registi_bressane8. Julio Bressane (Brasile, 1946)
Il Brasile sì che è uno Stato unico. Quando negli anni ’60 autori come Glauber Rocha e Ruy Guerra, influenzati dal neorealismo e dalla nouvelle vague, hanno creato il Cinema Novo, una corrente di cinema sociale per andare contro alle grandi produzioni del paese, Julio Bressane e Rogerio Sganzerla hanno pensato fosse giusto creare un’altra corrente, il Cinema Marginal, che con i suoi ermetici sperimentalismi si rivela una delle proposte più anarchiche e sovversive del cinema tutto. Tra la frammentazione in bianco e nero dei suoi film degli anni ’60 e ’70, le analisi del flusso di coscienza dei grandi filosofi tra Antônio Vieira e Nietzsche e la recente rivoluzione nel suo rapporto sensuale con la pellicola e il digitale, Bressane è un simbolo, un’icona di un mondo e di un tipo di cinema ipnotico e unico.
Film essenziali: Un angelo è nato (1969); Uccise la famiglia e andò al cinema (1969); L’agonia (1978); Sermões: A història de Antônio Vieira (1989); Giorni di Nietzsche a Torino (2001); Educação sentimental (2013); Garoto (2015)

9. Robert Bresson (Francia, 1901-1999)
Da un punto di vista tecnico, Bresson è un rivoluzionario, un vero punto di partenza definito e irremovibile, quadrato e rigoroso per tutto il cinema, francese e non solo. Ascetico e minimalista, dedito all’uso di attori non professionisti e a trame ridotte fino all’osso che analizzano il carattere e la psicologia di personaggi tragici (che siano criminali, personaggi storici o anche animali…) con un progredire concettuale che tocca anche, con pessimismo, la spiritualità, con etica ed estetica vicine al cristianesimo. È un cinema fatto di mani e corpi che restituisce al cinema narrativo la sua natura carnale in maniera pura e semplice, un cinema onesto come pochi.
Film essenziali: Perfidia (1945); Diario di un curato di campagna (1951); Un condannato a morte è fuggito (1956); Pickpocket (1959); Il processo di Giovanna d’Arco (1962); Au hasard Balthazar (1966); Mouchette (1967); Quattro notti di un sognatore (1971); L’argent (1983)

100registi_bunuel10. Luis Buñuel (Spagna, 1900-1983)
Il padre del surrealismo nel cinema: con Un chien andalou ha proprio formato una nuova estetica, un nuovo linguaggio di flusso di coscienza e inintelligibilità dell’immagine. Il cinema è poi diventato per lui un mezzo quasi satirico di destrutturazione politica completa, un mezzo per analizzare la spiritualità e la sua assenza in un mondo nichilista e grottesco come il nostro. Antiborghesia e anticlericalità, uso provocatorio dell’estetica sessuale, deviazione completa dalle sceneggiature, ricerca della sensualità nel quotidiano e nel disgustoso, quadratezza sensibile dell’immagine, precisione economica e degrado del naturale: un regista furioso e furente, un animale da guerra, un apostolo della modernità.
Film essenziali: Un chien andalou (1929); L’âge d’or (1930); I figli della violenza (1950); Nazarìn (1958); Viridiana (1961); L’angelo sterminatore (1962); Intolleranza: Simon del deserto (1965); La via lattea (1969); Il fascino discreto della borghesia (1972); Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977)

11-15

100registi_carne11. Marcel Carné (Francia, 1906-1996)
Tra i maggiori esponenti della corrente del realismo poetico, Carné usa la tragicità della realtà per portare alla luce psicodrammi e psicoromanticismi in cui la scenografia fantastica è la vera realtà e le ombre descrivono le emozioni dei personaggi più di ogni espressione facciale. È un regista che non riesce mai a creare emozioni definite e passa tutte le sue opere a descrivere spazi visivi emotivamente e visualmente indefiniti, spaziando tra infinite sfumature di grigio e tra spazi paradossali a metà tra il chiuso e l’aperto (anch’esso spesso rifatto al chiuso), tra il vero e il falso, tra il claustrofobico e il libero. È un cinema ricostruito e anti-storico ma sospeso nel niente con una forza vulcanica e uno strano senso del romanticismo, unico per il cinema francese e non solo.
Film essenziali: Hôtel du nord (1938); Il porto delle nebbie (1938); Alba tragica (1939); Amanti perduti (1945); Juliette o la chiave dei sogni (1950); Tre camere a Manhattan (1965)

100registi_cassavetes12. John Cassavetes (Stati Uniti d’America, 1929-1989)
È stato accusato di essere solo un regista di attori (di caratteristi e attori teatrali in particolare, compreso sé stesso), ma John Cassavetes è molto di più. È un regista di movimento, di schizofrenia ma soprattutto d’isteria, un autore che descrive con improvvisazione (con jazz, diciamocelo) l’ipocrisia, nel bene e nel male, della popolazione americana ma in generale dell’uomo. Un uomo, quello di Cassavetes, che è bloccato in un’esistenza fatta a strati, di finzioni e amori, barzellette e amplessi repulsivi, un uomo che è fatto di volti e mani e lacrime. Un regista che non si esplicita mai come sociologico ma la cui analisi umana è incredibile proprio per la sua definizione quasi ossimorica: documentarismo grottesco.
Film essenziali: Ombre (1959); Volti (1968); Mariti (1970); Minnie e Moskowitz (1972); Una moglie (1975); La sera della prima (1977); Love streams (1983)

100registi_chaplin13. Charles S. Chaplin (Regno Unito-Stati Uniti d’America, 1889-1977)
Forse siamo diventati troppo snob per capire che Chaplin è tra i più grandi registi di sempre. Forse è il più grande, ma ce lo dimentichiamo per strada, seguendo i concetti e le visioni e dimenticandoci la classica umanità che connette tutta la visione di questo incredibile autore. Chaplin restituisce all’atto del cinema il divertimento commosso della fisicità con una sincerità mai più riscontrabile nel cinema americano. Una sequela di capolavori di onestà drammatica e sociologica assoluta. Mancano le parole.
Film essenziali: Charlot soldato (1918); Il monello (1921); La febbre dell’oro (1925); Luci della città (1931); Tempi moderni (1936); Il grande dittatore (1940); Monsieur Verdoux (1947); Luci dalla ribalta (1952)

100registi_chytilova14. Věra Chytilová (Repubblica Ceca, 1929-2014)
Autrice femminista di cinema sperimentale completamente fuori dagli schemi. Una vera eroina di un tipo di cinema sociopolitico di divertimento scervellato e scellerato, compone una visione dell’arte puramente anarchica, colorata in maniera surreale e irreale, che non richiede tante letture quanto tanta passione, innamoramento visivo e concettuale, ideologico. Non c’è tanto coinvolgimento emotivo quanto coinvolgimento davvero fisico, in queste avventure di follia di eros-thanatos-cibo e socialismo. Bandita, censurata e criticata in tutta Europa, la regista è una vera combattente isterica, una figura affascinante e fuori dagli schemi ed una delle più grandi registi donne mai esistite.
Film essenziali: Le margheritine (1966); Il frutto del Paradiso (1970); Il giullare e la regina (1988)

100registi_cocteau15. Jean Cocteau (Francia, 1889-1963)
Prima un poeta, poi un regista. Uno scrittore, un artista. Un teatrante. Ma un cinematografaro, è importante. Basterebbe il film-scultura Il sangue di un poeta per inserirlo nell’Olimpo del Cinema: onirico atto filmico di resistenza e di suicidio artistico, con cui Cocteau si mostra in maniera definitiva come un eroe avanguardista. Senza essere troppo grottesca e irriverente, l’opera di Cocteau assomiglia allo stile di Buñuel, reso più improvvisato e serioso, ma con il commosso sguardo surrealista (e proto-surrealista, prima) al punto che i surrealisti a volte lo detestavano. Inumano e incoerente, misterioso e magico, Jean Cocteau è un grande genio che, forse, la materia cinematografica finisce per trascenderla.
Film essenziali: Il sangue di un poeta (1930); La bella e la bestia (1946); I parenti terribili (1948); Orfeo (1950); Il testamento di Orfeo (1960)

16-20

100registi_costa16. Pedro Costa (Portogallo, 1959)
Pedro Costa, forse, è il regista politico definitivo. Del resto il Cinema è un’arte fatta di blocchi di spazio e soprattutto di tempo, ed è un atto di resistenza (lo dice Deleuze), e Costa riesce bene nell’intento di creare un mondo in cui il tempo non esiste e la rivoluzione è un fantasma vitale e scioccante. Ha inventato una forma cinematografica estremamente innovativa e suggestiva, un tipo di docu-finzione emozionante in cui personaggi reali estrapolati da contesti storico-politici drammatici (esempio: gli effetti della Rivoluzione dei garofani sugli abitanti di Capo Verde immigrati nei quartieri più malfamati del Portogallo) si muovono alienati in mondi mezzi fittizi e mezzi reali di desolazione, sogno, stasi temporale. È un regista ascetico, marginale, ed è stato paragonato a Samuel Beckett.
Film essenziali: Il sangue (1989); La stanza di Vanda (2000); Gioventù in marcia (2006); Cavalo Dinheiro (2014)

100registi_cronenberg17. David Cronenberg (Canada, 1943)
Il principale problema di Cronenberg è che riguardo a lui è già stato detto (quasi) tutto: analizzatore morboso, rigoroso e quadrato della carne, malato filosofico della macchina (da presa e non solo), l’autore canadese ha una filmografia ricca passata dal documentario sperimentale all’horror, dalla fantascienza violenta al melodramma, dal thriller allucinogeno a quello erotico, dal dramma psicologico al gangster-film, fino al film storico e al delirio sociopolitico. Ma, in tutto ciò, tutti i suoi film sono uguali, perché hanno il fil rouge dell’anagramma corporale, della confusione psicologica moderna e del dramma esistenziale postmoderno. Anche se, forse, è al suo meglio quando si dà al meta-cinema: tra il finale di Videodrome e il sottostimato corto Camera fino ai suoi due ultimi film, punti d’arrivo definitivi per un cinema incredibile nella propria variegata coerenza.
Film essenziali: Il demone sotto la pelle (1975); Videodrome (1983); Inseparabili (1988); Il pasto nudo (1991); Crash (1996); Camera (2000); A history of violence (2005); La promessa dell’assassino (2007); Cosmopolis (2012); Maps to the stars (2014)

100registi_dagata18. Antoine d’Agata (Francia, 1961)
Antoine d’Agata è il regista fotografico definitivo: fotografo in partenza, ma ormai autore di ben due lungometraggi documentaristici dalla portata enorme, l’artista francese è geniale nella sua capacità unica di creare un’osmosi quasi completa tra ciò che c’è dietro la macchina da presa (lui stesso), ciò che c’è davanti (una serie di casi umani immersi in stili di vita degradanti: prostituzione, tossicodipendenza, solitudine, depressione, oscurità e altre ossessioni sono al centro dei suoi temi più affezionati) e lo spettatore stesso, a volte messo in difficoltà e a volte in imbarazzo dalla potenza spaventosa e carnale delle sue immagini. Con il montaggio audio, aggiunge monologhi esistenziali minimalisti dall’indubbia potenza, ma a volte (soprattutto nel più lungo e ripetitivo Atlas) ci si chiede se cambierebbe qualcosa della qualità del film se ci fossero solo le immagini.
Film essenziali: Aka Ana (2008); Atlas (2013)

100registi_chomon19. Segundo de Chomón (Spagna, 1871-1929)
Desiderando competere in bravura con il ben più noto Georges Méliès, che non fa parte di questa lista, questo regista spagnolo ha regalato alla storia del Cinema alcuni dei più puri, incontaminati e intensi cortometraggi sperimentali dell’inizio della settima arte: divertissement grafici tra l’inquietante e il magico, giochi di scenografia, soverchiamento di topoi teatrali, meta-intrattenimento, effetto speciale avanguardistico, montaggio rivoluzionario. Curatore degli aspetti più tecnici e spettacolari nei film di Abel Gance e nella saga di Maciste, l’autore ispanico-francese è uno dei geni più prettamente grafici del suo contesto artistico.
Film essenziali: Lo scarabeo d’oro (1907); Lo spettro rosso (1907); La maison ensorcelée (1907); La legénde du phantôme (1908); Le château hanté (1908); Electric hotel (1908); Il ragno d’oro (1908); A panicky picnic (1909); La guerra e il sogno di Momi (1917)

100registi_oliveira20. Manoel de Oliveira (Portogallo, 1908-2015)
Quando la carriera di un artista raggiunge i suoi massimi livelli dopo che questi ha superato i 60 anni di vita e continua ancora per 4 decadi, vuol dire che l’artista di cui si parla è assolutamente alieno a ogni altro. Il portoghese De Oliveira è uno sperimentatore unico, la cui carriera l’ha portato a fare film dall’epoca del muto a quella del digitale. Influenzato dal cinema di Buñuel e fortemente vittima di un legame sanguigno tra letteratura e cinema, è un regista modernista e modernissimo che sfrutta al massimo la propria libertà d’espressione (da quando può in poi) con film intimi, film satirici, film a tema politico e religioso, documentari, film metacinematografici pure. I suoi film sono oggetti inusuali, poetici, atmosferici: i capolavori assoluti La valle del peccato (nell’immagine in cima) e Visit or memories and confessions sono meraviglie filmiche inquiete, liriche, personali, contemplative, antiromanzesche. Fino a che non è addirittura difficile reagire e capire davvero cos’è il suo cinema.
Film essenziali: Aniki-Bóbó (1942); Il passato e il presente (1971); Benilde, o la vergine madre (1975); Amor di perdizione (1979); Francisca (1981); I cannibali (1988); La divina commedia (1991); La valle del peccato (1993); Viaggio all’inizio del mondo (1997); Un film parlato (2003); Singolarità di una ragazza bionda (2009); L’anziano di Belém (2014); Visit or memories and confessions (1982-2015)

21-25

100registi_deren21. Maya Deren (Stati Uniti d’America-Ucraina, 1917-1961)
Sperimentatrice essenziale, autrice in particolare di cortometraggi visionari (di specchi, ombre, giochi ipnotici), la Deren, in origine Derenkovskaia, è una penetratrice di subconsci, un’avanguardista del surrealismo, una maga introspettiva di un metacinema cupo e inintelligibile, di matrice buñueliana. Giocando con le riprese in soggettiva e con un’immaginazione sconfinata che riempie e infrange più e più piani di realtà e finzione, il suo cortometraggio Meshes of the afternoon è già di per sé esempio definitivo dell’opera di un’autrice matura e imprescindibile, per la quale il cinema non è qualcosa che deve essere spiegato ma qualcosa che deve essere esperito, con le immagini che necessariamente diventano taglienti flash mentali: ricordi, sogni, visioni, immagini specchiate di sé stessi.
Film essenziali: Meshes of the afternoon (1943); At land (1944); A study in coreography for camera (1945); Ritual in transfigured time (1946)

100registi_desica22. Vittorio De Sica (Italia, 1902-1974)
Il Neorealismo è tra le correnti cinematografiche europee più note e inflazionate in assoluto, tanto imitata, tanto eguagliata. Un nome come quello di Vittorio De Sica non può essere lasciato fuori, essendo probabilmente il più accessibile tra tutti i registi Neorealisti: meno proto-contemplativo di Rossellini, più drammatico del primo Fellini, più regolare del primo Pasolini, più popolare di Visconti. La realtà di De Sica è una realtà di dramma commosso ed esistenzialismo leggero, immediato, a volte quasi comico nella sua bianca e nera disperazione implicita. Pieno di amore per la vita (ma con un’oggettività sociologica necessaria per dirigere, con il suo massimo capolavoro Umberto D., quello che poi sarebbe diventato il film preferito di Ingmar Bergman), è un regista abbastanza grande da farsi perdonare la sua arcinota prole.
Film essenziali: Sciuscià (1946); Ladri di biciclette (1948); Miracolo a Milano (1951); Umberto D. (1952); Il giardino dei Finzi-Contini (1970)

100registi_diaz23. Lav Diaz (Filippine, 1958)
Cos’è il tempo? Ecco la domanda a cui Lav Diaz cerca di rispondere con il Cinema. Noto per i suoi film lentissimi e dilatati nel tempo (eccetto i pochi di durata accettabile, si va da un minimo di 5 ad un massimo di 10 ore), il regista filippino è dedito a creare film-monumenti in cui uno statuario e solenne bianco e nero blocca nel tempo attimi di resistenza ed esistenza. La sua forza espressiva è spesso legata alla violenza delle scene che mostra: suicidi, stupri, incesti. Sequenze spesso lunghissime (in Heremias, forse il suo capolavoro assoluto, c’è un’inquadratura in soggettiva di un’ora in cui il protagonista osserva dei ragazzini in un casolare abbandonato che, strafatti, parlano di stuprare una ragazza spaccando oggetti attorno a loro) alienano lo spettatore, lo rendono partecipe di un mondo di storia, cultura e (s)valori che gli vivono e gli muoiono attorno. Sono tutti film-vita, che accendono e spengono la quotidianità in maniera tragica.
Film essenziali: Evolution of a Filipino Family (2004); Heremias (2006); Death in the land of Encantos (2007); Melancholia (2008); Century of birthing (2011); Florentina Hubaldo, CTE (2012); Norte – the end of history (2013); From what is before (2014)

100registi_dreyer24. Carl Theodor Dreyer (Danimarca, 1889-1968)
Indubbiamente il più grande regista danese di tutti i tempi. Realismo ed espressionismo, disperazione cristologica e paranoia teocratica, inquadrature larghe e strette, dolore e passione: il cinema di Dreyer è un atto sacrale e sacrilego in cui l’emozione umana è al centro dell’inquadratura nella sua forma più pura e a volte più disgustosa. Come si stringe sull’espressione umana in La passione di Giovanna d’Arco, tanto si ampliano le vedute e gli ambienti, gli spazi chiusi e maniacali di Dies Irae. C’è l’orrore, l’orrore dell’emozione, l’orrore emotivo dell’esistenza nella sua mancanza di compiutezza. L’immagine sovrasta la parola e la violenza è più notevole in uno stacco di montaggio che in una ferita. Autore focolare, sempiterno, intensissimo.
Film essenziali: Pagine dal libro di Satana (1921); Desiderio del cuore (1924); La passione di Giovanna d’Arco (1928); Vampyr (1932); Dies Irae (1943); La parola (1955); Gertrud (1964)

100registi_dwoskin25. Stephen Dwoskin (Stati Uniti d’America, 1939-2012)
Descriviamo lo sperimentalismo intimo di Dwoskin con le stesse parole illuminanti con cui lui parla del senso dell’inquadratura (da me tradotte dall’inglese): «La questione dell’inquadrare (e lo scopo dell’inquadratura) è lo ‘sguardo’: lo sguardo della faccia e come la ‘faccia’ dirige il movimento del corpo (avvicinandolo e allontanandolo) e attraverso gli occhi; l’idea degli occhi come estensione della ‘mente’; l’espressione della soggettività interiore per come si manifesta essa stessa esternamente, attraverso l’espressione della faccia; e lo ‘sguardo’ che proviene da ed è costituito dagli occhi. La macchina da presa, inoltre, è un’estensione dello sguardo – osservando e catturando spontaneamente come essa si lega o risponde o reagisce all’altro (la risposta del modello, il suo umore, il suo sentimento)…»
Film essenziali: Naissant (1964); Dirty (1971); Central Bazaar (1976); Trying to kiss the moon (1994); Pain is… (1997); Lost dreams (2003); Age is… (2012); Before the beginning (2015, postumo)

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La spada nella roccia

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Lettore, in questa rubrica trovi ogni volta la mia narrazione di un episodio del ciclo di re Artù, seguita da una sua variante moderna. Sei invitato a scrivere il finale secondo la tua fantasia, in sintonia o in opposizione alla vicenda base, e inviarlo alla maestra entro le ore 20 di domenica prossima. Le soluzioni migliori saranno pubblicate nella «vetrina» della puntata, insieme al finale della storia scritto da me. A Natale chi avrà dato i contributi più abbondanti e interessanti riceverà un libro omaggio.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. In apertura: un’immagine di Aubrey Beardsley).

Carla Muschio
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Dopo la morte di Uther Pendragon l’Inghilterra non aveva un re e vi regnavano il sopruso e la confusione. Il mago Merlino andò dall’arcivescovo di Canterbury e gli disse: «Nel cimitero c’è una pietra in cui è conficcata una spada sulla cui lama è scritto: chi estrarrà questa spada dalla roccia sarà re d’Inghilterra. Convoca quindi per la festa di Natale tutti i signori del regno così che uno di loro possa estrarre la spada e diventare re».
Dopo la messa di Natale tutti tentarono, ma nessuno ci riuscì. Si estese allora al popolo la sfida della spada, ma essa resisteva a tutti i tentativi. Si decise di indire una giostra per Capodanno, così che molti valorosi accorressero e tentassero di estrarre la spada.
Sir Ector andò alla festa con il figlio Sir Kay e il giovane Artù. Quando erano quasi giunti alla giostra, Sir Kay si accorse di aver dimenticato a casa la spada e mandò Artù a prenderla. Artù trovò la casa chiusa e, volendo che il fratello avesse una spada, pensò di provare a estrarre quella che spuntava dal masso nel cimitero. Con facilità la spada si sfilò dalla pietra.
Quando Ector vide la spada che Artù aveva portato, capì che si trattava della famosa spada nella roccia. Chiese ad Artù di mostrargli come avesse fatto e il giovanetto più volte mise e tolse la spada nel masso. E questa prodezza riusciva solo a lui. Sir Ector rivelò allora ad Artù di non essere il suo vero padre. Disse che Merlino l’aveva portato neonato in casa sua perché venisse adottato.
Artù estrasse la spada dalla roccia alla presenza dell’arcivescovo e di tutti i nobili. Pur avendo constatato il fenomeno, essi si opposero all’incoronazione di Artù e temporeggiarono fino alla Pentecoste, ma alla fine dovettero cedere. Artù venne incoronato re d’Inghilterra.

 

Variante

Nella città di Cracovia viveva una fanciulla che amava la poesia e le belle lettere. Si chiamava Wislawa Szymborska. Quando incominciò a pubblicare, non divenne particolarmente famosa, ma i suoi lettori la amavano per la schiettezza e la profondità dei suoi versi.
Un giorno a Stoccolma si riunì il comitato per assegnare il Premio Nobel 1996 per la letteratura. Dovevano scegliere chi insignire di questa importante onorificenza. Qualcuno propose il nome della Szymborska. Pochi la conoscevano. Disse allora il socio che aveva proposto la sua candidatura: «Vi leggerò una sua poesia. Se prima della Pentecoste troverete uno scrittore vivente che abbia scritto una pagina più toccante, il Premio Nobel per quest’anno andrà a lui».

Trento. 2. Le Gallerie

Consiglio a tutti di non trascurare, trovandosi a Trento, di visitare lo spazio espositivo delle Gallerie. Si tratta letteralmente delle ex gallerie dell’autostrada che porta al Brennero, una per ciascuna direzione, scavate nella montagna. Oggi il traffico autostradale passa in gallerie più ampie lì accanto e nelle gallerie vecchie passa invece un interessante traffico di pensieri, stimolati dalle mostre (tutte temporanee) allestite in questo originalissimo spazio che invita alla concentrazione.

Carla Muschio
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Vetrina: seduzione di Igraine

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è il finale della storia scritto da me, esattamente come per i lettori.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. In apertura:
 Ritratto di donna di Charles Allen Winter, si dice ispirato da Igraine).

Carla Muschio
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Il mio finale

Lei è perplessa, ma accetta. Tuttavia lo dice al marito, anche se il dottor Verdi l’aveva invitata al silenzio.
Si vedono l’indomani. La pizza è buona, ma la conversazione sgradevole. Verdi mette la mano su quella di Gaia e le dice: «Vuole venire adesso a casa mia? Vorrei mostrarle un quadro che ho comprato».
Gaia rifiuta. Alla fine del mese Ripetti viene licenziato.

Vetrina

LUCIANO
Nella antica storia Igraine si confida subito con il marito, ma rimasta vedova accetta di sposare Uther che pure aveva cercato di circuirla e partorito Artù non si oppone al suo affidamento ad una «buona famiglia». E’ onesta rivelando le mire del re colpito da mal d’amore ma poi arrendevole e passiva, non chiedendosi neanche come sia morto il duca. La soluzione A rivela una totale indifferenza per l’accaduto della giovane Lucy che parla solo quando il suo stato diviene evidente e si accontenta dopo il parto clandestino di scegliere il nome Arturo ed assistere al battesimo del figlioletto. Gaia ed il Ripetti sono invece una coppia moderna che forse ha perso certi valori sia di forma che di sostanza, anche se questo copione è immutabile da Betsabea ai giorni nostri . Quindi la bella, se più vicina al ramo Igraine si confiderà con il marito ed assieme decideranno che il non è poi così grande a fronte di una promozione da ottenere in anticipo, tanto tra loro quando c’è l’amore tutto si aggiusta ed il rischio di un Arturo è facilmente evitabile . Se invece Gaia è prossima al ramo Lucy non dirà nulla e ottenuto il miglioramento professionale dell’ignaro si presterà alle voglie del dott. Verdi, non proprio vittima del mitico mal d’amore, magari godendone. Cercherà in seguito di amministrare queste voglie senza avere troppi fastidi, consapevole di essere solo uno strumento passeggero di piacere per il padrone, mentre il matrimonio offre maggiori garanzie morali e materiali.
Se poi arriverà Arturo, magari figlio incerto dell’uno o dell’altro dei suoi due uomini, potrà sempre usarlo come strumento di dolce ricatto verso il dott. Verdi. Quindi niente per l’affido, anzi questa sarà la sua «buona famiglia».

ELENA TRABAUDI
Gaia però non ha intenzione di andare da sola a pranzo da Verdi, teme di trovarsi in una situazione imbarazzante e pensa di fare la cosa più semplice: dice tutto al marito. Il quale si libera dal lavoro senza dire nulla al capo, naturalmente, e all’orario prestabilito si presenta alla porta del dongiovanni insieme alla moglie.
Il signor Verdi non si scompone, fa finta di nulla. Solo, dopo i preamboli, si ricorda all’improvviso – così dice – di aver dimenticato di comprare il prosecco, e chiede a Ripetti di andare al negozio più vicino per procurarselo. Tanto sa che quel negozio è chiuso, e che l’impiegato dovrà fare un bel giro nei dintorni per raggiungere il risultato.
Appena uscito, Verdi promette mari e monti alla bella Gaia e intanto si spoglia e la porta sul divano. Lei, che era segretamente attratta da lui, si lascia andare subito alle sue carezze; e così succede quel che doveva succedere.
Il guaio è che dopo un mese si accorge di essere incinta e non sa come dirlo al marito e anche al figlio diciottenne. A questo punto fa una scelta strategica: trasferisce tutti i propri soldi in un Paese estero, scompare per un anno, fa nascere il figlio, lo chiama Green e poi lo dà in adozione a un’ottima famiglia.
Dopodiché, fintamente pentita, tornerà al suo trantran familiare, senza mai svelare la verità.

 

LODOVICO
Gaia accetta l’invito e si presenta dopo una settimana che non si lava i denti… una alitosi pazzesca… il desiderio del dottor Verdi di baciarla è subito messo a dura prova, praticamente neutralizzato.  Gaia anticipa il dottor Verdi e va subito all’argomento della carriera del  giovane marito e ne perora la causa perché ora loro hanno un po’ di debiti, avendo lei la insana passione del chirurgo plastico che l’avrebbe già rifatta completamente. Ma si sa quella per la chirurgia plastica è una innata passione che quando cominci non smetti più…

 

FRANCESCA TADDEI
La donna comprende al volo la situazione e, dato che del marito in fondo non le importa granché, accetta l’invito e si prepara a giocare le proprie carte.
Il giorno del loro incontro, tra un complimento e l’altro alle incredibili doti di Gaia, il dottor Verdi allude anche a possibili avanzamenti di carriera del marito. Facendo ovviamente capire che tale avanzamento necessiterebbe di una contropartita.
Ma Gaia gioca d’anticipo: se apprezza tanto le sue doti, soprattutto fisiche, è lei che dovrebbe avere un «premio», mica il marito. O no?
La trattativa, piuttosto esplicita, non ha bisogno di protrarsi oltre. Il dottor Verdi, ringalluzzito dalla facile conquista, si gode le grazie di Gaia, mentre contestualmente diventa il principale finanziatore della nuova attività commerciale della donna: un ristorante di lusso. Le stipula anche un’incredibile polizza assicurativa, che prevede risarcimenti per cifre impressionanti in caso di danni al locale.
La relazione si dipana tra incontri clandestini e cospicui versamenti sui conti bancari della donna. Nel giro di poco tempo l’uomo esaurisce i propri fondi e comincia a sottrarre forti somme alla propria compagnia per travasarle nel florido bilancio del ristorante e sui conti personali di Gaia.
Quando la compagnia assicurativa è ormai in cattive acque, il ristorante di Gaia viene distrutto da un incendio. Il risarcimento milionario previsto dalla polizza che lui stesso aveva creato fa fallire definitivamente la compagnia.
Al dottor Verdi, ormai sul lastrico, rimane solo il ricordo di quegli incontri clandestini. Gaia ha giusto il tempo di trasferire i suoi conti in qualche paradiso fiscale, prima di sparire dalla circolazione per vivere di rendita per il resto della vita. Quanto al marito, a lui la donna lascia il locale, e la cifra necessaria per risanarlo. Qualche mese dopo, il ristorante apre con un nuovo nome: «da Arturo».

La seduzione di Igraine

Merlino e il piccolo Artu

Lettore, in questa rubrica trovi ogni volta la mia narrazione di un episodio del ciclo di re Artù, seguita da una sua variante moderna. Sei invitato a scrivere il finale secondo la tua fantasia, in sintonia o in opposizione alla vicenda base, e inviarlo alla maestra entro le ore 20 di domenica prossima. Le soluzioni migliori saranno pubblicate nella «vetrina» della puntata, insieme al finale della storia scritto da me. A Natale chi avrà dato i contributi più abbondanti e interessanti riceverà un libro omaggio.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire; la storia su cui lavorare si trova cliccando sull’etichetta Variante B. In apertura, un disegno di Aubrey Beardsley rappresentante Merlino che prende in consegna il piccolo Artù).

Carla Muschio
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Il re d’Inghilterra, Uther Pendragon, non ha moglie e desidera averne una. Gli giunge fama della bellezza di Igraine, la moglie del duca di Tintagel, in Cornovaglia. Per incontrarla convoca a corte lei e il marito e subito si innamora della bella Igraine. Alle sue proposte Igraine si ritrae, confida tutto al marito e fugge con lui per tornare ai loro castelli e sottrarsi alle insidie del re. Ma Uther, testardo, assedia il castello del duca. Durante l’assedio langue d’amore, tanto che chiede aiuto al Mago Merlino. Merlino promette di farlo giacere con Igraine, ma in cambio il re dovrà cedere a lui il bambino che verrà concepito. Il re Uther Pendragon accetta.
Ed ecco lo stratagemma di Merlino: il re si presenta nella camera di Igraine avendo assunto magicamente l’aspetto del duca suo sposo. Igraine giace con lui e concepisce un figlio. All’alba il re se ne va. L’indomani mattina giunge notizia al castello di Igraine che il duca di Tintagel era stato ucciso il giorno precedente. Igraine rimane perplessa.
Passa del tempo. Il re Uther manda ambasciatori per chiedere la mano di Igraine, ora vedova, e questa accetta di sposarlo. Uther confessa a Igraine di essere stato lui il misterioso amante che ha concepito con lei il bambino di cui è incinta. Confessa anche la promessa in cui si è impegnato: alla nascita il bambino dovrà essere consegnato a Merlino, che provvederà ad affidarlo a una buona famiglia per essere allevato. Così viene fatto. Artù viene adottato dalla famiglia di Sir Ector. Poco dopo Uther muore.

Variante A

La piccola Lucy ha soli tredici anni, ma ha già un bel seno e dolci occhi verdi. Vive in un piccolo paese dell’Irlanda.
John, un vicino di casa, garzone di fattoria, ha messo gli occhi su di lei. Le fa qualche complimento, ma lei non gli bada. È piccola, non pensa ancora all’amore.
Una sera che John sta tornando un po’ alticcio dal pub trova Lucy sul viottolo. Le dice: «Dammi un bacio». Lei si spaventa, fa per scappare senza rispondergli. John si adira, la porta a forza dietro i cespugli, la stupra e poi se ne va, lasciandola lì a terra, spaventata.

Finale (questo primo esempio è già svolto, il prossimo tocca a te)

Lucy si ricompone, va a casa e non dice nulla a nessuno, ma dopo qualche tempo si scopre che la piccola è incinta. Nella cattolica Irlanda non c’è l’opzione dell’aborto, la gravidanza di Lucy viene portata a termine a casa degli zii, a Dublino, così che in paese non si mormori.
Il bambino che nasce, sano e forte, viene subito dato in adozione a una buona famiglia, ma prima di lasciarlo è Lucy che assiste al suo battesimo e sceglie il nome. Si chiamerà Arthur.

Variante B

Il dottor Verdi è il proprietario di una piccola compagnia di assicurazioni. Alla festa di Natale della ditta, a cui sono invitati anche i coniugi dei dipendenti, viene colpito dalla grazia di Gaia, la moglie di Ripetti, impiegato amministrativo.
Nei giorni successivi Gaia non gli esce dalla mente. Non conosce nulla di lei se non la dolcezza degli occhi castani, eppure è preso da smania di conquista. Si decide. Chiama Gaia mentre il marito è al lavoro e la invita a pranzo «perché deve parlarle della carriera del marito».

(questo invece tocca a te)

Trento. 1. Dove abbondano le aquile

aquila

Lo stemma di Trento è un’aquila corrispondente a questa descrizione: nera, rostrata, armata e munita sulle ali di due gambi trifogliati d’oro, linguata e cosparsa di fiammelle rosse. Si tratta dell’aquila di San Venceslao e venne adottata come emblema della città dal principe vescovo Nicolò da Bruna (Brno, la capitale della Moravia), nel 1337. Da allora l’aquila ha protetto come ha potuto la pace e l’ordine della città e la sua immagine è stata usata con larghezza per decorare tutte le istituzioni, dai palazzi nobiliari ai tombini delle strade.

 

Quando Trento passò sotto il dominio austriaco il simbolo dell’aquila rimase, ma con un numero di teste raddoppiato. Gli imperi infatti, già dai tempi di Costantino il Grande, hanno sempre usato l’aquila bicipite come proprio simbolo. Le aquile a due teste presenti in città sono rimaste a testimonianza dei tempi dell’impero.

Oggi l’Austria, che non è più a capo di un impero, si accontenta di farsi rappresentare da aquile con una testa sola.

Carla Muschio
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Il velo, fra modestia e seduzione. 6. Il velo svelato

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Milano, ingresso del duomo.

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Parigi.

Abbiamo visto in questa rassegna che una donna può essere modesta anche senza velo e che una donna velata può trovare il modo di essere seducente a dispetto del simbolo che indossa. Basta un gioiello, un colore o anche solo un lampo degli occhi per rispettare la lettera della legge e al contempo rifiutarne lo spirito. Le donne ne sanno una più del diavolo.

Carla Muschio
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Vetrina: etichetta non tanto piccola etica

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco. Valuterai tu: un’ultima volta.
Questa è difatti l’ultima vetrina di una scuola di buone maniere tramite cui ci siamo scambiati pensieri e sentimenti per tanti mesi. Ringrazio tutti coloro che vi hanno contribuito: ci siamo proprio arricchiti a vicenda!
E forse qualcosa abbiamo anche imparato. Ora sapremo scegliere meglio quando e dove mangiare il pollo con le mani o la banana con forchetta e coltello.
Spero di ritrovare tutti nella rubrica di daParte che, dopo una settimana di vacanza, verrà a sostituire Etichetta piccola etica. Argomento? Sorpresa.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video, Lucia Mendez interpreta il tema della telenovela
Viviana).

Carla Muschio
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Lettura

Non renderti incivile per troppa civiltà, né importuno per eccessiva cortesia.

(Melchiorre Gioia, Nuovo Galateo)

Vetrina

FRANCESCA TADDEI
Forse perché si sentono soffocare da tanto perfezionismo, o perché temono di non reggere il confronto e di non essere altrettanto impeccabili, oppure perché sono terrorizzati all’idea di dovere a loro volta riceverla (immaginando che noterà ogni sbavatura). Personalmente non penso che mi porrei questi problemi; piuttosto potrei temere di avere a che fare con una persona per cui la forma è tutto e che a quella si ferma. Se fosse così, avremmo davvero poco da dirci.

 

MARIAGRAZIA
Capita, a volte, che la persona così ben preparata sia tanto sicura di sé che senza volere si ponga su di un piano di superiorità e, di conseguenza, crei una barriera alterando la spontaneità nei confronti di chi l’ascolta; questi si sente come intimidito e sminuito per cui non instaura un rapporto di simpatia.

 

LODOVICO
«Nooo, amore mio, che strazio, sabato sera c’è la festa di compleanno di Viviana!»
«Lo so, un vero strazio, ma stavolta ho trovato il regalo giusto per lei ed il suo compleanno. Lei parla bene inglese, naturalmente, e quindi un libro in lingua la lusingherà sicuramente. Guarda qua, è appena uscito: Good manners for people who sometimes say f*ck. (Buone maniere per persone gentili che ogni tanto dicono Ma va’ a ca*are)».

 

ROSA
Diceva William Blake: «L’eccesso di pianto fa ridere e l’eccesso di riso fa piangere». Analogamente, è come se l’eccesso di buone maniere diventasse maleducato.

 

ELENA TRABAUDI
Viviana è brava, è organizzata, non sbaglia una virgola. Qui sta il suo limite: semplicemente, è troppo perfetta! La gente si sente a disagio, certo; perché, varcando la soglia di casa sua, immagina che le proprie inadeguatezze e imperfezioni risalteranno nel confronto con l’ordine di Viviana.
Però ho notato che alcune signore tengono a mantenere la nomina di ottime padrone di casa: solo a questo mirano, non a notare le mancanze altrui. Sono felici se si apprezza il loro sforzo e si elogia lo splendido risultato. In pratica hanno solo bisogno di conferme. Non sarà che credono poco in se stesse?

 

PAOLA
Il disagio che avverto nasce dalla tensione alla perfezione.
Sento una mancanza di verità, una necessità di forma che nasconde una mancanza di sostanza.
E nel contempo sento pesante il giudizio, la condanna di chi ha bisogno che tutto sia in un determinato modo, con uno schema innaturale.
Ecco,
manca la natura in tutta la sua magnifica diversità.
Quindi evito, mi allontano.

 

LUCIANO
Viviana appunto è solo donna di mondo, non di classe. Cioè svolge il suo lavoro impeccabilmente ma meccanicamente e non stacca mai, neanche quando è in pausa! E’ ottima cosa che taluno sappia tutto di come preparare la tavola per un pranzo formale e tante altre cose di stile e magari le insegni, ma questo sapere andrebbe unito a ironia, understatement e diversificazione, che rivelano la vera classe (senza ovviamente scomodare la lotta di.., Marx etc.), altrimenti si risulta stucchevoli e vuoti. Viviana appare per questo motivo priva di fascino al di fuori del suo sapere e viene da alcuni evitata comprensibilmente e sospettata di essere imbarazzante per il timore di venire giudicati impreparati nelle sue materie!