30 in vetta: i migliori film degli anni 1980

Seymandi-anniottantaContinuando la rubrica dedicata alle classifiche dei migliori film per decade, andando a ritroso dopo gli anni 2000 e gli anni 1990, si giunge agli anni 1980 con una lista piena di banalità, originalità, sorprese e non sorprese. Gli anni ’80 hanno portato ad alcuni tra i più grandi film anime di sempre (ben 4 in questa lista!), alle opere formative di autori che poi col tempo avrebbero trasceso il livello qui raggiunto comunque con somma maestosità (Tarr, Haneke, Lynch). Ma l’analisi che cerchiamo di porre rimane la stessa: quella del cambiamento di cos’era e cos’è il cinema attraverso il tempo. È un’analisi a cui non si trova una vera risposta o soluzione ma con la quale il divertissement della classifica può trovare la sua raison d’être. Si gioca, si parla, si discorre, e tramite ciò si comprende e si raggiunge una sorta di definizione vaga dell’estetica generale del grande cinema di un periodo. O, almeno, ci si prova (nell’immagine, Maurizio Seymandi, conduttore improbabile eppure verissimo di un programma sui dischi più venduti, il Superclassifica show. Chi non ha vissuto gli anni 1980 non può sapere quanto abbiamo sofferto, ndCdC).

30-21

80 e trenta_3030. Il sangue (1989) di Pedro Costa
Regista portoghese scoperto da pochissimo (i suoi film sennò sarebbero sicuramente spuntati ai posti più alti delle precedenti classifiche: in particolare Colossal youth, 2006, nella classifica degli anni 2000), Costa col suo esordio compone un oggetto misterioso dallo stile bressoniano e alienante, sempre più difficile da ritrovare nei suoi sforzi futuri.

80 e trenta_2929. Una tomba per le lucciole (1988) di Isao Takahata
Considerato generalmente il più deprimente film animato di sempre, il film di guerra di Takahata comincia rivelando che il protagonista muore nella fame e nella miseria. La poesia intimista e rurale dell’autore trasforma questa parabola mortifera in un inno vivifico.

80 e trenta_2828. Il senso della vita (1983) di Terry Jones
Il film satirico definitivo. I Monty Python costruiscono una serie di sketch uno più esilarante e scorretto dell’altro, giocando a negare i preconcetti religiosi sul senso della vita, giungendo all’assenza di senso con grottesco surrealismo, violenza, disgusto kitsch e amore intellettuale.

80 e trenta_2727. Blade Runner (1982) di Ridley Scott
Film d’ispirazione noir, il dolce e cupo terzo lungometraggio di Ridley Scott è stato essenziale per il futuro della fantascienza per il suo romanticismo, per il suo fatalismo e per le sue analisi investigative (ispirato omaggio evidente: Blowup, 1966, di Michelangelo Antonioni).

80 e trenta_2626. Il signore del male (1987) di John Carpenter
Horror fantascientifico dall’ossessione pre-apocalittica e satanica, Il signore del male più che far paura penetra nella pelle con i suoi riflessi di follia anticristologica, prevedendo, più che un collasso fisico, una conquista della follia senza che ci siano un Bene o un Male definiti.

80 e trenta_2525. Nausicaä della valle del vento (1984) di Hayao Miyazaki
Il primo film dello Studio Ghibli è il più esplicito film fantascientifico di Miyazaki. I suoi mondi post-apocalittici, la sua parabola ecologista, i suoi mostri guerrieri e i suoi riferimenti allo shintoismo portano ad una delle esperienze d’avventura estetica più originali del genere.

80 e trenta_2424. AKIRA (1988) di Katsuhiro Otomo
Più clamoroso di Nausicäa nell’ambito della fantascienza dell’animazione giapponese c’è di sicuro almeno AKIRA che rese popolare in Occidente gli anime con la sua potenza visiva, la sua ambiguità apocalittica, le sue ossessioni psicosomatiche, il suo roboante surrealismo proto-catastrofico.

80 e trenta_2323. Rusty il selvaggio (1983) di Francis Ford Coppola
Coppola dirige uno dei suoi capolavori più sottovalutati con questa perla di riflessione sulla gioventù in America, che riprende i mondi e i miti dei film di Nicholas Ray come Gioventù bruciata (1955) e li mostra in un bianco e nero distorto d’ispirazione espressionista con liberatorie pennellate di colore.

80 e trenta_2222. L’uovo dell’angelo (1985) di Mamoru Oshii
Post-apocalittico, cristologico, inintelligibile. L’uovo dell’angelo non ha senso di essere spiegato, descritto, ma va solo visto e subito nelle sue ossessioni visuali e nelle sue soluzioni astratte uniche nel genere e fuori dagli schemi.

21. Fuori orario (1985) di Martin Scorsese
Surreale viaggio notturno di uno yuppie imborghesito tra i meandri dello snobismo di bassa lega dei quartieri artistici di New York. Si può vivere come una tragedia senza tempo, come una commedia demenziale e satirica e come un’allegoria delle differenze sociali, delle paranoie umane, del pericoloso che si vive di fronte ai conformismi folli del prossimo. Uno dei migliori film di Scorsese.

20-11

80 e trenta_2020. Gente di Dublino (1987) di John Huston
L’ultimo film di Huston, tratto da un racconto di Joyce, è un testamento spirituale di cinema classico e intenso che è lucido, lento, dolceamaro e completamente immerso nella descrizione ad immagini della vita e del suo scorrere. Un piccolo capolavoro di ombre teatrali e diretta inquietudine mortifera.

80 e trenta_1919. Brazil (1985) di Terry Gilliam
Più innovativo di Blade Runner (anche se meno cult), Brazil prende 1984 di Orwell e ci aggiunge l’onirico pacchiano delle ossessioni di Gilliam, l’umorismo surreale dei Monty Python, epica fantasy e fuori dal mondo, pessimismo cosmico, alienazione di stampo marxista, citazioni romantiche, mise en abyme metafilmica da incubo.

80 e trenta_1818. Furyo (1983) di Nagisa Oshima
È un piccolo poema epico e guerriero di omoerotismo romantico tra soldati antagonisti, tra i quali scorre prepotente l’incomunicabilità culturale creata dal conflitto (ma che è condizione esistenziale preesistente e tragica), interpretati con grazia ed eleganza da musicisti importanti in egual misura: David Bowie e Ryiuichi Sakamoto.

80 e trenta_1717. Il settimo continente (1989) di Michael Haneke
Film d’esordio di Haneke, dipinto catastrofico del collasso deprimente della classe borghese di fronte alla melma del tedio esistenziale. È il suicidio collettivo di un micronucleo famigliare che, demolito dalla routine, sciacquona i propri soldi e si autodistrugge dall’interno. Il settimo continente implode come la sua famiglia e teorizza l’implosione sociologica con un’intensità degna del miglior Buñuel – ma senza traccia di umorismo.

80 e trenta_1616. Shining (1980) ex aequo con Full metal jacket (1987) di Stanley Kubrick
Shining è la tragedia umana nella sua espressione più horririfica, la trasformazione visuale dell’eterno ritorno dell’ossessione psicologica e dell’angoscia surreale. Full metal jacket (nell’inquadratura) un’opera disumanizzante di pietà e destrutturazione satirica dei topoi del film di guerra. Kubrick col primo riempie lo spettatore d’ansia e disprezzo, mentre col secondo lo riempie d’amore mostrando il collasso del disamore nell’ambiente più pieno d’odio immaginabile: il campo di battaglia.

80 e trenta_1515. Alice (1988) di Jan Svankmajer
La fiaba diventa incubo grazie al cupo meccanicismo dell’animazione del regista cecoslovacco che, con silenzi tombali e virate nel grottesco più inquietante, ribalta la favola di Alice nel Paese delle meraviglie rendendo Alice un personaggio tragico e la dimensione onirica un inferno dittatoriale colmo di simbolismi religiosi.

80 e trenta_1414. Inseparabili (1988) di David Cronenberg
Tra i migliori film del regista canadese, inventore del cosiddetto «horror corporale», Inseparabili è una tragedia sentimentale che vede coinvolto l’incontro/scontro tra due gemelli ginecologi, impersonati entrambi da Jeremy Irons nel ruolo più mastodontico della sua carriera (e una delle interpretazioni maschili più intense di sempre), che si rapportano diversamente alla stessa donna. Ma alla fine la storia d’amore più densa ed emozionante è quella tra loro due.

80 e trenta_1313. Decalogo (1989) di Krzysztof Kieslowski
Dieci mediometraggi sui dieci comandamenti dal grande regista polacco. È l’epica dello spirito e della mente, la somma di tutti gli sforzi dell’immaginario di Kieslowski, un intimo dramma sinfonico di delicatezza e umana emotività. È tanto fragile quanto maestoso nel suo riuscire a parlare di drammi filosofici e vitali senza scadere in astrattismi gratuiti ma rimanendo «con i piedi per terra». L’inquadratura proviene dal quinto episodio.

80 e trenta_1212. Velluto blu (1986) di David Lynch
È un giallo surreale e perverso che mostra l’entrata in un mondo «strano» e pieno di follia che altro non è che un Es in cui il Male predomina sul Bene e che è nascosto dietro le quinte di un’utopistica America rarefatta e fuori dal tempo, a metà tra un presente morboso e gli anni 1950 di Douglas Sirk. È uno dei più angoscianti ed emozionanti film sul sesso e sulla crisi d’identità cinematografica, oltre che il noir più romantico di Lynch. Fece scandalo e fu accusato ingiustamente di misoginia.

80 e trenta_1111. Perdizione (1988) di Béla Tarr
Il primo film di Tarr a definire quello che poi sarebbe diventato il suo stile ai massimi livelli con Satantango (1994), Perdizione è una parabola sociologica sul rapporto tra l’uomo e la fine: tanto la fine di un amore quanto la fine di una vita, tanto la fine di un’epoca quanto la fine di una sbronza, tanto la fine di una danza quanto la fine di una pioggia. Alla fine siamo tutti animali nel fango, che attendiamo di bruciare persi tra le macerie che noi stessi abbiamo creato. Forse il suo film più pessimista – tutto un dire.

10-4

80 e trenta_1010. Il cuoco il ladro sua moglie e l’amante (1989) di Peter Greenaway
Un dipinto che si muove con i ritmi di un elegante lento valzer? Un danzante e sgargiante teatro di colori e scenografie approssimative? Un costante canto pseudo-clericale dai toni grotteschi? Una composizione cromatica di cibi, corpi, liquidi corporei? O forse un libretto, un menù, con poche specialità ma una più prelibata e misteriosa dell’altra? Il capolavoro di Greenaway è un disturbante compendìo della sua arte grandguignolesca e del suo mettere insieme le proprie competenze artistiche in un tutt’uno che minuto per minuto si fa più cupo, violento, politico.

80 e trenta_099. Tetsuo (1989) di Shinya Tsukamoto
Tra i film d’esordio più clamorosi della storia del cinema, il debutto di Tsukamoto alla regia, con la sua ora di durata, è un’opera di schizofrenia sperimentale che si forma basandosi su un mix tra il bianco e nero surreale degli effetti speciali a basso costo di Eraserhead (1977) di David Lynch, le ossessioni carnali del cinema di David Cronenberg (qua estremizzate con un gusto kitsch tutto giapponese) e l’industrialismo stridente degli ingranaggi di una nuova estetica paranoica, che rende il film un’esperienza fisica e mentale annichilente.

80 e trenta_088. Fanny e Alexander (1982) di Ingmar Bergman
Bergman fa a modo suo quello che ogni grande regista ha tentato di fare almeno una volta nella propria carriera: semplicemente descrivere i ritmi e l’intensità del concetto di «vita» in ogni sua accezione spaziale, temporale, visuale. Creando un’opera che non è l’apice della sua carriera ma che è comunque tra i suoi film più maestosi e ambiziosi, il regista svedese forma un’inquietante parabola di luci e ombre commoventi, e con raffinata tenerezza accarezza lo spirito con la propria umanissima descrizione del dramma famigliare, della tragedia umana, della perdita dell’innocenza, della necessità dell’arte nella vita, della necessaria malinconia nell’esistenza.

80 e trenta_077. C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone
Leone raggiunge l’apice della propria carriera abbandonando il western a favore di un gangster alienante sul passare del tempo e sul trascendere di un’epica del materiale e del concreto. Con l’analisi erotica e sociologica di un gruppo di criminali inetti attraverso tre epoche, Leone mostra nella sua completezza una descrizione di un essere umano topico che è egoista ma poetico, egocentrico ma magico nei propri intimismi. E attraverso di lui, l’America, il passare del tempo, la Storia, la violenza. La tremenda orgia di potere che è l’egoismo umano diventa Odissea onirica, conflitto shakespeariano all’oppio, crisi sessuale dalla morbosità metafilmica.

80 e trenta_066. Sul globo d’argento (1988) di Andrzej Zulawski
Il film di fantascienza più schizofrenico di sempre. Gli anni 1980 sono stato il periodo più fruttuoso di Zulawski, che nell’81 aveva prodotto un altro capolavoro, il suo film più noto, Possession, horror romantico di esorcismi lovecraftiani, crisi d’identità, blasfemia apocalittica ed erotismo estremo, ma con On the silver globe il regista polacco ha raggiunto livelli più alti con una sorta di delirio politico e cristologico sulla libertà etica dell’essere umano e sui limiti della follia in cui ostenta le proprie sofferenze. Con un talento visionario assoluto e varie incursioni nel metacinema (quando sostituisce le scene che non è riuscito a girare a causa della censura del governo polacco con filmati sperimentali di vita reale narrati dallo stesso regista), Zulawski costruisce un tassello necessario per il cinema di fantascienza e per il cinema europeo più estremo e di culto.

80 e trenta_055. Heimat (1984) di Edgar Reitz
Passando in continuazione dal colore al bianco e nero per descrivere più situazioni emotive, Edgar Reitz, nel primo episodio, a sua volta suddiviso in undici capitoli per una durata totale di 15 ore e mezza, della sua epica saga, costituisce un melodramma vivifico che riassume in sé lo stato emozionale costante di ogni aspetto della vita. Superbo epos di condizione umana con svolte politiche, è un film che «si spiega da solo» e che va semplicemente esperito in ogni suo svolgimento narrativo, entrando nella logica del suo mondo e diventando «amici»/«parenti stretti» dei personaggi a cui ci si affeziona minuto dopo minuto sempre di più. La saga di Heimat (Patria) nella sua totalità è il Bildungsroman cinematografico definitivo, e rende Reitz uno dei più grandi narratori puri della storia del cinema. L’inquadratura è dal nono episodio, Hermännchen.

80 e trenta_044. Ran (1985) di Akira Kurosawa
Kurosawa trasla la tragedia shakespeariana (per la precisione il Re Lear) nel medioevo giapponese creando un melodramma epico di guerra, violenza e conflitto esistenziale. Quello che Kurosawa raggiunge in quest’opera è fondamentale: un vero e proprio amalgama di tutte le sue ambizioni ai massimi livelli, dalla capacità di creare poetica dall’intimo alla capacità di mischiare l’intimo all’epocale, dall’umiltà nel far scozzare umili microcosmi umani alla solennità nel descrivere i ritmi dei macrocosmi incomprensibili e divini dei meccanismi dell’universo. Brutale e meravigliosa stele di Rosetta per la memoria del Giappone, Ran contiene scene e inquadrature che da sole esplicano la prepotenza dell’opera omnia del suo autore.

3-1

80 e trenta_033. Diaries (1971-1976) (1980) di Ed Pincus
Con l’onestà intima di un pittore che dipinge un autoritratto, Pincus mostra i ritmi della propria vita, i drammi della propria crisi matrimoniale, l’eredità sincera che darà in immagini alla propria prole, la primitiva forza degli anni 1970 con un documentario sulla quotidianità, sullo spazio e sul tempo che si fanno infinito fino a che il tempo non ha più valore e la morte perde completamente significato. Un film che è un diario intimo di un uomo ma che è anche un abbraccio a tutti gli uomini, un’opera umanissima che meglio di ogni altro documentario sul tema descrive la vita, blocca la morte, e considera ogni lato dell’esistenza in egual misura: la Storia, l’amicizia, l’infanzia, l’età adulta, la paura, l’amore, le piccole grandi incoerenze che caratterizzano ogni nostra azione. Abolendo i limiti dello sperimentalismo e semplicemente vomitando la propria interiorità su pellicola per quasi 4 ore, si ridefiniscono i limiti del personalismo all’interno del cinema e si esplicano al massimo le possibilità politiche sprigionate dalla rivoluzione sessuale dell’epoca.

80 e trenta_022. Va’ e vedi (1985) di Elem Klimov
Il più intenso e distruttivo tra tutti i film di guerra. Quando ancora i film sull’Olocausto non erano una moda commerciale, Klimov ha tradotto il dolore della Bielorussia nella Seconda Guerra Mondiale in un monumento alla memoria fatto di brutalità, stupro e immagini di una potenza inquietante, che riescono ad essere forti e belle allo stesso modo sia quando trattano la violenza della guerra, mostrata con crudi piani sequenza e un realismo spietato fino al grottesco, sia quando la contrastano dipingendo un ritratto di infanzia e innocenza eliminate con l’avvento dei nazisti. Il ritratto crudele dell’eccidio è un’esperienza sempre più disturbante fino a che, sul finale, il sospetto che sia un’opera puramente propagandistica non viene annientato con un montaggio frenetico che mostra un conflitto filosofico: cos’è davvero l’innocenza di fronte alla più grande violenza di tutte, quella che Dio ha imposto all’uomo creando il passare del tempo sui corpi? Incubo lirico di poesia espressionista, è il più orrorifico dei film bellici, il più biblico dei film di formazione, la più carnale delle tragedie.

80 e trenta_011. Nostalghia (1983) ex aequo con Sacrificio (1986) di Andrej Tarkovsky
I due capolavori conclusivi della carriera del più grande regista di ogni tempo sono un cristallizzarsi colorato e onirico del suo scopo principale: creare un cinema più basato sulla poesia che sulla narrazione. C’è riuscito. Nostalghia (nell’inquadratura) è un fluire di versi lenti e distaccati che creano la sensazione della (appunto) nostalgia facendo navigare lentamente l’una verso l’altra inquadrature senza tempo né spazio, collocate in limbi naturalistici o architettonici di pura magia distruttiva il cui apice viene posto dall’autore russo nel monologo commovente di un pazzo profeta che descrive alla perfezione, da un punto di vista sia filosofico che politico, la condizione umana; Sacrificio è anch’esso una poesia metafisica ma tanto più incentrata sull’ideale di un testamento artistico, una sorta di spiegazione a immagini di cosa può essere l’apocalisse da un punto di vista nietzschiano in un mondo in cui viene teorizzato un Dio muto che richiede all’uomo sacrifici estremi, inscenando quindi nella maniera più chiara e drammatica possibile i conflitti interiori e spirituali di cui Tarkovsky ha sempre parlato nella sua carriera, sin da Andrej Rublëv (1966). È la definitiva illustrazione di un cinema fatto d’anima e corpo, di acqua e fuoco, di aria e terra, di grande e piccolo, di uomo e Dio, di natura e architettonica, di poesia e narrazione, di spazi suggestivi e tempi fuori dal tempo, dilatati fino al paradosso sovrannaturale.

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