30 in vetta: i migliori film degli anni 1990

anni-90Continuano le classifiche a decadi. Cos’è il cinema? Cos’era negli anni ’90? Quali sono i film più rappresentativi, innovativi, forse addirittura rivoluzionari e prepotenti per l’evoluzione dell’immagine in questo decennio? Tra gli archi temporali meno fruttuosi e interessanti della storia del cinema, non è comunque carente di capolavori e film di un’importanza cruciale per lo svilupparsi dell’idea di cinema attraveso il tempo. Le regole, come nella precedente classifica, sono solo due: nessun cortometraggio; al massimo un film per regista, tranne che per opere di qualità talmente vicina da necessitare di essere in una posizione unica, ex aequo.

30-21
anni90_3030. Hong Kong Express (1994) di Wong Kar-wai
Wong dà al suo romanticismo una forma e uno stile sperimentali, ipercinetici, con una macchina da presa in continuo movimento, un occhio inarrestabile. Cerebrale viaggio fotografico da esperire per avvicinarsi a capire cosa sono il tempo e l’amore.

anni90_2929. Tabù (1999) di Nagisa Oshima
L’ultimo film di Oshima, il suo testamento, che mischia la tradizione nipponica con l’innovazione, inteso come la modernità nella concezione più bassa dell’uomo, più umana. Ambiguo e misterioso fino alla trionfante conclusione: degnissima opera conclusiva.

anni90_2828. Dead man (1995) di Jim Jarmusch
Western “acido”, film straniante e strano, in stasi, in cui non i valori canonici dei film di John Ford sono sostituiti dall’atmosfera alienante e senza tempo di un lento viaggio mortifero, un frullato artistico: le immagini di Jim Jarmusch, il volto di Johnny Depp, le musiche di Neil Young.

anni90_2727. Le Iene (1992) ex aequo con Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino
Il necessario incontro-scontro tra i primi due film del regista più pulp di sempre: citazionismo, narrazione raffinata, grande quadratezza nella regia all’insegna di un intrattenimento che sguazza nel malvagio e ci tira fuori un grottesco di cui non ci si può non innamorare. Le differenze? Le Iene (nell’inquadratura) è realistico e tragico, Pulp Fiction un esilarante divertissement la cui violenza spesso eccede. Entrambi ugualmente maestosi.

anni90_2626. Naked (1993) di Mike Leigh
Ipnotica commedia nichilista, ma anche dramma psicologico che ritrae in tutta la sua fragilità la classe operaia britannica, il capolavoro di Leigh è brullo e malsano, cupo e anarchico, esistenziale e umano, quasi noir nel suo vulnerabile e cosmico pessimismo.

anni90_2525. I protagonisti (1992) di Robert Altman
Altman non solo dirige e scrive un satirico e affascinante requiem per la più moderna delle concezioni metacinematografiche del corrotto mondo hollywoodiano, ma lo orchestra anche con la cupa eleganza di una sinfonia sul rimorso e la banalità del male in cui niente è risolto e tutto è artificioso.

anni90_2424. Totò che visse due volte (1998) di Daniele Ciprì e Franco Maresco
Pasoliniano e grottesco, eretico e raccapricciante, il desolante capolavoro anarchico della coppia Ciprì e Maresco è il crudele testamento del disgusto corporeo di una società sottoproletaria in sfacelo psicofisico in un inferno-obitorio dalla marmorea e malforme ironia.

anni90_2323. Il seme della follia (1994) di John Carpenter
Un film horror sulla natura artificiosa dell’orrore cinematografico e letterario ma anche sul ruolo divino dell’autore (regista/scrittore). È spaventosissimo non tanto per i momenti (anche ironici) in cui si dà ai canoni dell’horror quanto per i ‘memento’ fatalistici subiti dal protagonista.

anni90_2222. Sombre (1998) di Philippe Grandrieux
Film d’esordio del videoartista francese che, con i suoi estremismi stilistici, parla del non visto e fa subire ai corpi che filma la tragedia umana di essere invisibili negli occhi di un contraddittorio cinema che dovrebbe, innanzitutto, vedere tutto. Sombre è un thriller pervertito, confusionario e ipnotico, più viscerale dei suoi film successivi ma altrettanto affascinante.

anni90_2121. Tre colori: film blu (1993) ex aequo con Tre colori: film rosso (1994) di Krzysztof Kieslowski
Due dei capitoli della trilogia sui colori di Kieslowski, trilogia che poi diventa trilogia sulla rivoluzione francese e sui significati dei colori nella bandiera della Francia: il blu è la libertà, il rosso l’eguaglianza. In Blu la libertà è emozionale e si riduce in una maestosa tragedia sentimentale da esplorare in tutta la sua eleganza, mentre in Rosso (nell’inquadratura) si esaminano legami di fraternità con la bellissima causalità di un quadro astratto, industriale, sanguigno. Tutto avvolto nelle impressionanti musiche di Zbigniew Preisner.

20-11
anni90_2020. Strade perdute (1997) di David Lynch
Secondo capitolo di una teorica tetralogia sul subconscio (composta anche da Eraserhead (1997), Mulholland Drive (2001) e INLAND EMPIRE (2006)), Strade perdute è un thriller freudiano, un giallo paranormale, un horror voyeuristico, un mélo sensuale e una tragedia industriale dalla forte valenza metafilmica: l’uomo non può carpire la realtà se non accetta di essere osservabile (= se non accetta la finzione cinematografica).

anni90_1919. Lo sguardo di Ulisse (1995) di Theodoros Angelopoulos
Virtuosa e teatrale serie di piani sequenza che impressiona e ipnotizza i sensi con la sua sensuale fluidità. Lirica opera che reinterpreta l’Odissea con fare metacinematografico, è un’allegoria politica d’atmosfera che mischia classico e moderno cercando di comprendere l’inafferrabilità del tempo con magico realismo.

anni90_1818. Gummo (1998) di Harmony Korine
L’esordio cinematografico di Korine rispecchia tutto sommato la sua intera carriera: il degrado di una generazione annoiata e autolesionista viene rispecchiato con un ironico realismo irreale che diventa grottesco, surreale, specchio nonsense sia tragico che comico. L’immedesimazione va da sé, e non si sa come.

anni90_1717. Crash (1995) di David Cronenberg
Il più morboso e deprimente dei film di Cronenberg è un’attenta e lenta analisi della relazione tra erotismo, tecnologia e violenza (masochismo). Proprio come una lunga e sofferta pugnalata alle spalle ci mette un po’ a far esperire completamente il suo forte e triste dolore, che finisce per essere tanto fisico quanto sociale, tanto psicologico quanto sessuale.

anni90_1616. The baby of Mâcon (1993) di Peter Greenaway
Mix di mondi artistici: letteratura, teatro, pittura, cinema, realtà. Ma la realtà dove sta? Greenaway cerca il dramma in un sovrapponimento di palchi, scenografie di cartapesta, grida disumane su più piani di realtà. L’indecifrabile oscenità dell’esistenza consiste nella sorte vendicativa di chi l’arte la subisce sulla pelle fuori dall’arte.

anni90_1515. Casinò (1995) di Martin Scorsese
Non è solo un documento sociologico sulla fauna mafiosa nell’epoca del denaro e dell’egoismo. Non è solo una tragica e melodrammatica parabola dell’insulsità umana. È anche il film più estremo di Scorsese, violento, passionale e nevrotico fino ad annullare con drastico coraggio anche le convenzioni della voce narrante.

anni90_1414. The orchestra (1990) di Zbigniew Rybczinski
Usando musica classica (Chopin, Ravel), il regista sperimentale polacco crea un’opera d’arte visionaria in cui tecnologie di schermo verde poco avanzate si intrecciano per creare un effetto di artigianale meraviglia, mentre l’intreccio visuale percorre, tra le altre cose, la storia dell’Unione Sovietica.

anni90_1313. Hana-bi (1997) di Takeshi Kitano
Il film di gangster diventa quadro, il suicidio diventa sovrapposizione ideogrammatica. Un intero genere viene ribaltato quando i canoni del film action à la John Woo vengono storditi dal viscerale antieroismo vendicativo di una figura di culto che trova la bellezza vita e cerca di evitare che venga interrotta dall’irruzione della violenza. E nel finale Kitano si fa poeta universale.

anni90_1212. Palmi (1994) di Artur Aristakisyan
Film di diploma per il moldavo Aristakisyan, Palmi è un documentario che analizza i corpi di barboni, disadattati, malati mentali e invalidi non con pietà ma con amore sconfinato. Riesce ad essere visionario semplicemente mostrando nella maniera più cruda, schietta e amorevole la bellezza del brutto condiviso e «basso» della vita umana nella sua espressione più essenziale.

anni90_1111. Il buco (1999) di Tsai Ming-liang
Il primo vero capolavoro del grandissimo Tsai (dopo comunque opere enormi come Vive l’Amour nel 1994 e Il fiume nel 1997). Musical apocalittico ma comunque dai toni realisti che contiene romanticismo, disperazione, ironia, e uno stile innovativo che trova nel piano sequenza a macchina fissa la propria soluzione più evidente.

10-4
anni90_1010. Fe (1994) di Kanji Nakajima
Un film senza tempo dalla fissità industriale che crea il nulla cosmico dal nulla e dà forma alle osensazioni di un pittore con la leggerezza nostalgica della vita. Il cambiamento sociale, le relazioni con sé stessi, esplosioni contrastanti di bellezza primordiale. Un film giapponese che è un piccolo poema.

anni90_099. Lanterne rosse (1991) di Zhang Yimou
Intenso dramma che scuote le coscienze, mette a nudo relazioni e soluzioni estetiche con la purezza intensa di un film muto e l’eleganza tipicamente cinese dagli estetismi espressivissimi. È l’unico capolavoro di Zhang Yimou, un’allegoria (censuratissima) dell’autoritarismo) lenta nei ritmi ma suadente ed emotiva, esotica, bellissima, toccante. Nella sua semplicità e potenza visuale, è uno dei film più rappresentativi per l’intera storia del cinema del suo paese.

anni90_088. Principessa Mononoke (1997) di Hayao Miyazaki
Il miglior film animato degli anni ’90 è un’epica di cinema puro dalle influenze mitologiche e fantasy, ma che diventa parabola ecologica(/ecologista) degli errori dell’uomo, del suo rapporto con la natura e con l’animale. Dipinto e animato a mano con sottofondi naturalistici che sembrano quadri, Principessa Mononoke è un’ambiziosa favola nipponica dall’immaginazione senza fine, in cui non sono delineati né il bene né il male e la ricchezza dell’avventura, che è sia splatter sia ingenua, sia buddhista che scintoista, non finisce mai di stupire per la sua complessità neanche dopo tante visioni.

anni90_077. Underground (1995) di Emir Kusturica
Circo felliniano di satira sul passaggio del tempo e sulla Storia, follia esilarante e quasi demenziale che mostra il conflitto prima come una battuta e poi come un’apocalisse, parabola cristologica degli orrori del regime jugoslavo attraverso il lapalissiano pessimismo di chi ha vissuto e conosce le tragedie delle guerre. Il microcosmo di un’amicizia fatta prima di condivisioni e poi di tradimenti (come il comunismo nell’Esteuropa, del resto) diventa l’epico macrocosmo del delirante e trionfante dramma iperbolico dell’ingiustizia tra umani. Lirico, comico, angosciante, irresistibile, unico.

anni90_066. Szürkulet (1990) di György Fehèr
Lunghe inquadrature ipnotiche, paesaggi mozzafiato in bianco e nero, forte intensità stilistica. Fehèr racconta la lenta storia di un detective in meno di 50 inquadrature mostrando tra le ombre una storia di misteri intensificata in crescendo scena dopo scena, costruendo un raffinato puzzle fatto di movimenti, e movimento dopo movimento si svela la natura dell’inquietante sogno di base, entrando nelle vene e nell’anima nella melanconia del protagonista, inducendo ad uno stato di trance lo spettatore con un’atmosfera sinistra ed emotivamente fuori controllo.

anni90_055. Madre e figlio (1997) di Aleksandr Sokurov
Lungo dipinto di immagini distorte e commoventi relazioni madre-figlio dal sapore folkloristico e neoclassico, con una sorte di romanticismo espressionista Sokurov mostra un testamento di amore e bellezza visuale senza pari per il cinema russo dimostrando definitivamente di essere il più grande regista russo dalla morte di Tarkovskij. È un sogno universale capace di far piangere dal primo all’ultimo minuto per la propria intensità, ma soprattutto è un capolavoro semplicissimo, comprensibile e d’impatto anche per gli spettatori meno attenti e raffinati.

anni90_044. Apocalisse nel deserto (1992) di Werner Herzog
L’affermazione definitiva del documentario antididascalico. Pur di far passare il contenuto che esprime nei titoli di testa con una citazione di Pascal (che in realtà è di Herzog stesso: «Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione»), il regista cambia il corso dei fatti reali e fa compiere azioni eticamente inaccettabili agli addetti ai pozzi del petrolio in fiamme in Kuwait dopo la guerra del golfo. Uno dei più grandi usi della musica classica nel cinema, con immagini mostruose trasformate in bellissimi quadri dalla forza immaginifica dell’individuo.

3-1
anni90_033. Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick
Con il suo ultimo film Kubrick firma un attestato di cosa deve fare il cinema nel 21esimo secolo: imporre non uno sguardo ma una decostruzione del quando lo sguardo deve imporsi sull’opera. L’occhio dal naturale voyeurismo osserva i corpi che si muovono con fare onirico e sensuale attraverso il nero delle esistenze mascherate e bloccate dalla finzione cinematografica del montaggio. Il rapporto di coppia è a macchina fissa, lo spiare un’orgia è un piano sequenza: bloccarsi sull’immagine è bloccarsi sul relativo e sul visivo della realtà mascherata nella propria fissità, muoversi ed esperire gli estremismi pervertiti della tragedia umana è avventura ed è movimento filmico totalitario. E totalitario è anche proprio il movimento di macchina di Kubrick che mette angoscia e paura con musica minimalista e spazi svuotati da ogni realismo, intensificando la natura complottista dal simbolismo massonico e rendendo le politiche del film contraddittorie fino al mostruoso.

anni90_022. Sátántangó (1994) di Béla Tarr
Epopea del cinema povero, rurale e partigiano, nelle sue spossanti sette ore di durata Sátántangó è il più epico ed epocale dei film sulla vita quotidiana, il più religioso dei film atei, il più fatalista e senza tempo dei film che del tempo parlano e che il tempo dilatano, partendo da unità temporali ristrette (e ripetute allo sfinimento con pragmatica e angosciante precisione). Le atmosfere opprimenti di questo mondo in cui il tragico silenzio della natura si impone sull’uomo regnando sovrano sulla campagna del post-comunismo rendono il film di Tarr un saggio sul vuoto, sulla perdità dell’identità e del contatto con la realtà, sulla concezione post-grecista della società della vergogna e della responsabilità generale trasformando con cinismo il ruolo del profeta che promette prosperità e porta il pallido riflesso svuotato del fantasma del comunismo. Non è un film narrativo ma un poema apocalittico, un requiem antiesistenzialista, un’opera di pessimismo sacrale che analizza il mondo con la sincerità e la lucidità di un vecchio contadino che ha visto tutto, tra orrori e bellezze, e quindi meglio di ogni altro può capire come l’universo funziona.

anni90_011. Sogni (1990) di Akira Kurosawa
La posizione numero 1 va ad un film quasi indescrivibile per la propria bellezza formale sconquassante e che dunque non va neanche illustrato con molte parole ma solo esperito per la propria natura onirica, per la propria bellezza estetica e per la propria maturità artistica. In Sogni c’è tutto: l’uomo, Dio, la natura, la guerra, l’apocalisse, la religione, gli animali. Intimismo, allegorie, tributi ai maestri del passato (Ozu, nell’ultimo episodio dedicato alla vecchiaia e alla morte), del presente (Oshima) e del futuro (Miyazaki), forte occhio all’arte pittorica (esplicitamente Van Gogh, ma anche Monet). È il Capolavoro Assoluto di Kurosawa, uno dei più grandi registi di sempre, la massima dimostrazione della sua visione del mondo e del Cinema.

7isLS
Leggetelo anche su Cinelapsus

Gli scrittori di Dublino

Wilde 1  mod  light

Wilde 3  mod  light

Joyce 1 mod LIGHT

Joyce 3 mod  light

L’Unesco ha nominato Dublino città della letteratura, data l’abbondanza con cui ha dato i natali a scrittori di pregio. Alcuni nomi: Jonathan Swift, Oscar Wilde, George Bernard Shaw, William Butler Yeats, James Joyce. Quest’ultimo è forse il più amato. Evidentemente i dublinesi hanno saputo leggere, sotto i suoi ritratti spietati, il grande amore dello scrittore per la sua città.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Buone maniere in vacanza

vacanzeromane

L’anno scolastico volge alla fine per tutti e anche la nostra scuola di buone maniere va in vacanza. Da qui al primo settembre potrete anche mangiare con le mani e rubare la palla al vicino di ombrellone, basta non dirlo alla maestra. Ma da settembre si ricomincia con le ultime lezioni della nostra scuola, dopo di che ci sarà una bella sorpresa d’autunno.
Per intanto, godetevi le vacanze. Grazie ai bravissimi allievi di questa scuola per tutti i bei pensieri che ci siamo scambiati e grazie anche a chi ci ha letti. Vacanze felici per tutti!

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

I simboli di Dublino

lampione trifoglio_MOD  LIGHT

Guinness 4  _MOD  light

Guinness 2  _MOD  LIGHT

Come Venezia ha la gondola e Parigi la Tour Eiffel come logo e simbolo, così l’Irlanda ha il colore verde, il trifoglio, la pinta di Guinness a rappresentarla nell’immaginazione popolare. Moltiplicate nei ricordini turistici, queste sono immagini banali, ma per qualcuno possono essere simboli veri.

Guinness 1 _ MOD LIGHTjpg

genealogie_MOD light

Il discendente di immigrato irlandese che va a Dublino alla ricerca delle sue radici (e non a caso vi trova molte agenzie che lo aiutano a rintracciare i propri antenati) trarrà godimento autentico da una pinta di birra scura sorseggiata in memoria dei suoi avi.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Vetrina: pavoni

 

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video: Carly Simon,
You’re so vain).

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Lettura

Non fare il pavone guardandoti dappertutto per controllare il tuo aspetto: che le scarpe ti stiano bene, le calze siano a posto e i vestiti cadano a pennello.

(George Washington, Regole di civiltà e comportamento decoroso)

Vetrina

Elena Trabaudi
Nadia pensava di essere da sola; si vede che dentro di sé sognava di far parte del mondo dello spettacolo, o almeno di partecipare a un talent show televisivo. Doveva poi sentirsi bella e fatta bene, beata lei!
Tutto ciò per dire che Alba non doveva spiarla per un minuto intero, per poi farla rimanere male con un “Ma non ti vergogni?” fuori luogo, moralista e antiquato.
Piuttosto c’è da chiedersi come si siano scelte queste due amiche. Di solito non si cerca nell’altra l’opposto di sé; oppure, se lo si cerca, perché magari è funzionale in quel momento per la nostra crescita, ci si guarda bene dallo sgridarla per questo motivo.

 

Rosa
Quando Alba chiede «Ma Nadia, che fai? Non ti vergogni?», Nadia ha la risposta pronta e maliziosamente le risponde: “Ma lo facevo pensando a te…!”.

 

Lodovico Re
Per Nadia non è difficile rispondere ad Alba: “Ooooh, la mia suorina di clausura! Dai, non fare così, adesso ti porto da “Talare fashion” e stasera abbiamo la tua sfilata di moda ecclesiastica!….lì sì che ci divertiamo!”

 

Francesca Taddei
Se sono davvero due amiche non ci saranno certo imbarazzi tra di loro! Alba magari si metterà a ridere vedendo l’amica che ancheggia davanti allo specchio, ma non credo proprio che le dirà di vergognarsi. E di cosa poi? Al limite si sta rendendo ridicola, ma non sta facendo niente di male. Sono due amiche, non le vede nessuno: se anche una si mette a giocare un po’, penso che l’altra non si scandalizzerà.

 

Luciano Madrisotti
Brava Nadia, spiritosa ed autoironica, pronta ad approfittare delle occasioni di piccola teatralità quotidiana, certamente libera e simpatica!   Alba è invece una donnetta, a Milano la si direbbe sciuretta, a Roma sora Cecioni, come l’immensa Franca Valeri ci ha insegnato. Ma sotto sotto cova qualcosa, la sussiegosa Alba sta un minuto a sbirciare Nadia prima di rivelarsi: forse la tenta quel piccolo episodio di autoironia e per un attimo si immedesima nell’amica e immagina di poterla emulare, ma subito il perbenismo prende il sopravvento ed il breve istante di possibile libertà si spegne.

 

Paola
Non rispose.
Il silenzio divenne vuoto intorno a lei.
Ferita, riflettè.
Sentiva solo il battito del suo cuore nella cassa toracica.
Sentì, capì che era stata sfiorata una difficoltà profonda, quella di avvicinarsi in modo dolce al propio corpo ,al pudore, alla sensualità, alla relazione.
Al gioco preparatorio dell’amore.
Spezzò il silenzio.
«Non c’è da vergognarsi, gioca anche tu», disse sorridendo.