Kung Fury

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Possiamo solo serbare eterna gratitudine a 7isLS, il critico cinematografico che regala chicche di conoscenza a chi ha la ventura di conoscerlo.
Tra queste, il meraviglioso, svedese, finanziato con una colletta, di e con David Sandberg, Kung Fury: non solo un omaggio agli anni 1980, una ganzata proprio, con trovate a manetta. Altre info sulla meraviglia qui.
Giudicate un po’ voi (dura una mezz’oretta) senon ci vuole uno sbirro dal futuro per combattere un nemico del passato.

KUNG FURY

30 in vetta: i migliori film degli anni 2000

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Nella carenza di argomenti per un ipotetico nuovo capitolo dei Fili rossi, rubrica di improvvisazione e fisime mentali sulla storia del cinema e della percezione filmica, ho deciso di dedicarmi ad un’attività che Ghezzi ha definito «il sintomo più evidente di una società in sfacelo»: le classifiche.
Pur da fan del lavoro di Ghezzi come critico e (soprattutto) diffusore artistico, non posso che dire che la classifica è un divertissement che allena al ricordo delle differenze proprio nella percezione dell’immagine da un film all’altro: cosa impressiona di più, cosa è più coerente, cosa è più giusto esperire in una visione? Questa è la prima di tante top 30 dedicate allo sviluppo dell’immagine e della loro condivisione filmica attraverso le decadi, andando a ritroso, prima gli anni 2000 poi gli anni ’90 e poi così fino agli anni ’20, con pochissime parole per film: meglio far parlare la visione che il sottoscritto, sperando di stuzzicare curiosità verso film meno noti o riflessioni su quelli più popolari. Le uniche regole sono: un solo film per regista, con eccezioni solo per quei pochi casi di film sullo stesso livello (o quasi), ed esclusi i cortometraggi.

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30 in vetta 3030. Elephant (2003) di Gus Van Sant
Il dramma di Columbine diventa una tragedia umanissima e antididascalica grazie alla resa popolare e commerciale della dilatazione temporale di Béla Tarr attuata da Gus Van Sant.

30 in vetta 2929. Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino
Elegante cocktail di cinefilia western, trionfo citazionista del tarantinismo, trova la tensione in tempi di dialogo lentissimi e teorizza un cinema capace di cambiare il corso degli eventi – essendo quindi parabola crudelissima della natura divina del regista/autore.

30 in vetta 2828. The clone returns home (2008) di Kanji Nakajima
Suggestivissimo film di fantascienza nipponico sul doppio, la ricerca di sé, il ricordo, i rapporti famigliari e l’intimo rapporto uomo/natura. Oggetto misterioso e tarkovskiano, è un’opera di genere di un’onestà tragica disarmante.

30 in vetta 27a27. On Hitler’s highway (2002) di Lech Kowalski
Documentario sulla «autostrada di Hitler» percorsa dal Fürher durante il processo della conquista della Polonia. Kowalski, che rischiò più volte di essere ucciso mentre girava, mostra luoghi vuoti e individui abbrutiti e depersonalizzati nei volti e nelle azioni con sporca lucidità, continuando a filmare di fronte a tutto.

30 in vetta 2626. La polvere del tempo (2008) di Theodoros Angelopoulos
Onirica e lirica opera ultima del più grande dei registi greci, scritta insieme a Tonino Guerra, La polvere del tempo è un commovente ritratto di individualismo artistico, memoria, ipnosi, delicato nelle sue analessi, metafore e allegorie come può solo un grande autore come Angelopoulos.

30 in vetta 2525. Hadewjich (2009) di Bruno Dumont
Dumont prende l’estetica del cinema di matrice cristiana (Robert Bresson, Carl Theodor Dreyer e soprattutto Roberto Rossellini) e ne scardina la base concettuale con un ateismo più commovente che distruttivo. Uno Stromboli (Terra di Dio) (1950) al contrario.

30 in vetta 2424. Millennium Mambo (2001) di Hou Hsiao-hsien
Sensuale, fluido e modernissimo ritratto di un disagio «giovane» ma romantico, il favoloso capolavoro emotivo di Hou Hsiao-hsien è un etereo e sfocato tour de force attraverso un mondo di depressione immateriale sospesa tra il ricordo e il sogno, l’irreale e l’iperrealista.

30 in vetta 2323. Vital (2004) di Shinya Tsukamoto
Questo macabro, morboso e cadaverico film che oscilla tra il romanticismo e l’orrore è una delle opere più carnali, affascinanti e misteriose del grande Tsukamoto che qui con disturbante eleganza trova misteriosa bellezza in una vitalità immaginifica e artificiale che esce brillando da corpi morti e sporchi ospedali.

30 in vetta 2222. Canzoni dal secondo piano (2000) di Roy Andersson
Roy Andersson prende l’apocalisse, la trasforma in un fenomeno sociologico in cui tutti vogliono scappare e i potenti sacrificano i bambini per cercare di evitare la fine, vomitandosi addosso quando si rendono conto di non aver cambiato niente, e crea un film stranamente esilarante nel suo pessimismo programmatico, costruito con inquadrature-vignette ad ampio respiro e con un uso innovativo ed estremo della profondità di campo.

30 in vetta 2121. Encounters at the end of the world (2007) di Werner Herzog
Documentario sull’Antartide dall’esistenzialismo deprimente, è tra i più profondi, angoscianti e atmosferici film di Herzog che qui più che mai nella sua carriera, più che sottolineare la magnificenza delle azioni umane rispetto all’imponenza della natura (o contro di essa), mette in scena e in parole la terribile bellezza del passare del tempo e della paura dell’eternità.

20-19

30 in vetta 20    20. Tropical malady (2004) di Apichatpong Weerasethakul
Il migliore dei film del sommo rappresentante del cinema sperimentale thailandese: storia d’amore tra due uomini che si tramuta in favola sensoriale dai toni spiritualisti, è una meraviglia per gli occhi e per l’anima, un rompicapo riflessivo che rapisce gli occhi ed esalta la mente con i suoi onirismi trascendentali.

30 in vetta 1919. Non è un paese per vecchi (2007) di Joel e Ethan Coen
È probabilmente il miglior film in assoluto ad aver vinto l’Oscar per il miglior film. Questo popolarissimo thriller dai toni western è un impeccabile ritratto dell’insensatezza dell’esistenza e della sua casualità che costruisce la tensione con silenzi mortali e violenza efferata mai gratuita, oltre che con un umorismo che non è solo macabro ma anche tremendamente inattuale nei suoi grotteschi pessimisti, alienanti e fuori dal mondo.

30 in vetta 18 18. Niente da nascondere (2005) di Michael Haneke
Più che sul voyeurismo, il thriller senza soluzione di Haneke è sulla paranoia e sulla paura di essere visti, sull’attore/personaggio che diventa spettatore della sua stessa vita spaventato dalla presenza di altri spettatori. La stessa esistenza dello spettatore sembra quasi essere un trauma. Il tutto si riduce ad un’umana tragedia inspiegabile e irrisolvibile.

30 in vetta 17 17. The temptation of St. Tony (2009) di Veiko Ounpuu
Brulla accozzaglia di generi (dramma, fantasy, horror, fantastico anche commedia satirica) che cita esplicitamente Lynch, Tarkovskij, Bergman, Buñuel, Antonioni, i Lumiére, Greenaway e Carax in egual misura, non è meno bizzarro del più umile e rivoluzionario dei sogni né meno crudele del più alienante degli incubi. Senza dubbio è confuso, ma stilisticamente è tra le cose più impressionanti e genuinamente strane di sempre.

30 in vetta 16 16. Oldboy (2003) di Park Chan-wook
Il film per neo-cinefili giovani e intarantinati per eccellenza: quanto può la brutale e geniale poetica del più potente e drammatico tra i film della trilogia della vendetta del coreano Park Chan-wook contro il cinema più pop? Tanto: tra riferimenti a fumetti (e da un fumetto è tratto), al cinema d’azione di Hong Kong o all’arthouse europeo e alle tragedie di Sofocle, è una visione doverosissima, un esempio illustrissimo di grande stile al servizio di una grande trama (con un grande finale).

30 in vetta 15 15. Yi Yi: a one and a two (2000) di Edward Yang
È difficile spiegarlo se non con pochissimi aggettivi che da soli possano esplicarne la commovente semplicità: delicato, commovente, intimista. La vita di tutti i giorni di tre generazioni mostrata con umorismo e dramma. Sembra niente di nuovo, eppure…

30 in vetta 14 14. United red army (2007) di Koji Wakamatsu
Dramma storico. Thriller psicologico. Horror politico. Una setta di terroristi rivoluzionari giapponesi negli anni ’70 diventa protagonista di tre ore che oscillano tra il documentario e il film di finzione con lucido nichilismo, approfondendo il senso del violento che Wakamatsu indaga da sempre, insieme al suo spirito sinistrorso e insurrezionista.

30 in vetta 13 13. Che ora è laggiù? (2001) di Tsai Ming-Liang
Lo stile del grandissimo Tsai Ming-Liang è finalmente consolidato: non c’è un’inquadratura che non sia perfetta, un personaggio che non sia romantico, un momento di silenzio che dia la sensazione effettiva di un punto morto. Questo lungo e sentimentale tributo a Truffaut è una storia d’amore sensazionale che ha come spunti principali la distanza, il passaggio del tempo, il fluire dei liquidi (lacrime, urina e -implicito- sangue) e il lutto paterno.

30 in vetta 1212. Vita nuova (2002) di Philippe Grandrieux
Film erotico e sperimentale che scuote le coscienze, confonde i sensi e mostra cose che non si riescono a vedere, a percepire e a esperire in maniera chiara, grazie ad effetti come sfocature e scene in negativo. Vi è un senso della tensione (e del sesso) molto lynchano, un approccio musicale stile french extremity (Gaspar Noé) e un voyeurismo a volte morboso e a volte romantico, inspiegato, incoerente considerata la visibilità delle stesse inquadrature.

30 in vetta 11 11. Il petroliere (2007) di Paul Thomas Anderson
Mastodontica opera di approfondimento psicosociologico, Il petroliere è il film con cui Anderson ha abbandonato lo status di genio diventando ufficialmente un grande autore, che come Kubrick riesce a descrivere in maniera sia fotografica che musicale grandi personaggi e grandi conflitti interiori (e religiosi) con una cadenza silenziosa, atmosferica e drammaticissima.

10-4

30 in vetta 1010. Enter the void (2009) di Gaspar Noè
Un’esperienza lisergica e folle che confina con la pornografia e con il viaggio allucinogeno. Estremizzando le conseguenze stilistiche di Irreversible (2002) con eterni piani sequenza usati con la tecnica del punto di vista, il film è un’alienante visione spiritualista in cui ogni significato intrinseco perde senso e sensibilità: l’immagine va solo esperita nella sua bellezza artificiale, nella sua luce al neon, nel suo valore individuale e tragicamente emotivo.

30 in vetta 099. Arca russa (2002) di Aleksandr Sokurov
Noto universalmente come «il film girato interamente in un unico piano sequenza», il capolavoro del più grande erede di Tarkovskij non solo è tra gli esperimenti prettamente visuali più estremi e affascinanti di sempre (per pianificazione e costruzione visiva completa), ma è anche un viaggio ricco e maestoso attraverso la storia e l’arte russa, attraverso il tempo e la sua concezione negli occhi dello spettatore cinematografico e dello spettatore della storia dell’Europa e delle politiche che hanno fatto la sua gloria e/o l’hanno corrosa.

30 in vetta 08 8. Heremias (2006) di Lav Diaz
9 ore di film catastrofico nel senso della catastrofe del genere umano, del passaggio del tempo e del Dio che non comprende le urla di disperazione di chi cerca la giustizia divina e soprattutto la pietà e l’amore di chi può comprendere dolori e sofferenze. Estremo e lento, è privo di ogni sorta di speranza e nel silenzio della natura contrapposto al caos degli inetti (un piano sequenza in soggettiva di un’ora che mostra semplicemente giovani tossicodipendenti che spaccano un edificio abbandonato pianificando stupri) ha la spiegazione del suo nichilismo antispiritualista.

30 in vetta 077. La città incantata (2001) di Hayao Miyazaki
Tra i più maturi e celebri film d’animazione di tutti i tempi, questa novella Alice nel paese delle meraviglie è non solo un film sulla crescita, ma anche un film sul passaggio attraverso i sette peccati capitali, la terrificante tentazione dei peccati religiosi, lo scintoismo, e il tramutamento traumatico della realtà dalla favola all’orrore. È talmente bello ed emozionante a livello viscerale che, come altri film prima e dopo in questa classifica, non richiede molto da spiegare a parole.

30 in vetta 066. As I was moving ahead ocasionally I saw brief glimpses of beauty (2000) di Jonas Mekas
Inno alla vita di cinque ore dallo sperimentalismo commovente, è un film sul nulla che non racconta nulla (se non una quotidianità ipercinetica ma apparentemente noiosa in cui non c’è nessun conflitto) e che mostra l’innocenza del cinema di fronte allo sguardo dinamico, individualista e rivoluzionario del grande Mekas, collega americano-lituano di Brakhage e Warhol, qui al suo capolavoro massimo.

30 in vetta 055. Mulholland Drive (2001) ex aequo con INLAND EMPIRE (2006) di David Lynch
Lynch teorizza in due maniere, entrambe definitive e mastodontiche, un mondo onirico in cui si intrecciano cinema e onirico: nel primo, la tragedia sensuale del fallimento dell’essere umano diventa reale nel momento in cui abbandona il filtro del sogno utopistico (ma non perfetto) e del film hollywoodiano; nel secondo (nell’inquadratura), l’umiltà distorta del digitale trasforma il più frammentario e incomprensibile degli incubi in un viaggio tra realtà parallele divise da porte che non sono altro che bruciature di sigaretta, ovvero passaggi da una bobina all’altra.

30 in vetta 044. Crude oil (2008) di Wang Bing
Con la sua insostenibile durata di 14 ore e filmato inizialmente come installazione da museo, il documentario di Wang Bing sui pozzi di petrolio cinesi più che documentare didascalicamente una condizione sociale (come il regista ha fatto nel quasi altrettanto bello Tie Xi Qu: west of the tracks del 2003) crea una situazione di immedesimazione dello spettatore con un tempo invece che con un personaggio o con una serie di personaggi, dilatando e rendendo sempre più spossanti i ritmi di lavoro (e le pause e i sonni) dei personaggi fino a trasformare la fine della visione in un a sorta di liberazione dall’angoscia della vita lavorativa, osservata dall’occhio luccicante di una luna passiva e divina lontana dall’uomo e dalle sue fatiche.

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30 in vetta 03 3. Love Exposure (2008) di Sion Sono
Commedia surrealista/demenziale, dramma psicologico a sfondo religioso, tragedia sessuofila, film d’azione da toni splatter, mélo giovanile dal forte impatto emotivo, compendìo pop delle più assurde caratteristiche della cultura giapponese: Love Exposure è tutto questo e molto altro. Nell’epica delle sue quattro ore scarse, risulta una delle più solenni esperienze filmiche con il suo continuo cambio di generi, che passa dalla satirica ed esilarante descrizione dei ritmi di una famiglia cristiana in crisi alla conquista melodrammatica dell’amore su ogni conflitto di ogni tipo. Primo capitolo di una trilogia dell’odio che il grande Sono ha composto con Cold Fish (2010) e Guilty of romance (2011), entrambi solo drammaticissimi e non all’altezza contenutistica del predecessore, vero, compattissimo insieme di estetiche e contenuti di tutti i tipi di cinema.

30 in vetta 02 2. Le armonie di Werckmeister (2000) di Béla Tarr
Poetica riflessione sul totalitarismo mostrata attraverso viaggi pittorici nello sporco bianco e nero di un’Ungheria distrutta da una catastrofe immateriale (una morte sociologica dell’umiltà umana e dell’armonia tra gli uomini, del mondo maoista che Tarr ha sempre studiato e approfondito) annunciata dalla presenza di un corpo di balena, un Leviatano cadaverico portato in piazza da un circo guidato da un principe slavo. Il caos porta alla distruzione, al disamore, e al poetico e deleterio scavo nelle differenze tra gli uomini, nella discordia tra i sani e i malati, i ricchi (praticamente assenti) e i poveri, i puliti e gli sporchi, i felici e i mostri. È una vera e propria bruciante poesia rivoluzionaria di comunismo pessimista che riprende i simbolismi della filosofia assolutista e vi costruisce sopra un piccolo, etereo saggio in cui i tempi sono dilatati all’inverosimile.

30 in vetta 011. Un posto sulla terra (2001) di Artur Aristakisyan
Indescrivibili l’onestà e l’intensità del film che il moldavo Aristakisyan ha fatto basandosi sulle esperienze personali in comuni hippy. Il “tempio dell’amore” dove la pietà, il dolore e l’amore sono portati alle estreme conseguenze e condivisi da tutti è uno dei film più politicamente tragici ed emozionanti di sempre, un’opera clamorosa sull’impossibilità dell’amore collettivo e sulla bellezza del brutto (o sulla bruttezza del bello). Anche questo è un film poco spiegabile in cui semplicemente bisogna fluire nell’immagine, avvicinarsi ai personaggi (e all’autore e al mondo e al tempo che descrive) fino a diventare uno dei membri della comune, soffrendo con loro ma innamorandosi di loro allo stesso tempo.

7isLS

Il pavone

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. L’immagine proviene da un articolo intitolato
Gli abiti da sposa più brutti di sempre).

Carla Muschio
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Nadia e Alba stanno facendo compere insieme. Alba ha trovato una gonna graziosa e la sta provando in un camerino. Nadia, che si annoia aspettando di vedere come sta la gonna all’amica, alza gli occhi scorgendo uno specchio davanti a sé. Sapendosi sola nella stanza, Nadia prende a giocare con il suo aspetto. Si mette di profilo, fa una smorfia, solleva il sedere, muove due passi ancheggiando. Abbassa il davanti della camicetta per far risaltare meglio il petto, solleva i seni con le mani…
«Ma Nadia, che fai? Non ti vergogni?».
Alba era uscita dal camerino per mostrare la gonna e da un minuto stava osservando la vanitosa amica che, dimentica di tutto, si pavoneggiava davanti allo specchio.

 

Dublino: murali e segnali

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Dublino è una città antica, ma anche moderna. Come tutte le grandi città occidentali ha una popolazione giovanile, spesso multietnica, che si appropria dello spazio urbano colorandone i muri.
(Nella scritta, più o meno: «Non siamo qui per prendere parte. Siamo qui per prendere il comando»).

Carla Muschio
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Vetrina: gentiluomini veri

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video:
Gentleman di Psy).

Carla Muschio
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Lettura

Un vero gentiluomo deve avere riguardo per i diritti e i sentimenti degli altri, anche nelle cose da poco. Rispetta l’individualità degli altri, come vuole che gli altri rispettino la sua. In società è tranquillo, accomodante, discreto, non si dà arie, non dà ad intendere con parole od opere che si considera superiore, o più saggio, o più ricco degli altri. Non si vanta mai dei suoi successi né costringe gli altri a complimentarsi con lui tramite una falsa modestia su ciò che ha realizzato. Si distingue soprattutto per intuizione e empatia; è rapido nel percepire e gestire quelle piccole cose, apparentemente insignificanti, che possono causare agli altri gioia o dolore. Nell’esprimere la sua opinione non è dogmatico; ascolta gli altri con pazienza e rispetto e, se è costretto a dissentire da loro, ammette di poter sbagliare ed espone le sue vedute senza offendere chi lo ascolta. È franco e cordiale nelle relazioni; per quanto lui possa essere elevato, anche la persona più umile è a suo agio in sua presenza.

(tradotto da John H. Young, Our Deportment or the Manners, Conduct,
and Dress of the Most Refined Society
, Harrisburg e Chicago 1881, p. 23)

Vetrina

Elena Trabaudi
E’ difficile definire il vero gentiluomo. Ci si accontenterebbe di una persona educata, che non ti faccia rimanere male con una battuta sarcastica, che non ti faccia soffrire quando sei più fragile, che ti soccorra nella tristezza invece di metterti il muso. Non so se esista in natura una specie simile; caso mai avvertitemi!

 

Paola
Aperto, positivo e giusto nell’animo, manifesta questo suo sentire con gentilezza.
Cammina attento e delicato nel mondo.
Non abbraccia mode, ha una sua identità e non la impone.
Può sembrare anonimo e passivo ma… una gentildonna lo riconoscerà.

 

Luciano Madrisotti
Impresa disperata quella di definire il gentiluomo contemporaneo! Anche perché se ne è persa la memoria e in definitiva non era così importante. Ma è un peccato! Inoltre la descrizione delle caratteristiche esclude i rapporti stretti tra persone, famigliari, amorosi o d’altro genere, per i quali vanno fatte ben diverse considerazioni.  In ordine sparso, se ancora esiste, il vero gentiluomo parla a bassa voce, non racconta barzellette, è mediamente colto ed informato, ironico ma accogliente verso gli altri, dai quali non cerca complicità sportive, politiche o di altro tipo. Con una signora è cortese ma non affettato, se la va a prendere in auto sotto casa scende al suo arrivo, apre le porte, cede il passo ma la precede all’ingresso di un locale pubblico, scosta la sedia a tavola, la serve per quanto è necessario, conversa con lei se le è seduto vicino, ascoltandola e accettando i suoi temi di conversazione, l’aiuta ad indossare cappotto o pelliccia all’uscita, per strada le cammina a lato dalla parte esterna del marciapiede, se l’accompagna in auto a casa scende ed attende che abbia aperto la porta, non si addentra in pettegolezzi  ma sa sostenere una conversazione spiritosa, veste in modo adatto per ogni circostanza, quindi non andrà in jeans ad un pranzo formale o all’opera, né con abito nero ad un incontro pomeridiano. Insomma ve ne sarebbero tante altre di regole ma forse de hoc satis, anche perché si parla di archeologia e dai più si dirà, come nel quesito proposto, che basta essere spontanei e naturali senza tutte queste ipocrisie!

 

Lodovico Re
Come si caratterizza un vero gentiluomo? Si potrebbe pensare di declinare al maschile la vecchia barzelletta, normalmente al femminile, dove lui incontra una signora e le domanda: “Scusi, Lei è gentildonna?”. E quella di rimando: “Cazzo, non si vede?”.

 

Francesca Taddei
Credo che ognuno intenda una cosa diversa con questo termine, e sicuramente il profilo del perfetto gentiluomo è cambiato molto da un’epoca all’altra. Se dovessi dare una definizione adatta a ogni tempo, direi che il gentiluomo è una persona educata e gentile, che non scade mai nell’affettazione; sicura di sé senza mai mostrarsi superiore; a proprio agio in ogni circostanza e in ogni ambiente; mai ridicola, mai arrogante, mai sopra le righe. Sono creature rare, va detto.

 

Mariagrazia
Educato e sicuro di sé, sa stare con tutti: sia con chi  è socialmente più importante di lui sia con chi lo è di meno, senza atteggiarsi diverso da quello che è. Ascolta con interesse le persone più istruite e non fa il superiore con chi non lo è. Cortese con tutti, partecipa con misura alle discussioni senza alterarsi e senza usare un frasario pesante. Con le signore, poi, è gentile e cavaliere con tutte: belle, brutte, giovani ed anziane. Ce ne sono ancora nella nostra attuale società? Forse dovremmo affidarci ad un moderno Diogene che andasse alla ricerca del gentil…uomo.

Il vero gentiluomo

ufficialegentiluomo

Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nell’immagine, un fotogramma da
Ufficiale e gentiluomo).

Carla Muschio
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Un gruppo di amici sta conversando attorno a una bottiglia di vino. Si parla di un comune conoscente, Lino. Uno dei convenuti osserva:
«Ecco, Lino per me è un esempio di perfetto gentiluomo».
Un altro replica:
«Che paroloni! Tutto sta poi in cosa si intende per gentiluomo. Lino, ad esempio, per me è troppo formale, poco spontaneo. Sarà anche un vero gentiluomo, ma io preferisco persone più semplici e più schiette».
Già, ma come si caratterizza il vero gentiluomo?

Dublino: case popolari

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Pur con tutta la sua monumentalità, segno della presenza di una classe agiata in tutte le epoche, Dublino è stata una città di grande povertà. Solo dopo l’ingresso della repubblica d’Irlanda nella Comunità Europea e nell’euro il paese ha vista attenuarsi il disagio sociale.

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L’architettura delle case popolari riflette la storia del paese, con la modestia di certe costruzioni, ma riflette anche l’impegno sociale della città. Lo si vede nel grande complesso in mattoni rossi che ho fotografato, case popolari ariose e dignitose che oggi, ci scommetto, saranno state rilevate da professionisti in carriera.

Carla Muschio
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Vetrina: ascoltare con pazienza

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video, gli Inxs con
Listen like thieves, Ascoltando come ladri).

Carla Muschio
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Lettura

Bisogna coltivare con cura l’abitudine di ascoltare con interesse e attenzione. Anche se chi parla è noioso e prolisso, la persona beneducata si mostrerà interessata e ogni tanto farà un’osservazione che mostri che ha ascoltato e capito tutto ciò che è stato detto. Certe persone superficiali lo considerano ipocrita, ma se anche lo è, si tratta di una lodevole ipocrisia, basata sulla regola delle buone maniere che ci impone di mostrare agli altri la stessa cortesia che speriamo di ricevere noi stessi. Dobbiamo tenere a freno i nostri impulsi, nascondere la nostra disapprovazione e anche modificare i nostri gusti se questi possono causare dolore o offesa ad altri. La persona che si allontana manifestando disgusto quando un altro gli parla compie un atto non solo maleducato, ma addirittura crudele.

(tradotto da John H. Young, Our Deportment or the Manners, Conduct,
and Dress of the Most Refined Society
, Harrisburg e Chicago 1881, p. 88)

Vetrina

Paola
«Ma nonna, questo è essere ipocriti», ribatte Stefania orgogliosa di poter offendere con un argomento «alto».
«Ascoltami… ma con il cuore… questa è mediazione, saper dare e saper ricevere… pensaci».
«Beh, visto che parliamo di cuore… mediazione… cosa faresti tu con questo mio… beh diciamo amico… sai mi vuol vedere ma io…»
Del piccolo non si hanno notizie, ma lo si è visto allontanarsi in direzione frigorifero con il luccichio negli occhi…

 

Elena Trabaudi
È vero: la regola generale della buona educazione dice di ascoltare con pazienza qualunque discorso, anche se già sentito altre trenta volte. Ma questo si applica tutt’al più “in società”, quando i rapporti sono formali e improntati al galateo; niente a che vedere con lo spirito che intercorre nelle relazioni familiari, a maggior ragione poi tra una nipote quattordicenne e la propria nonna!
La quale nonna oltretutto le ripete il vecchio adagio “così non troverai mai un fidanzato”, e con questa affermazione denota di non essersi accorta che nel frattempo, tra la sua giovinezza e il mondo attuale, è passato il femminismo, che ha cancellato d’un colpo il destino obbligato della donna in quanto sposa e madre. Quindi la nipote continui pure a essere se stessa e, quando sarà più grande, stia attenta a scegliersi un fidanzato che la meriti!

 

Luciano Madrisotti
Tutti abbiamo avuto nonne prozie e poi mamme dedite alla affabulazione ripetitiva peraltro ineliminabile come la deriva dei continenti! Forse si possono solo auspicare piccoli interventi sintomatici da parte di padri o madri dei fanciulli, ad esempio suggerendo scherzosamente alle anziane congiunte di variare talvolta i contenuti della narrazione ed ai figlioletti di essere più tolleranti. Ma è impresa disperata e certo la giovanetta in piena rivolta adolescenziale non muterà atteggiamento verso la nonna. Egidio invece pare più mansueto, forse perché di natura differente. Nel caso in esame ci sono però elementi che avrebbero offerto una svolta migliore alla vicenda. Ad esempio la nonna, se non fosse così stizzosa e formalista, poteva afferrare l’apertura al dialogo di Stefania, che nega essere vere le cose narrate, per condurla a parlare dei luoghi e del mondo lontano in cui si era trovata, magari narrando di feste e principesse. Invece replica che per educazione si deve ascoltare quanto ci viene narrato. E quindi non c’è speranza!

 

Francesca Taddei
Temo che in questo modo la nonna si sia giocata definitivamente qualunque speranza di ricevere ulteriori visite della nipote!
Con gli adolescenti basta niente per risultare pallosi; figurarsi cosa può succedere se ci si mette a dare lezioni di bon ton in società, o indicazioni non richieste (e pure un po’ datate) sul modo migliore di trovare un fidanzato!
Mi sa che le conviene cambiare strategia, prima che anche il fratellino raggiunga l’età per contestare i suoi modi così rétro.

 

Lodovico Re
La nonna riattacca ancora una volta con il racconto di Montecarlo e il Casinò….Stefania la interrompe sul nascere e a sorpresa le dice che stavolta la storia gliela vuol ripetere lei stessa. Ed in men che non si dica, tutta d’un fiato, snocciola la storia di quella volta che la nonna da ragazza e la sua amica si erano messe in viaggio verso Montecarlo, in roulotte, ma si erano fermate prima in un posto che chiamavano “casìno” e che lì era successo di tutto e di più: un grande spasso tanto che ancora oggi lo riraccontano sempre.

 

Mariagrazia
Fin da piccoli si deve imparare la cortesia perché richiede tempo. A tutti noi è senz’altro capitato di trovarci in compagnia di amici in un salotto od intorno ad un tavolo durante una cena e sentire annunciare da un amico: «Vi racconto una barzelletta». Tutti in silenzio in attesa e quando la storiella inizia ci rendiamo conto di conoscerla già. Con un sorriso ci proponiamo comunque di ascoltarla, quando si alza una voce: «Io la conosco già». …il gelo! Perché togliere la soddisfazione all’ amico di rallegrare ulteriormente la serata? Perché al poverino nessuno ha insegnato quante sfaccettature abbia la cortesia.

Ascoltare pazientemente

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire
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Carla Muschio
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La nonna sta raccontando per l’ennesima volta ai nipoti di quella volta che, a Montecarlo, aveva vinto un milione alla roulette.
Egidio, il piccolo, ascolta con interesse, per lui è una storia ancora nuova. Invece Stefania, che ha quattordici anni e preferirebbe essere con i suo amici, invece che in visita dalla nonna, sbotta:
«Ma nonna! L’hai già raccontato mille volte. E per me non è neanche vero».
La nonna si risente.
«Che sgarbata che sei, Stefania! Se fai così anche con gli altri, non lo troverai mai un fidanzato tu, cara. Ricordati che la prima regola in società è di ascoltare pazientemente quello che si racconta, anche se non te ne importa un fico secco».

Dublino: l’edilizia monumentale

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Merrion Square 2 MOD light

Merrion Square 3 MOD light

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Dublino è senza dubbio una città in cui il carico di storia è ben visibile, espresso dalle sue architetture. Si trovano monumenti imponenti quali quello della Bank of Ireland, elaborati edifici vittoriani e anche sofisticate dimore signorili del XVIII e XIX secolo. A volte si trova una via o una piazza, come Merrion Square e Fitzwilliam Square, dove le case sono state costruite con un progetto unico, il che, moltiplicando le forme, fa di esse un complesso architettonico particolarmente felice. Si osservino le porte di casa dai colori brillanti, un tratto tipico di Dublino, e i nettapiedi per togliersi il fango dalle scarpe sui terrazzini d’ingresso.

Carla Muschio
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