Fili rossi #15

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Con Atlas Antoine d’Agata crea un cinema di immedesimazione corporea: degradante, carnale fino all’ultimo, terrificante nel come mette lo spettatore a fianco di esseri umani distrutti dalle droghe (eroina) in un contesto di poesia apocalittica, disagio psicologico interiore, una guerra di qualche sorta. Non è un film che si spiega: si soffre, cicatrizza, condividendo con lo spettatore un dolore umano vero scandito da immagini di matrice vagamente fotografica (il regista è un fotografo della Magnum). La claustrofobia mortifera del film ha la cadenza di un requiem per il genere umano, privo di speranza ma pieno di un combattimento interiore celato tra le staticità dei corpi, inermi di fronte ad un qualcosa di più grande, di irrespirabile, di privo di tempo / concezione di tempo.
In questa serie di agonie umaniste e poetiche, quel che più inquieta è la corporeità essenziale di tutte queste figure statuarie in controluce, alienanti e spingenti all’immedesimazione, da contemplare fino a sentirle più vicine del dovuto. E allora negli occhi dello spettatore distrutto, disilluso brilla una qualche viscida e sudaticcia fonte di amore e vitalità nei confronti del soggetto che la macchina da presa inquadra senza pietà. Ed è interessante pensare a come possa cambiare lo sguardo dei grandi registi di fronte al dovere di inquadrare corpi nudi in atti più o meno degradanti, in senso sia sessuale sia no…
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In uno dei suoi film più noti internazionalmente, Il gusto dell’anguria (2005), il regista taiwanese Tsai Ming-Liang crea romanticismo malato a partire dalla malinconia muta del rapporto tra un porno attore e una ragazza che ha visto una volta sola tanti anni prima – ma con la quale c’è amore reciproco, come si sa grazie a Che ora è laggiù? (2001) di cui il film è un poco convenzionale seguito. Si scambiano pochissime parole, mentre parecchi intermezzi da musical apparentemente fuori contesto rendono grottesca la storia d’amore, fino a rendere l’universo in cui si svolge un ambiente parodistico, finto.
Tsai è asettico con i suoi personaggi: li inquadra da lontano e li fa piombare, tranne che nelle scene musicali, in un alienante e gelido silenzio. A rendere ancora più cupo e triste il rapporto tra Tsai e le sue marionette, v’è il leitmotiv della bottiglia di plastica, elemento scenografico che ha del ridicolo ma che intensifica sia la «sete» di lei come bisogno di sfogo sessuale sia, per lui, la «finzione» inemozionale dell’atto sessuale attraverso la plastica. La conclusione è una lunga, statica, asettica scena di fellatio, primo atto sessuale o intimo tra i due, che dopo tanti tira e molla sentimentali privi di fisicità e tante scene sessuali prive di emozioni risulta quasi come un atto di enorme romanticismo, trasformando la carnalità in puro sentimento.

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Quando gli chiesero da dove venne l’ispirazione per Possession (1981), il polacco Andrzej Zulawski disse che era tutta la storia del suo divorzio, vera dal primo all’ultimo, «compreso il mostro» Il mostro sarebbe la creatura lovecraftiana del Dio/Diavolo che, in varie forme, ha il ruolo dell’amante del personaggio di Isabelle Adjani, moglie infedele e schizofrenica del protagonista Sam Neill, alterego del regista: Dio/Diavolo che per ammissione del protagonista è una lebbra, un cancro da estirpare e che alla fine sembra eliminabile solo tramite un’apocalisse in cui vengono incrociati gli ego (s)dopp(iat)i della coppia, in un crescendo suicida d’angoscia e violenza.
Se D’Agata rende il corpo cadaverico uno specchio per la spossante immedesimazione con la (sua) degradante realtà e Tsai rende romantico l’atto sessuale nonostante la sua asetticità, Zulawski mette in scena atti sessuali talmente repellenti e stomachevoli (un amplesso tra la Adjani ed un essere tentacolare; sempre la Adjani violentata in un sottopassaggio da un essere immateriale) che il fatto che lui li consideri personali, vicini ad un’esperienza reale, li approssima più a un’ipotetica, schizofrenica realtà che all’(h)orrore surreale mostrato. È come se l’atea empatia dell’onestà dell’autore riuscisse a trasformare una cronaca stomachevole nel più deprimente (e comunque violento) degli amori non corrisposti.

(continua)

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Kim Ki-duk è un altro grande autore che considera necessario il sesso per far vivere il suo cinema. Più che altro in Moebius (2013) ha esagerato fino a rendere la componente sessuale l’unica del suo cinema: non c’è psicologia ma solo tragedia umana contemplata attraverso una unilaterale lettura freudiana dell’organo sessuale come oggetto di virilità, del dolore come piacere alternativo, della madre come padre e del padre senza pene come madre (creando al contrario il complesso di Edipo). Il mutismo di Kim non è come il mutismo di Tsai: non si risolve in un asetticismo freddo come spiegazione delle relazioni umane sia a livello fisico/sessuale sia a livello emotivo, è un modo gratuito per creare un silenzio costruito, programmatico e manieristico. I più grandi rischi nell’avvicinarsi alla materia sessuale e alle potenzialità corporee nel cinema sono l’incontro con la pornografia fine a sé stessa e con la provocazione spicciola: Kim centra in pieno la seconda.

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Il messicano Carlos Reygadas, con Battaglia nel cielo (2005), ha esagerato abbastanza da avvicinarsi ad entrambi i rischi, evitandoli in pieno per un semplice motivo: è Carlos Reygadas, l’autore chiave del 21esimo secolo, e riesce sempre a salvare la baracca con le sue visioni inintelligibili e il suo suggestivo senso estetico. È provocatorio ma privo di erotismo, asettico ma intenso, capace di spaventare o anche di testare la pazienza o la mente di spettatori medi e non, a volte frustrante nella sua stranezza, simbolico da un punto di vista sia religioso sia politico fino a trovare nella critica e nel brutto la chiave per scavare nell’anima. Tuttavia, proprio per i gravi rischi che corre, Battaglia nel cielo è probabilmente il suo film inferiore, e bisogna lasciar spazio, nei grandi autori, a cose più grosse, come Post tenebras lux (2012) per esempio, che nei suoi deliri difficilmente comprensibili mette una scena di sesso fuori contesto, e proprio grazie ad essa sviluppa i personaggi misteriosi della pellicola, entrando ancora di più in quell’animo collettivo che vuole delineare.

(continua)

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La corrente della french extremity («estremità francese»: cinema violento di vario genere scaturito dalla scena francese in un periodo di magra negli anni ’90) corre anch’essa questi rischi e il suo più celebre esponente, Irréversible (2002) di Gaspar Noè, autore controverso che dice di rifarsi al cinema di Scorsese, Kubrick e Kargl, ne è un esempio lampante. E’ narrativamente strutturato come Memento (2000) di Christopher Nolan, ovvero con una trama che va all’incontrario svelando lentamente l’origine e le cause degli eventi che accadono nelle primissime sequenze, che vedono due uomini entrare in un bar gay alla ricerca di uno stupratore e finiscono per spaccare la testa con un estintore ad un uomo aggressivo ma innocente. Incentrato sul concetto di piacere, con due scene di sesso (una di amore e una di stupro), è un film dalla sessualità gratuitissima che non dice niente se non che le azioni hanno conseguenze a volte inintercettabili nell’immediato e che il tempo distrugge tutto, come dice l’abusatissimo strillo del film. La regia di Noè è anche affascinante a tratti, ma tutto si perde nei meandri di un giochino scemo e inconsistente: Enter the void (2009) è tutt’altra cosa.

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Le cose van ben diversamente con Philippe Grandrieux, sia nel suo bellissimo e illuminante film d’esordio, Sombre (1998), sia nell’ancora più bello Vita nuova (2002), esempio lampante di cinema del non visto. In entrambi i capolavori, il sesso è morboso, mostrato anche nel particolare, con occhio voyeuristico o pornografico (soprattutto in Vita nuova), ma la sensazione è quella che non sia necessario capire né vedere bensì farsi trascinare nell’alienante e confusa (ir)realtà immaginifica che si ricava dallo scorrere delle inquadrature, con schizofrenia, ipnotici lirismi onirici e allegoriche follie che escono dalla trama per entrare nel reame di un trascendentale misterioso in cui il linguaggio narrativo smette di avere senso. Ma per Grandrieux il corpo è essenziale: la prostituzione (ovvero l’unione tra il corpo, la cosa più vecchia e primitiva che l’uomo può possedere, e l’economia, il costrutto umano più imponente e riconosciuto) è il principale fulcro narrativo di Vita nuova, e le molteplici scene di sesso o violenza non fanno che confermare come la pelle, la carne, il muoversi degli organi diano poco spazio all’immagine, all’ampio respiro che un’inquadratura può avere.
Basti la lunga sequenza in negativo di Vita nuova: nulla si riconosce se non figure umane di dubbia composizione, la narrazione si perde nell’immagine scomposta e disturbante (e misteriosa e angosciante) dell’assenza specifica dell’immagine stessa. Cosa rimane: un imperscrutabile ritratto di una realtà claustrofobica, chiusa e ovattata, incentrata sull’angosciante sesso/(dis)amore di un mondo corrotto, fisico e violento in cui niente è veramente visibile, niente è veramente comprensibile e l’unica cosa che rimane è forse l’impressione vaga lasciata da questo fluire ipercinetico di immagini. C’è una costante ricerca di piacere nell’oltreinquadratura, nell’immagine della narrazione, ma lo spettatore percepisce solo il ricevimento del dolore per come il piacere viene mostrato senza essere mostrato, oppure viene mostrato con sesso estremo e attrazione sanguigna.
L’asetticismo è bandito, laddove l’invisibilità comanda: può darsi un cinema più contradditorio di uno che non mostra? Eppure, o forse proprio per questo, è vitale come pochi (come del resto annunzia programmaticamente lo stesso titolo, che, data la deprimente resa dei valori dell’esistenza che scaturiscono dal film, potrebbe sembrare persino ironico). Niente da dire: Grandrieux è un vero regista impressionista moderno, se ne possono esistere.

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Automobili al semaforo

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Questo articolo esce perfettamente in tempo grazie a una specie di magia: il gestore del sito bara spudoratamente e trucca le date di pubblicazione. Bisù a tutti
).

Carla Muschio
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La signora Erminia Re ha sessant’anni. Guida una piccola utilitaria con eleganza e prudenza, molto ligia al codice della strada. Si sta avvicinando a un semaforo appena diventato rosso. La signora Erminia lascia il pedale dell’acceleratore e procede in dolcezza verso lo stop. Un giovane dietro a lei, vedendola rallentare, accelera, suona, la sorpassa e precede la signora Erminia al semaforo rosso.
Che dire?

Dublino: altre chiese

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La cattedrale di Christ Church, protestante, è insieme a San Patrizio tra le chiese più antiche della città. La prima costruzione, in legno, risale al X secolo.

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Quella attuale, in pietra, fu iniziata nel secolo successivo in stile gotico e poi rimaneggiata nel corso del tempo. Mi ha colpita che in cima alla navata principale svetti non una croce ma un bel galletto. Altra originalità: nella cripta, sotto le antiche volte, c’è una piccola caffetteria, dove si può far merenda circondati da sarcofaghi e altari.

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Più solenne e meno antica è la chiesa annessa all’Università Cattolica di Dublino, voluta dal Cardinale Newman, che da anglicano, appartenente all’Oxford Movement, si fece cattolico, nel 1845. Nel 1854, affacciata sul parco di Saint Stephen’s Green, venne completata la costruzione dell’Università Cattolica (dove studiò James Joyce) con chiesa annessa.

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Quest’ultima è un pastiche di decorazioni dal significato simbolico molto accuratamente pensato, che appare però un po’ kitsch ad occhi contemporanei. Nonostante questo, è la chiesa preferita dall’alta borghesia cattolica per la celebrazione delle nozze.

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Carla Muschio
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Vetrina: un palco all’opera

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Video:
A night at the opera dei Queen).

 Carla Muschio
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Lettura

 

In un teatro munito di palchi, come la Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, l’Opera di Roma, la signora siederà sempre sul davanti, nel posto più lontano dal palcoscenico. Quando il palco è centrale, la signora siede a destra. L’invitata più anziana o più autorevole siede nella prima fila con la signora che ha fatto l’invito; le signore più giovani siederanno dietro con gli uomini; il signore che ha fatto l’invito siederà per ultimo, nel posto meno desiderabile.
La signora indicherà a ciascuno dove deve sedere, appena saranno entrati nel palco, rivolgendosi per prima alla signora di maggior riguardo, quella cioè che siederà nella prima fila con lei; fra le due signore sarà l’uomo più autorevole o più anziano; oppure un’altra signora, più giovane o, comunque, meno importante. Dopo aver sistemato così le persone di maggior riguardo, lascerà che gli altri si dispongano a loro piacimento. Se lo spettacolo è già cominciato, la signora indicherà a bassa voce e col gesto il posto dove ciascuno deve sedere.

(Vera Rossi Lodomez, Ada Salvatore,
Grazie sì grazie no, Editoriale Domus, Milano 1953, pp. 358-9)

Vetrina

Elena Trabaudi
I titoli nobiliari in Italia sono spariti con la caduta della monarchia e con la Costituzione del I° gennaio ’48. Buon per l’ex-conte, evidentemente non decaduto, se ha mantenuto i mezzi e la posizione per permettersi ancora un palco, simbolo di tante cose.
Fatta questa premessa, ammetto di non intendermi per niente di disposizioni a teatro; andando a istinto, metterei il titolare del palco davanti, tra la signora più importante alla sua destra e la più giovane a sinistra. E dietro rimane la contessa al centro, tra il signore di alto rango, a destra, e quello più giovane a sinistra. Sono convinta che entrambi – il conte e la contessa – guarderanno più volentieri a sinistra che a destra!
Luciano Madrisotti
Nei palchetti dei teatri in genere le signore siedono davanti, gli uomini dietro. Nel caso proposto l’unico motivo di incertezza sulla risposta deriva però dall’effettiva anzianità e/o prestigio del signore invitato. In ipotesi di sussistenza dei requisiti siederanno davanti la signora più anziana e autorevole in mezzo, a destra la co.ssa R. e a sinistra il signore prestigioso. Dietro in mezzo il conte R. a destra la giovane e a sinistra il ragazzo. Se invece i requisiti siano modesti, davanti siederà al posto del signore anziano la giovane, dietro lui sarà a destra del conte e il ragazzo sempre a sinistra. Nella prima ipotesi la co.ssa indicherà garbatamente la sistemazione degli ospiti accennando al prestigio o all’età del signore, nel secondo il conte motiverà la diversa sistemazione come omaggio dovuto al genere femminile. Nella prima ipotesi il signore potrà cavallerescamente offrire il posto davanti alla fanciulla scherzando sul merito non troppo amato derivante dall’età. A nessuno venga in mente di proporre un atto per uno e buono spettacolo!

 

Francesca Taddei
Non frequento i palchi di teatro, quindi non mi sono mai posta il problema. Immagino che si debbano seguire cervellotiche regole che tengano conto della maggiore o minore autorevolezza, del sesso, nonché dell’essere ospiti o ospitanti. Probabilmente bisogna ragionare come per i posti a tavola.
Comunque, se fossi proprietaria di un palco, farei semplicemente così: metterei le persone più basse davanti e quelle più alte dietro. Almeno riusciremmo tutti a seguire decentemente lo spettacolo!

 

Rosa
La coppia più autorevole viene posta davanti e le due signore restanti seguono lo spettacolo da subito dietro. Il giovanotto è dietro la sua compagna  ma anche  accanto all’uomo invitante. Il giovanotto non è molto interessato alla lirica e prova a scambiare qualche effusione con la sua fidanzata con gran disappunto per l’invitante. Questi per farlo smettere lo spedisce a comperare un programma dalla maschera in giro per il teatro. Il giovanotto capisce e quando rientra prova a dimostrarsi più appassionato dello spettacolo. Applaude con le mani e soprattutto battendo ritmicamente i piedi per terra.

 

Lodovico Re
Le signore vennero messe davanti perché potessero veder meglio. L’ospite di riguardo fu accomodato in seconda fila, ma  da solo,  perché avesse più spazio di manovra per seguire meglio. In fondo al palco il giovanotto, che aveva un forte debito di gratitudine di lavoro con il Conte R., che oltretutto lo stava invitando. Nulla avrebbe mai spifferato quando il Conte R. ad inizio spettacolo si sarebbe eclissato, perché in verità lui odiava la lirica. E mentre il Conte si lanciava giù per le scale del teatro  gli venne in mente  quello che credeva essere solo uno stupidissimo  calembour. Ma con orrore prima e poi con gioia capì che lo riguardava: “i conti non tornano mai”.

 

Mariagrazia
Il più giovane, salvo eccezioni, non sarà un melomane per cui starà sicuramente bene in seconda fila. Gli ospitanti faranno sedere accanto a sé in prima fila la signora più anziana mentre gli altri si accoglieranno dietro; oltretutto la musica si ascolta. Penso che si potrebbe fare così senza mancare di riguardo ad alcuno.

Un palco all’opera

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Nell’immagine, un fotogramma da
Una notte all’opera dei fratelli Marx).

Carla Muschio
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I conti R. dispongono di un palco all’opera, segno di prestigio sociale e amore per la musica. Il palco è centrale e ha sei posti, tre anteriori e tre posteriori. Per lo spettacolo di stasera hanno invitato due coppie. Definiremo così i personaggi:

la signora che invita

l’uomo che invita

l’invitata più autorevole o più anziana

l’invitato più autorevole o più anziano

l’invitata meno importante

l’invitato più giovane

Come disporli al meglio?

Dublino: la parata dei maiali

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Qualcuno conoscerà il principio della Parata delle mucche (Cow parade), che si è svolta negli anni scorsi in varie città d’Europa. L’organizzazione fornisce (a pagamento) la scultura a grandezza naturale di una mucca. Chi l’acquista, in genere gli artisti locali, la decora a suo piacimento, poi le opere vengono distribuite in giro per la città e restano per alcuni mesi a decorarla.

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Quando ho visitato Dublino era in corso un’iniziativa simile, ma di maiali. Una sorta di Carnevale suino, un tocco di fantasia nella città e un’elegante platea per la creatività che vi fiorisce.

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Carla Muschio
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Vetrina: la frutta

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Tutta la frutta va mangiata con la forchetta (per i cachi ci si serve del cucchiaino, dopo averli tagliati a metà); escluse, naturalmente, l’uva e la frutta col guscio.
L’uva si mangia tenendo il grappolo con la sinistra e staccando gli acini con la destra.
Mele e pere si tengono ferme con la forchetta, se si sa adoperare con sufficiente destrezza il coltello; altrimenti si taglieranno a spicchi, ciò che faciliterà lo sbucciarle. Lo stesso per le pesche, benché molti preferiscano, a causa delle vitamine, mangiarle senza sbucciarle, dopo averle ben lavate.
Gli aranci vanno sbucciati tenendoli in mano; oppure tagliando prima un dischetto a ciascuno dei poli e poi descrivendo col coltello una serie di… meridiani su tutta la buccia che poi si staccherà facilmente col coltello, tenendo fermo il frutto con la forchetta infilzata in uno dei “poli”.
Per le banane basta un taglio longitudinale che le liberi dalla buccia. Veramente la banana non dovrebbe mai essere toccata dal coltello. Si può tagliare la buccia a sezioni longitudinali che si ripiegheranno attorno al frutto sbucciato che verrà portato direttamente alla bocca.
Oltre ai cachi, si mangiano col cucchiaino anche i pompelmi, che vengono presentati per metà, in coppe semisferiche.

(Vera Rossi Lodomez, Ada Salvatore, Grazie sì grazie no,
Editoriale Domus, Milano 1953, p. 64)

Vetrina

Luciano Madrisotti
Benedetta l’uva e ciliegie, piccole prugne, fichi, datteri ed albicocche, tutti frutti che si mangiano senza sbucciarli portandoli con le mani alla bocca! Benedette macedonie, fragole e frutti di bosco serviti in coppetta con cucchiaino! Altra frutta può creare problemi ma non è scandaloso maneggiarla con le mani solo quando è indispensabile, usando le posate per il resto della consumazione. Quindi togliere con il coltello le calotte dell’ arancia e incidere la buccia verticalmente tenendo il frutto sul piatto, poi avendolo in una  mano e con il coltello nell’altra eliminare le sezioni di buccia e via via mangiare gli spicchi. Mandarini e clementine chiedono solo una discreta sbucciatura senza posate. Mele pere e pesche danno maggiori problemi, ma per non  cadere in imbarazzanti situazioni direi di tenere il frutto sul piatto con una mano e dividerlo in quattro, poi con le posate sbucciare e spartire ulteriormente ogni pezzo per mangiarlo. Certo però chi serve in pranzi formali pere e pesche manifesta pulsioni sadiche! Meloni e angurie, si spera già offerti in fette senza buccia, si mangiano con le posate. Semi e noccioli vanno sputati nella mano a coppetta tenuta vicino alla bocca, mai direttamente sul piatto. Ma non si deve trascurare il piacere immenso di addentare una mela croccante intera e con la buccia o una pera o pesca sbrodolandosi fino ai gomiti! Certo solo quando sia possibile e decente…

 

Francesca Taddei
I due ragazzi leggono sghignazzando le regole del bon ton che riguardano la frutta. Mele e pere che vanno tagliate e sbucciate adoperando coltello e forchetta, banane da sbucciarsi anch’esse con le posate e poi da tagliare a fettine, fichi che vanno prima sezionati in quattro parti simmetriche, per non parlare poi della frutta con i semi, che vanno graziosamente raccolti e depositati nel piatto!! C’è da morir dal ridere…
Al momento della cena i due, ancora divertiti dalla lettura, decidono di provare a fare come descritto nel libro. Federica impiega una buona mezz’ora per riuscire a fruire di un’arancia secondo le regole del galateo. Fernando si procura un bel taglio a un dito tentando di sbucciare una mela con coltello e forchetto. Alla fine, tra un’imprecazione e l’altra, decidono che dal pasto successivo torneranno al buon vecchio metodo.

 

Mariagrazia
Altro che ridere! Chapeau a chi è ancora capace di sbucciare la frutta usando le posate, in particolare la pesca o l’ arancia. Abilità da prestidigitatore. Infatti alla fine di pranzi non strettamente di carattere familiare, ci si vede offrire una coloratissima e profumata macedonia di frutta fresca (sbucciata in cucina), oppure si passa direttamente al dessert. Beata la scimmietta, legittimata a mangiare la banana con le… mani.

 

Elena Trabaudi
La soluzione migliore sarebbe una buona macedonia, con varia frutta succulenta tagliata non troppo grossa ma neanche a pezzettini minuscoli adatti a poppanti, come si tende a fare nella città in cui vivo. Così il lavoro è tutto di chi la prepara, e agli invitati resta solo la gioia di gustarla. Lo stesso vale per le fragole.
Per quanto riguarda la frutta intera, posso fare degli esempi. L’arancia va sbucciata facendo due cerchi ai poli e poi incidendo la buccia a spicchi longitudinali. L’ananas è complicato da aprire, volendo fare barchette con tanto di ciuffo, e polpa a cubetti sfalsati. La mela andrebbe sbucciata con coltello e forchetta, come la pera; molto più semplice è gustare una banana.
Passiamo alla frutta estiva: per quanto riguarda le ciliegie, basta evitare di sputare i noccioli, che vanno invece presi graziosamente nella mano e depositati sul piatto. Le albicocche si dividono in due con facilità, mentre per le pesche è più difficile, però “all’amico pela il fico, pela il persico al nemico” dice il proverbio. Io comunque la buccia della pesca non la mangio, sembra stoffa, e quindi non riesco a evitare di bagnarmi le mani. Una fetta fresca di melone o cocomero (anguria) viene presentata spesso già pronta da mangiare, staccata dalla buccia. Occhio ai semi dell’anguria, che non vanno assolutamente mangiati: quindi regolarsi come con le ciliegie, con stile e disinvoltura, se se ne è capaci!

 

Lodovico Re
Fernando e Federica se la ridono non solo a leggere, ma ancor più alla sera a cena, quando decidono di mettere in pratica gli insegnamenti. Che spasso inseguire i chicchi d’uva con la forchetta per tutto il tavolo ed anche sotto.

La frutta

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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Il giovane Fernando prende in mano un libro di buone maniere che la mamma ha appoggiato sul tavolino del salotto. Lo sfoglia incuriosito e capita sulla pagina che spiega «Come si mangia la frutta».
Chiama la sorella: «Federica, vieni a vedere cosa legge la mamma!».
I ragazzi leggono a voce alta, intercalando il testo con esclamazioni e risate.

Dublino: san Patrizio

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Quando San Patrizio, nel V secolo dopo Cristo, raggiunse l’Irlanda per portarvi il Cristianesimo, si stabilì nella «città del guado dei graticci», oggi detta Dublino. Qui battezzò il re del paese e da allora, a dispetto della lunga dominazione inglese (dal XV al XX secolo) con la sua religione anglicana, l’Irlanda divenne uno dei paesi più cattolici d’Europa.

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San Patrizio, patrono d’Irlanda, è celebrato in gran pompa il 17 marzo, e non solo a Dublino ma anche in altre città, come New York, meta dell’emigrazione irlandese. Si crede popolarmente che sia grazie a san Patrizio se in Irlanda non ci sono serpenti. Niente serpenti, niente tentazioni! Però nel bel giardino di fronte alla Chester Beatty Library, poco lontano dal Castello, un serpente c’è, a guardia di una fontana dove i turisti gettano monetine.

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Sul sito del pozzo sacro dove San Patrizio attinse l’acqua per battezzare gli irlandesi, oggi sorge una chiesa, la più grande e una delle più belle d’Irlanda: la cattedrale di San Patrizio. L’attuale costruzione, che sostituisce una chiesa preesistente, risale al XIII secolo ed è una chiesa protestante.

Carla Muschio
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