Malta: La Valletta

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Nel 1565 Malta subì il cosiddetto Grande Assedio degli Ottomani, che riuscirono a occupare l’isola per quattro mesi, finché i Cavalieri di San Giovanni, capeggiati dal Gran Maestro Jean Parisot de la Valette, non ristabilirono il loro dominio. Una volta ripreso il comando dell’isola l’Ordine decise di costruire una colossale fortezza su una terra che si protende tra due porti naturali.

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Venne chiamata La Valletta, in omaggio al Gran Maestro, e divenne la capitale dell’isola. Fu pianificata e edificata tutta insieme e si vede: tuttora essa costituisce un insieme architettonico coeso, a dispetto degli inevitabili cambiamenti avvenuti nel corso del tempo.

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Ad esempio, parte delle fortificazioni, proprio all’ingresso della città, sono crollate. La ricostruzione, ancora in corso, è stata affidata all’architetto Renzo Piano.

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Giudicherà il lettore se l’edificio modernissimo che si incontra appena varcata la porta della Valletta dialoghi bene con la storia della città.
Una particolarità della capitale è che alcune delle lunghe strade parallele tra loro che la solcano presentano una brusca discesa e poi una ripida salita.

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A La Valletta la concentrazione di edifici monumentali, chiese e musei è veramente alta. In aggiunta a questo, c’è grande fascino anche nelle case comuni, con i loro caratteristici balconi. Persino gli edifici in rovina emanano bellezza. È solo affacciandosi agli spalti della città-fortezza che si vede quanto dozzinali possono diventare le costruzioni quando si piegano ad assecondare in fretta il turismo di massa.

Carla Muschio
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Vetrina: la lingua dei fiori

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
Nota di servizio: la scuola di buone maniere chiude per Pasqua e la prossima lezione verrà pubblicata l’8 aprile. Auguri a tutti, screanzati e beneducati.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video: Dorothy Squires,
Say it with flowers).

Carla Muschio
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Lettura

La proposta di uno dei gestori del sito: fiori di zucca fritti in entrambi i casi.
Amore, amore.

Vetrina

Elena Trabaudi
Giuseppe sceglierà innanzitutto due tulipani, uno rosso (dichiarazione d’amore) e uno giallo (amore senza speranza), per dare a modo a Irene di immaginarlo come un innamorato che si autoflagella. Poi aggiungerà una calla, per dirle: Sei bella; qualche nontiscordardime per farle capire che la ama veramente; e una rosa bianca, con la quale vuole dirle: Guarda che non sono da buttare, sono degno di te.
Per Irene si aprono due strade: se è stata a macerarsi per amore gli manderà un semplice mazzolino di margherite di prato per dirgli: Ci penserò, con la menta (sentimenti caldi). Giuseppe capirà che lei è pronta a rimettersi con lui.
Se invece la lontananza le ha fatto capire che sta meglio libera che con un uomo che non le dà affidamento, Irene potrà sbizzarrirsi in un bel mazzo variopinto che contempli peonie (rabbia), ortensie (Non ti amo più) e garofani gialli a simboleggiare lo sdegno.
Ma forse in questo caso preferirà dedicare tempo, soldi ed energie ad altro.

 

Luciano Madrisotti
Che bella la situazione proposta! Certo i due non più tanto giovani lasciano dubitare della sincerità dei loro sentimenti, ma diamogli credito, anche se non possiamo scordare la disattenzione di lui negli ultimi tempi e ci chiediamo se nasca da onesto disamore dopo pochi mesi di rapporto. E poi lei sembra accettare con rassegnazione, o soddisfazione?, la fine della storia e non muove un dito per cercare di salvarla. Comunque lui vuole riappiccicare il legame  e dovrà mentendo un po’ manifestare sentimenti accesi se vuole avere successo. Quindi la faccia breve nelle giustificazioni e mandi un tris di fiori di misura diseguale di menta per esprimere sentimenti caldi, tulipani come rinnovata dichiarazione d’amore e mughetti per auspicare così il ritorno della felicità. A fronte di tanta menzogna lei risponda con un mazzolino di peonie per rammentare la rabbia e giacinti a conferma della gelosia provata, che è anche amore, infine condisca il tutto con tanti nontiscordardime che dichiarino il suo vero amore verso il fedifrago. E avanti fino alla prossima estate, non dimenticando però Giuseppe di allegare al bouquet uno straccio di spiegazione scritta del linguaggio dei fiori!

 

Filippo
Lui prepara un mazzo  tutto di dalie (tuo per sempre), nontiscordardime (vero amore) e tulipani (dichiarazione d’amore). Lei lo ricambia con calla (bellezza femminile), mughetto (ritorno della felicità) e menta  (sentimenti caldi). La pace gemmò e anche sbocciarono fior di  idee: un romantico sabato pomeriggio all’ipermercato Fiordaliso dove si concessero un cono gelato al fiordilatte, promettendosi di non far più cavolate.

 

Mariagrazia
INAFFIDABILE !! A 30 anni ancora non ha consapevolezza di sé?? Da restare senza parole; pentito ma per di più ancora egoista perché  «lui» soffre senza di lei ma non si chiede come stia lei. Allora il suo bouquet sarà così composto: tulipani, non-ti-scordar-di-me e dalie. Lei gli risponderà con: garofani gialli, girasole, peonie e tulipani gialli. Tout court.

Francesca Taddei
In queste cose bisogna «ragionare al semplice», altrimenti si rischia che l’altro non comprenda il messaggio e fraintenda, sortendo magari l’effetto opposto a quello desiderato.
Quindi meglio puntare su un solo concetto. Per Giuseppe, non essendoci qualcosa che significa «scusa», direi di puntare sui fiori che parlano di amore, reale e sincero. Sceglierei dunque tra dalia, nontiscordardime e tulipano, anche abbinati.
Per lei direi che c’è una sola risposta possibile: la margherita di prato, cioè «ci penserò».
Si spera che Giuseppe colga la similitudine con il freddo «Le faremo sapere» al termine di un colloquio di lavoro, e quindi si prepari al peggio.
Starà poi a Irene decidere quanto lasciarlo frollare nell’attesa e se dargli o meno un’altra possibilità.

La lingua dei fiori

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire
).

Carla Muschio
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Irene e Giuseppe sono insieme da qualche mese, con alti e bassi. Lei è molto innamorata, lui invece si comporta in modo tiepido. Due settimane fa hanno avuto un grosso scontro perché, parlando delle vacanze estive, lui le ha annunciato che vuole fare un viaggio in India da solo. «Per scoprire me stesso», ha detto. E lei: «Bravo, a trent’anni ti viene in mente. Scommetto che ti scoprirai con un’altra. Se sei così indifferente a me, non farti più vedere». E non si sono più sentiti.
Giuseppe sta soffrendo senza Irene. Vorrebbe tornare sui suoi passi e farsi perdonare ma sa che, se la chiama, lei lo aggredirà senza lasciargli dire ciò che pensa.
Gli viene in mente che insieme avevano sfogliato un libretto, La lingua dei fiori. Ecco alcune voci:

bocciolo di rosa bianca: cuore che non conosce l’amore
calla: bellezza femminile
camelia: pietà
camomilla: energia in azione
croco: cordialità
dalia: tuo/a per sempre
fucsia: amore tormentato dall’ambizione
garofano giallo: sdegno
giacinto: gelosia
giglio: purezza e modestia
girasole: orgoglio
iris: un messaggio
margherita bianca: innocenza
margherita di prato: ci penserò
menta: sentimenti caldi
mimosa: sensibilità
mughetto: ritorno della felicità
narciso: cavalleria
nontiscordardime: vero amore
orchidea: bellezza
ortensia: mancanza di cuore
peonia: rabbia
rosa bianca: sono degno/a di te
rosa gialla: diminuisce l’amore
rosa selvatica: semplicità
salvia: stima
tulipano: dichiarazione d’amore
tulipano giallo: amore senza speranza

Giuseppe consulta l’elenco, va dal fioraio, mette insieme un bouquet «parlante» e lo fa recapitare a Irene. Il biglietto reca solo la sua firma.
L’indomani Irene risponde con un altro bouquet.
Immagina tu la composizione dei due mazzi di fiori.

Malta: la religione

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Il Cristianesimo a Malta non tardò ad affermarsi: pare che nel 59 d.C. l’apostolo Paolo in persona, sbarcato sull’isola, operasse le prime conversioni. I cristiani di Malta non vennero mai perseguitati. Perché allora, mi domandai, si sono conservate tante catacombe?

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Visitandole (nell’immagine soprastante: i cocci di bottiglia che proteggono la catacomba di Sant’Agata), scoprii che quella labirintica struttura sotterranea chiamata catacomba non era altro che il cimitero locale, che accoglieva chiunque morisse, non solo i cristiani. Pare che questi ultimi amassero riunirsi nelle catacombe per celebrare i banchetti funebri e anche per la liturgia, non per nascondersi ma solo per essere vicini e idealmente uniti ai loro santi e ai loro morti.

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Nei primi secoli della nostra era si praticarono molti culti nelle isole maltesi, ma l’arrivo dei Cavalieri di San Giovanni nel XVI secolo sbaragliò ogni altra religione per affermare trionfalmente il Cattolicesimo. Da qui l’abbondanza di chiese e la loro architettura grandiosa: si ha l’impressione che, se anche tutti i maltesi andassero a messa contemporaneamente, resterebbero ancora dei posti a sedere liberi.

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Non si può negare la bellezza di alcune chiese antiche e la ricchezza dei loro arredi. La cattedrale di San Giovanni della Valletta, ad esempio, ospita due tele di Caravaggio. Tristi sono invece molte chiese contemporanee, che imitano goffamente in cemento armato le forme di un tempo.

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Carla Muschio
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Vetrina: ospiti, buonanotte

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel
video, Good night dei Beatles).

Carla Muschio
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Lettura

Se l’ospite è stanco, può accomiatarsi e andare a letto senza aspettare il momento della buona notte generale. Questo a meno che non sia impegnato in una partita di bridge od altro. Se i padroni di casa si ritireranno nella loro camera (a meno che non sia eccezionalmente presto) anche l’ospite, o gli ospiti, dovranno fare altrettanto. Non è gentile che essi rimangano a far conversazione quando non è presente un membro della famiglia. Se i padroni di casa volessero ritirarsi presto per qualsiasi motivo, sarebbero loro stessi ad esortare gli ospiti a rimanere ancora alzati.

(Vera Rossi Lodomez, Ada Salvatore, Grazie sì grazie no,
Editoriale Domus, Milano 1953, p.85)

Vetrina

Luciano Madrisotti
Le due coppie di nuovi amici sembrano affiatate, la casa probabilmente attraverso la veranda dà su un giardino o sulla spiaggia, quindi non vi sono ostacoli pratici ad uscire pur quando Gianna e Filippo vanno a dormire. E questi ultimi hanno ben diritto di ritirarsi a fine serata senza sentirsi obbligati ad un prolungamento che attira invece Paola e Virginio, per la prima volta ospiti in quel luogo di mare. Del resto è opportuno che chi ospita eserciti i doveri basici dell’accoglienza senza doversi ridurre al sacrificio, gli amici invitati altrettanto debbono avere dei margini di libertà accettabili, non certo al punto di rientrare in piena notte schiamazzando in casa o di ascoltare musica a tutto volume. Peraltro sarà opportuno che i padroni di casa non si ritirino troppo presto per non far sembrare che ne hanno abbastanza della compagnia e che gli ospiti non manifestino troppa irrequietezza per uscire, così da non apparire annoiati dal dopocena. Se invece il contesto fosse più formale per età o censo dei partecipanti sarà bene regolarsi di conseguenza, ma una cortese richiesta di poter godere ancora la bella notte marina non dovrà stupire in ogni caso nessuno, anzi aumenterà il piacere di avere degli ospiti propositivi. Bene quindi chiedere licenza di uscire, ovvio concederla in ogni caso con affabilità, purché con le attenzioni sopra dette. A meno di non essere tutti in un monolocale, ma allora forse si dorme nei sacchi a pelo e si è molto giovani ed informali!

 

Filippo
Appena soli, Virginio guarda negli occhi Paola. Paola sta studiando inglese con molto accanimento anche se non è molto dotata per le lingue. Virginio invece non studia niente e subito impara a parlarle. A Virginio piace fare un po’ il maestro e con compiaciuto distacco le fa: “Sai come si dice a Londra? “In Rome do as Romans do!”. Buonanotte a tutti.

Francesca Taddei
Se c’è un po’ di confidenza con i padroni di casa, Paola e Virginio non devono per forza andare a dormire a loro volta e possono rimanere alzati ancora un po’. Il problema però è che sarebbe meglio dare modo ai padroni di casa di chiudere gli ingressi in previsione della notte; quindi i due ospiti, se anche non hanno sonno, devono rassegnarsi a trattenersi all’interno della casa.
Certo sarebbe meglio se tutti si avviassero verso le camere insieme, trovando un punto di incontro: i nottambuli rinunciando a fare le ore piccole e coloro che sono sfiniti dal sole cercando di reggere ancora un po’ prima di crollare.
Queste piccole cose fanno comunque capire quanto sia meglio mantenere una propria autonomia durante le vacanze, perché ogni persona, ogni coppia e ogni famiglia ha le proprie esigenze e anche le proprie abitudini ed è quasi impossibile farle combaciare con quelle degli altri. Meglio vedersi di giorno, per gite e permanenze in spiaggia, e mantenersi liberi per le ore serali e notturne.

 

Elena Trabaudi
L’errore o mancanza di tatto è dei padroni di casa. Non si può piantare in asso degli ospiti, che oltretutto non sono amici di vecchia data, dimenticandosi di dire come minimo:
Voi fate come a casa vostra. Ecco le chiavi, nel caso vogliate uscire. Ci vediamo domani mattina (si spera più svegli).
Comunque Paola e Virginio non dovranno necessariamente andare a letto come  le galline, se non ne sono abituati. Vorrà dire che la prossima volta sceglieranno amici più nottambuli.
Piccola notazione personale: ho smesso da un pezzo di andare a dormire in casa di nuove amiche e raramente ho ospiti, però quando sono la padrona di casa sono presa da un’angoscia incontenibile su tutto. E quindi non mi potrebbe capitare di andare a letto così sui due piedi, lasciando con un palmo di naso le persone che ospito!

 

Mariagrazia
Una volta gli ospiti si sarebbero ritirati nello stesso tempo dei padroni di casa, ma ora che ogni tipo di formalità è praticamente sparito e che si raggiunge la confidenza in pochissimo tempo, ritengo che Paola e Virginio possano chiedere di prolungare la propria serata godendo ancora per un po’ della quiete e della bellezza del posto. I padroni di casa, forse, ne saranno persino lusingati.

Fili rossi #14

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Bertrand Mandico con il recentissimo cortometraggio Living still life (2013) mette in mostra un’allegoria angosciante ma estremamente poetica, perfetta per rappresentare uno tra i tanti teorizzabili rapporti tra l’arte e la vita: l’arte è capace di prendere i cadaveri e di riportarli in vita, tramite il movimento. L’arte, secondo la bellissima citazione di Walt Disney con cui il corto inizia, è qui l’animazione, ma il cinema in generale, con la sua capacità di far vedere passaggio del tempo meglio di qualunque altra arte, può avere questa funziona vitale, vivifica, che rinnovi o elimini la morte, almeno finchè vi si ricorda e vi si imprima l’arte.
Il cinema riprende dal vero (il cadavere) ma poi lo mette in moto. Se il vero, cioè il mondo, è cadavere, bloccato in una triste fissità, la vitalità può essere il micidiale dono del cinema all’esistenza, il movimento può essere il dono del cinema all’immobilità e il passare del tempo il dono del cinema alla fissità. Insomma, esiste il cinema vivifico, ed è cinema che generalmente proviene dal dolore e dal sacrificio: per ingannare la morte bisogna ispirarsi ad una morte già esistente.
Una lettura forse pessimista del mondo e del passare del tempo? Può darsi. Ma anche un’ode spaventosamente pura alle potenzialità del cinema – a cosa il cinema possa fare nel vero e sul vero, a cosa possa fare al vero, partendo dal vero.
Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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La metafora non è dissimile da quella, meno poetica e più fredda e crudele, posta verso la fine di Un piccione seduto su un ramo che riflette sull’esistenza, Leone d’Oro 2014 per il regista svedese Roy Andersson. A partire dall’eterno titolo, il film di Andersson, terzo capitolo di una trilogia sull’essere un essere umano, è una commedia satirica angosciante, deprimente e pessimista sull’idea un po’ nietzscheana della fissità del quotidiano, del ripetersi orribile dell’esistenza e della necessità di brio, che si manifesta con due messaggeri della risata, disperate macchiette (dis)umane che vagano portando ragioni di divertimento al popolo senza riuscirvi – è impossibile rappresentare la risata senza guardare con pessimismo la società moderna. La metafora dell’arte giunge tuttavia verso il finale: uno dei due venditori ambulanti ha un sogno in cui vede una macchina infernale di stampo estetico steampunk, una specie di enorme cilindro metallico, dentro la quale vengono portati con la forza dai soldati degli schiavi neri, e quando alla loro entrata il cilindro si chiude e comincia a girare sulla propria asse mentre sotto di esso divampa il fuoco, allora dei nobilsignori escono da dietro una porta di vetro ad ammirare la scena mentre il personaggio che sta sognando versa loro lo champagne, finendo per assentire complicemente al violento atto. Cosa ci vuol dire Andersson?
Che è più importante l’atto precedente (il sacrificio che diventa arte) piuttosto che l’atto successivo (la vita che scaturisce dall’arte)? Ciò è vero sicuramente per il cinema di Andersson stesso, che di vita ha poco e di morte ha tanto, ma si rimane col dubbio: è una contraddizione interiore? Oppure un discorso autoironico e angosciante, che fa del proprio pessimismo un’autocritica in senso trascendente rispetto all’arte?

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Anche Leos Carax pone l’arte (e il cinema) come filtro per rappresentare / vedere / capire la vita, il movimento. Holy Motors (2012) è un esempio illustre: qui la vita è movimento ed è data dalla successione, puramente (meta)cinematografica, di ritagli personalistici della vita di Oscar, che per mestiere fa l’attore, non al cinema, non in televisione, non al teatro, ma nella vita. La sua vita è cinema, davvero. Nel susseguirsi degli «spezzoni» interpretati, cioè vissuti, da Oscar, viene creato un cinema frammentario come la vita dell’attore, ma quella che potrebbe essere una riflessione sul variegato e, forse, romantico (come spiega lo spezzone con Kylie Minogue) ruolo dell’attore, finisce per essere una sentimentale parabola sul cinema stesso, sulla sua frammentarietà che si autocontraddice, sull’occhio di chi guarda e sull’ipnotizzante mistero del rapporto tra il soggetto osservante e l’oggetto osservato.
E se non tutto è comprensibile o omogeneo, Holy Motors possiede indubbio fascino, essenzialmente perché sembra teorizzare che gli esseri umani siano troppo concentrati sull’oggetto osservato e troppo poco sul soggetto osservante, fino a privare sé stessi della concezione della realtà, portando l’uomo alla ricerca della vita fuori dalla vita, all’interno dell’inquadratura. Una cornice ove cercare anche la morte, come sottolinea una delle scene più belle, quella del padre morente di fronte alla figlia: dopo l’ultimo respiro piange, ma subito si ricorda che davanti ha un attore e comincia a trattarlo come tale mentre questi se ne va.
In Carax la riflessione su quanto il cinema può rispetto alla vita non si colloca a livello  esistenziale o etereo, come nel corto di Mandico, bensì sociale (sotto certi punti di vista): il cinema influenza la vita non nel senso che la crea ma nel senso che è capace di distruggere lo sguardo degli esseri umani, cambiare la concezione delle cose, ipnotizzare, far viaggiare nel tempo, anche alle proprie origini. E bisogna distruggere la parete del cinema per potersi addentrare nel Limbo del suo mistero.

(continua)

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Ma quanto il cinema può o deve prendere dalla vita? E quanto il cinema può avvicinarsi alla vita? È una domanda che si sono posti in tanti e due registi hanno provato a creare film su storie «banali» perché si possa riprendere la vita reale nei suoi ritmi, entrambi con risultati a mio avviso fallimentari. Il «Bildungsroman» Boyhood (2014) ha una regia dignitosissima e un’idea sperimentale di indubbio fascino: il protagonista Mason viene seguito per 12 anni mentre l’attore che lo interpreta, Ellar Coltrane, invecchia davvero per 12 anni, e con esso tutto il cast. Progetto ambizioso dunque, che mantiene un compatto e ben definito stile registico durato dal 2001 al 2013, ma qui spunta la domanda: dov’è la vita? Non ci dobbiamo dimenticare che la vita è soprattutto la quotidianità e che per mostrare una vita non si possono scegliere solo gli eventi importanti: così non c’è la fissità che in realtà è importante per il cinema e per le sue capacità di «scultura del tempo», come direbbe Tarkovskij. Il soggetto osservante smette, forse, direttamente, di avere una qualche individualità, trasformandosi in una macchietta poco empatica, in un piccolo simbolo indie; l’oggetto osservato prova a prendere forma nelle piccole riflessioni metacinematografiche di Mason, che diventa fotografo e che parla proprio di questo tema mentre è in macchina con la ragazza ascoltando gli Arcade Fire, ma alla fine rimane solo la passiva testimonianza di una vita che non è vita perché è irrealistica e perché ha i ritmi e l’incoerenza del convenzionale mondo retorico e hollywoodiano. Insomma Richard Linklater prova a riflettere sul tempo, ma si incarta nei limiti di un cinema che, altrimenti, a partire da un soggetto così, potrebbe non avere limite alcuno.

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L’errore sulla vicinanza del cinema allo srotolarsi dell’esistenza, però, lo compie anche Abdellatif Kechiche in La vita di Adele: capitoli 1 & 2, Palma d’Oro a Cannes 2013 per me completamente inspiegabile. Accusare il film di pornografia sarebbe insincero e gratuito, considerando che la durata delle scene di sesso (dieci minuti scarsi in totale) scompare di fronte alle tre ore dell’opera; però tali scene hanno in effetti un approccio voyeuristico insensato per un film che deve mostrare con sincerità la vita. L’erotismo non è realistico come in realtà niente nel film: sembra tutto forzato realismo, girato con una macchina da presa a mano che a volte sembra inseguire la bellezza del quotidiano, come dovrebbe fare Boyhood, ma s’incarta nella palese inconsistenza di quella che è, in fondo, una regia banale e nulla più. C’è didascalismo, adolescenza e poca, pochissima verità. Kechiche non può e non riesce ad entrare nella mente della protagonista, e lo si può spiegare anche solo con un aneddoto del set: il regista tunisino forzava le attrici a non truccarsi per settimane perché le scene sembrassero più realistiche. Come se le ragazze nella vita reale non si truccassero mai!?

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Qui ci potrebbe essere bisogno di Jonas Mekas, o forse meglio ancora di Ed Pincus e del suo Diaries (1971-1976), che, nonostante il titolo, è ufficialmente uscito nel 1980. Un diario della vita che unisce davvero le proprie confessioni private, il mappamondo della propria anima, il viaggio che Pincus fa per (di)mostrare l’ampiezza della propria esperienza e la meravigliosa completezza di un’epoca e di uno sguardo che possono forse sembrare datati ma che in tre ore abbondanti di visione diventano solo e soltanto pura immedesimazione. Pincus mostra l’intimità con una sincerità sconquassante, priva di ogni possibilità di freddezza, scavando dentro la propria anima e dentro il proprio corpo per raggiungere le risposte alla domanda: quanto avanti può arrivare il cinema nel processo di svelamento e descrizione dei ritmi e delle complessità intrinseche della vita umana stessa? Insieme a Mekas, Pincus è riuscito a creare un cinema talmente vivo, vitale e vivifico, da far sì che basti una leggera e schietta insensatezza commovente a distruggere l’operazione dietro i film di Linklater e Kechiche sopra citati.

(continua)

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Dove Pincus valorizza i momenti e i ritmi della vita riuscendo ad imitare lo sguardo della quotidianità, James Benning ha abituato i propri spettatori a soffermare gli occhi su quei particolari solitamente non analizzati a dovere nella vita reale, contemplando la natura o spazi generalmente vuoti con lunghe inquadrature fisse il cui fascino è spesso per me inintelligibile (come nel 2004 con Ten Skies, considerato da molti il capolavoro dell’autore) e spesso invece prepotentissimo (come nel 2012 con Nightfall). Però sono (quasi) sempre spazi aperti, ad ampio respiro, inquadrature che dilatano il tempo e che richiedono stranamente grande concentrazione – non tanto per la loro completezza, quanto per dare un senso compiuto alla loro semplicità.
Non è il caso della sua ultima opera, Natural history (2014): un documentario su di un museo di storia naturale ma che alla fine usa uno dei minimi comuni denominatori degli oggetti in mostra di tale categoria di musei (oggetti morti o fermi) per mostrare la staticità e la fermezza del tempo in immagini, con i ritmi e i silenzi che il regista userebbe per mostrare la morte. Inquadrature lente e fisse su teschi, animali impagliati, spazi vuoti. L’ultima inquadratura è quella di una scimmia, come ad indicare un ritorno alle origini dell’uomo simile a quello che c’è verso la conclusione di Holy Motors o di un altro capolavoro sull’indagine del senso della vita come lo può essere 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, ma la sezione più impressionante forse è quella dei due mezzi teschi, come se fosse dato al fuori campo, al non-visto, il compito di completare il simbolo mortifero più evidente di tutti.

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E si conclude con un altro capolavoro assoluto dell’anno passato: National Gallery di Frederick Wiseman, che è anche passato nelle nostre sale, per un giorno solo. Wiseman è un regista estremamente oggettivo e i suoi documentari di cinema diretto non puntano ad altro che a mostrare la verità in tutta la sua completezza e crudezza. Laddove Welfare (1967) ne è l’esempio più essenziale, National Gallery costituisce invece l’opera più intensa meta-artisticamente, un’opera che deve il proprio fascino a piccole cose trovabili in molti tra i film nominati. Di Pincus ha i ritmi della vita reale (dal punto di vista di un luogo invece che di un essere umano) e di Benning possiede l’uso cinematografico degli spazi per l’analisi dell’immagine, un’immagine che a sua volta deve molto a Holy Motors per la disamina dell’arte e della sua funzione attraverso l’occhio di chi guarda. L’atto del guardare (e di non-guardare ma di voler guardare, come esplica il commovente passaggio sui ciechi) proposto da Wiseman è romantico, la sua arte universale in senso ampio, completo, quasi politico; e il finale di maestosa poeticità di National Gallery dimostra in maniera libera la prepotenza psicosomatica di un fuori campo vitale anziché mortifero, nonostante il limite dell’inquadratura e della deformazione dello sguardo e dell’atto del guardare. Quella di Wiseman è un’ode assolutamente corporea e mai istituzionalizzata, anche quando sembra bloccata dalle pareti e dalle architetture di un museo-istituzione. Perché l’arte è vita, la vita è universo e l’universo è passaggio del tempo, quel tempo bloccato in un quadro che un’inquadratura può portare in vita.

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Ospiti buonanotte

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Nota del mastro di rete: questa puntata va in onda oggi poiché domani non siamo sicuri di poter essere collegati alla rete, e abbiamo già avuto qualche lamentela per i troppi ritardi nel pubblicare le nostre rubriche. Delle rubriche ferme da troppo tempo non parliamo per carità autoriferita
).

Carla Muschio
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Paola e Virginio sono andati a trascorrere un weekend al mare, ospiti di Gianna e Filippo, dei nuovi amici.
Hanno passato tutto il sabato in spiaggia, piacevolmente. La sera a cena ciascuno di loro sente quella particolare mollezza di chi ha trascorso molte ore al sole. Per l’indomani mattina hanno deciso di andare a visitare un antico monastero nelle vicinanze.
Finita la cena si siedono a chiacchierare sulla veranda, guardando il mare. Poco dopo, non sono ancora le dieci, Filippo guarda Gianna e le propone:
«Ti va di andare a letto?».
«Certo», risponde lei, «stavo per proportelo io».
Paola e Virginio si guardano, indecisi su come comportarsi. Virginio stava pensando di proporre alla compagnia una passeggiata al buio tra gli ulivi. Anche Paola non ha sonno, loro non vanno mai a letto prima di mezzanotte. Che fare: coricarsi come i padroni di casa o proseguire la serata a modo loro?

Malta colonia inglese

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Dopo la breve parentesi napoleonica del 1798-1800, in cui Malta si sbarazzò del pesante giogo dei Grandi Maestri dell’Ordine di Malta, il paese venne occupato da Lord Nelson e nel 1814 diventò una colonia della Gran Bretagna. Restò tale fino al 1964, quando il paese conquistò l’indipendenza.

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Ancor oggi, dopo mezzo secolo di indipendenza, tanti ragazzi (anche italiani) vanno a Malta a studiare inglese, credendo che la popolazione parli ancora quella lingua. Ma il tempo si fa un baffo della politica e i maltesi con l’indipendenza hanno scelto come lingua nazionale, ovviamente, la loro, il maltese.

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Si tratta di una lingua semitica derivante dall’arabo, con un forte influsso italiano e un piccolo influsso (calcolato al 20%) dell’inglese. Molti conoscono l’inglese, ma solo le persone molto colte lo pronunciano e lo scrivono bene.

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Più che nella lingua, il passato inglese di Malta emerge in tante testimonianze oggettuali che il tempo ha preservato: una cassetta delle lettere, una cabina telefonica, l’insegna di un negozio, una targa commemorativa del soggiorno a Malta di un letterato (Coleridge, Byron, Edward Lear…), un monumento, un edificio.

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Ad esempio, davanti alla Biblioteca Nazionale troneggia, il termine non è casuale, la Regina Vittoria che l’ha voluta e finanziata, e lascia cadere sul piedestallo un imponente strascico di pizzo di pietra.

Carla Muschio
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Artisti di strada a Bergamo, 2013 / Le cose che non hai fatto

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Se ingrandite l’immagine potete leggere, in inglese: «Non importa da dove vieni, importa dove vai. E nessuno viene ricordato per le cose che non ha fatto». Aha.
Manuela B., cui dobbiamo la foto e più di un grazie, chiosa: «Fu una bella manifestazione quella del 2013, che non ha però avuto seguito, come spesso accade per quel che varrebbe la pena di replicare!
Di fatto andò così: sul muro da tempo vi era un dipinto di Stefano Caglioni, figura nota in città [Bergamo] e dalla storia amara; quando vi fu la “due giorni” dedicata agli artisti di strada si esibirono nelle vie San Bernardino e Moroni (la foto riproduce un muro all’inizio di via San Bernardino), e in quell’occasione il murale fu “incorniciato” e fu aggiunto il testo scritto».
Testo che, segnala Manuela, deriva da una canzone di Frank Turner, Peggy sang the blues. Ed eccola.

FRANK TURNER / PEGGY SANG THE BLUES