Udienza di conciliazione

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire
).

Carla Muschio
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Oggi è un giorno solenne per Clara e Diego, una specie di festa di nozze in negativo. Hanno appuntamento in tribunale, con i legali che li assistono, per la ratifica del verbale di separazione.
Diego è molto cupo oggi. Capisce che è meglio che una coppia si separi se non c’è più amore tra loro, ammette persino di aver trovato una bella serenità nei mesi passati da solo, ma gli brucia ancora l’essere stato lasciato da Clara. E per chi, poi? Per uno sbarbatello di nessun valore. Cosa che aggiunge bruciore al rammarico.
Clara si è svegliata allegra, ma ora sorge un problema che non aveva prospettato:
«Cosa mi metto?».
Non ha molto tempo per decidere. In qualche modo si veste e mentre raggiunge il tribunale pensa: «Speriamo che non mi venga da piangere».
Come si saranno vestiti Diego e Clara? E come dovrebbero comportarsi e salutarsi prima e dopo l’udienza?

L’arte di strada sui muri di Parigi: le M.U.R.

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L’acronimo M.U.R. significa «Modulable, Urbain, Reactif» (Modulabile, Urbano, Reattivo), ma, letto come nome, significa anche «muro». Si tratta di un’associazione fondata nel marzo 2003 attorno all’artista Jean Faucheur al fine di promuovere l’arte urbana contemporanea.

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C’è un muro all’angolo tra rue St. Maur e rue Oberkampf (XI arrondissement) gestito da questa associazione, dove su uno spazio di 3 metri per 8 si alternano (con cadenza più o meno mensile) interventi artistici, come avviene su muri più tradizionali con i manifesti pubblicitari.

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Sono accettate le tecniche più svariate, dall’acrilico all’inchiostro, dal collage all’aerosol. L’artista prescelto per ogni mese avrà preparato in anticipo il suo progetto. L’opera viene eseguita, installata, inaugurata e poi fa bella mostra di sé per il tempo concessole.

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Il bel sito web dell’associazione (www.lemur.fr) conserva la memoria degli interventi effettuati e dà visibilità ai suoi artisti.

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Carla Muschio
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Vetrina: archeologhi conservatori


Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. La canzone è
 Archaeologists dei canadesi Wintersleep).

Carla Muschio
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Lettura

Ricevere favori non dispiacerà di certo al cortigiano, ma non deve sopravvalutarli tanto da non poter fingere di saperne anche fare a meno; e quando ne riceverà non dovrà dire che si stupisce di essere stato prescelto e non si mostrerà nuovo a simili cose, anzi; e non gli verrà in mente di rifiutare, come fanno certi che per pura e semplice mancanza di garbo non osano accettare alcun favore e così lasciano capire a tutto il pubblico che sanno bene di non meritarselo. È vero però che bisogna avere sempre un atteggiamento più dimesso di quel che la nostra posizione gerarchica autorizzerebbe, e non precipitarsi a accettare senza cerimonie tutti i favori e gli onori che ci vengono offerti: bisogna respingerli con modestia, dimostrando di apprezzarne tutto il valore, ma in modo tale da non togliere a chi li offre la bella occasione di dover insistere, perché quanta più resistenza formale si oppone in questo tipo di accettazione, tanto più l’offerente si sente rispettato, e lo stesso favore che concede gli sembra tanto più grande quanto più la persona che lo riceve mostra di apprezzarlo e di ritenersi onorato. Questi sono i favori veri, i più solidi, quelli che fanno salire nella stima di chi, dall’esterno, ci vede riceverli: dato che non sono favori elemosinati, tuti pensano che siano veramente meritati. E tanto più quando li accettiamo con umiltà.

(Baldassar Castiglione, Il cortigiano,
tradotto da Carmen Covito e Aldo Busi, Rizzoli, Milano 1993, p. 158)

Vetrina

Francesca Taddei
Visto che si tratta di un mondo dal quale ho notizie «dal di dentro», posso affermare che in realtà non ci sarà alcun problema di coscienza. Il fatto che Sergio lavori per la soprintendenza da poco dopo la laurea e soprattutto che venga proposto come responsabile della nuova sezione, si spiega in un solo modo: è figlio, o parente, o amico, o amante, di qualcuno molto influente.
Una persona normale, senza spinte, non riuscirebbe neanche a entrare in quel mondo: al massimo potrebbe ottenere qualche collaborazione e, se molto capace, la si utilizzerebbe per fare ricerche e lavori su cui poi altri metteranno il loro nome e dei quali si prenderanno il merito. Figuriamoci poi se affiderebbero a tale persona un ruolo di rilievo. Quello è riservato ai soliti 3-4 nomi e al loro stretto entourage.
Dunque se Sergio è lì, saprà anche bene perché. E non sarà certo impreparato di fronte alla proposta. Saprà quindi perfettamente che quella carica rientra in uno scambio di favori reciproci tra uno stretto giro di persone: io assumo tuo figlio, tu nomini mia nipote, tutti insieme ci infiliamo in un CdA… Normale amministrazione, dunque.
Quanto ad Anita, anche lei se è lì avrà i suoi santi in paradiso. Se ritiene di avere lo stesso potere di Sergio (perché di questo si tratta, non di competenza), potrà lamentarsi coi suddetti santi.
Quindi, senza fare il finto sorpreso, è bene che Sergio accetti quella nomina e si bei nel constatare che fa davvero parte del giro giusto.

 

Elena Trabaudi
Lo ammetto, manco di diplomazia nella maniera più assoluta; per sovrappiù tendo a intimidirmi di fronte a una persona decisa, quindi non sarei in grado di svolgere il compito che viene proposto, cioè ottenere l’incarico di prestigio senza scontentare nessuno e senza caricarmi sulle spalle alcun obbligo morale.
Ma se Sergio ha avuto un posto alla Soprintendenza appena laureato, una vocina mi dice che avesse dei buoni appoggi. Quindi, al limite, sposterà un certo debito di favori dal precedente protettore al direttore del Museo. Per quel che riguarda Anita, è inutile che le dica quanto dolore ha provato nell’accettare un posto che lei meriterebbe al pari di lui: lo odierà comunque.
Ma per posti così ambìti, perché non fare un bel concorso-farsa, attività in cui siamo maestri?

 

Filippo
Sergio lo sa che – al di là della sua specifica situazione – è difficile in generale nella vita essere felici senza sentirsi in colpa.
Pensa che tutto sommato anche il suo direttore probabilmente si dovrà un po’ sentire in colpa per Anita.
Sergio accetta il posto e poi invita per un caffè il direttore ed anche Anita. Il veleno nel caffè tolse di mezzo tutti i problemi… Sergio alla cerimonia in cui veniva nominato nuovo Direttore ancora una volta si ripeteva: «colpa più, colpa meno…».

 

Luciano Madrisotti
Sergio, pur bravo archeologo, appare figura ben modesta se si fa prendere da tali scrupoli, specialmente in quest’epoca così competitiva, ma forse è solo insicuro e un po’ ipocrita. Verso la collega Anita non ha alcun obbligo: se è solo un amico potrà riferirle quanto il direttore gli ha proposto e chiederle anche consiglio; se ha un rapporto più stretto le parlerà a cuore aperto; se ha qualche diffidenza ritenendola forse vendicativa non le dirà proprio niente fino a cose fatte. Del resto l’incarico è per una persona soltanto ed è toccato a lui, se fosse accaduto l’inverso avrebbe forse tramato contro la collega a lui preferita? Non ci è dato saperlo. Quanto ai timori per chissà quali pretese del direttore, potrebbero queste essere tali ed irriferibili da dissuadere anche le più volonterose stelline televisive vogliose di emergere, ma non abbiamo elementi in tal senso, o solo richieste attinenti al nuovo incarico, che dovrebbero essere esaudite senza esitazioni. Se poi dovesse essergli chiesto di sottrarre una statuetta etrusca, registri la pretesa e vada subito dai carabinieri. Ma il soggetto è solo tremebondo e va rassicurato: dica al direttore che accetta con gratitudine ma sente un certo imbarazzo verso la collega. Gli verrà motivato perché la scelta è caduta su di lui e magari anche altro riguardante Anita. Poi ad incarico ottenuto parli subito con lei e le dica tutto quanto è possibile che non la ferisca. Anita capirà nella misura in cui è capace e se ne farà una ragione o gli toglierà il saluto o chiederà il trasferimento.

Classifica cinematografica per l’anno 2014 / 2. Il Bene (e il Mah)

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(Seconda e ultima parte di una classifica cominciata qui.
Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

Interessanti

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5. Due giorni, una notte (2014) di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Prepotente ma umano, realistico, costante, empatico, emozionale: l’ultimo film dei Dardenne è un francesissimo canto del cigno dello spirito d’aiuto del proletariato, un’opera d’intrattenimento drammatico sinistrorso che va da una parte e dall’altra inculcando nello spettatore, più che una storia, un ritratto di un animo che va a mancare nella società, una società mostrata non nel particolare ma che, pur con stereotipi, fornisce una galleria di personaggi che regalano ognuno una vignetta di notevole impatto emotivo, personaggi veri, normali e difficili. Un piccolo gioiello, che non innova nulla ma che mostra quel che mostra con semplicità, in una scena cinematografica come quella francese che, ancor più di quella italiana, è sempre più stantìa.

 

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4. Interstellar (2015) di Christopher Nolan
Il più empatico e ambizioso dei film del più astruso autore di blockbuster in lingua inglese, Christopher Nolan. Interstellar è l’Armageddon per astrofisici, per gli appassionati di Spielberg che non sono andati oltre 2001: Odissea nello spazio (1968) nel campo delle innovazione nella fantascienza d’autore, per chi ha amato Inception (2010) ma vuole qualcosa di più. Moltissimi sono i pregi contenutistici e tecnici, moltissimi anche i difetti, i buchi di sceneggiatura, le ingenuità, i patetismi lagnosi, le imposizioni emotive sullo spettatore, i doppi finali fuori luogo, i crescendo sonori insensati. Mai eccessivamente federalista o noioso, nella sua suddivisione in parti (che comincia spielberghiana, diventa nolaniana e poi punta a diventare kubrickiana ma si perde per strada e rimane alla fase precedente), ma è tra le pellicole più sopravvalutate dell’anno.

 

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3. I guardiani della galassia (2014) di James Gunn
La Marvel potrebbe finalmente aver capito con che spirito dirigere i propri film: pura goliardia, meno cartoonesca ma anche meno seria, con un versante trash ed un’estetica dell’epica e dell’autoironia che prende molto dal passato ma è puntata verso il futuro. Molto migliore di The Avengers, più divertente ed esplicitamente stolto, è pieno di gag dal tempismo riuscito, verbalmente più vicine ad un episodio di Lupin III che ad un film di Iron Man, e di scene d’azione forse eccessivamente lunghe ma ben costruite, e più simili visivamente al migliore capitolo di Star Wars piuttosto che ad un qualsiasi film con Capitan America protagonista. Qualche ralenti di troppo, ma è un guilty pleasure tutto da godere.

 

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2. The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson
Forse è il vero miglior film di Wes Anderson, il più colorato, il più avventuroso, il più slapstick senza essere troppo derivativo (ma con citazioni cinephile tra le più disparate, che vanno da Chaplin a 007), il più drammatico, il più letterario, storico, enfatico, zuccheroso, ingenuo ma pieno d’animo. Il cast è variegatissimo e ben bilanciato, mentre la regia di Anderson osa giocare anche sul cambio di formato, sulla narrazione nella narrazione, sul divertissement cromatico all’ennesima potenza, sull’intimismo.

 

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1. The wolf of Wall Street (2013) di Martin Scorsese
Scorsese si dà alla critica sociale applicando lo stile pseudo-documentaristico ma ironico, ben assodato con Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995), alla biografia di Jordan Belfort, magnate di Wall Street che vive nel peccato, nella droga e nel sesso e si diverte da matti. Non è un’apologia quanto un requiem esilarante e già cult di una concezione sociologica nuova, quella dello Spring Breakers (2012) di Harmony Korine dove il divertimento stesso e la sua messinscena sono squallidi a prescindere dal come sono vissuti oltre la macchina da presa in quanto sono vissuti dallo spettatore attraverso l’inquadratura, come visione esterna, come giudizi. Se il film di Korine è però deprimente e grottesco nelle sue luci al neon, il film di Scorsese è in effetti divertente e, quando è triste, lo è tra le righe, non esplicitamente, nel far immaginare gli esseri umani che sono fuori dall’inquadratura. Già Taxi Driver dimostrava come il cinema di Scorsese si concentrasse anche su ciò che non si vede, ma qua più che mai i personaggi che non fanno parte della storia (il proletariato) sono protagonisti dell’anticaricaturale fuori dalla vignetta, dalla storia, dalla vita di Belfort. Qualche ingenuità stilistica nella prima parte, condita di gigioneggianti egocentrismi di Di Caprio, non affonda comunque un film esilarante dalla regia lucida e dalla sceneggiatura (di Terence Winter) perfetta.

(continua)

Grandi Film

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5. Magic in the moonlight (2014) di Woody Allen
Woody Allen fa ormai da quasi sempre un film all’anno e dopo Match Point (2005) raramente aveva lasciato tutti soddisfatti. Midnight in Paris (2011) ha avuto consensi più dal pubblico (e dall’Academy) che dalla critica, To Rome with love (2012) è stato un flop al botteghino eccetto che in Italia ma soprattutto è stato demolito da tutti e Blue Jasmine (2013), pur innovando qualcosa nel cinema di Allen portando una nuova maniera per mostrare drammi famigliare come quelli di Interiors (1978), ha lasciato dubbi in molti, compreso il sottoscritto: non sono rimasto particolarmente affascinato dal personaggio nevrotico di Jasmine, resa drammatica e al femminile del solito protagonista alleniano, bloccata in un dramma banale trattato registicamente con un brio fuori luogo. Anche Magic in the moonlight è stato ampiamente bocciato, però è probabilmente il film di Allen più curato a livello fotografico in assoluto, con la sua eleganza viscontiana ed i suoi cambi cromatici immediati che non hanno niente di cartolinesco a differenza dei film più recenti. Il brio non forzato di questa commedia romantica è simile a quello di Basta che funzioni, meno divertente ma più geniale: la morale alla fine è sempre la stessa, e infine anche il personaggio protagonista è sempre l’ennesima versione di Allen stesso, ma l’autocoscienza cresce, il gigionismo diminuisce, l’analisi delle debolezze e la resa sentimentale e divertente del conflitto tra il desiderio di fuga dalla realtà e l’attaccamento ad essa, tra l’irrazionalità e la razionalità, tra la perfezione forzata e l’imperfezione filosoficamente preferibile.

 

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4. Ida (2014) di Pawel Pawlikowski
È quasi sicuro l’Oscar al miglior film straniero per questo film polacco in bianco e nero che narra la storia di una giovane ebrea che sta per diventare suora, conosce la zia alcolista, con la quale va alla ricerca dei cadaveri dei genitori morti durante l’Olocausto, e s’invaghisce di un jazzista. Pawlikowski non innova niente ma narra una storia drammatica con uno stile in cui la profondità di campo non viene resa nella terza dimensione quanto nelle prime due, semplicemente ampliando gli spazi vuoti e facendo vagare i personaggi attorno ad essi con pochissimi primi piani, creando effetti suggestivi con una potente fotografia. Tristissima e geniale l’ultima inquadratura che riprende l’estetica della carrellata della bambina in Satantango (1994) di Béla Tarr.

 

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3. A proposito di Davies (2013) di Joel e Ethan Coen
Nessuno ha dipinto gli anni ’60 come i Coen nel loro ultimo lungometraggio. La fotografia gelida di Bruno Delbonnel, il triste volto (già cult) di Oscar Isaac, i ritmi disperati ma minimalisti che danno poco spazio all’immaginazione ma vagano tra l’ironia e il visionario con un senso del grottesco particolare e l’umorismo triste e violento tipico dei due registi sono tra i tanti motivi per cui A proposito di Davies è tra i migliori film del duo. Un po’ manierista forse, molto fuori dal tempo, con ritmi perfetti anche quando dilatati, fa appassionare al folk come se fosse una lentissima gara sportiva in cui non c’è alcun vincitore, tranne magari l’ombra di un Bob Dylan che si scorge nel finale e apre una tendina per il futuro.

 

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2. Il sale della terra (2014) di Wim Wenders
Sebastião Salgado è tra le figure artistiche più imponenti del presente. Le sue fotografie sono dotate di uno sguardo umano e portentoso, che ha dell’umile ma che comunque impressiona per solennità, sincerità, prepotenza. Costruire un documentario tutto su proiezioni di foto è arduo, ma Wenders riesce perfettamente nell’impresa facendo un film su cui in realtà c’è pochissimo da dire: Salgado regge tutto su sé stesso e sulla propria famiglia come se fossero personaggi fittizi in funzione di sé stessi, e di Wenders o di un’eventuale rivoluzione di linguaggio non c’è traccia, il fotografo fa da sé e quel che fa lo fa benissimo. Verrebbe da chiedersi se, con un regista diverso e un approccio diverso, non sarebbe potuto venirne fuori un vero capolavoro – il primo nome che viene in mente è Herzog, empiricamente vicino a Salgado, ma probabilmente i due avrebbero finito per litigare su chi ha “visto di più”.

 

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1. Gone girl (2014) di David Fincher
È inutile dire che David Fincher si è riconfermato il miglior regista americano di thriller su commissione del momento, o, per meglio dire, della modernità. I concetti di Gone Girl sono semplici e affrontati in maniera letteraria e non troppo innovativa (il bisogno dell’amore come illusione, la destrutturazione delle convenzioni matrimoniali, la critica mediatica, l’egoismo, il misantropismo), ma le varie finezze sono principalmente tecniche: la sempre perfetta e alienante colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, non gelida come quella di Millennium – Uomini che odiano le donne (2011) ma quasi altrettanto calcolata; la fotografia fredda, verdognola e passiva di Jeff Cronenweth; il montaggio veloce e mai difettoso di Kirk Baxter, che incolla con precisione chirurgica scene ripugnanti dopo scene passionali con contrasti potenti; persino la recitazione minimalista di un irriconoscibile Ben Affleck, la cui mezza monoespressività bressoniana è ottima per inquadrare l’ambiguità di cui è pregno il suo personaggio, un protagonista ignavo ma positivo, più vittima che carnefice, tremendamente pop nella maniera di pensare e intriso nelle bugie fino al midollo. Ottima pure la sua controparte, la neo-femme fatale Rosamund Pike. Il finale, per un film hollywoodiano, è crudelissimo e senza speranza.

(continua)

I capolavori

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5. Maps to the stars (2014) di David Cronenberg
L’ultimo film di Cronenberg dimostra che l’autore canadese ha trovato un’estetica in cui si trova a suo agio che gioca proprio sul fatto che non è l’estetica che ci si aspetterebbe da lui. Il kitsch splatter di Videodrome (1983) è stato sostituito da geometrie hitchcockiane, illusioni misteriose, critiche sociali che però puntano sul fisico, sul corporeo, sul ripugnante in maniera sottocutanea e misteriosa, con personaggi e situazioni immersi in giochi artificiosi che giocano ironicamente e tristemente, con una cadenza funerea, con il loro stesso essere artificiosi. Mia Wasikowska e Julianne Moore brillano in un cast pieno di nomi prepotenti, e si impongono la prima per la propria innocenza misteriosa e cupa e la seconda per il proprio essere costruita, chirurgica, ripugnante, artificiale nella stessa resa fisica prima ancora che nell’interpretazione.

 

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4. Only lovers left alive – Solo gli amanti sopravvivono (2013) di Jim Jarmusch
L’ultimo film di Jarmusch è tra le sue opere più alte e memorabili, un film di vampiri senza tempo fatto tutto di atmosfere, arabeschi, senso del vuoto, colori spenti o al neon, futili riflessioni sull’inesistente futuro dell’uomo, snobismi pop, dialoghi ironici ma spinti da una verve letteraria nobile, regia tranquilla e pura, fotografia perfetta. Un film sull’inattualità che è completamente inattuale ma non perciò non moderno nella sua spaesante concezione di intrattenimento caratteriale, misterioso, evocativo, forse privo di significato ma mai inutile, poetico, esistenzialista, evanescente e ipnotico nei ritmi, mai banale. Tom Hiddleston abbandona i panni di Loki per un’interpretazione affascinante e fondamentale, ma Mia Wasikowska, di nuovo e più che mai, ruba la scena a tutti.

 

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3. Belluscone – Una storia siciliana (2014) di Franco Maresco
Il ritorno di Franco Maresco al cinema, senza portarsi con sé Daniele Ciprì, è il più fondamentale, importante e bel film italiano almeno dell’ultima decade, anche più di Le quattro volte (2010) di Michelangelo Frammartino. Infatti, Belluscone non è un documentario su Berlusconi quanto un agghiacciante ritratto di un conflitto (politico!) di autocoscienze (meta)cinematografiche, documentario sulla disillusione sprezzante dell’italiano nei confronti dello Stato, grottesca illustrazione di uno schifo globale che ha del divertente e dell’agghiacciante. Maresco esplode in un urlo disperato e poco liberatorio, grida per mostrare il proprio disagio nella forma del (relativo) documentario, propone un fantasma in bianco e nero, il meraviglioso personaggio (già cult) di Ciccio Mira, e lo pone come protagonista surreale di una storia intricata, misteriosa, non propriamente narrativa, elucubrazione mentale sul tema dell’illegalità, della resistenza, della mal sopportazione, dell’influenza cupa tra mondo dello spettacolo e politica, sempre dietro l’ombra dell’assenza di spirito. Inevitabile.

 

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2. La leggenda della principessa splendente (2013) di Isao Takahata
L’opera ultima di Takahata è ovviamente uno dei più grandi film d’animazione di tutti i tempi, in quanto opera conclusiva e summa massima dell’autore d’animazione nipponica più autorevole dopo il più celebre compagno Miyazaki che con Si alza il vento (2013) ha raggiunto un risultato altrettanto se non più alto. Come mai? La leggenda della principessa splendente è una fiaba (tratta da una storia orientale popolare quanto, da noi, Cappuccetto Rosso) che prende uno stile umile ma visionario e riesce nell’impressionante e meravigliosa impresa di mischiare l’estetica dei film di Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi e Yasujiro Ozu alle follie cromatiche di Kandinskij o anche ai mondi di Chagall. Se non fosse abbastanza, il film affronta con infantilismo magico il rapporto tra l’uomo-natura, rappresenta l’onirico con una leggerezza melanconica unica, la famiglia come mini-nucleo e maxi-nucleo, l’anarchico desiderio anti-borghese di liberarsi dai limiti reimpostati per adattarsi ai propri desideri primordiali, infantili. È un’ode al bello della vita che, più di ogni altro film dello Studio Ghibli (eccetto forse proprio Si alza il vento), riesce anche a trovare tempo per concentrarsi e riflettere sul realismo tragico, drammatico e cattivo dell’umanità come gruppo invece che come insieme di individualità. Unico, imprescindibile, necessario.

 

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1. Addio al linguaggio (2014) di Jean-Luc Godard
Mi sono già dilungato abbastanza sul capolavoro assoluto di Godard di quest’anno nell’ultimo Fili rossi, ma è necessario ricordare che Addio al linguaggio è un montaggio evocativo in cui “non c’è niente da capire” ma c’è solo da ammirare la caotica ma armonica prepotenza visiva di un’opera che è l’unica ad essere capace di mostrare le potenzialità massime del digitale e del 3D, proponendo dunque una vera e propria affermazione delle rivoluzioni tecniche nel cinema recente. Visionario, spesso incomprensibile, ironico, difficile, stordente, epocale. Da un punto di vista emotivo non è tra i più coinvolgenti di Godard, ma è necessario che un film così importante da un punto di vista tecnico provenga da lui ed è necessario che lo si guardi, nel futuro, come uno dei baluardi del genio visivo del passato.

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Archeologo conservatore

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno «scolastico» si vincono altri tre libri (i primi tre sono stati già vinti e spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
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Carla Muschio
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Sergio lavora per la soprintendenza archeologica della sua regione da una decina d’anni e ha iniziato poco dopo la laurea. Una carriera invidiabile. Ora il museo archeologico della sua città ha ricevuto dei fondi con cui intende aprire una sezione di etruscologia. Il direttore del museo invita Sergio per un colloquio e gli annuncia al telefono di che si tratta.
«Mi pare che tu sia proprio la persona adatta per questa carica, sei stato il primo a cui ho pensato. Sei molto preparato ma sei anche giovane. A differenza di tante mummie del museo, sono sicuro che tu avrai idee nuove, un’impostazione fresca. Che ne dici?».
Sergio è eccitato e emozionato. Non sapeva nulla dell’allargamento del museo ed è sicuro di voler accettare. Però…
Ci sono tanti però. Cosa dirà la sua collega Anita, che è brava quanto lui e potrebbe restare male vedendo fare a Sergio un tale balzo nella carriera? E il direttore del museo, non vorrà chiedergli troppi favori dopo avergli affidato quella carica? Su una sola cosa Sergio non ha dubbi. Quella carica lo attira. Deve trovare il modo di ottenerla con grazia.
Conclude la telefonata dicendo:
«Ti ringrazio infinitamente di questa offerta. Ci devo pensare. Posso passare da te giovedì in ufficio per parlarne?».
Come farà Sergio a ottenere con i dovuti modi il posto che desidera?

Classifica cinematografica per l’anno 2014 / 1. Il Male (e il Beh)

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Con la fine di un anno giunge il tempo di sondaggi: in questo caso, ovviamente, in campo di cinema. Sfortunatamente, non andando a quasi nessuno dei grandi festival del cinema, ho perso grandissimi film, e le opere viste in sala in Italia dal 1° gennaio al 31 dicembre 2014 ammontano ad una venticinquina abbondante che verrà tutta inserita nella seguente classifica. Da questa lista escluderò ovviamente i molti film non visti (carenze più gravi: The look of silence di Joshua Oppenheimer, Sils Maria di Oliver Assayas, Mommy di Xavier Dolan, Jersey Boys di Clint Eastwood, Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan, Pasolini di Abel Ferrara) ma anche i capolavori dell’anno che sono riuscito a recuperare ma che non sono usciti in sala in Italia, su tutti Jauja di Lisandro Alonso e Journey to the West di Tsai Ming-Liang.
Dunque, suddividerò i film visti in cinque categorie, in ognuna delle quale entreranno cinque film: il Male (i film ingiustificabili, le visioni difficili), l’Ambiguità sospesa (i film a metà, con tanto difetti quanti pregi), gli Interessanti (opere originali ma difficili per approccio, oppure semplicemente molto carenti, o, meglio, guilty pleasures inconfessabili), i Grandi (le opere importanti, essenziali, i film di culto dell’anno) e i Capolavori.
Tra queste categorie, il Male ha la peculiarità che invece di andare dal minore dei tre al maggiore, andrà in direzione opposta, culminando in prima posizione con il peggior film dell’anno. I grandissimi fuori classifica sono Si alza il vento di Hayao Miyazaki, squalificato perché visto nel 2013 a Venezia ma anche perché inclassificabile, per la propria bellezza e importanza forse superiore a quella di ogni film uscito in sala quest’anno (eccetto, magari, proprio la primissima posizione), e C’era una volta a New York di James Gray, bellissimo film d’impostazione classica basato su di un triangolo amoroso à la Strada (Fellini) in quanto il cinema di Gray è, più che mai, senza tempo, anacronistico, quindi separato dal contesto della classifica.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

Il Male

lo hobbit

5. Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (2014) di Peter Jackson
Peter Jackson ha fatto un errore madornale con la trilogia dello Hobbit nell’impostarla come una trilogia, per di più aspirante a un’epica paragonabile a quella del terzetto del Signore degli anelli. Il primo capitolo (uscito nel 2012) aveva l’ottima caratteristica di non prendersi sul serio, quasi un cartone animato dai ritmi lenti, un po’ inutile ma innocuo, tranquillo, con molte atmosfere in cui perdersi, per un’epica mischiata all’intimismo campagnolo che caratterizza la Contea/Nuova Zelanda tolkieniana di Jackson. Dal secondo capitolo, con l’aggiunta dell’insopportabile elfa Tauriel (Evangeline Lilly), l’epica si è fatta più enfatica, la spettacolarità più cartonata. E nel terzo?
Nella Battaglia delle cinque armate vi sono un prologo pomposo, dialoghi privi di profondità (soprattutto quelli legati a Tauriel, appunto), scene di battaglia inconcludenti, e tanta insoddisfazione. In vari momenti si va oltre la barriera del ridicolo involontario, in particolare nelle scene con Legolas. Notevoli tuttavia sono le caratterizzazioni dei nuovi orchi e nemici vari nella battaglia principale, creativi e cupi come ci si aspetterebbe dai migliori film di Del Toro (che ha collaborato alla sceneggiatura di tutta la trilogia e che avrebbe dovuto dirigerla).

 

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4. Boyhood (2014) di Richard Linklater
Richard Linklater, allievo di James Benning, avrebbe pensato un esperimento geniale e innovativo con Boyhood, film narrativo che segue quasi 12 anni nella vita di Mason Evans (Ellan Coltrane), per la precisione dal 2002 al 2013, e lo fa seguendo davvero la crescita fisica di Coltrane con un’analisi che punta alla descrizione di che cos’è la vita.
Peccato che la vita di Boyhood escluda la quotidianità e si concentri su una serie di eventi importanti (ma neanche poi così tanto) nella vita del personaggio, costruiti narrativamente a puntino in modo da avvicinarsi ad una soap opera o comunque ad una serie drammatica (non particolarmente riuscita).
È difficile simpatizzare per un protagonista di cui vediamo 12 anni di vita ma della cui psicologia è avvertibile poco o niente, e si finisce per concludere la la visione con una maggiore consapevolezza dell’interiorità dei genitori, tra un padre (Ethan Hawke) filo-obamiano fino al midollo, come anche il film stesso, ed una madre (Patricia Arquette) oca che, dopo il padre di Mason, si risposa due volte e sempre con ubriaconi misogini dalla manata facile. La visione d’insieme include anche un’evoluzione mediatica degli Usa da Bignami musicale  – come s’è passati da Britney Spears a Lady Gaga passando per Soulja Boy e concludendo tutto con gli Arcade fire ed il loro discone The suburbs,del quale ben due canzoni sono incluse nell’opera, una delle quali nei titoli di coda.
Chissà, forse pure Linklater ha capito che l’atmosfera intimista del passare del tempo provinciale americano è stata trasposta meglio in suono dalla banda (canadese, tra l’altro) di Win Butler che da lui stesso. Ma la gente urla comunque al capolavoro e all’Oscar…

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3. Colpa delle stelle (2014) di Josh Boone
Imperdonabile vaccata preadolescenziale che commercializza la sofferenza umana, banalizza il fatalismo, crea ironia su di una storia d’amore sterile che non ha molto più da offrire rispetto ad un film di Federico Moccia eccetto un «dolore vero» che di vero non ha niente. Noiosissimo nell’ultima mezz’ora, ha il pregio involontario di essere divertente per le frasi fuori contesto e noiose nel mezzo di scene che, invece, dovrebbero scatenare ilarità o commozione per motivi diversi.
È difficile giudicare intellettualmente meritevoli gli individui – generalmente di sesso femminile e di età inferiore ai 16 anni – che tirano fuori i fazzoletti in sala sul finale, ma ogni età ha le sue perversioni.

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2. Il ragazzo invisibile (2014) di Gabriele Salvatores
L’Alex l’ariete dei giorni nostri è il “primo cinecomic italiano” diretto dal regista di culto Salvatores in un momento di particolare crisi creativa. Dialoghi implausibili, scene d’azione prevalentemente trash, una serie di personaggi abbastanza ingiustificabile, una regia ed un montaggio fuori controllo con più scavalcamenti di campo che controcampi non sono niente di fronte al tremendo occhio pedofilo che Salvatores riserva per il sottogonna della co-protagonista minorenne e per la scena imbarazzante dello spogliatoio in cui il protagonista si nasconde, invisibile, a spiare le compagne di classe che si spogliano al rallentatore con una fotografia da soft porn, sculettando di qua e di là. Il fatto principale non è che l’Italia non sia pronta a produrre i propri film supereroistici, il problema è che in Italia non ci sono fumettisti né sceneggiatori capaci di ideare una storia adatta o originale al commercio cinematografico supereroistico del nostro paese. Tuttavia, è uno di quegli (s)cult che rimarranno ricordati negli anni, da quasi tutti come un fallimento.

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1. Lucy (2014) di Luc Besson  
Lucy
non è il peggior film dell’anno. Lucy è addirittura un film talmente brutto da essere trascendentale, da essere forse tra le più essenziali ed importanti visioni del 2014. La definizione che gli ho dato è quella de “il 2001: Odissea nello spazio dei film di merda, anche contenutisticamente”, e questo è semplicemente perché: Lucy crede di avere la profondità di un novello The tree of life (2011, di Terrence Malick) ma perde ogni possibile opportunità sfruttando, nella regia, un’estetica da film d’azione dei peggiori, e, nella sceneggiatura, un didascalismo completamente ignorante; Scarlett Johansson, Morgan Freeman e Choi Min-sik portano a compimento le peggiori interpretazioni della loro carriera; gli effetti speciali sembrano curati da un dodicenne nerd alle prese con Windows Movie Maker; i dialoghi sono improponibili, soprattutto grazie alle frasi a effetto che non fanno effetto alcuno (penso alla scena della macchina o al cin cin in aereo) se non scatenare ilarità; il finale osa troppo e si conclude con un pastiche di pretenziosità dilagante ma anche completamente vacua, deleteria, intellettualmente ignobile, con riferimenti artistici, cristologici e scientifici tra i più disparati, improbabili o semplicemente ignoranti. Insomma, meravigliosamente catastrofico, orrendo fino all’esilarante.

(continua)

Ambiguità sospesa

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5. Godzilla (2014) di Gareth Edwards
Innocentissimo blockbuster che prende la storica figura del lucertolone giapponese, che nell’immaginario collettivo è ormai più legato al film omonimo (1998) di Roland Emmerich invece che ai classici kaiju-movies nipponici, e la ricollega alla tradizione in cui Godzilla non è il nemico dell’umanità ma anzi una forza della natura, un’allegoria della salvezza, un supereroe squamoso. La prima mezz’ora con protagonista Bryan Cranston è inutilmente strappalacrime, ma dopo un po’ il film si addentra nel territorio del cult, dell’esagerato, e pur non raggiungendo vette di spettacolarità come nel Pacific Rim (2013) di Guillermo Del Toro, riesce a fornire memorabili scontri goliardici tra lucertoloni spaccacittà con Godzilla eroico e i Muto, mostriciattoli colossali che amoreggiano come mantidi religiose, come antagonisti.

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4. We are the best! (2013) di Lukas Moodysson
Commedia drammatica intimista e anarchica che punta a parlare di rivoluzione senza rivoluzionare niente. Lukas Moodysson dirige e scrive un film sul desiderio di superare le barriere della convenzione, desiderio infantile ma puro, sincero, con cui il regista svedese costruisce un mondo naturale, realistico, ma non tranquillo, turbato e lontano dalle insincerità borghesi di cui si macchia spesso il cinema europeo. Non c’è niente di particolarmente originale, esclusa una sprezzante ma schietta voglia di ribellarsi a qualcosa di forse inesistente, giusto per il gusto di essere diversi, giusto per il gusto di essere il gioiellino d’autore in sala in mezzo ai blockbuster. Piccole soddisfazioni, non grandi opere di bene.

leopardi

3. Il giovane favoloso (2014) di Mario Martone
Il principale difetto del film biografico di Martone su Giacomo Leopardi è la discontinuità qualitativa. Il film è diviso in quattro parti, distinguibili per la propria collocazione geografica: Recanati, Firenze, Roma, Napoli. La parte dedicata a Recanati mostra Elio Germano prendere il ruolo di Leopardi nelle proprie mani e soprattutto nel proprio corpo, nel processo della mutazione corporea, e nonostante qualche ingenuità (l’uso ostentato di musiche moderne che innalzino Leopardi al livello di un personaggio pop o l’enfasi pacchiana del porre il poeta in scene che lo vedono leggere l’Infinito di fronte al niente per il puro gusto del poetare), è una parentesi che funziona e rappresenta bene la psiche del personaggio; Firenze è un mélo didascalico, mentre Roma è soltanto uno spezzone inutile (e fortunatamente brevissimo); a Napoli è dedicata una frazione narrativa di un periodo breve che però ricopre svariati minuti di elucubrazioni psicologiche a vuoto sull’esplicitarsi dell’Ego di Leopardi, in particolare nel riferirsi al suo rapporto con la morte, e il film culmina sul finale visionario, che esclude la morte ma la implica nella poesia dedicata al Vesuvio, letta da Germano mentre scorrono immagini del vulcano, dello spazio e del poeta stesso. Altalenante, ma potente da un punto di vista puramente letterario.

bucaneve

2. Snowpiercer (2013) di Bong Joon-ho

Cinefumetto che parte da una presa per i fondelli del complottismo delle scie chimiche per poi diventare un apocalittico e anarchico viaggio sporco e prepotente attraverso un’allegoria del totalitarismo lucida, che si fa prendere sul serio ma che non perde la fotografia né lo smalto di quello che è: un cinefumetto. Molte sequenze memorabili e grottesche, tanta autoironia, ma soprattutto una regia talmente fluida da dare l’illusione di un piano sequenza, soprattutto nel crescendo scenografico prima del gran finale che tanto grande non è, e risulta in una serie di rivelazioni scialbe, colpi di scena stolti e ridondanti e, dopo la tragedia, in un lieto fine fuori luogo che molti hanno considerato ambiguo o ironico ma che, tra una fotografia soffusa da spot pubblicitario e una colonna sonora spielberghiana, sembra trovare più conforto nel buonismo che nel cattivismo, eliminando tutte le notevoli ed evidenti originalità precedenti in favore degli americanismi in cui il sudcoreano e talentuosissimo Bong Joon-ho non sarebbe dovuto mai incappare.

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1. Nymphomaniac (2013-2014) di Lars Von Trier
Film in due capitoli di differente matrice e qualità, l’ultima opera di Lars Von Trier è tra i suoi film più personali, che usa la ninfomania come mezzo per affrontare le proprie paranoie e paure, le proprie ossessioni, ma anche i propri problemi con l’essere provocatorio, con la propria identità, con il proprio rapporto nei confronti del sesso opposto, e con sé stesso (molteplici le autocitazioni, su tutte quella di Antichrist nel secondo volume). Il primo capitolo è prepotentemente autoironico, eccessivo nel didascalicismo e perciò a tratti esilarante, con passaggi che ricordano i suoi film migliori per dramma e sincerità ma anche per estetica, risultando cupo senza essere deprimente, a tratti ripugnante ma più spesso caloroso, in senso umano, pur con eccessi a volte gratuiti. Il secondo capitolo tenta maggiormente la provocazione, e osa sempre di più, in maniera crescente, con scene erotiche che non puntano più al ridicolo ma hanno l’ambizione sia di far schifo che di far riflettere. In più punti, nessuno dei due obiettivi riesce. Pochi sono i momenti visionari (la scena dell’albero in particolare), perché Lars Von Trier preferisce prendersi quasi completamente sul serio e non gli riesce troppo bene, bloccato da un antivirtuosismo sessuale poco minimale e spesso pacchiano, se i due capitoli si devono proprio paragonare.

(Continua e finisce qui).

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L’arte di strada sui muri di Parigi

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Mi è capitato recentemente di partecipare a una escursione a piedi nel quartiere parigino di Belleville, in cui le guide mostravano e illustravano le opere più significative della street art fiorente in quel quartiere.

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Loro la chiamavano così, «street art», distinguendola dal «writing», che pure è considerato dai suoi produttori e cultori un’«arte di strada» (ma è fatta soprattutto di tags, le sigle composte da lettere e numeri: vedi immagine soprastante), ed evitando il termine «graffti», che è invece un’etichetta esterna del lessico sociologico utilizzata per descrivere il fenomeno.

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Gli interventi artistici sui muri di Belleville si possono distinguere in opere non richieste e non volute, opere non richieste ma apprezzate e opere addirittura commissionate.

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Queste ultime sono state realizzate alla luce del sole, utilizzando il tempo e i materiali che l’artista ha ritenuto opportuni, senza l’interferenza della fretta e della paura di chi teme di essere multato per aver imbrattato un muro.

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Altri murali (si può dire anche così, riassuntivamente. Un po’ come: quadri) martedì prossimo.

Carla Muschio
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Vetrina: forchette cadute

Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video, i finnici Fork in 
Highway to Hell degli Ac/dc, dallo spettacolo ElectroVocal Circus).

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Lettura

In nessun caso, la persona invitata si rivolge al cameriere per chiedere del pane, del sale, del vino, o qualsiasi altra cosa. Questo comportamento è ammesso solo al ristorante. Naturalmente se il cameriere si è dimenticato di darle la forchetta, cercherà di fargli un cenno senza dare troppo nell’occhio.

(Colette Rosselli, Il nuovo Saper Vivere di Donna Letizia,
Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990, p. 73)

Vetrina

Elena Trabaudi
Per prima cosa, bisognerebbe sapere se gli zii del fidanzato hanno un cameriere alle loro dipendenze o se è stato «noleggiato» per l’occasione, insieme al catering. Nel primo caso, capisco di più l’imbarazzo di Loretta, la quale, trovandosi in una casa di tono molto alto, può anche porsi qualche lancinante interrogativo. Se invece si tratta di un festeggiamento di persone di livello medio, Loretta può senz’altro rilassarsi. In ogni caso farà sapere a qualcuno vicino, se non direttamente al cameriere, che le è caduta la forchetta; gliene verrà prontamente recapitata una nuova.

 

Luciano Madrisotti
Ad un pranzo placè e servito i commensali non devono fare nulla, tanto meno se di genere femminile.  La forchetta caduta non va certo recuperata da Loretta che può scegliere alcune vie per risolvere l’innocente ed incolpevole problema:  chiederà al giovane vicino di aiutarla recuperando la posata e chiamando con discrezione il cameriere che non si è accorto dell’incidente. Il giovane dovrebbe capire e risolvere. Altrimenti Loretta può usare la forchetta da dessert, se c’è, e quando il cameriere passerà a sostituire i piatti lo avvertirà sommessamente. Ovvero potrà con eleganza ed un sorriso, ma ci vuole molto stile e le posate devono essere sicuramente d’argento, avvisare la zia del fidanzato che non pensi ad un furto con destrezza e che non intendeva sottrarre una forchetta in quanto ecc. Certo questa soluzione vorrebbe commensali preferibilmente giovani ed informali.

 

Francesca Taddei
Se Loretta non vuole farsi notare da nessuno, può solo starsene ferma e buona e sperare disperatamente che il cameriere si accorga della forchetta caduta e gliene porga una pulita. In effetti le cose dovrebbero andare così, ma può darsi che sia distratto e non se ne accorga.
Che fare, dunque? La cosa più importante secondo me è muoversi nel modo più disinvolto possibile, per non sottolineare con inutili imbarazzi questo piccolo incidente.
Quindi con naturalezza esclamare una frase retrò, tipo «Oh, che sbadata che sono!», rivolgendo uno sguardo all’oggetto in terra. Immancabilmente qualcuno verrà in soccorso della povera fanciulla deforchettata: o il cameriere direttamente, oppure la padrona di casa, che richiamerà l’attenzione della servitù.
Siamo comunque certi che in futuro, in caso di un nuovo invito, Loretta si presenterà con un intero set di posate d’emergenza, da nascondere dentro, maniche, risvolti del vestito ecc…, per servirsene in caso di necessità.

 

Lodovico Re
Sarà stata l’atmosfera ammuffita dell’invito formale, ma a Loretta viene in mente Mr Bean e i suoi modi, come dire, antisociali. E’ il momento di far qualcosa come il suo eroe del cinema.  Con nonchalance lascia cadere il suo tovagliolo sulla forchetta del vicino di posto, tutto compreso in una peraltro stucchevole conversazione sulle assicurazioni sulla vita con il capotavola. Et voilà, è un attimo. Loretta ritira il tovagliolo e….la forchetta sottostante. «Buon appetito!», esclama a voce alta con soddisfazione, infilzando lo squisitissimo saltimbocca.

 

Mariagrazia
Immagino il disagio di Loretta ed il dubbio sul comportamento da assumere. Penso, però, che trattandosi di un pranzo formale, avrà a disposizione di fianco al proprio piatto altre due forchette, per cui consiglierei di fare finta di niente, ed usare un’altra forchetta. Si farà sostituire quella caduta al prossimo passaggio del cameriere senza che alcuno se ne accorga.

La forchetta caduta

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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Loretta ha accettato, vincendo la timidezza, di andare a colazione dagli zii del fidanzato, che festeggiano in casa l’anniversario del loro matrimonio. Ecco la compagnia seduta in bell’ordine, dove indica il segnaposto di ciascuno.
Gli zii fanno le cose in grande, hanno un vero cameriere che serve a tavola, in giacca bianca e calzoni con la riga. Tutto va bene per Loretta durante l’antipasto e per tutto il primo piatto. Cibi e parole si susseguono leggeri. Ma ecco che arriva il secondo: invitanti saltimbocca. Mentre Loretta si volge a parlare con il giovane seduto alla sua sinistra, il lembo della manica della sua camicia si impiglia nella forchetta e la fa cadere. Tutti sono stati serviti, si inizia a mangiare, ma Loretta è in ambasce. Chinarsi a raccogliere la forchetta? Pare poco igienico e tutti la guarderanno. Chiamare il cameriere a voce alta? Anche così la guarderanno. Ma una soluzione va trovata.

Il cimitero di Chania

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Giustamente gli archeologi scavano le necropoli, perché esse danno molte informazioni sullo stile di vita (e di morte) di una civiltà. Infatti il museo archeologico di Chania possiede molti corredi tombali locali in cui vediamo gioielli, vasellame, strumenti di lavoro.

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Mi è venuta la curiosità di indagare la necropoli di oggi, il cimitero della città.

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Molte tombe hanno in testa una sorta di vetrinetta protetta su tutti i lati che contiene nomi e immagini dei morti, qualche fiore artificiale e anche soprammobili o altri oggetti, evidentemente cari al defunto.

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Tra qualche secolo gli archeologi troveranno queste fotografie e soprammobili e trarranno conclusioni sui nostri tempi, notando una continuità tra le tombe d’oggi e quelle minoiche.

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E che dire della tomba tutta ombreggiata da una pergola di buganvillea in fiore, come una bella villa sul mare? Credo che Persefone approvi questa iniziativa dei parenti del morto.

 Carla Muschio
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