Fili rossi #11

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Il Cinema di Roy Andersson è un Cinema di inquadrature lunghe e ampie create con una profondità di campo impressionante, specchio di riflessione per una società zombificata in un mondo che sta lentamente smettendo di essere un parco giochi per la meditazione per trasformarsi in un ospizio post-apocalittico per la stupidità umana. O, meglio, questa è la concezione universalistica che traspare dalle lunghe e statiche scene del suo Canzoni dal secondo piano (2000), grande film in cui, con gelida ironia, vengono evidenziate numerose scene vignettistiche attraverso le quali il regista svedese mostra, più che un evento, un atteggiamento collettivo, attraverso il quale molteplici personaggi di diverse età dimostrano di essere impreparati alla misteriosa apocalisse che sta per distruggere l’umanità, ma che in realtà non è che un’illusione, mai menzionata. La vicinanza della fine, ad ampi respiri, non è tanto nella fine stessa, quanto nella monotona quotidianità che, agli occhi esterni del cineasta, che guarda tutto attraverso un solo punto di vista per rendere tutto più cupo e freddo, non è che assurda, in un senso sia umoristico sia oscuro. Anticapitalismo, anticristologicismo, un po’ di David Hopper ed un po’ di Monty Python rendono il film svedese uno dei più enigmatici ed emblematici del suo decennio. La sua messinscena, infatti, crea un effetto suggestivo, da “dipinto in movimento”, a causa della profondità e della larghezza di ogni singola inquadratura, fotograficamente curata in maniera puntuale e chirurgica. Questo è perché Andersson non si propone come regista filosofo, saggio o intellettuale, bensì usa il suo stile per dare un’analisi sociologica e personalistico-psicologica attraverso un Cinema riflessivo che è capace di scandire i ritmi gelidi di un presente più mostruoso di quello dei film dei Coen. Andersson si propone come regista-artista con la funzione di scultore del tempo. Tempo come attimo, come sensazione (appunto vignettistica) o anche proprio come epoca, come stato mentale di un pensiero momentaneo e sociologico – più o meno come Andrej Tarkovskij, che proprio ha coniato l’espressione “scultura del tempo” applicandola al proprio Cinema. Ed è anche per questo che Tarkovskij è probabilmente il miglior regista possibile.
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Andrej Tarkovskij, da un punto di vista di completezza cinematografica, poesia visiva e pura bellezza, potrebbe essere il più grande regista di ogni tempo, e lo dice pure Ingmar Bergman, tra i pochissimi che potrebbero contendergli al titolo, come conseguenza dell’affermazione che il cinema non documentaristico è un sogno. Il Cinema di Tarkovskij, al suo apice con Andrej Rublëv (1966) ma cristallizzato nella sua forma definitiva con Sacrificio (1986), è un’arte viscerale, emotiva, che tende all’infinito. Sacrificio ne incarna la disperazione con una crudezza limpida incredibile: nel capolavoro conclusivo della filmografia di Tarkovskij, con la bellissima fotografia di Sven Nykvist (collaboratore abituale proprio di Bergman), c’è un annuncio di fine del mondo universale che finisce per causare un intimo collasso nel privato, un collasso sacrificale e cupissimo. Tarkovskij teorizza Dio come un ente muto e l’uomo come un essere vivente fragile che sacrifica la propria stessa umanità nel tentativo del dialogo col divino. La lucidità di Tarkovskij consiste anche nel non sprofondare nella discussione etica sull’esistenza o no di Dio (come da una parte Aleksandr Sokurov e dall’altra proprio il succitato Bergman, il primo cristiano ed il secondo ateissimo, che fanno film sulla religione ponendo la propria visione dell’uomo e del cinema prima di ogni giudizio in negativo verso certe mentalità), con una sensibile-sensazionale-sensoriale atmosfera di cupa depressione interiore ed esteriore che diventa un vero e proprio mondo di onirismi misteriosi e religiosi. Tarkovskij rilegge dunque il suo Cinema sempre come un’arte che possa scolpire il tempo, ma in un senso più elementale e meno politico-storico: Sacrificio, che è un film umido, infuocato (in senso sia tattile che visibile), terreno ed universale, è una mistica parabola antididascalica dello spiritualismo moderno, ed in tal modo è un film disperato sul fluire estetico del mondo e non sull’umanità di chi ci abita. Crea una sorta di eterea inquietudine infernale così corporale da allontanarsi dalla definizione (razionale e comune) di “sogno oscuro” per avvicinarsi più che altro a quella di “preghiera cupa”. Riassumendo e facendo ordine: Sacrificio è un capolavoro assoluto perfetto per concludere la carriera di Tarkovskij (come Eyes Wide Shut per Stanley Kubrick) perché, come Roy Andersson, il regista russo (s)compone lo spazio cinematografico con l’amore immaginifico per la purezza dell’immagine, ed attraverso esso esprime concetti eterni eppure strettamente legati ad una situazione moderna, quotidiana, del presente, che in Tarkovskij come in Andersson si manifesta tramite un apocalisse intima, che in un caso porta l’uomo al tentativo di dialogo con Dio e nell’altro lo ‘zombifica’. In un caso è un film sotto forma di preghiera elementale (una delle più innovative ed impressionanti scelte di linguaggio nell’arte novecentesca, probabilmente), e nell’altro un requiem alienante e satirico. Il Cinema di entrambi i registi decide dunque di fossilizzare un pensiero, una riflessione (politica/filosofica, ma, soprattutto per Tarkovskij, puramente artistica e legato più ad una logica estetica che ad una etica) sul presente, in immagini in movimento. Questo è “scolpire il tempo”.

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Robert Bresson si può rileggere su di un piano simile anche nei suoi film meno personali. Uno dei suoi film più noti, Diario di un ladro (1959), che stilisticamente fu di enorme influenza per il Cinema di Paul Schrader (che a livello teorico è tra i più grandi sceneggiatori e critici cinematografici di ogni tempo), non è che una rilettura, ovviamente “bressoniana”, di Delitto e castigo di Fëdor Dostoevsky, eppure ha qualcosa di magnetico nel come si distanzia dal romanzo. Innanzitutto, Bresson (che, per Godard, rappresenta il Cinema francese nella stessa maniera in cui Dostoevsky rappresenta il romanzo russo e Mozart la musica tedesca) è un regista innovativo per la sua corporeità, il suo concentrarsi sulle mani dei suoi personaggi, soprattutto in Diario di un ladro che, come suggerisce il titolo, è una sorta di biografia di un cleptomane. Queste mani, sempre inquadrate in atti più o meno criminali, è come se rappresentassero un dolore immotivato e non legato da un’urgenza umana, è come se rappresentassero un’estensione corporea meccanica. Il mondo umano è materialista, il Cinema però ne evita i limiti e fotograficamente ne cattura l’allegorica potenza. Diario di un ladro parla anche dell’anima umana: l’ultima frase detta, in voce fuori campo, dal protagonista, sembra quasi sottintendere, senza un vero motivo, che la sua cleptomania è mossa da un desiderio di amore e di affetto misterioso di cui non ha accennato nella precedente ora e un quarto di narrazione. In un certo senso lo scolpire il tempo di Bresson qui si manifesta nello scolpire il passare di un tempo (biografico), con dolore e pathos, ma con una sorta di irrealismo naturale e non forzato che dà all’opera una sensazione di forte sincerità e forza vitale. Anche ne Il processo di Giovanna d’Arco (1962) la regia statica e statuaria viene enfatizzata con violenza allegorica per stabilire una sorta di rilettura del tempo in funzione dell’uomo cinematografico come entità “reale ma fittizia” in quanto bloccata nell’anticorporeità fotografica dell’arte, bloccato/limitato rispetto alla realtà. L’inquadratura finale de Il processo di Giovanna d’Arco mostra il palo su cui Giovanna è stata bruciata ricoperto dal fumo ed ormai privo del corpo di questa, svuotato dell’umanità e del dolore, simbolo della sparizione, nel tempo, di quel dolore cristiano pietoso che lo spettatore ha potuto rivivere attraverso le immagini. Sotto questo punto di vista, il Cinema di Bresson è più fisico che etereo, più scultoreo che filmico in senso classico (e forse proprio perciò è cinematograficamente purissimo).

(continua)

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Dove Andersson crea deprimenti vignette, Tarkovskij preghiere cupe e Bresson sculture dolorose, Akira Kurosawa, il capostipite del Cinema giapponese tutto, crea poesie oniriche e le chiama Sogni (1990). Tra i suoi film più sottovalutati infatti, quest’opera a episodi, più goffo registicamente ed umile rispetto ai suoi film più noti, è forse il suo apice per sincerità, bellezza, emozione, ed è anch’esso un film sul tempo, descritto come una vita suddivisibile in blocchi onirici (temporali-cinematografici) che mostrano, con una leggerezza poetica e non con astrusi, prolissi o verbosi tentativi di allontanarsi dalla semplicità maestosa del Cinema di Kurosawa, un tipo di arte audiovisiva non che scolpisce bensì che vola attorno, attraverso e sopra il tempo. I ‘sogni’ che danno il titolo al film sono infatti vari sogni di Kurosawa stesso attraverso la sua vita che il regista ha deciso di mettere in immagini quasi come un’autoanalisi, che però non si spiega, preferisce dipingersi addosso con vari tributi alla cultura scintoista, al Cinema giapponese (da Ozu a Miyazaki), all’arte europea (Van Gogh esplicitamente) e agli esseri umani in generale, rappresentati come creature cattive ma capaci di grandi cose. Il tempo che passa è come una sorta di concetto prestabilito grazie al quale il regista giapponese può mostrarsi nella propria completezza, traducendo in immagini le proprie paure cinematografiche, filosofiche e vitali – perché sì, per Kurosawa il Cinema probabilmente non è che una trasmissione artistica di forza vitale (e di forza funerea, quando capita) attraverso la quale analizzare l’ambiguità dell’animo umano, che sia con il Caos shakespeariano di Ran (1985), con la multilateralità di Rashomon (1950), con l’allegorica resa epica dell’Oriente feudale de I sette samurai (1954) o appunto con la visione, la commozione, il palese svuotamento (e riempimento) dell’anima che raggiunge il suo apice in Sogni.

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Carl Theodor Dreyer è, come a dire il vero tutti i registi nominati in questo “Fili rossi”, uno dei più grandi registi di ogni tempo. È necessario, forse, legarlo subito a Bresson e al suo Il processo di Giovanna d’Arco se ci si vuole addentrare nel capolavoro di Dreyer: necessariamente, La passione di Giovanna d’Arco (1928), una delle più maestose opere del Cinema muto e del Cinema espressionista. Come Bresson (ma 40 anni prima), Dreyer propone il dolore, fisico e psicologico, per descrivere in immagini la maestosità angosciante del tempo, nel senso del momento singolo, del momento preciso, il momento storico descritto all’interno del film, ovvero gli ultimi giorni di Giovanna d’Arco. Ma il regista danese, a differenza di Bresson, decide che per dare senso e dolore a questa lettura del tempo, non c’è bisogno della metafora, della statuaria corporea, bensì si sente la necessità di organizzare lo spazio. È chiaro che il legame tra spazio e tempo è essenziale per il Cinema, che altro non è che, ricordiamocelo, una serie di inquadrature con una determinata profondità di campo ripetute per un determinato periodo di tempo, e Dreyer estremizza ciò dilatando fino alla nausea il tempo con un montaggio veloce ed una scenografia quasi assente, che dà pochissime possibilità di appiglio a coreografie, la cui mancata presenza si nota poco principalmente perché la regia è costituita per metà da primissimi piani di intensità disturbante. Ecco, Dreyer non è statuario come Bresson perché il regista francese cattura una corporeità, appunto, marmorea e maestosa, mentre Dreyer colpisce l’emozione umana nel suo senso più puro, volendo anche umiliante, disturbante, crudele e denso. La passione di Giovanna d’Arco potrebbe essere il film più sofferente che si ricordi, per l’uso che Dreyer fa dei volti, delle lacrime, dei particolari più posticci, del suo Cinema cupo, cristallino e violento che vive di emozioni reali più di ogni altro.

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Artur Aristakisyan è un nome meno noto di quelli precedentemente nominati, ma non per questo meno degno di nota. Con solo due lungometraggi (entrambi clamorosi) all’attivo, l’autore moldavo, con la seconda opera, Un posto sulla Terra (2001), ha diretto un film atemporale, universale, originale, epocale. Aristakisyan infatti fa un film sull’amore che è un film sull’impossibilità dell’amore, concetto che viene limitato (o forse è meglio dire “imprigionato”) in uno spazio geografico circoscritto, chiuso e quasi claustrofobico, un Tempio dell’Amore di nostalgici hippy guidati da una figura di rivoluzionario cristologico devoto alla povertà. Quest’amore anarchico, estremo ed impossibile è un processo fortemente individualista ma anche collettivo, e quest’amore liberatorio finisce per essere più una prigione che altro. Sesso, violenza, pietà, dolore. Non è un caso, tuttavia, che Aristakisyan dica di trovare Tarkovskij insopportabile: il regista moldavo è sì, nonostante la breve filmografia, uno degli autori più importanti degli ultimi anni, ma rappresenta anche un mondo opposto rispetto al Cinema del regista russo, infatti il primo è antispiritualista nell’estetica (Deleuze dice che il Cinema mostra, dell’uomo, principalmente la vita spirituale e le azioni aberranti: Aristakisyan accentua con antispiritualismo – e con sguardo commosso – le buone intenzioni mancate dietro le azioni aberranti), nella maniera di vedere uomini disperati con un duro irrealismo mascherato da duro realismo come nei migliori film di Pasolini, mentre il secondo vive di Cinema spirituale ed etereo, puro e liberatorio, immaginifico e tendente al divino, non al terreno. Un posto sulla Terra ha un titolo che si può riferire anche ad un eventuale “ultimo posto sulla Terra”, ultimo tempietto per l’amore, ultimo luogo dove è condivisibile la passione condivisa tra gli uomini. Il film è anche questo violento e disturbante come il film di Dreyer, ma più politicizzato, ed è qui che subentra il tempo, per come La passione di Giovanna d’Arco usasse la carente descrizione dello spazio per concentrarsi sull’emozione e così annullare la profondità di campo a favore dell’intensità emozionale del momento mentre Aristakisyan nel suo secondo film ha descritto un luogo geografico talmente chiuso e sporco da poter benissimo essere una parabola del pietoso animo umano che si chiude in sé stesso. Il film non ha collocazione temporale, è come se fosse privato/castrato di un qualsiasi contesto politico proprio in quanto universale nella sua morale amorale. Come in Viridiana (1961) di Luis Buñuel, viene mostrata la comunità come un luogo in cui ad essere condiviso vi sono anche il disgusto ed il dolore, e come in A spell to ward off the darkness (2013) di Ben Rivers e Ben Russell, la comunità è mostrata come luogo di connessione filosofica e umana completa, o almeno come tentativo di essa. Si può dire che Un posto sulla terra è, in soldoni, un film politico sul tentativo di scacciare l’apocalisse personale e sociale dall’animo umano.

(continua)

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Si può a questo punto introdurre Aleksandr Sokurov, che, dietro il suo sguardo che finge di non essere cattolico, è cinico nell’aver compreso, forse più di ogni altro regista della sua generazione, la natura del Cinema, quando dice che da un punto di vista etico Bergman è il più grande regista di tutti i tempi ma stilisticamente Bresson è rivoluzionario quanto Sergej Mikhailovic Ejzenstejn. Ed è bello vederlo citare questi tre registi quando l’ateismo bergmaniano, la statuaria bressoniana ed il Cinema di propaganda russo del primo ‘900 sono agli antipodi rispetto a Sokurov, più legato a Tarkovskij che ad altri autori del proprio paese. Prendiamo, come esempio, quel Faust (2011) che fece tanto discutere quando vinse il Leone d’Oro, pietra miliare nella filmografia di Sokurov che matura e completa discorsi teorizzati e già portati avanti in opere precedenti come The second circle (1990), Madre e figlio (1997), Taurus (2001) e soprattutto Arca russa (2002). Faust è infatti, si può dire, un quadro corporeo e distorti che si muove nel chiaroscuro pittorico del Cinema spirituale di Sokurov alla ricerca di una forma umana, come se fosse dispersa, come l’anima del personaggio protagonista che è, ovviamente, il Faust di Goethe, ma riletto come più umano, e non per questo meno disumano, con la sua viscida viltà. Usando le parole di Mario Pezzella (nel saggio del 2012 curato a quattro mani con Antonio Tricomi I corpi del potere: il cinema di Aleksandr Sokurov) «l’animo del protagonista è […] dominato fin dall’inizio da un nichilismo radicale, che non rivela – nemmeno potenzialmente – alcuna inquietudine dello spirito. […] Il film mostra l’avvilimento funereo della corporeità, a partire dalla sequenza iniziale, memore della Lezione di anatomia di Rembrandt, ove il cadavere squartato e anatomizzato è un simbolo della scienza moderna e del suo carattere disumano (e che invece pretende di essere oltre-umano)». È necessario dire che tra i molti aspetti del film di Sokurov, quello corporeo forse è quello che si conclude in maniera più circolare e completa: il film inizia con il primo piano dei genitali di un cadavere e verso la fine si conclude con il primo piano dei genitali di Margarete, la donna desiderata dal Faust. E dopo questa scena, il film non è finito completamente, ma smette di concentrarsi sul corporeo e punta all’etereo, all’anticorporeo, tendendo all’infinito (ma non all’esistenziale) proprio come Tarkovskij, ma in maniera più tangibile, anatomica, bressoniana. Le lenti deformanti ed i colori che ricordano l’arte fiamminga (fotografia di Bruno Debonnel) deformano completamente la realtà ma senza dimenticarne la dimensione tangibile, creando dunque una dimensione a metà tra lo spiritualismo di Tarkovskij e l’antispiritualismo di Aristakisyan, una dimensione misteriosa, irraggiungibile ma perfettamente umana, come il protagonista in tutte le sue sfaccettature ed in tutti i suoi difetti, protagonista che Sokurov mette in un quartetto insieme a tre figure reali, Adolf Hitler (ritratto dal regista nel 1999 in Moloch), Vladimir Lenin (nel succitato Taurus) e Hirohito (nel 2005 ne Il Sole). Come Faust è un personaggio fittizio in una dimensione distorta, i tre personaggi storici succitati sono personaggi reali in una dimensione… non meno distorta. Non rimane che chiedersi: cos’è la Storia nel Cinema di Sokurov? E cos’è il tempo, se non qualcosa di corporeo, che, come i genitali, è destinato a concludersi circolarmente per lasciare spazio ad un più grande numero di possibilità tarkovskiane e spirituale di approccio al Cinema?

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Si parla delle possibilità (o forse delle potenzialità) del Cinema e magari può venire in mente la grande videoarte della contemplazione e della sperimentazione, ma prima di James Benning forse è più immediato addentrarsi nell’approccio astratto di Stan Brakhage, che c’ha abbandonato nel 2003 ma senza prima lasciarci alcune tra le più incredibili opere artistiche del ‘900 (e dell’inizio del 2000). La sua magnum opus è necessariamente Dog Star Man (1964), anche perché la sua versione ampliata (The art of vision)pare introvabile: questo lungometraggio sperimentale completamente privo di audio appartiene, come la maggior parte dell’autore, alla corrente del Nuovo Cinema Americano, movimento cinematografico antihollywoodiano nato intorno al 1959 e influenzato dalla filosofia di sperimentalismo intimista e di idea di film strutturale (in cui la forma è più importante del contenuto) portato avanti da Jonas Mekas e dall’insurrezionismo artistico espresso dal giornale Film Culture. Sotto certi punti di vista del resto il contenuto di Dog Star Man è inesistente, e non sarebbe completamente errato attribuirgli l’insulto spesso scritto nelle recensioni negative a INLAND EMPIRE (2006) di David Lynch – ovvero “accozzaglia di immagini”. Tuttavia, sia per Brakhage che per Lynch, c’è una filosofia ed una coerenza (anarchica) dietro l’idea stessa di accozzaglia di immagini. Ma INLAND EMPIRE è un discorso puramente sul Cinema (sul digitale, sull’evolversi dell’immagine cinematografica come immagine psichiatrica) mentre Dog Star Man è un saggio che pone domande senza rispondervi, e che gira attorno al sensoriale, all’anti-esistenzialista, ed evita il metacinema. Dog Star Man è una pura esperienza visiva, cristallina nel senso di basilare e primordiale, che mostra senza comunicare politicamente come fa Andersson, ed è senza tempo come e più di Un posto sulla Terra perché, invece di essere circoscritto in un luogo chiuso privo di limiti temporali come nel film di Aristakisyan, è aperto in uno spazio infinito dove vale questa regola. Tarkovskij non sopportava il Cinema di Brakhage, forse proprio perché per il regista russo bisogna tendere all’infinito con spiritualismo, mentre Brakhage ha tentato (ed è riuscito nell’impresa) a rappresentare un infinito tutto suo, con una forza vitale che sprigiona emozione visiva primitiva da tutti i pori, senza essere personale come Sogni di Kurosawa ma anzi trovando una maniera per essere universale, nel suo piccolo.

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Il viaggiatore maleducato

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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La famiglia De Rosa ha dei parenti emigrati da tempo in un villaggio alpino dell’Austria. Non tornano spesso in Italia, ma tengono a non perdere il legame con la terra d’origine. Ora che si sposa il figlio, hanno mandato le partecipazioni ai parenti, insieme a una lettera affettuosa in cui li invitano caldamente a presenziare alle nozze.
Luigi e Fernanda, marito e moglie, decidono subito di andare. Al contrario Antonio e Costanza, l’altra coppia di zii, non se la sentono di sottoporsi a quel viaggio, ma decidono di mandare a rappresentarli il figlio Gianfranco, che in fin dei conti è cugino dello sposo.
Gianfranco ha sedici anni e non ha nessuna voglia di andare in Austria con gli zii, che trova vecchi e noiosi, per partecipare a una cerimonia che gli si prospetta come insulsa e faticosa, in mezzo a persone che a malapena conosce. I genitori però insistono, tanto che Gianfranco si trova suo malgrado a partire su un treno cuccette diretto in Austria insieme a zio Luigi e zia Fernanda. Saluta dal finestrino i genitori che l’hanno accompagnato alla stazione, si siede al suo posto e pensa:
«Io non farò nulla per rendermi simpatico, così sarà l’ultima volta che mi coinvolgono in queste storie».
Cosa deve fare Gianfranco per risultare un cattivo compagno di viaggio?

Turisti per Chania (parte II)

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I pensieri che espongo qui nascono a Chania, ma sono applicabili a tutti i luoghi in cui l’impatto turistico è in misura simile a quello di questa città. Ed ecco una sfida per il lettore: quali città conosce che abbiano un’intensità turistica pari a quella di Chania? E ora vado a descriverla.

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C’è una via turistica principale, che non corrisponde al «corso» antico della città ma che comunque percorre il centro storico dividendolo in due perfette metà. Qui non c’è istituzione che non sia rivolta al turismo: caffè, gioielleria, agenzia immobiliare, agenzia turistica, agenzia di viaggi, negozio di pellicce, più due musei e la pinacoteca comunale. Dei negozi dove i locali possono fare la spesa rimane solo una drogheria.

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Lo stesso avviene in tutto il dedalo di vicoli della «città murata», dove i negozi di gioielleria e bigiotteria, insieme all’abbigliamento, alle calzature e ai «ricordini», sono di gran lunga dominanti e straordinariamente numerosi. Per mangiare, ci sono infiniti caffè e taverne, più qualche negozio di cibo, anch’esso rivolto ai turisti. Credo che i locali facciano la spesa nei negozi tradizionali fuori della città murata e nei supermercati.

sedia disabili  MOD  LIGHT

Il porto è una corolla di locali relativamente costosi, tutti con pretese di sofisticazione, come in quasi tutte le città di mare.
Ho visto, anche in Grecia, posti assai più volgari del centro storico di Chania, ma ai miei occhi già questo risulta poco invitante, a dispetto delle belle costruzioni e belle vedute che si incontrano a ogni passo. Chissà cosa accadrebbe se si offrissero ai turisti servizi più genuini. Qualcuno, come me, sarebbe maggiormente attratto a fermarsi, altri magari ne sarebbero dissuasi. Certo dev’essere un po’ umiliante per i negozianti del centro gestire commerci che devono apparire dozzinali anche a loro.

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L’altro luogo sguaiato di Chania è la spiaggia e il suo entroterra. Per il resto la vita «autentica» che rimane a Chania è molta, perché per fortuna i turisti tendono a concentrarsi solo nei luoghi che ho descritto, lasciando incontaminato il resto della città. Così c’è tanta «cultura», nel senso di modo di vivere, di cui godere a Chania: i kafenion dove gli anziani giocano a carte, le pescherie, le panetterie e le pasticcerie, i parchi, le mille sfaccettature della vita umana.

Carla Muschio
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Vetrina: d’istinto distinti

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Per sapere qualcosa di più sull’immagine, cercate «isola dei maiali» o «pig island», e non piangete – pensate a salami e prosciutti).

Carla Muschio
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Lettura

Se la «classe» è privilegio di poche, la distinzione non è un obiettivo irraggiungibile. La signora che vi ambisce, dovrà essere tutt’occhi e tutt’orecchie nel mondo snob che le preme, e per molto tempo si accontenterà di brillare non di luce propria ma di luce riflessa.
Si abbonerà a riviste di classe, frequenterà antiquari, concerti e vernissages, rifuggirà dal vestirsi con abiti clamorosi e sexy; non spettegolerà a vanvera, non frequenterà contesse fasulle, cocktail superaffollati e soprattutto praticherà la distinzione anche fra le pareti di casa.

(Colette Rosselli, Il nuovo Saper Vivere di Donna Letizia,
Mondadori, Milano 1990, p. 152)

Vetrina

Luciano Madrisotti
Si ripropone anche se in forma leggera l’eterna lotta di classe, anche se limitata a due classi confinanti, la piccola e la media borghesia. Certo non è accettabile che Mauro si annoi ai concerti di musica classica né che Laura li perda per accontentare l’idiosincrasia del futuro sposo. Ma neanche piace ipotizzare che ognuno segua i propri interessi, l’uno andando al Bar Sport, l’altra al Teatro Reale, essendo la soluzione vite separate un po’ prematura per due che devono ancora sposarsi. Di sicuro Mauro ha scoperto le passioni di Laura e dei suoi amici, ma lei ha intuito l’insofferenza di lui? Se sì e se è “vero amore” può aiutarlo con dolcezza ad aprirsi ad un mondo nuovo parlandogli apertamente e  magari patteggiando qualche uscita musicale assieme e Mauro potrà ben accettare, strappandole il consenso per recarsi assieme ad un concerto rock, nella speranza che almeno quel genere di musica gli piaccia. Meno grave, anzi irrilevante appare la faccenda degli indirizzi alla moda, che rivelano piuttosto in chi vanta di conoscerli un certo provincialismo. Se lui è a Forte con lei e non conosce dove si celebri l’happy hour più trendy, si dichiari curioso di scoprirlo assieme e indichi a sua volta o inventi un locale analogo di Rimini, che è pur sempre luogo di sollazzi ambiti, anche se non vi andavano gli Agnelli vestiti alla marinara. E poi non è necessario che riveli di aver frequentato colà con la famiglia solo la pensione Mariuccia!

 

Elena Trabaudi
Penso innanzitutto che si tratti di un fidanzamento del passato, diciamo della prima metà del Novecento, se no non si capirebbe perché Mauro, che corteggia Laura da tempo, già stia parlando di nozze e sia stato presentato alla famiglia di lei. Perlomeno dagli anni ’60 del secolo scorso, prima ci si mette insieme, poi avvengono le presentazioni e ancora dopo si può pensare al matrimonio.
È nella prima fase che la ragazza può valutare se le secca la differenza di classe delle famiglie, o il ragazzo evitare una snob che conosce solo i locali “in” del Forte. Solo se entrambi non si fanno problemi riguardo a queste e altre cose, si potrà passare alla fase successiva. In caso contrario, c’è tutto il tempo di darsela a gambe prima di trovarsi in imbarazzo.

 

Francesca Taddei
È evidente che Mauro e Laura partono già con un problema, ovvero conciliare due mondi diversi. Il che naturalmente non è impossibile, ma creerà qualche tensione all’interno della coppia.
Inutile per Mauro affannarsi a stare al passo in un ambiente che non è il suo e inutile anche fingersi diversi da come si è. Credo che sia meglio ridurre al minimo le occasioni di imbarazzo: per gli eventi imprescindibili Mauro farà uno sforzo e cercherà di reggere un concerto senza sbadigliare (e magari potrebbe pure trovarci qualcosa di buono), in altre occasioni Laura potrà invece andarci da sola.
Soprattutto entrambi dovrebbero cercare di non imporre un’eccessiva frequentazione delle
proprie famiglie d’origine, dove ogni volta risulterebbero evidenti le differenze e anche la mancanza di argomenti in comune, e concentrarsi invece sulle cose che uniscono loro come coppia, a prescindere dall’ambiente da cui provengono.

 

Lodovico
Certe situazioni sono come si dice di certe malattie: se le conosci, le eviti. La prevenzione è tutto: in medicina come negli impegni sociali mortiferi. Una tradizione è una tradizione: cioè di suo è immutabile, sennò che tradizione è? Durissimo combattere e vincere contro la forza della tradizione agendo alla vigilia. Bisogna fare un’opera di lunga data iniziando per tempo, come quelli che comperano i regali di Natale ad agosto in vacanza.
Partire alla larga, quando non ci son concerti in vista e scavare il terreno sottotraccia argomentando sulla noiosità costante e prevedibilissima di questi appuntamenti o di certi luoghi. Si possono dire cose come che i  ristoranti chic  son posti dove la gente sembra essere andata più in ufficio a continuare a lavorare che non a rilassarsi e divertirsi. Raccontare a freddo di quanto sian state noiose  tutte le esperienze del genere degli eventi per beneficienza….  Quando verrà il giorno degli inviti  nessuno ti farà più quell’invito: e se per caso lo facesse lo stesso, basterà alzare il sopracciglio con un «Grazie, ma tu sai come la penso…». A quel punto la sera del concerto mancato approfittatene per farvi una bella passeggiata o andare a trovare un vecchio amico.

 

Mariagrazia Basile
Per quanto attiene al primo problema, penso che Mauro potrebbe attivarsi ed unirsi a Laura nel frequentare qualche sala da concerto. A volte una cosa non piace perché la si conosce poco e male, mentre la musica è… musica sia per le orecchie che per lo spirito che, anzi, ne viene rinvigorito. La musica è libertà di pensiero, di conseguenza Mauro sarà rafforzato anche nel difendere la propria identità: mai dimenticarla o, peggio, vergognarsene. Non conosce le località con relativi ritrovi della Versilia? Embè? Ne conosce altre.

 

Distinto d’istinto

maialichenuotano

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(Nell’immagine: una foto da Spiaggia dei Maiali, alle Bahamas. Info qui, in inglese).

Carla Muschio
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Mauro corteggia Laura da tempo ed è ormai stato presentato a tutta la sua cerchia. Il rapporto tra i due cresce armoniosamente, si sta già pensando alle nozze. Laura è figlia di un direttore di banca e appare piuttosto «borghese» agli occhi di Mauro, tanto che lui a volte è intimidito in certe circostanze sociali, dove teme di apparire all’amata goffo e ignorante. Ad esempio, Laura e i suoi partecipano ogni tanto a concerti di beneficenza. Mauro non ama la musica classica. Meglio dirlo e astenersene o assoggettarsi al noioso rito?
Un’altra fonte di imbarazzo è quando si passano in rassegna, in compagnia, indirizzi eleganti. Come discutere su quale sia il miglior ristorante di Forte dei Marmi se la modesta famiglia di Mauro da sempre trascorre le vacanze a Rimini?

Turisti per Chania (parte I)

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Ho conosciuto degli archeologi italiani che hanno scavato a Creta in località di campagna e conservano il ricordo più bello di quel periodo. Vivevano presso i contadini, condividendone la vita. Conoscevano la lingua, quindi era facile per loro inserirsi nella struttura sociale.

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Io ho percorso quelle stesse campagne, anni fa, ammirandone la pace e la bellezza, ma considerando che purtroppo non avrei potuto fermarmi a soggiornare lì, se non facendo prima l’investimento cognitivo di studiare almeno un po’ la lingua e la cultura greca. In un villaggio dove non ci sono alberghi, dove si parla solo greco, è quasi impossibile soggiornare.

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Perciò devo essere grata, con la mia quasi totale ignoranza del greco moderno, all’industria turistica che si è sviluppata a Chania, che rende possibile, anzi, facile e invitante, fermarsi qui, godere della sua arte e del suo mare.

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Ci sono tuttavia varie modalità e vari gradi di profondità nell’incontro tra gli abitanti di un luogo e i turisti che lo visitano. Ho visto posti totalmente asserviti ai gusti dei turisti, altri poco turbati e quasi ostili ai visitatori di altre terre. Chania si colloca a mio parere a metà di questa gamma.

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Comincerò col descrivere i turisti. Il gruppo dominante è quello dei russi. Si sa che nel turismo uno tra l’altro e così, individuata Chania, molti russi trascorrono le vacanze qui. Alcuni comprano case. Infatti c’è un’agenzia immobiliare in centro con annunci in cinese e russo: evidentemente, i loro principali clienti. C’è addirittura un negozio di gastronomia russa, per chi ha nostalgia del cibo patrio.
I russi che si incontrano qui si riconoscono solo dalla lingua. Di aspetto, sono simili ai francesi, inglesi, italiani, tedeschi, scandinavi che costituiscono il resto della comunità turistica. La specificità sovietica (di cui avrei conosciuto ogni piega) è stata lasciata alle spalle. I turisti sono in genere coppie o gruppi di giovani, famiglie con bambini, qualche anziano. Tra tutte le età e le nazionalità, in questa estate 2014 sono state occupate tutte le strutture ricettive della città. Bello per i greci e la loro tormentata economia!

Carla Muschio
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Vetrina: la fine delle elementari

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nell’immagine: una donna lava i panni in un ruscello, in Nepal. In questa zona si lavano abitualmente così anche le stoviglie, e quasi sempre anche le persone. Fonte dell’immagine: qui).

Carla Muschio
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lettura

Né voglio io che tu ti pensi che ciò avvenga de’ visi e delle membra o de’ corpi solamente, anzi interviene e nel favellare e nell’operare né più né meno. Ché se tu vedessi una nobile donna e ornata posta a lavar suoi stovigli nel rigagnolo della via pubblica, comeché per altro non ti calesse di lei, sì ti dispiacerebbe ella in ciò che ella non si mostrerebbe pure una, ma più, perciocché lo esser suo sarebbe di vile e di lorda femmina: né perciò ti verrebbe di lei né odore né sapore aspero né suono né colore alcuno spiacevole né altramente farebbe noia al tuo appetito, ma dispiacerebbeti per sé quello sconcio e sconvenevol modo e diviso atto.

(traduzione di Myriam Cristallo) L’armonia è talmente specifica del bello che non è del viso, ma anche nel modo di agire e parlare. Ché se tu vedessi una nobildonna riccamente adorna messa a lavare piatti sporchi in un rigagnolo della pubblica via, anche se a te di lei non importasse proprio nulla, questo fatto ti darebbe comunque fastidio per il suo apparire non singola ma sdoppiata, dato che il suo modo di essere sarebbe di donna aristocratica e pulita, e il suo modo di agire di umile e sporca popolana. E tu ne proveresti disgusto, anche se da lei non venisse né cattivo odore né sapore sgradevole al palato, né piacevole suono o colore; né offendesse il tuo gusto per altre ragioni di questo tipo: ma ti darebbe noia di per sé quel comportamento fuori posto e quel modo di essere così disarmonico.

(Giovanni della Casa, Galateo, cap. XXVI)

Vetrina

Francesca Taddei
Un classico di feste, pic-nic e merende all’aperto: in genere sono i bicchieri a finire, se non si ha l’accortezza di scriverci su il proprio nome con un pennarello indelebile.
I piatti in realtà è più difficile che finiscano, perché i bambini tendono a mangiare prendendo direttamente il cibo dal vassoio, senza fare la fatica di trasferirlo in un altro supporto.
Un minimo di senso ecologico doveva suggerire agli adulti presenti al pic-nic di non cambiare piatto (che immagino di plastica) per ogni cibo che veniva mangiato: si tiene lo stesso per tutti i salati e si cambia quando si passa al dolce.
Strano quindi che non si siano attivate in tal senso almeno le maestre, che sono abituatissime a calcolare quanti oggetti, pennarelli, caramelle, piatti ecc… toccano ad ogni bambino, razionandoli in modo che nessuno rimanga senza.
Comunque, ora che la frittata è fatta, non restano che due soluzioni. Se la torta è di tipo solido si può tranquillamente mangiarla senza piatto, posando semplicemente la fetta su un tovagliolino.
Se si tratta di un dolce al cucchiaio, prima di affidarsi al fiume (in epoca di acque inquinate, più che della forma mi preoccuperei delle sostanze tossiche che può contenere) proporrei un bel rito conviviale: si divide il dolce in tanti quadratini, ognuno si arma del suo cucchiaio e con quello mangia direttamente la sua parte nel vassoio.
In entrambi i casi (fiumi o cucchiaiata dell’amicizia), qualche genitore rifiuterà inorridito, mentre i bambini apprezzeranno felicissimi!

 

Mariagrazia Basile
Bravissima la signora Torini ! Averne in compagnia persone così: pronte, pratiche, sicure di sé, semplici ed intraprendenti. Fortunata Ambra ad avere una mamma che minimizza le piccole avversità e le sa risolvere con spirito di iniziativa e partecipazione personale. Quanto più il proporsi è spontaneo e semplice, tanto più è coinvolgente.

 

Elena Trabaudi
Ha ragione la signora Torini: abbandonare il piccolo perbenismo e lasciarsi andare, oltre a divertire i bambini con un’attività che esuli da quelle solite, tecnologiche, risulta liberatorio anche per gli adulti. Così, una volta tanto, si avrà la soddisfazione di aver avuto una pensata geniale; e non ci si limiterà a pensare solo alla forma perfetta nel servire le pietanze.
Aggiungo un ricordo personale: ai campi scout dovevamo per forza lavare i piatti nel ruscello, senza detersivo per non inquinare. La prima volta – avevo dodici anni e non avevo mai lavato un piatto in vita mia – chiesi strabiliata come si facesse. Le più grandi mi fecero vedere: la terra strofinata sulle pentole dovrebbe togliere l’unto. Non è proprio così, ma ci si adatta a non avere stoviglie brillanti, in cambio di una vacanza che fa crescere divertendo!

 

Luciano Madrisotti
Che bello leggere un racconto di assoluta normalità, educazione e, sì, di classe vera! Non sappiamo chi sia la signora Torini, ne’ reddito, studi, posizione sociale, ma è signora davvero. Alcuni degli altri genitori sono un po’ meno di classe, figli ormai quasi immemori dell’epoca delle Milano da bere, delle happy hour ininterrotte, degli stilisti mecenati come Gonzaga o Medici, ma figurarsi lavare un piatto di plastica!, anche se ora nell’intimo domestico si battaglia per mettere assieme pranzo e cena! E figurarsi i figli loro, i festeggiati cresciuti come principini su istigazione di copioni televisivi, che mai hanno udito che il pane non si spreca e si deve finire quanto è nel piatto, propensi anzi a buttare per strada bustine o cartacce  tanto ci sono (sentito dire!) gli spazzini. Brava quindi la signora Torini che da’ senza volerlo una lezione e alcune mamme poi aiutandola si divertono con il gioco nuovo di essere fuori per un poco dalla tenaglia di consumismo ormai da quattro soldi e falsa rappresentazione di se’ quali protagonisti di vite dove tutto è un diritto, come avere piatti puliti sempre. E quindi brave anche loro ad adattarsi ad una situazione così insolita. I padri per la verità non vengono menzionati e li si immagina, seguaci di mode metropolitane come nella foto introduttiva con  sciarpa a cappione d’ordinanza, non propensi a sporcarsi le mani assieme ad alcune delle loro signore.

 

Lodovico Re
Tutti lavano alacremente i piatti ma, si sa, il grasso non va via con l’acqua. Un po’ di delusione serpeggia. Ed ecco che Filippo, che vuol far bella figura con Ambra (oltre che con tutti), ha un’idea geniale. L’aveva sentita da suo fratello maggiore capo scout. «Usiamo la sabbia di fiume per sfregare i piatti e poi risciacquiamoli bene!». Un successone. Anche con Ambra.

Classifica: i lungometraggi di Christopher Nolan

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Christopher Nolan, che piaccia o no, è il regista di nome più noto tra quelli delle grandi produzioni americane degli ultimi anni, insieme a Quentin Tarantino. Londinese di classe ’70, autore a tutto tondo e spesso sceneggiatore col fratello Jonathan, il suo stile è controverso, ma i suoi film sono sempre successi al botteghino. Infatti, Nolan è riuscito a creare un miscuglio di Cinema d’autore narrativamente complicato e intrattenimento «basso» capace di portare gli spettatori a ragionamenti più o meno astrusi ma sempre complessi per capire cos’è, davvero, la realtà (dei fatti o dei concetti, da un punto di vista più morale) nelle proprie opere. Ha fatto film originali e film tratti da romanzi o racconti, e i suoi maggiori successi sono probabilmente le opere tratte dai fumetti di Batman.
E’ un genio del Cinema moderno o un furbo mestierante sopravvalutato? Per me, nessuno dei due, come si capirà dalla seguente classifica, (mia) visione più o meno dettagliata di ogni suo film, in occasione dell’uscita della sua ultima opera, Interstellar (2014).
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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9. Il cavaliere oscuro – il ritorno (2012)
L’ultimo capitolo della trilogia di Nolan su Batman è un film supereroistico che pretende di essere politicizzato, con l’eroe creato da Bob Kane che si scontra con il filosofeggiante Bane, una sorta di Robespierre muscoloso. È un gran peccato che una figura potenzialmente carismatica come il «cattivo» di Tom Hardy venga oscurata da una trama piena di buchi (soprattutto nel terribile finale), una caratterizzazione del protagonista dai toni inutilmente cristologici, un montaggio confuso e ridondante e scene d’azione che sono solo e soltanto pure americanate.
Impossibile giustificare la marea di difetti in funzione di un «disegno più grande», in realtà incoerente quando non stolto, considerato come viene preso sul serio, in maniera anche involontariamente parodistica, il personaggio stesso di Batman. Esilarante la scena di combattimento tra Bruce Wayne e Catwoman da una parte e gli scagnozzi di Bane dall’altra: uno di questi ultimi sta combattendo da solo nell’aria, per un’inquadratura di pochi secondi. Il montatore ed il direttore delle controfigure hanno un ottimo senso dell’umorismo.
(Di questo film ho parlato più nel dettaglio qui).

 

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8. Insomnia (2002)
Rifacimento del film omonimo (1997) del norvegese Erik Skjoldbærg, Insomnia è un thriller relativamente minimalista con Al Pacino protagonista e Robin Williams antagonista. Dove Pacino dimostra di essere uno dei grandi attori della sua generazione in una delle sue ultime interpretazioni veramente memorabili, Williams riesce a creare un antagonista glaciale e terrificante facendo dimenticare completamente come il suo volto sia, nella mentalità collettiva, legato ad un tipo di Cinema più caloroso e spielberghiano. Detto ciò, il film è confuso ed abbastanza inutile: non è brutto di per sé ma gira a vuoto per due ore scarse, fino a dare la convinzione di non avere niente da dire.

 

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7. Batman begins (2005)
Il primo capitolo della trilogia su Batman è un film muscolare ma suggestivo, e dimostra in sé stesso tutta la contraddizione del Cinema di Nolan: dove finisce la serietà e comincia l’intrattenimento (o viceversa)? In ciò, Batman begins è esemplare per come non risponde a queste domande e rimane, senza sé e senza ma, solo e soltanto un film supereroistico, a differenza dei due, più ambiziosi, seguiti. Tra ninja, cattivoni caricatissimi, analessi traumatiche, muscoli e Liam Neeson, il film in effetti ha molti motivi per non prendersi sul serio e spesso sbaglia direzione; tuttavia, è un’ottima galleria di effetti speciali e meccanismi narrativi originali per un film del genere.
Nonostante ciò, Nolan non ha quella verve presente nell’estetica parodistica di Tim Burton e non può replicare la qualità dei due Batman (1989-1992) del collega statunistense, che nella loro semplicità grottesca riuscivano ad essere più coerenti, divertenti e probabilmente anche completi.
(continua)

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6. Following (1998)
Il film d’esordio di Nolan è un thriller a basso costo in bianco e nero pregno dei leitmotiv del suo Cinema: struttura narrativa tesa, una serie di finali a sorpresa (qui più prevedibili che nei film successivi) ed una messa in scena impeccabile. In più, qui, abbiamo un’estetica noir che il regista non ha più affrontato (tranne, in minima parte, in Memento) ed un’ironia che, invece, è praticamente assente in ogni suo altro film se non per piccole gag che, alla fine, vengono sempre dimenticate. Il protagonista, poi, è il prototipo del «personaggio nolaniano»: a metà tra l’eroe e l’antieroe, vive nell’illusione, non apprezza la realtà e finisce per ingannare sé stesso fino all’esasperazione. È un neo-noir criminologico che non ha niente del Cinema «ricco» dei suoi più celebri film successivi – nel bene e nel male.

 

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5. Inception (2010)
Dopo Il cavaliere oscuro il nome di Nolan è stato sulle bocche di tutti per motivi che approfondirò dopo, ma è stato con Inception che hanno cominciato a cristallizzarsi sempre di più anche le opinioni negative, fino a rendere il regista uno dei personaggi più controversi della videocultura pop degli ultimi anni.
Inception è un instant-cult amatissimo per molteplici motivi ragionevoli: intraprende un viaggio attraverso il mondo dei sogni esteticamente originale e narrativamente complicato fino ad essere paradossale, creando un puzzle che ogni spettatore può decidere di provare a risolvere per conto suo, ha un ritmo più da film di spionaggio che da film di fantascienza (nonostante i notevoli effetti speciali), una serie di personaggi macchiettistici memorabili, scene d’azione ben coreografate ed un protagonista che, con i suoi fantasmi ed enigmi, è l’(anti)eroe nolaniano per eccellenza – e le espressioni corucciate di Di Caprio sono perfette per interpretarlo.
I contro sono comunque vari: il totale funziona peggio delle scene singole, con un montaggio confuso che connette spesso male le colonne sonore ed una narrazione talmente frammentaria da costringere alla seconda visione, e il senso dell’onirico e del sogno è banalizzato in un mondo in cui tutto sommato di onirico non c’è quasi niente, mentre l’immaginario mentale è banalizzato ad un setting (ben scenografato e fotografato) più vicino ad un videogioco che ad un sogno.
Sarebbe da «ricostruire», non per renderlo più comprensibile (l’enigma è comunque affascinante ed è bello pensare a come Di Caprio può finire per essere o il più eroico o il più antieroico dei personaggi nolaniani, senza vie di mezzo) ma per renderlo più compatto e potente, visivamente e concettualmente.
(Di questo film, ho parlato più diffusamente, e parzialmente con idee diverse, qui).

 

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4. Il cavaliere oscuro (2008)
Raramente su questo sito ho espresso le mie opinioni nei riguardi dei cosiddetti cinefumetti, tranne quando ho ammesso di non aver apprezzato The avengers. Il cavaliere oscuro, secondo film della nolaniana trilogia su Batman, è considerato universalmente il miglior cinefumetto di tutti i tempi.
Escludendo film come Ichi the killer (2001) di Takashi Miike o Oldboy (2003) di Park Chan-wook, in quanto così prepotenti ed unici da trascendere le opere originali (comunque prive dell’elemento che considero «da fumetto» per eccellenza, ovvero il lato supereroistico), considero che il cinefumetto sia raramente da prendere sul serio, e debba spesso anzi esser vissuto come esperienza autoironica, con una sua concretezza ed una sua epicità. Per questo sopporto poco la maggior parte dei grandi sbancabotteghino supereroistici, compresi quelli della Marvel. Il cavaliere oscuro per me è l’unico esponente di film supereroistico apprezzabile nonostante si prenda sul serio, e questo perché per certi versi non è un film supereroistico: è un film d’azione/gangsteristico malsano con un’estetica industriale e noir, con una cifra stilistica inusuale per la sua categoria. La sequenza d’apertura, per dire, è una memorabile scena di rapina sulla scia del Cinema d’azione di Michael Mann.
Poi, è vero, è difficile prendere sul serio un film in cui le leggi della fisica non sono rispettate, il protagonista è un uomo vestito da pipistrello e una delle più importanti metropoli americane (Gotham City è sempre più una New York «dei cattivi») è completamente a rischio a causa di un pagliaccio che improvvisa in continuazione; tuttavia la resa ritmica e fotografica dello scontro tra bene e male, in cui non esistono davvero né bene né male, rende la sua considerazione «da primato» nella mentalità collettiva perlomeno comprensibile. Ogni lode al Joker di Heath Ledger è sprecata perché dovuta: non ha il fascino grottesco di quello di Jack Nicholson nel Batman (1989) di Burton, ma è di una genuina follia (fraintesa ovviamente dalla folla) in grado di rubare la scena a tutti in continuazione.
(continua)

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3. Interstellar (2014)
Il piatto forte. L’ultimo film di Christopher Nolan è di gran lunga la sua opera più ambiziosa e complicata e tutt’ora sento la necessità (scontata) di una seconda visione, più che per capirlo di più, per riordinare i miei pensieri nei confronti del film. Se è sul podio, c’è un motivo: a livello emozionale, è il film più variegato, complesso ed intenso della filmografia del regista, ed è talmente spaccato in due contenutisticamente da aver creato in me una scissione d’opinione, e non posso che ammirare l’operazione.
Interstellar comincia caloroso come un film di Steven Spielberg, con una direzione fotografica più vicina all’ultimo Terrence Malick, procede fino a trasformarsi in un film con lo stile riconoscibile del regista (dal montaggio vicino a quello di Inception) per poi piombare in uno spazio vuoto e misterioso come quello di Gravity (2013) o misterioso ed angosciante come il pianeta di Prometheus (2012).
Paradossi temporali ed estetici portano poi su un pianeta glaciale e suggestivo, che con un montaggio alternato di discutibile efficacia si mischia alle vicende terrestri di Jessica Chastain nel ruolo di un personaggio «destinato a cambiare il mondo». Le gesta spaziali dei protagonisti poi vanno nella direzione di un viaggio cosmico che evita il rischio di ricalcare 2001: Odissea nello spazio (1968) – anche se ci va dannatamente vicino – per poi andare nella direzione della scena più ambiziosa della filmografia di Nolan e del Cinema di fantascienza hollywoodiano recente in toto: rappresentare un mondo costituito da cinque dimensioni in chiave tridimensionale, quasi una sorta di Infinito concretizzato. Esteticamente è eccellente, un flusso di coscienza labirintico costituito da librerie accatastate in spirali escheriane. Eticamente meno, per come glorifica un federalismo da famiglia americana, per poi anzi inneggiare all’amore come forza cosmica che supera la scienza, «scrivendo» una lettera d’amore ad un mondo e ad un’idea di progresso un po’ stantie. Un film che ha diviso così tanto, però (non solo me stesso: nel pubblico sono in nutritissima compagnia), va visto a prescindere e apprezzato anche solo per la complessità e le capacità controverse.

 

(L-R) Michael Caine, Scarlett Johansson, Hugh Jackman

2. The prestige (2006)
Film in costume su di una sfida tra due illusionisti. Si condividono donne, amicizie, alleanze, nemici. Uno (Christian Bale) fa un trucco inspiegabile da un punto di vista fisico, l’altro (Hugh Jackman), impressionato, per sconfiggerlo scomoda il grande Nikola Tesla (David Bowie) e crea una soluzione fantascientifica che per lui è un immane sacrificio. Per costruzione narrativa, è di una complicatezza estremamente fluida, ed il colpo di scena finale è perfetto ed inaspettabile – e nel suo essere abbastanza assurdo, spiega comunque tutto. Lo scontro tra i due personaggi funziona. Un film d’intrattenimento assolutamente perfetto, che tiene incollati allo schermo con i suoi meravigliosi giochi illusionistici. Del resto, anche il Cinema stesso di Nolan è un gioco d’illusione, per come distrae lo spettatore spostando la sua attenzione su determinati aspetti invece di altri, mentre cova da una parte le sue sottotrame, i suoi piani, la sua assurda narrazione – e tutto va in una direzione sola: il gioco visivo, anche banale, ma efficace. Se il Cinema di Nolan è puro intrattenimento, ma con l’illusionismo (del vedo-non vedo, sento-non sento, capisco-non capisco) come colonna vertebrale, allora The prestige è il suo apice.
(continua)

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1. Memento (2000)
Tuttavia Memento, il film che ha portato Nolan alla fama, è più… tutto. È più crudo, è più noir, è più complicato, è più affascinante. È un film del 2000 che riprende molte atmosfere dagli anni ’90, eppure riesce benissimo a calibrarle in funzione del gioco di montaggio molto difficile da seguire, che ripercorre alcuni eventi nella vita di un uomo che soffre di amnesia anterograda mostrandoli al contrario, ponendo quindi lo spettatore in una condizione in cui possa scoprire cose successe al protagonista in momenti precedenti ma che il protagonista, per un motivo o per l’altro, non ricorda più.
È un incubo misterioso e psicologico, e Guy Pearce, protagonista, interpreta alla perfezione un personaggio enigmatico che nel finale si trasforma in antieroe romantico dell’auto-inganno, creando insomma la parabola perfetta per il personaggio nolaniano. La morale è inesistente: l’uomo vive la propria stessa bugia in funzione di quello che vuole fare per saziare i propri impulsi primordiali. Questa visione pessimista non è stata ripresa in nessuno dei suoi film successivi, eccetto che, in maniera in realtà semplicistica e erroneamente politicizzata, nel Cavaliere oscuro e (pessimo) seguito. Memento è un puzzle unico che tratta la vendetta e la violenza con un tocco di sporca poesia e postmodernismo, sfoggiando una percezione a volte a braccetto col tragicomico. Uno spaesante caleidoscopio per un Cinema di mistero, un Cinema d’intrattenimento in cui tutto si può concretizzare solo e soltanto nello sguardo, nell’immedesimazione psicosomatica e nell’autoingannarsi dello spettatore stesso: cosa è Cinema e cosa no? L’autoinganno nolaniano, in questo quasi capolavoro più che mai, si stabilizza proprio sul crinale della domanda «Dov’è l’arte e dov’è l’intrattenimento?».
Dov’è che i due si possono incontrare?, vien da chiedersi. Ma è dolce autoingannarsi nella bellezza del non voler rispondere…

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Contrada del foraggio / Fotheringay

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(Traduzione di Fotheringay dei Fairport Convention curata da Mastro Giulio – cliccare sul titolo per il testo originale, o d’in su la picciol lingua Parole foreste. Nell’imago: il loco ove sorse, già nei tempi iti, il maniero che dona nome al carme).

In questo carme si narra del penultimo giorno della tormentata esistenza della sovrana d’Iscozia, Maria Stuarda: il titolo infatti si riferisce alla località in cui sorgeva il maniero in cui ella trascorse l’ultimo suo anno di prigionia e di vita.
È dunque questo storico personaggio che l’indomani andrà incontro al suo triste fato, sarà ella ad essere più lunge «che coteste isole»: a ricongiungersi forse a quel Signore nel cui nome si combatterono tante battaglie, tra le quali quelle che resero tanto travagliato il soggiorno terreno della sovrana stessa.

Parole

CONTRADA DEL FORAGGIO

Gittato il guardo ella ha dimolte fiate[1]
da la fenestra, e mirato ha sovente
lo diurno sol scorrere lentamente
sul mur ch’ella rinserra[2]. Inascoltate

le grita sue d’aita[3], invano spante[4].
S’en van l’ora del vespro e ‘l sol che scema:
lor bragia vanirà[5] in solingo istante
qual, d’imberbi augellin, lo sciam che trema.

L’ore libere sue preziose già
di gran tempo confiscate a cotesti
anni sanza frutto vivere[6]; ma
ei[7] vanno a terminar li dì funesti.

Dimane infatti, ad essa istessa ora
ella d’ivi fia lunge[8], ‘l sarà maggio[9]
che coteste isole, et più lunge
de la cupa Contrada del foraggio.

******

[1] Ha guardato molte volte. [2] Imprigiona. [3] Aiuto. [4] Sparse. [5] La loro luce si spegnerà. [6] Il suo prezioso tempo le è stato rubato, costringendola a vivere questo tempo sterile. [7] Impersonale. [8] Sarà lontano. [9] Riferito a “lunge”: “Lo sarà di più” nel senso di “sarà più lontano”.

Musica

Parole foreste

FOTHERINGAY.

How often she has gazed from castle windows all
And watched the daylight passing within her captive wall
With no one to heed her call

The evening hour is fading within the dwindling sun
And in a lonely moment, those embers will be gone
And the last of all the young birds flown

Her days of precious freedom, forfeited long before
To live such fruitless years behind a guarded door
But those days will last no more

Tomorrow, at this hour, she will be far away
Much farther than these islands, for the lonely Fotheringay

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La fine delle elementari

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Nell’immagine, una recente interpretazione del duo all’origine della famosa risposta: «Elementari, Watson»; la domanda, non v’è bisogno di ricordarlo, è: «Che scuole sono quelle, Holmes?»).

Carla Muschio
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I bambini sono arrivati in quinta e adesso siamo a giugno. La scuola elementare sta finendo per sempre e, pur con tutto il desiderio di crescere, dispiace lasciarsi.
Tante classi fanno la pizzata di fine anno ma la quinta C, che ha maestre spiritose, ha deciso di fare una biciclettata fino al fiume e un picnic. Partecipano tutte le maestre e i bambini con le loro famiglie.
Si sono divisi i compiti. Il cibo, come sempre succede in questi casi, è più del necessario. Quello che invece viene a mancare a metà della festa sono piatti e bicchieri. Ce n’erano tanti all’inizio, ma via via che si passava dalla pasta fredda al prosciutto e melone e alle polpettine si sono cambiati i piatti e adesso sono finiti. Come si fa a mangiare la torta sul piatto sporco di sugo?
La signora Torini, la mamma di Ambra, una signora di gran classe, ha un’idea: «Laviamo le stoviglie nell’acqua del fiume! Non ci sarà il sapone, ma ce la caveremo».
Apre il sacco dove erano stati raccolti i rifiuti, estrae piatti, bicchieri e posate di plastica e via via li passa alla figlia. Altri bambini accorrono per aiutare. Alcuni genitori sono perplessi, ma non c’è altra soluzione.
Un paio di mamme si uniscono alla signora Torini. Eccoli tutti a piedi nudi sulla riva del fiume a lavar piatti. Non si può dire che non si divertano.