Pds – Ds – Pd: unite i puntini, che cosa sparirà?

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Prima c’era il Pci e c’era la Dc, tre lettere contro due lettere (che il Partito comunista fosse italiano era bene specificarlo).
Poi, giù il Muro a Berlino e su Tangentopoli. Si cambia.
Dopo il Pci, Partito comunista italiano, venne il Pds, Partito democratico della sinistra; poi vennero i Ds, Democratici di sinistra; poi venne il Pd, Partito democratico.
Già la fase intermedia era una prova (due lettere, tipo Dc), ma il confronto tra la prima e la terza fase a me fa impressione enorme.
C’è una parola che è sparita, e non è «della». Sotto gli occhi di tutti, da anni.
E’ tutto lì.

Fili rossi #10

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Ho avuto da poco la possibilità di ammirare, in tutta la loro bellezza, alcuni dei massimi capolavori di David Lynch al cinema grazie al meraviglioso Lucca Film Festival e ho anche potuto vederlo in persona, da pochi metri di distanza. Ero a quattro passi da un regista che per me rappresenta uno dei più importanti nomi e simboli dell’intera Settima Arte.
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E Lynch non è stata l’unica grande emozione del festival lucchese: ho avuto anche la possibilità di vedere il recentissimo film di Julio Bressane Educação sentimental (2013) con il regista brasiliano in sala, che ha fatto due interessanti discorsi prima e dopo la visione (ho anche trovato il tempo di stringere la mano a John Boorman, due file dietro di me). Avevo paura che conoscere poco il cinema di Bressane, logorroico e prolifico, tra i più importanti autori di cinema sperimentale sudamericano, mi avrebbe reso la visione difficile, ma Educação sentimental è un film estremamente semplice che fa della propria semplicità un’arma anche per un discorso metafilmico che, per l’autore, è una sorta di ode all’inattualità. Come le macchine da presa trasformate in katane e pistole nel Why don’t you play in hell? (2013) di Sion Sono, la pellicola, la parola scritta ed ogni singola cosa che appartiene o sembra appartenere al passato nell’opera di Bressane diventa un’arma, non per la violenza, ma per una nostalgia pura, tranquilla, che si fa impulso primordiale, e quindi anch’esso inattuale, in quanto animale e disumano.
La trama è pressoché inesistente: una donna di mezza età (Josi Antello), insegnante di filosofia con una passione per la danza, prende sotto la propria ala un giovane studente intellettualmente vuoto (Bernardo Marinho) che si innamora di lei. Tutto il film è costruito attorno ai loro dialoghi, più monologhi della donna che altro, che spesso affrontano questioni filosofiche o dibattiti artistici, psicologici, politici. Il personaggio del giovane però è bloccato, come dice esplicitamente il film nel suo prologo e nel suo epilogo, in una situazione paragonabile a quella del personaggio della mitologia greca Endimione, di cui era innamorata la Luna, reso immobile per punizione da Zeus.
Il dialogo di Educação sentimental è spesso ridotto a comunicazione corporea, con danze ipnotiche dai ritmi tribali o espressioni facciali arcigne e fuori luogo, oppure a comunicazione artistica, tramite la geometrizzazione delle inquadrature, con fogli di cartoncino ritagliati attraverso i quali vediamo i personaggi o anche con l’inserimento di un drappeggio rosso ad apertura romboidale, quasi simulando una vagina. Dopo la conclusione drammatica, allegorica e palese, ecco alcune scene dietro le quinte abbastanza tranquille in cui la comunicazione dietro la macchina da presa si fa vacua, normale, poco educata e poco sentimentale.
Bressane dice che il destino dell’uomo è la mediocrità, e questo ci fa vedere: un personaggio femminile inattuale e difficile da affrontare ed un personaggio maschile sin troppo attuale, lumaca e vittima del niente. Sono legati solo dalla comunicazione sessuale e corporea, che rimane nell’occhio dello spettatore più del dialogo, e Bressane questo lo sa benissimo, e ci gioca su. Ma cos’è l’inattualità nell’arte? Nell’arte, sì: scelgo infatti di non limitarmi al Cinema (ma di concludere con esso), passando attraverso vari prodotti più o meno recenti che sembrano, per un motivo o per l’altro, inattuali, in più arti visive disparate, cercando di riconnettermi sempre alla concezione genialoide che usa il regista brasiliano nella sua recente, memorabile opera.
(continua)

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Spostiamoci su di un versante completamente diverso sia per contenuto che per qualità. Di recente Netflix, la società di servizio di trasmissioni via internet statunitense, ha cominciato a distribuire a prezzi bassissimi una serie tv solamente in linea, House of cards, senza far passare prima la serie attraverso un canale televisivo come HBO o AMC. Questo prodotto, di cui sono uscite due stagioni quest’anno e l’anno scorso, ha nel cast nomi altisonanti: Kevin Spacey e Robin Wright, innanzitutto, ma anche Kate Mara e altri ospiti speciali. La terza stagione è già programmata per l’anno prossimo.
Rifacimento di una miniserie britannica (adattata ovviamente alla politica americana), questa serie ha dalla sua anche un grande regista americano, David Fincher, che da metà anni ’90 in poi ha regalato molteplici film di culto. Tuttavia è un prodotto che sguazza nell’inattualità senza la grazia del film di Bressane: sguazza nella dialettica politica à la Aaron Sorkin (stile West Wing) con personaggi adimensionali e macchiettistici, lacerti di un collage universale di corruzione che non osa abbastanza in nessuna direzione. Non si dimostra particolarmente coraggioso nella violenza né nel sesso né nel dialogo stesso: tutta la cattiveria concentrata nel protagonista Frank Underwood sembra non essere contagiosa, viene (di)mostrata solo e soltanto nei monologhi che il protagonista ha con sé stesso, che si trasformano in dialoghi con il pubblico, di cattivo gusto se non fossero affidati ad un attore notevole come Kevin Spacey.
Ammetto di non essere arrivato alla fine della prima stagione, perché la serie mi sembrava prendersi troppo spesso sul serio, con un’estetica metallica vicina al cinema di Fincher ma priva d’anima, basata interamente sull’interazione tra macchiette morte prive di un qualsiasi fascino sociale. Non è una serie inattuale per motivi di nostalgia, come può essere il film di Bressane: la sua inattualità non punta sulla ricerca (del bello nel passato per proiettarlo nel futuro) quanto su di un riflesso zombie di un mondo di pura sceneggiatura, che fa perno sulla perversione dello spettatore che guarda senza capire molto di quel che guarda, per pura ricerca di immedesimazione in un mondo più che morto. Tuttavia se a me sembra una sfilata dialoghi cadaverici e fossilizzati nei confini di un’epoca (fine anni 1990 o inizio 2000, tra appunto West Wing o anche 24) in cui poteva ancora interessare, mediamente, il meccanismo politico della Casa Bianca, evidentemente c’è ancora qualcuno che trova qualcosa di diverso nel mondo di Frank Underwood, così sottotono, mi pare, da essere più completo e multitematico quando viene pompato di estetica fantasy, come nel Trono di spade (che in realtà a livello politico/allegorico ha più da dire di qualsiasi monologo di Kevin Spacey).

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I Death Grips sono un gruppo musicale di Sacramento (California) composto da tre membri: il cantante Stefan Burnett detto MC Ride, afroamericano calvo e barbuto completamente schizzato, il batterista Zach Hill, membro anche degli Hella, ed il misterioso tastierista Flatlander. La band ha lavorato per un quinquennio producendo quattro album in studio (Government plates lo considero il migliore album del 2013), un mixtape, un EP e vari altri lavori sperimentali laterali, mischiando vari generi (elettronica, noise, metal, rock sperimentale, hip hop, industrial) con tale originalità da creare uno stile unico e personale ma con diverse caratteristiche, mutate più volte attraverso gli anni.
Si sono sciolti questo stesso anno ma non prima di incidere un doppio disco, The powers that B, di cui è stata rilasciata online la prima parte, Niggas on the moon, mentre la seconda, Jenny Death, arriverà in versione fisica presto, secondo la loro pagina Facebook.
L’inattualità consiste però altrove, in Come up and get me (2013), video musicale per la canzone omonima, che apre il loro secondo LP NO LOVE DEEP WEB (2012), noto principalmente per la controversa copertina, primo piano del fallo di Zach Hill con su scritto il titolo dell’album in evidenziatore: il video, che dura 13 minuti, presenta quasi 8 minuti di completo silenzio seguiti dalla brutale canzone. Per l’intero video vediamo la voce del gruppo, MC Ride, andare a giro per una casa, mangiare fiori, vestirsi in maniere strane, urlare. La banda si è definita, nel proprio addio ai fan (inviato su Facebook tramite una foto di un messaggio scritto a penna su carta igienica), «a conceptual art exhibition anchored by sound and vision. Alone and beyond a “band”» («una mostra d’arte concettuale ancorata da suono e visione. In generale ma non solo una “banda”», per tradurre in maniera non proprio letterale), e questo corto ne è la dimostrazione: un po’ Jean Vigo, un po’ Malick, un po’ Maya Deren, un po’ malattia warholesca, l’operazione di Come up and get me è misteriosa, dolorosa, ma artisticamente soddisfacente, in quanto mostra una sperimentazione prima sul silenzio e poi sulla musica che non serve solo come riempitivo all’estetica dei Death Grips, che sono appunto un gruppo estremamente visuale come dicono nel loro messaggio d’addio ma anche nei loro altri (meno interessanti) video, ma anche come testamento di un disagio post-2010 filtrato in un bianco e nero più nero che bianco ma completamente in-contesto con il messaggio che i Death Grips vogliono dare attraverso la propria musica ed attraverso il proprio video.
L’inattualità, qua, è una questione multimediale e non interna all’opera stessa come in Bressane o, volendo, in House of cards: siamo in un’epoca in cui il video musicale è solo una maniera per promuovere la canzone o una scusa per estrapolarne il contenuto e tramutarlo in sfruttamento visivo, e non più una cosa a parte come poteva essere, volendo, ai tempi di Michael Jackson (ai cui magari discutibili video hanno lavorato grandi registi come Landis e Scorsese)? Oggi, il numero di visualizzazioni di un video significa soldi per chi lo carica (la casa discografica? l’artista?) prima/oltre che promozione, e a guadagnarci dalla trasmissione non è più soprattutto una singola rete televisiva (Mtv, Videomusic, MatchMusic, Viva ecc) bensì una «rete delle reti» quali Youtube.
Proprio oltre il 2010, molti musicisti, Death Grips in primis ma anche altri come Yung Lean o l’intero movimento del genere vaporwave (genere musicale e corrente estetica: vedi), hanno deciso di tramutare la musica in un’esperienza visuale che trascendesse la dimensione sonora, spesso intrisa di nostalgia (per Yung Lean le crisi pre-adolescenziali stereotipate da inizio 2000, per Macintosh Plus ed il resto dei musicisti vaporwave l’estetica videoludica e musicale anni 1980, l’arte classica e gli anime vecchia scuola), come Bressane. Il rischio? Che l’estetica superi per interesse, anche solo multimediale, la musica. Yung Lean e Macintosh Plus hanno proprio questo difetto, laddove i Death Grips hanno trovato un equilibrio invidiabile ed il Cinema che traspare dal loro cortometraggio (a)musicale è istericamente compatto – anche e soprattutto considerando che in tempi recenti, con gente come Nicki Minaj da una parte e Iggy Azalea dall’altra, spesso il video musicale palesa il contenuto, guardacaso, sessuale del brano, eliminando la «sottigliezza» delle metafore e sostituendola con richiami sessuali espliciti, supporto grottesco e antiestetico a musica priva d’anima.
(continua)

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L’inattualità nell’animazione ha molto da offrirci in quanto è spesso e volentieri autoironia. Hirohiko Araki ha pubblicato il primo volume de Le bizzarre avventure di JoJo nel 1987, ma la prima vera e propria serie animata è stata prodotta nel 2012. Il prodotto di Araki, su carta, è un’epicheggiante parodia del genere fumettistico “muscolare” stile Ken il guerriero, tramite una trama che salta da tutte le parti nello spazio e nel tempo con incoerenze narrative, poteri assurdi e personaggi maschili muscolosissimi che si mettono in pose estremamente ridicole. Insomma, un Queen’s Blade al maschile in cui i seni sono sostituiti dai muscoli. Ma l’ironia del manga può essere stata colta molto meglio negli anni ’80 rispetto ai tempi recenti, in cui Ken il guerriero è lontano dalle menti dei giovani – rendendo la serie un prodotto ancor più anacronistico. Ma i registi Naokatsu Tsuda e Kenichi Suzuki vanno oltre: musiche pompose enfatizzano ritmi altrimenti lenti e morti a causa dello scarso budget per l’animazione, citazioni continue (riprese dal manga) alla musica rock e hard rock (Yes, Led Zeppelin, Dire Straits, King Crimson) aumentano questo senso di storia ‘fuori dal tempo’, ideogrammi e linee tratteggiate tentano di rendere più epici ritrattino di scarso interesse e, soprattutto, l’intero mondo di JoJo è reso grottesco fino al ridicolo da cambi cromatici schizzati e fuori contesto. I dialoghi, spesso inascoltabili. Ed in questo senso è un prodotto che funziona che è una meraviglia. Il suo giocare sul ridicolo muscolare in maniera consapevole lo rende anzi tra i prodotti migliori dell’animazione televisiva giapponese recente, perché tutto questo senso del pomposo, in contraddizione con le pessime sceneggiature, va in una direzione completamente grottesca che spesso e volentieri risulta nell’esilarante. L’inattualità, nell’anime tratto dall’opera di Araki, consiste nel rivisitare il passato esagerandone i lati “datati” per motivi di intrattenimento e di divertimento, così constatando e creando un’atmosfera di umorismo naturale che in una forma audiovisiva come gli anime non è mai inadatta. Però in Bressane, probabilmente, questo sguazzare nel passato proiettandosi nel futuro con autoironia del ridicolo, potrebbe presentarsi come un processo di navigazione verso l’inevitabile destino dell’uomo: la mediocrità.

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Ancora peggio è il nuovo stendardo dell’inattualità Adult Swim: Mr. Pickles. Sempre nel periodo fine anni ’90/inizio 2000, c’è stato un boom delle serie animate politicamente scorrette, tra South Park e Beavis & Butthead e i lavori di Seth MacFarlane. Divertirsi osando nella direzione più estrema possibile è un divertissement comprensibile, anche e soprattutto quando punta allo shock e allo scandalo, ma con umorismo. In tal senso, un prodotto recente, Superjail!, iniziato nel 2007 e proiettato da Adult Swim a partire dal 2008, una serie che racconta la storia di un’assurda prigione il cui direttore è un Willy Wonka dei poveri che cerca di rendere il posto esteticamente più bello ma non fa altro che renderlo sempre più vicino ad una casa di tortura estremamente psichedelica. Esilarante ed estremo, ma molto anacronistico. Mr. Pickles è animato e disegnato in maniera simile, ma non ha la stessa verve, perché è molto più adolescenziale: dove Superjail!, come anche South Park, tocca il sociale in modo estremo ma coerente, Mr. Pickles, che tratta le avventure di un cane satanico che invece di aiutare il prossimo lo uccide (ma viene premiato), punta sull’estremismo senza criterio, con umorismo scialbo tipico a quello della tipologia “ragazzino che in prima media era più divertente di te perché diceva le parolacce”. Ma dove sta la differenza? Superjail! Innanzitutto ha una cifra stilistica, vicina alla psichedelia, e dunque la sua inattualità anni ’90 è in realtà mischiata ad un’inattualità anni ’60 (riferimenti alla cultura hippy onnipresenti), mentre Mr. Pickles è pura, inutile masturbazione scialba, in cui l’eccesso non fa neanche impressione, essendo, come direbbe il protagonista di Fight Club, la “copia di una copia di una copia”. Inoltre, dove Superjail! è spassosamente corporale in senso fumettistico (stile Looney Toons o Red & Stimpy) o dialogata in maniera ben costruita e satirica, Mr. Pickles ha brevi parentesi di splatter fine a sé stesso, poco impressionante e privo di ispirazioni, alternate da dialoghi vacui e semplicemente poco divertente. È una serie paragonabile a House of Cards per come entrambe le serie puntino su meccanismi, nella serie animata anarchici ed in quella Netflix rigorosissimi, visti e rivisti, ma che non intaccano più di tanto il successo.
(continua)

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La Laika Entertainment è una casa di produzione di film animati in stop-motion che ha per ora prodotto tre film: Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick, Paranorman (2012) di Sam Fell e Chris Butler ed il recentissimo The Boxtrolls (2014) di Graham Annable e Anthony Stacchi. Quest’ultimo è il prodotto che prenderò in considerazione, in quanto è il più recente e anche il più “staccato dalla realtà”, perché Coraline si può ben collegare al mondo di Selick e al mondo di Neil Gaiman, che non hanno mai smesso veramente di essere di moda, Paranorman alla cultura halloween e alla ricerca dell’inquietante spesso presente nell’animazione per bambini, anche in maniera implicita (penso a Leone il cane fifone o Le tenebrose avventure di Billy & Mandy), mentre The Boxtrolls… non ha niente di tutto ciò. Ma funziona benissimo, come un macchinario estremamente autoironico e con una satirica struttura sociopolitica abbastanza basilare e non innovativa ma comunque curiosa, in cui, eccetto i troll e i protagonisti bambini, ogni personaggio è sporco in volto e nell’animo. La storia tratta di una città importante soprattutto per il commercio dei formaggi in cui abitano i cosiddetti “boxtrolls”, creature umanoidi sporche e birichine che rubano oggetti inutili di notte e li portano nei propri ripostigli sotterranei. Tra di loro c’è un bambino che è convinto di essere uno di loro. In superficie però c’è una specie di accalappiacani con una passione per il travestitismo che per entrare nella camera del congresso della città farebbe di tutto, anche mentire sulle intezioni dei boxtrolls, definendoli malvagi, per poi braccarli e ucciderli tutti. Trama innocua, film altrettanto. Si potrebbe forse dire che non aggiunge niente a decine di centinaia di film animati simili, in cui il cattivo non è cattivo, il buono non è buono, tutto è un po’ grottesco – ma c’è quel gusto per il grandguignol, per lo sporco, per l’anarchismo (con una metafora sul vestiario che sul finale si avvicina a quella di Kill La Kill) che gli dà un’aura particolarmente interessante, superando comunque l’ingegnosissimo umorismo slapstick che è d’obbligo in un film del genere. Qua l’inattualità la potrei considerare puramente una cifra stilistica legata all’anacronismo dell’animazione in stop-motion nell’epoca della Pixar e della Dreamworks, ma non è solo quello, perché i suoi toni ed i suoi colori in generale rimandano ad un’altra epoca, più vicina alla vecchia Disney dei film di Wolfgang Reitherman, e questo per puro divertissement, senza una grande idea dietro, semplicemente per il gioco di provare a vivere un’intrattenimento che funzionava meglio qualche tempo fa per vedere come può funzionare, per i più piccoli, nel presente. E, come i film Pixar e alcuni film Dreamworks, funziona assolutamente e anche per i più grandi. Da vedere fino alla fine dei titoli di coda, per una scena assolutamente geniale che vale tutto il film, in cui due personaggi fanno una riflessione meta cinematografica sul ruolo divino del regista rispetto al contenuto della trama.

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Ma torniamo al Cinema, per concludere il ciclo iniziato con Bressane, e passiamo all’ultimo film del regista cileno Alejandro Jodorowsky: La danza della realtà (2013). Jodorowsky è tra gli autori più controverso e surreali del Cinema mondiale e l’ha dimostrato con una serie di film spiritualisti, logorroici, misteriosi, simbolisti e violenti di cui il capostipite è El Topo (1970), primo film western dai toni allucinogeni (e quindi vero creatore del genere denominato “acid western”) e film preferito di John Lennon, che ha finanziato alcuni tra i film successivi di Jodorowsky lanciandolo a livello internazionale a partire con La montagna sacra (1973), che rimane il suo film più assurdo ed incomprensibile. La danza della realtà, però, potrebbe essere tra le sue pellicole più interessanti principalmente per come mischia, in maniera relativamente compatta, una solida struttura narrativa con una cifra stilistica estetizzante vicina a quella dei suoi film più rappresentativi. La danza della realtà è un’opera autobiografica, politicizzata (fenomenale il breve siparietto di allegoria satirica che descrive il nazismo), emozionale, spirituale e visionario come non mai. Trama: negli anni ’30, il giovane Alejandro Jodorowsky combatte con le proprie turbe preadolescenziali nel rapporto con la madre, cantante lirica ossessiva ma saggia, e con il padre, ex-circense stalinista diventato pompiere che parte per uccidere il dittatore Carlos Ibàñez del Campo, che in realtà ammira. Il film è narrato dallo Jodorowsky adulto che ogni tanto appare come fantasma, abbraccia sé stesso da bambino e gli dice di tenere duro, sopravvivere, vivere nel presente che non verrà dimenticato nel futuro. Ma come si può ricollegare al film di Bressane dello stesso anno e al discorso generale sull’inattualità che è al centro di questi Fili Rossi? Il paradosso principale, qui, è che l’inattualità è un discorso che nell’arte non è mai inattuale, perché ripetere o ricreare atmosfere che erano innovative nel passato, se non è fuori contesto o anzi efficace, risulta sempre una maniera attuale per affrontare la difficoltà nell’essere originali in un mondo artistico dove a volte sembra che non esista più l’originalità. Jodorowsky ci riesce alla perfezione perché il suo ultimo film è estremamente suo ed estremamente non suo allo stesso tempo, ed in entrambi i casi ricalca il passato in quanto i suoi film a cui La danza della realtà si ispira sono quelli anni ’70, e i film non-suoi che gli sono più vicini sono probabilmente i film di Fellini, soprattutto Amarcord (1973), per come frappone ricordo, realtà, nostalgia, presente, passato, cinema. È un film inattuale perché l’inattuale è diventato attuale, e La danza della realtà è un film attualissimo nella sua sgargiante e surreale semplicità. Se il destino dell’uomo è davvero la mediocrità, forse sono film come questo che possono fermare o rallentare il processo, trasmettendo gli stessi concetti con colore e speranza, ma anche sguardo verso il passato.

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Le foto dell’estate

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

 

Aldo è un fotografo mediocre, ma appassionato. Ogni estate fa un viaggio importante da cui torna con una grande messe di immagini. A settembre raccoglie gli amici per una serata in cui, oltre a bevande e stuzzichini, serve loro i suoi ricordi di viaggio.
Ecco che tutti sono arrivati. Le conversazioni si spengono, i bicchieri si posano mentre vengono abbassate le luci e sulla parete bianca incominciano ad essere proiettate le immagini. Il commento di Aldo che accompagna lo scorrere delle foto è ricco di informazioni, ma forse troppo dettagliato. Marisa sbircia il cellulare per vedere che ore sono. Quanto manca alla fine? Ada, la cugina, dopo una mezz’oretta si alza per andare in bagno. Dopo un po’ tutti si stanno annoiando, anche chi è sinceramente interessato alle bellezze della Borgogna che Aldo sta mostrando.
Se Dio vuole arriva la fine della proiezione. Le luci si riaccendono. È solo allora che si scopre che Dario è seduto tutto storto sulla sedia, addormentato.

Chania: «urbanistica» millenaria, o della moderna bruttezza (ancora)

edicola votiva MOD LIGHT

Termino qui le riflessioni iniziate martedì scorso sulla bruttezza urbanistica di alcune zone di Chania, che tanto più stupisce tenendo conto che l’estetica tradizionale dell’abitare qui era così bella!

fronte mare MOD LIGHT

Nel centro di Chania c’è un museo chiamato «Casa cretese». È, per l’appunto, una casa, con cucina, camera da letto, soggiorno eccetera. Gli oggetti e gli arredi lì raccolti, affinati dal tempo e dall’uso, sono pieni di bellezza. I colori sono in armonia, gli oggetti dialogano bene tra loro, tutto è comodo e caldo, pur testimoniando di una vita di pochi mezzi e di duro lavoro.

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Perché oggi non fare case altrettanto belle, seppure diverse, tanto più che si dispone di mezzi maggiori?

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Forse un ulteriore motivo è la fretta. Devo rifare il tetto, non vado dal vasaio a scegliere i coppi più solidi, non ci penso un mese, faccio installare il prefabbricato che costa meno e non ci penso più.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Vetrina: netiquette

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Carla Muschio
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Lettura

«A meno che non si usi uno strumento di crittografia (hardware o software), conviene assumere che la posta su Internet non sia sicura. Non inserire mai in un messaggio elettronico quel che non si scriverebbe su una comune cartolina postale.
Non inviare mai lettere a catena via posta elettronica. Su Internet le lettere a catena sono vietate, pena la revoca dell’acconto. Nel caso ne riceviate una, fatelo immediatamente presente all’amministratore locale.
Se l’importanza di un messaggio sembra giustificarlo, conviene inviare immediatamente al mittente una breve replica di ricevimento, rimandando a più tardi una risposta più esauriente».

(Nota del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca)

Vetrina

Luciano Madrisotti
Le catene del santo sono fastidiose, ricattatorie, inutili. Ma nel caso si tratta di poesia, che è leggera, gratuita, «inutile». Perché non mandare nella catena un verso, se lo si sa, che sembri un responso della sibilla cumana e voli nell’aria come foglia mossa da un vento sacro, diceva l’antico poeta?  Io lancerei «oh quante sono incantatrici / oh quanti incantator tra noi che non si sanno»… Quanto ai due, sono banali e meschini: Mara non vorrebbe offendere l’amica astenendosi, senza alcuna riflessione sulla bellezza in se’ della poesia a prescindere (dalla catena). Antonio le ferma, le catene, e risponde alle mail difficili dopo tempo. Se ne frega di chi spedisce cosa e non distingue tra contenuti che potrebbero suggerire diversi livelli di premura. Facile poi la scusa:  se uno ha fretta mi telefoni… scusa al risparmio di sensibilità, visto che i nuovi modi di comunicazione consentono diversi modi di esporsi e comunicare.

 

Francesca Taddei
Il solito problema del rispondere in tempi accettabili alle mail (ma anche a lettere, cartoline, telefonate, biglietti….).
Qualunque tipo di messaggio richieda una risposta o un ringraziamento, va evaso in tempi brevi. Ti mandano un biglietto di auguri? Si ringrazia! Ti fanno recapitare un regalo di matrimonio? Anche qui si ringrazia! Ti invitano a un evento qualunque? Si risponde e si comunica se si andrà o no! E via così…
Ovviamente non tutti i periodi sono uguali e non sempre si ha tempo a disposizione. Se non è una cosa urgente, si può anche non rispondere immediatamente, ma di sicuro non si può far attendere per giorni. Molto meglio scrivere una riga per dire che al momento si è presissimi e non ci si può dilungare, ma dando comunque un riscontro. Se non altro del fatto che si è ricevuto il messaggio!
Quanto alle catene di sant’Antonio, per carità!!! Dire chiaramente che non si partecipa a questo genere di cose e tirarsi subito fuori!

 

Elena Trabaudi
Non ricevo frequenti messaggi tipo catena di sant’Antonio, ma quando li ho ricevuti li ho cestinati senza preoccuparmene: li ho trattati semplicemente come spam. Certo, a voler sottilizzare, il mittente non chiedeva esplicitamente di fargli sapere se non avessi inteso proseguire la catena; la sostanza comunque resta invariata.
Sono invece in disaccordo con Antonio a proposito dei tempi di risposta alle mail. Secondo me, a meno che si abbia il computer guasto o che si sia lontano da casa senza pc, l’educazione impone di rispondere, anche solo una riga, a chi ci contatta. Lasciando la posta in arrivo a frollare, si finisce con il dimenticarsene, e la figura da maleducati è lì in agguato.

 

Lodovico
Cara Agata,
abbiamo un problema: le catene di mail tendono dopo un po’, come una impervia piramide, a non essere più scalate e si esauriscono. Quale perdita!
Questa che ti scrivo oggi è  una catena per risolvere questo annoso problema e meno che mai potrà essere interrotta, capirai. Devi scrivere  a cinque amici  che a loro volta ti han spedito in passato una catena ma stavolta aggiungendo alla mail anche una vecchia catena da rivitalizzare: ad ogni passaggio quindi si aggiunge una nuova catena e ben presto vedrai che riceveremo nella casella di posta elettronica qualche decina di catene al giorno.
Se non farai così, la tua casella di posta resterà tristemente sgombra. E’ già successo anche ad una mia lontana cugina.

 

Rosa
Alle mail conviene rispondere subito:  non aspettare neanche un giorno o due, ma proprio subito. Sembra un sacrificio, ma se non fai così, te le porti dietro ed allora  si nascondono alla tua memoria per poi rifarsi  vive all’improvviso facendoti «Buuuh!» nella mente. Le mail non risposte sanno essere molto antipatiche: meglio evitarle e sbarazzarsene il prima possibile.

 

Mariagrazia
Personalmente non do mai seguito ad una catena di s.Antonio prima di tutto perché non sopporto alcun tipo di coinvolgimento obbligatorio, in secondo luogo perché anni fa queste catene promettevano calamità alla persona che l’avesse interrotta.
Qui non c’entra la superstizione, ma per scaramanzia….!

Diwali, 23-27 ottobre 2014 (soldi e felicità)

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Rubo di pacca dalla pagina dedicata alla festa su Wikipedia: «Diwali è una delle più importanti feste indiane e si festeggia nel mese di ottobre o novembre. Simboleggia la vittoria del bene sul male ed è chiamata “festa delle luci”: durante la festa si usa infatti accendere delle luci (candele o lampade tradizionali chiamate diya). In molte aree dell’India i festeggiamenti prevedono spettacoli pirotecnici. La più popolare leggenda associata alla festa è quella che tratta del ritorno del re Rama della città di Ayodhya dopo 14 anni di esilio in una foresta. Il popolo della città al ritorno del re accese file (avali) di lampade (dipa) in suo onore, da qui il nome Dipawali o più semplicemente Diwali. I festeggiamenti per Diwali si protraggono per cinque giorni nel mese indù di ashwayuja che solitamente cade tra ottobre e novembre. Per induisti, giainisti è la celebrazione della vita e l’occasione per rinsaldare i legami con familiari e amici. Per i giainisti rappresenta inoltre l’inizio dell’anno».
Il video sotto riprodotto è circolato in occasione della festa: qui l’attore Varun Pruthi, tubatore noto per esperimenti sociali videoripresi (si fa pugnalare in strada, molesta le donne, aiuta chi è in difficoltà e vede come la gente reagisce a ogni sollecitazione), cerca di rispondere alla domanda: «I soldi possono comprare la felicità?». E nonostante io che scrivo non sia credente (la frase «Dio mi ha mandato per te» mi fa ribrezzo), e ancor più nonostante l’andamento piacionoide (per la mia sensibilità) del pezzo, devo dire che la gioia sul viso delle persone mi ha un po’ commosso, e mi è difficile dissentire da Pruthi quando conclude che sì, se sei ridotto alle lacrime i soldi possono comprare la felicità, e che l’unico modo di comprare la felicità è dare la felicità.
Brividoni! BRrrrrividoni ovunque.
Però anche se chi dà e chi riceve sono io, son parecchio felice. Funziona anche così. Ewiva. Ewwivona.
Il titolo del video sotto riprende una geniale rubrica pubblicata su «Cuore» di, mi pare, Piergiorgio Paterlini, intitolata Soldi e felicità, in cui il giornalista intervistava personaggi vari dalla politica allo spettacolo (pare ci fosse differenza), ponendo prima la domanda «Che cos’è per lei la felicità?», e giù concionamenti, e poi l’altra domanda: «Dichiarazione dei redditi dell’ultimo anno?», facendo mediamente invipperire la vipperia.
E grazie a Carla Muschio, maestra di buone cose e dispensatrice di felicità per chi ha la ventura di esserle in amicizia, per la segnalazione.

SOLDI E FELICITA’

Netiquette

santantonio

Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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Commenta il colloquio tra Ambra e Antonio, due amici.

•    Oggi ho ricevuto per mail una catena di sant’Antonio a cui quasi quasi partecipo.
•    Di cosa si tratta?
•    Te la leggo. «Ciao amici. Stiamo iniziando uno scambio collettivo, costruttivo e, speriamo, emozionante. Abbiamo scelto persone che immaginiamo saranno fedeli, per divertirci. Manda una citazione positiva o un verso di poesia alla persona il cui nome si trova nella posizione 1 qui sotto (anche se non la conosci). Deve essere un testo che ti ha dato sollievo in un momento difficile. Dopo che l’hai inviato alla persona in posizione 1 e solo a lei, copia questo testo in una nuova mail mettendo il mio nome in posizione 1 e metti il tuo nella posizione 2. Invia la mail a 20 indirizzi. Se non puoi farlo entro 5 giorni, faccelo sapere. Grazie!».
•    Pensi di rispondere?
•    Non so. In verità a me pare una totale stupidata, copio una poesia che mi piace e poi? Chi la legge, oltre all’amica che me l’ha chiesta?
•    Allora non rispondere.
•    Lo so, è quello che sono tentata di fare. Però non vorrei offendere l’amica che me l’ha mandata. Oltretutto la mail dice: se fermi la catena, avvisami. Una volta l’ho fatto, con un’altra catena, ma l’amica che ho avvisato ci è rimasta male. Non vorrei mai offendere Agata.
•    Sei troppo delicata. Io le catene di sant’Antonio le fermo e basta. Mi scrivesse anche Gesù Cristo, io lo cancello. E poi vorrei sapere a chi servono. Per ne le inventano i gestori della telefonia o i pubblicitari, per farti stare di più online.
•    Boh, penserò cosa fare. C’è sempre così tanto a cui pensare. Ti riesci a stare dietro alla posta elettronica?
•    Non sempre. Le risposte facili le do subito. Le mail su cui c’è più da pensare le faccio aspettare magari anche una settimana.
•    Veramente? Dici a me di fermare le catene, che non fanno male a nessuno, e poi tu non rispondi a una mail per una settimana. Io sarò troppo scrupolosa, ma una mail la prendo come una telefonata, rispondo immediatamente. E se proprio non so cosa dire, prometto di rispondere nei giorni successivi.
•    Ma come la fai difficile! Se uno ha davvero fretta mi può sempre telefonare. Se no, che aspetti.

Chania: «urbanistica» millenaria, o della moderna bruttezza (davvero)

fili elettrici MOD LIGHT

Mi chiedevo, un paio di puntate fa, il motivo per cui il codice della bruttezza segni tutte le coste del nostro povero Mediterraneo, con l’unica eccezione di molti borghi antichi e di pochissimi borghi moderni.

dalla mia stanza_MOD LIGHT

Non ho una risposta definitiva e anzi mi piacerebbe raccogliere opinioni d’altri su questo punto. Scrivetemi i vostri pensieri, se vi va.

croce chiesa cattolica MOD LIGHT copy

Ecco comunque le mie modeste ipotesi. L’aspetto di una città è il frutto di un gran numero di interventi individuali, di forza diversa. L’assessore comunale responsabile del piano regolatore, gli architetti che progettano le case, producono un’azione più incisiva della signora che mette una tenda stinta e strappata alla finestra.  È come se ogni città fosse una colossale installazione in continuo divenire costruita da tutti. Le persone si guardano tra loro, vedono l’operato degli altri.

Cosmos MOD LIGHT

Come è contagiosa in Inghilterra la cura del giardino, tanto che ciascuno tiene sempre d’occhio quello degli altri per non essere da meno e si adopra a cercare nuove piante e armonie per primeggiare sugli altri, così forse è contagiosa la bruttezza. Il mio vicino ha le persiane rotte, non sfigurerò se non riparo le mie. Sulla mia via non ci sono case di pregio, anch’io non mi sforzerò di abbellire la mia. Tanto, anche se lo faccio, tutto rimarrà abbandonico e triste.

condominio MOD LIGHT

Un’altra considerazione è il materiale disponibile. Se c’è un bravo fabbro nel vicinato, posso ordinargli una bella cancellata, ma se non c’è, mi devo accontentare di ciò che offre il mercato.

(continua martedì prossimo)

Carla Muschio
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Vetrina: vicini di casa

vicinidicasa_vetrina

La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Carla Muschio
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Lettura

Si cambi casa il ventinove di settembre, come a Milano, o il quattro maggio, come a Napoli, e a qualunque mese, come a Roma, la prima questione è sempre la stessa: bisogna conoscere i nuovi vicini? (…) Ma in una grande città, dove tutto vi è, a portata di mano, di voce, di passo: in una grande città, dove basta escire dal portone per trovare anche la pietra filosofale, che si dice, non fu mai trovata; in una grande città, a che può servire di conoscere i propri vicini? A che aumentare le proprie relazioni, inutilmente, quando quelle che si hanno, d’ordinario, sono soverchianti? A che mettersi in rapporto con gente nuova, ignota, forse estranea a ogni proprio gusto, forse antipatica, forse equivoca? Perché conoscere proprio i vicini, quando il più savio consiglio è di restringere alle persone più note, più simpatiche e più utili, le proprie relazioni? E, veramente, esiste una vicinanza, in una grande città, in una grande strada, in un grande palazzo, o non si è, veramente, anche gli inquilini di questo medesimo palazzo, completamente estranei, l’uno all’altro? E in tanto lavoro, in tanti pensieri, in tanti svaghi, in tanti affanni, chi mai s’incarica del proprio vicino? Il vicino non esiste, in un ambiente di metropoli.
(Matilde Serao, Saper vivere. Norme di buona creanza, 1901; Mursia, Milano 2012, p. 90)

Vetrina

 

Lodovico
Mara si interroga sul presentarsi o meno al nuovo vicino, non sa bene cosa pensare….di questi tempi poi se ne senton dire tante… e se fosse un maniaco?.. fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio: dopo tutto lei è una donna sola ed è meglio non rischiare. Decide di lasciar perdere. Suona il campanello. Mara si scrolla dai suoi pensieri. Ha un lampo: ecco che è lui che ha preso l’iniziativa. Apre sicura: «Buongiorno, lettura contatore gas!».

Francesca Taddei
Direi che niente vieta a Mara di presentarsi al nuovo inquilino del palazzo. Si tratta in fondo di un atto di gentilezza e può darsi che anche a lui faccia piacere avere un punto di riferimento tra i condomini, se dovesse avere bisogno di qualcosa
La prima volta dovrebbe semplicemente presentarsi e chiacchierare qualche minuto, anche solo sul pianerottolo. Il seguito dipende dalla reazione del nuovo arrivato: se lui si dimostra gentile, contento della visita, Mara può anche proporgli un caffè, però sarebbe meglio scegliere un luogo neutro, come il bar sotto casa (io eviterei di invitare a casa quello che è ancora uno sconosciuto).
Se son rose, fioriranno. Se invece l’avvenente tizio è sposato, fidanzato o comunque impegnato, ritirarsi immediatamente, per carità!

Elena Trabaudi
Non so proprio quale sia la prassi al momento attuale.
Io sono piuttosto orsa, tendo a tenermi leggermente indietro. Premesso questo, penso che aspetterei la prima occasione di incontro fortuito sulle scale o in ascensore per sfoderare un bel sorriso e presentarmi alla bell’e meglio. Se poi da cosa nasce cosa, meglio. Se invece non nasce niente, amen. Vorrà dire che è fidanzato, oppure che non è stato colpito da Mara.
E poi c’è sempre tempo: magari un po’ più avanti, se la ragazza non nota una evidente fidanzata (o fidanzato, perché c’è anche quella possibilità), potrà presentarsi una volta alla porta del nuovo arrivato, vestita stravagante che di più non si può, e vedere se in questo modo stuzzica la sua curiosità.

Mariagrazia
E’ vero: nel secolo scorso si usava dare il benvenuto ad un nuovo inquilino ed infatti io, 74 anni, ho avuto questa iniziativa ben due volte 40 anni fa! Da questo piccolo gesto gentile sono nate due splendide amicizie che durano tuttora.Il mio invito è quello di continuare in questo comportamento, che è segno di interesse verso chi ci circonda, per cui Mara, con un dignitoso e smagliante sorriso, potrà presentarsi senza timore di essere fraintesa. L’inquilino è single?… Se son rose fioriranno!