Nuovi caroselli in cerca d’autore

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I trailer cinematografici, per via del canale preferenziale che riescono a stabilire con l’inconscio, danno una risposta tangibile a quel bisogno di Piacere che ci divora e ci abita e ci comanda. In pochi minuti, spesso meno di due, il trailer spara a velocità anfetaminica scariche di immagini come di endorfine, il cervello cortocircuita, l’emotività tracima: è una festa per gli occhi, un vero e dolcissimo oblio emozionante. C’entra poco il fatto che con gli anni il cinema è andato peggiorando, quindi i trailer hanno avuto il compito ulteriormente creativo di falsificare i brutti film; il mio piacere nei trailer – che raggiunge il suo apice per le serie tv – è specifico e assoluto; è la botta di adrenalina che provo, la curiosità, il piacere, la sensazione di star vedendo qualcosa di mai visto prima. Non a caso i creativi pubblicitari mi rinforzano il concetto. Gli uffici stampa abbondando di comunicati e promesse su una serie “mai vista prima”. Sì, datemene ancora, celatemi il mondo, scrivetene poemetti di questi trailer, piccoli poemetti zen, a sé stanti, versi visivi. Datemi notizie su gustose architetture narrative come qui in Italia non c’è modo neanche di pensare, di immaginare.

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Scopro con piacere che un portale affidabile e serissimo come Tropico del Libro ha una sezione dedicata ai booktrailers. Scopro allora che la pratica del promolibro, del filmato promozionale su un libro, nasce nel 2002 con una casa di produzione video, la Circle of Seven Production (COS), a sua volta nata dall’incontro tra un regista cinematografico Michael E. Miller e una specialista di marketing editoriale, Sheila Clover English. Costoro avevano ricevuto il compito da parte della casa editrice Jove Books (una costola della Penguin) di girare il promo del romanzo fantasy Dark Symphony della scrittrice Christine Feehan e i due ci avevano preso gusto.

Da allora a oggi, passando per un tentativo di istituire un premio ufficiale dei promolibro, i Moby Awards (due sole edizioni: 2010 e 2011), a cura di una casa editrice di Brooklyn, devo dire che l’oggetto booktrailer è ancora ben poco identificato. Negli Stati Uniti ha una sua dignità, se si pensa che Thomas Pynchon presta la voce per il trailer del suo Inherent Vice (uno dei migliori esempi di promolibro che abbia visto) o se il regista Alfonso Cuaron ha girato un trailer tra animazione e documentario sul libro di Naomi Klein The shock doctrine (2008). In Italia talvolta questi filmatini sono un po’ ridicoli, con un effetto straniante a metà fra la telenovela brasiliana e il filmino delle vacanze, anche se questo rischio lo corrono tutti: italiani, americani, inglesi e così via. Infatti vedendo un po’ di questi inusuali cortometraggi la sensazione è sempre quella d’incertezza, non che manchi una tecnica, ma che questa forma di espressione non abbia ancora trovato una sua voce.

In un certo senso dare immagini a un libro è un tradimento di quello spazio lucidamente onirico che accompagna la lettura e, anzi, ne è favorito: ogni libro suscita un grumo d’immagini emozionali o figurative che non trova, non può trovare, espressione compiuta, ma che fluttua in uno spazio incorporeo. Forse è solo questione di tempo: oggi i videoclip musicali sono una realtà con pieno riconoscimento artistico, ma soprattutto hanno un codice ben definito, così come i video pubblicitari. Magari tra qualche anno anche i promolibro troveranno una loro forma che non sia banalmente illustrativa o parodica (celebri attori comici statunitensi si sono già prestati a giocare con i promo dei libri).

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Chissà se il tempo darà del tempo a far crescere i booktrailers. Non dimentichiamo che il fenomeno nasce in un’assenza: quella di uno spazio dove parlare di libri. Anzi, per essere precisi, i promolibro sono l’espressione sia di una necessità di continuo incrocio tra forme mediali, veicolate dalle possibilità della rete, che la risposta alla domanda: dove si può parlare di libri, oggi? In nessun luogo, dunque: dappertutto. Anche stavolta, allora, parliamo di sinestesie, ma con una differenza sostanziale: mentre un’ideale colonna sonora di una lettura ha una sua forma già codificata, vedi i radiodrammi, ed è un gioco estetico, un balletto tra comunicazioni dal medesimo scopo, il promolibro, oltre a essere una pratica nuova, ha anche quel demoniaco sguardo che sogghigna nel controluce sulfureo della vendita, perché è innegabile che i questi brevi video sono fatti per veicolare un acquisto. Molti sono i grandi registi che hanno girato pubblicità, da Fellini a Wenders, ma intanto loro hanno avuto l’astuzia di approdare alle réclame quando la grammatica dei messaggi promozionali era già consolidata e, soprattutto, hanno prestato la loro professionalità proprio come se avessero girato un film per il cinema. Insomma, ci hanno messo una cura che finora nei trailer libreschi non ho visto.

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Forse, allora, il problema fondamentale di questi nuovi mezzi comunicativi è che si è ancora troppo legati all’idea dell’immagine legata a una narratività. Lo specifico del cinema è l’immagine in movimento, prim’ancora che legata a una storia da raccontare. Il trailer cinematografico è una collezione di sequenze tratte dal film con lo scopo d’invogliarti ad andare al cinema. Ma se lo stesso fine è perseguito dai promo per i libri è anche vero che un libro non è fatto di sequenze filmiche. Il libro è fatto di parole scritte, che guarda caso non sono immagini. In definitiva allora si è creata una reazione chimica imprevista: il riassunto visivo del libro, ideale anello di congiunzione tra l’immagine e la storia, non ha funzionato. Non ancora. O forse non accadrà mai.

Filippo Polenchi
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Fili rossi #8

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L’ardua verità da accettare è che il Cinema d’intrattenimento può essere anch’esso arte. Verità che non è ardua per niente, ma sempre più spesso leggo di ignoranti che snobbano il «banale intrattenimento» dei grandi film americani bollandolo come boiata a prescindere a favore del cinema d’autore, del silenzioso, del teorico – e leggo anche di persone ancora più ignoranti che rispondono a tono a questi facendo prevalere il puro intrattenimento su quelle lente e noiose torture che sono i film di nicchia di gente come Béla Tarr, Lav Diaz, Tsai Ming-Liang, Albert Serra o James Benning.
Voler bene ad entrambi, su piani diversi? Penso sia la giusta via di mezzo, riconoscendo i pregi ed i difetti dell’una e dell’altra categoria, e ridimensionandoli a dovere. Penso, per esempio, che Guillermo Del Toro sia riuscito a fare qualcosa di incredibile con la propria estetica: ha creato un vero e proprio universo dalle molteplici influenze artistiche, che vanno dai fumetti al romanzo fantasy al cinema al teatro ma soprattutto alla sua immaginazione.
È vero che l’immaginario cinematografico di Hellboy è in buona parte partorito dalla mente di Wayne Barlowe, ma si può non dare del rispetto anche a chi è riuscito ad adattare quell’immaginario sullo schermo? L’universo di Del Toro è difatti un purissimo e compattissimo universo fantasy che contiene in sé stesso fumetto, mecha, horror e seconda guerra mondiale: ma vanno tutti d’accordo tra di loro in una qualche magica, armonica maniera. I fracassoni e mastodontici kaiju di Pacific rim (2013) hanno un design con molti tratti distintivi rispetto alla Morte in Hellboy II: the golden army (2007) o rispetto all’inquietante mostro del Labirinto del fauno (2006), ma si riconosce che appartengono tutti e tre alla macchina da presa dello stesso folle, simpatico mestierante cinematografico messicano, il cui variegato mondo è tra i più degni di nota al momento, sia cromaticamente che concettualmente, per la sua natura libera e spesso autoironica.
Devo affermare l’ovvio? non è l’unico regista ad avere una tale dote.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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Peter Jackson ha avuto uno tra i più esilaranti e curiosi percorsi filmografici della storia. Diventato celebre grazie a pellicole splatter controverse e indipendenti come Bad taste (1987) e Braindead (1992) (ma il mio preferito è la sottovalutata parodia dei Muppets Meet the Feebles, 1989), si è poi avvicinato al «Cinema per tutti» con il meraviglioso apice della sua carriera, Creature del cielo (1994), per poi discostarsi nuovamente dal grande pubblico con quella meraviglia di Forgotten silver (1995, co-diretto con Costa Botes). E dopo meno di una decade, ha concluso quella che rimane la più mastodontica trilogia della storia del Cinema (più per ambizioni e dimensioni che per qualità): Il signore degli anelli (2001-2003). E dopo pochi altri film di successi altalenanti, ha diretto pure la trilogia dello Hobbit (2012-2014) ambientata nello stesso mondo immaginario, Arda, creato da John Ronald Reuel Tolkien con vari romanzi nella prima metà del XX secolo.
A prescindere dalla qualità dei film di per sé, è notevole ed indubbio l’impatto del lavoro di Jackson sulla cultura generale e sono altrettanto degne di nota le capacità del regista nel portare sullo schermo un universo completamente fittizio con una grazia perfettamente a metà tra il semplice sbancabotteghino ed il qualcosa di più. Le scene d’azione e di battaglia sono girate con un senso dell’epica enfatico ma caoticamente perfetto, le colonne sonore, la fotografia e gli effetti speciali sono giocati benissimo e le scenografie sono bellissime senza se e senza ma, nella costruzione a metà tra il fittizio e il naturalistico (Nuova Zelanda). I passaggi noiosetti, inutili o pacchiani ci sono, eppure l’operazione come totale è giustamente celebre, anche se spesso sopravvalutata. Le scene d’antologia, che danno un’idea della schietta e minuziosa originalità della costruzione del mondo, ammettiamolo, sono parecchie, con l’apice nel minore dei capitoli (il terzo, Il ritorno del re, vincitore di 11 Oscar e più intenso degli altri ma anche più pomposo e prolisso), con il montaggio che alterna Merry che canta alla battaglia di Faramir contro gli orchi, perfetta mescolanza di decrescendo e crescendo verso lo scioglimento della tensione del gran finale (molto o troppo procrastinato, a seconda dei gusti e dei punti di vista).

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Un grande regista che non fa altro che essere autoreferenziale ad una sfera estetica tutta sua, muovendosi sempre tra intrattenimento ed arte, può anche essere Tim Burton.
Il re del (Nuovo!) Gotico è uno dei pochi registi nell’odierno cinema Usa di cassetta ad attrarre più spettatori con il proprio nome che con il nome degli attori anche famosi che inserisce nei suoi film. Quasi ossessionato dalla moglie Helena Bonham Carter e da Johnny Depp (appaiono in quasi tutti i suoi film), Burton è sperimenta con il cupo e il fiabesco, con il musicale, il grottesco, l’ironico. Basti pensare a come possono essere antitetici film quali Edward mani di forbice (1990), che parte da uno spunto ridicolo e allo stesso tempo orrorifico per poi diventare una favola (con pseudo-morale) comunque violenta, e Mars Attacks! (1996), che non è altro che un frullato micidiale di satira volutamente gratuita e fantascienza talmente pregna di sospensione dell’incredulità richiesta da essere demenziale quanto un film dei Monty Python.
Eppure tutti i film di Burton, compresi i meno belli come Alice in Wonderland (2010) o Il mistero di Sleepy Hollow (1999, in immagine sovrastante, un film che prende l’estetica burtoniana e ne esagera i connotati ma senza andare oltre a sufficienza, fossilizzandosi su quelle cinque o sei soluzioni visive trite e ritrite), si riconoscono come film di Tim Burton. Il suo capolavoro più umano è Big fish (2003), un film-tributo al rapporto padre-figlio in cui Burton ricrea le fandonie di un padre fittizio per approdare nel grottesco e nel fiabesco e nel contempo per descrivere il suo amore per l’immaginazione umana, ed il suo film più atipico è Ed Wood (1994), biografia di, ovviamente, Ed Wood, un regista horror e fantascientifico palesemente di serie Z (in quanto squattrinato) che Burton ama per il suo sincero amore per il Cinema – il film è stranamente concreto ed è girato in bianco e nero con atmosfere che si rifanno molto anche ai noir anni ’40 e ’50, con un cammeo degno di nota da parte di Vincent d’Onofrio, nel ruolo di Orson Welles.
(continua)

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Come e più di Burton, anche Quentin Tarantino riesce ad attrarre più spettatori in sala con il suo nome e la sua faccia che con i volti degli attori, e questo è perché anche Tarantino mostra film che fanno parte di un universo fittizio condiviso, anche se più concreto (?) e meno fantasy di quelli trattati precedentemente. Stesse inquadrature, stesso humour, personaggi con parentele (i fratelli Vega tra il Michael Madsen delle Iene, 1992, ed il John Travolta di Pulp Fiction, 1994), personaggi comuni come Earl McGrow, interpretato da Michael Parks e presente sia in Kill Bill, Vol.1 (2003) che in A prova di morte (2007) (e presente anche in film di Rodrìguez come Dal tramonto all’alba, 1996, o Planet Terror, 2007), eccetera eccetera.
È un universo pulp di crimine, guerra, orrore e splatter, in cui più linee sembrano convergere in una direzione comune e spesso… per nessuna ragione. Il fatto è che il principale pregio di Tarantino è proprio lo sposalizio surreale tra le sue sceneggiature scorrevoli e scurrili e la sua regia quadrata, ed il fatto che tutte queste trame si incastrino tra di loro aggiunge valore alla vera e propria costruzione di uno stile ormai riconosciuto universalmente come «tarantiniano» (avevo sempre voluto fare l’aggettivo, da grande, disse più o meno Fellini). La più grande chicca è il poco conosciuto cammeo di Steve Buscemi in Pulp Fiction nello stesso ruolo che ha nelle Iene (ma qualche anno prima), cammeo molto ironico che lo vede come cameriere, quando nel film del 1992 si rifiutava di dare la mancia al bar. L’universo condiviso di Tarantino è particolarmente interessante in quanto è privo di elementi fantastici: è semplicemente un miscuglio di stile ed estetica che magicamente porta a film molto diversi ma sempre riconoscibili. È anche qui che sta il genio del regista italoamericano.

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Ciò vale anche nelle serie tv e spesso può accadere con una grazia ed una fluidità impressionanti. Doctor Who è una serie britannica di genere fantascientico piena di humour che esiste dall’inizio degli anni ’60 e, pur con in mezzo una pausa di circa due decadi, non ha mai smesso di andare in onda e di essere di successo. È una serie con una propria, unica, variegata mitologia, una galleria infinita di personaggi e attori (che più volte hanno addirittura interpretato più di un ruolo) e, tra effetti speciali scadenti, scenografie di cartapesta e difetti vari, è una serie che ha influenzato il lavoro di gente come George Lucas, Steven Spielberg («Un mondo senza Doctor Who sarebbe un mondo più vuoto») e altri.
Ho già recensito a parte le stagioni singole dal 2005 (Nono Dottore) in poi. Il motivo per cui seguo la serie è questo: il personaggio del Dottore e la sua valenza pseudo-religiosa e pseudo-mitologica. Sono stati forse scritti saggi sulla profondità del personaggio del Dottore e sulle sue caratteristiche semi-divine, quindi non sento il bisogno di prolungare discorsi già letti o sentiti, ma penso che sia lui di per sé a rendere la serie interessante da un punto di vista concreto. Per il resto, le sceneggiature sgangherate solo raramente propongono spunti fantascientificamente interessanti e spesso quando lo fanno dimostrano che un soggetto ottimo può trasformarsi facilmente in uno spreco di energie e potenzialità utilizzabili meglio in campi filmici esterni alla serie. Episodi come Midnight, Blink e The God Complex tuttavia potrebbero risultare meglio in un contesto esterno ma sono ottimi e quasi profondi anche calati nel contesto dell’estetica e della trama a cui appartengono. E la prima puntata di quest’ultima stagione con il nuovo Dottore Capaldi sembra preannunciare una svolta parzialmente «dark» che non può che essere benvenuta – e certo la regia di Ben Wheatley, il geniaccio dietro Kill List (2012) e A field in England (2013), i migliori horror inglesi degli ultimi anni, non può che aiutare.
(continua)

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E alla fine, un po’ di animazione: Miyazaki è uno degli indiscussi capostipiti dell’animazione mondiale ed il re assoluto dell’animazione giapponese. Fondatore dello Studio Ghibli insieme a Isao Takahata, ha uno stile riconosciuto in tutto il mondo ma soprattutto un ripetersi costante ed ossessionato degli stessi temi e delle stesse estetiche che per qualche motivo misterioso… non annoia. Nonostante lo stile sia sempre riconoscibile, le sfere toccate dai film hanno raramente una continuità e spesso hanno toni talmente distanti da rendere tali opere un vero viaggio attraverso la mente di quello che è e rimane uno dei più grandi autori viventi. Un autore ossessionato dal vento, dalla natura, dalla magia, e dal concetto di un’umanità cattiva e stupida nel proprio sadismo ma che va difesa e amata per il bene del Bello (e perché ne facciamo parte).
Le varie tonalità (anche cromatiche) di intimismo con cui può trattare questi argomenti o il variabile senso dell’epica o il mutevole nippocentrismo nell’estetica rendono il mondo di Miyazaki immediato e misteriosissimo allo stesso tempo, ma il suo linguaggio universale collega ogni suo film a quella precisa sfera semantica e visiva che costituisce la cifra del regista, caso unico per un regista d’animazione. E dire che il suo capolavoro assoluto, Si alza il vento (2013), è il film più lontano dallo stile di Miyazaki, vicino più che altro al mondo di Takahata per quanto riguarda personaggi ed intimismo, ma allo stesso tempo è la rappresentazione di tutto il suo Cinema, di tutto il suo amore per il Bello e di tutto il suo senso del dramma e delle relazioni interpersonali – e della vita, e dell’amore, e della morte, e del vento, che riempie ogni singola inquadratura. Ma ne ho già scritto abbastanza in una classifica che ora come ora probabilmente riscriverei da capo.

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Pensavo di concludere con la Pixar ma alla fine, avendo scritto una classifica anche riguardo a loro, ho deciso di occuparmi di qualcosa di extracinematografico su cui non avevo scritto altro prima d’ora, ma che rimane un’opera inerente al discorso generale: la serie animata Cartoon Network di Pendleton Ward, Adventure time.
Si tratta della serie per bambini meno infantile della storia dell’animazione americana, ed il suo stile allucinato ed unico la rendono il prodotto più originale di Cartoon Network e compagnia negli ultimi anni. Il suo principale pregio è lo stile estremamente semplice ma compatto e scherzoso e pieno di sorprese da un punto di vista autoriale: spesso e volentieri, un lato più cupo e serioso della serie traspare dalle immagini, affrontando con pessimismo allucinogeno temi come la guerra (la serie, apparentemente fantasy, si scopre essere in realtà una trama di fantascienza post-apocalittica ambientata sul nostro pianeta dopo una guerra che ha ucciso, quasi, tutti gli umani), i rapporti famigliari e anche le necessità politiche, soprattutto nel doppio episodio su Lemonhope verso la fine della quinta stagione, in cui il personaggio di un bambino-limone antropomorfo crea attorno a sé una riflessione su cos’è la libertà di una maturità e di una profondità incredibili per una serie che dovrebbe essere per bambini.
Alla fine il gioco è simile a quello di Lost (offrire un mondo misterioso solo suggerendo le sue varie caratteristiche), ma Adventure time non solo smorza questo lato enigmatico con dilagante ironia ed infinito surrealismo che rendono più affascinanti ed impenetrabili le questioni lasciate in sospeso, ma pone tali domande con sobrietà, calma e soprattutto una coerenza narrativa che in Lost è inesistente.
Adventure time mischia LSD, creatività (con molti animatori ospiti che ci azzeccano a pennello come lo schizzato David O’Reilly ed il nipponico Maasaki Yuasa, autore di The Tatami Galaxy e Kaiba), cromatismi schizzati e anche toni melodrammatici o quasi horror in episodi come King Worm o It came from the nightosphere, componendo un universo colorato ed idilliaco pregno di un’oscurità infantile accattivante ed allo stesso tempo genuinamente esilarante, anche in maniera adulta e subliminale. Ed è una serie bellissima, semplicemente.
Pendleton Ward ha creato un universo piccolissimo che si auto-trascura e che mischia ironia, fantasy e cupezza con maestria tipica di un maestro dell’intrattenimento che ha qualcosa da dire. È un po’ il Del Toro del suo ambiente, con la sua mitologia ripetitiva ed il suo stile in grado di contenere zombie, draghi, vegetali antropomorfi, unicorni e robot; ha qualcosa di Jackson nel senso dell’epica e nell’impatto dell’immaginario (anche se molti non l’hanno compreso o lo comprenderanno tra qualche anno); ha qualcosa di Tim Burton nel grottesco e nel giocoso dietro il mondo cupo (anche se quello di Ward lo è in maniera meno esplicita); e riguardo Tarantino, Doctor Who e Miyazaki non potrei citarli per Adventur time senza forzare cavolate fuori luogo, nello specifico; tuttavia, per quanto riguarda il discorso generale, spero di aver chiarito il mio punto di vista: nel grande intrattenimento, spesso e volentieri, è necessario che funzioni una logica di sottofondo fantastico e fittizio che aiuti l’opera a crescere su se stessa, che supporti la sua complessità e la sua bellezza. Banalità? Forse, ma molto sottovalutata da chi crea progetti di intrattenimento senza una vera e propria base estetica – gente come Snyder che fa Mancanza di nome e Di Talento di cognome, e che pensa che un filtro o una fotografia distorta possano creare l’atmosfera di un film.

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Il romanzo del pentagramma

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Ah, adoro gli ambulanti che s’infilano nella tramvia insieme a me. Suonano le loro trombe, replicano all’infinito una versione di plastica di Ederlezi, il tradizionale canto gitano celebrato da Kusturica e Bregovic. I passeggeri, come me, sono perlopiù gente in transito da una stazione a un’altra, annoiati, lavoratori, frustrati, sfruttati, repressi, entusiasti, liberi, precari, ingenui, giovani, insomma, tutto il carico del tram risponde alla musica tirando un sospiro di sollievo. Anche questa ennesima versione da balconcino fiorito di Ederlezi allevia non già la nostra solitudine, della quale abbiamo un disperato bisogno, quanto il nostro isolamento. C’è qualcuno che enfatizza il nostro trasporto quotidiano con una musica. Poi questi suonatori guasconi mi fregheranno il portafogli, lo so, ma adoro questi santi freudiani e gli auguro lunga vita.

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Il pezzo del giornalista Edd McCracken uscito su Bookriot c’entra poco e nulla con gli ambulanti e con la tramvia, ma è tutto rivolto alla musica. In particolare il critico si sofferma sul concetto baudelairiano di sinestesia, quella figura retorica per cui due campi semantici diversi sono accostati, e ne estende l’area di competenza per descrivere un accoppiamento giudizioso: libri e musica. Lui dice che la lettura e la musica, campi semantici differenti, possono coesistere giacché le pagine emanano suggestioni che intercettano altri pianeti. E da qui propone una gustosa lista di canzoni da abbinare ai libri, come in un’ideale colonna sonora libresca.

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Ma più che di sinestesia forse avrebbe avuto senso parlare di potenziamento del senso. È tutta una faccenda di riconoscimento. Milan Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere dice che tutti noi abbiamo bisogno di essere guardati. Occhi che ci testimonino. Se un albero cade in una foresta dove non c’è anima viva fa rumore oppure no? Se una vita trascorre senza occhi speciali che significativamente giurino l’esistenza di quella vita stessa, allora il dubbio che non sia mai accaduta è lacerante. Sembra un piccolo manuale per disfunzioni emotive, eppure per larga parte i rapporti umani si basano su una richiesta di sguardo che faccia ben più che guardare: fondi l’essere stesso.

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«Confesso che ho vissuto», dice Pablo Neruda. Antidoto allo smarrimento. Il dottor Freud dice che il nostro insaziabile desiderio di amare e di essere amati è un desiderio di riconoscimento: atto costitutivo della nostra presenza sulla Terra. Senza questi sguardi speciali non siamo esistiti. La letteratura è anch’essa uno sguardo legittimante, perché istituisce un patto col lettore che domanda complicità e mimesi sentimentale. Talvolta, invece, la letteratura è crudele e spinge via il lettore, ma in amor vince chi fugge. In generale i libri regolano la speranza di poter vincere l’isolamento; accarezzano il pulviscolo di particelle che irradiamo come energia elettrostatica prima di un temporale.
Ma anche la musica ha lo stesso potere; quello che i tanti ambulanti suonatori di fisarmonica, amanti del trasporto pubblico a scrocco, hanno ben capito: ciascuno di noi vorrebbe un’ideale colonna sonora per la propria vita quotidiana, sottolineatura epica (nel senso di Brecht, quindi che spinga alla consapevolezza di star vivendo) delle proprie gesta, di modo da vivere due volte: agendo e osservandosi agire. Libri e musica. Musica e libri. Entrambi concorrono a potenziare la loro efficacia farmacologica, per così dire. Ricordo che già Rimini di Tondelli (1985) aveva in chiusura un’ideale colonna sonora; oggi la tecnologia permette l’ingresso di altre forme espressive in una tradizionalmente statica come il libro ed è questa la strada che dovrebbe battere l’e-book, anziché fare concorrenza al vecchio libro sulla base della «agevolezza» e della misura (l’incanto di 10mila romanzi nello spazio digitale di pochi megabyte). L’e-book dovrebbe candidarsi a diventare una specie di versione plus del libro, perché è su questa strada che s’incontra una nuova possibile avanguardia. Siamo tutti in attesa.

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Filippo Polenchi
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India da cani: uomini e topi

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(Qualcuno degli affezionati lettori di questa rubrica si sarà domandato: come mai la puntata scorsa è saltata? Dove son finiti i cani? Scappati? Era rimasto aperto il cancello? No. Solo il gestore del sito che si è preso una vacanza senza avvisare. Oh allora? Pardon. Da settembre daParte riparte; e intanto, ecco l’ultima puntata dell’India da cani).

Dai tempi della dominazione britannica fino al 1994 la soluzione adottata a Bombay fu l’accalappiacani. I cani randagi venivano sistematicamente catturati e soppressi. Nonostante questo, i danni arrecati dai cani non si riducevano. Come mai?

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È stato osservato che dopo la scomparsa di un cane dal branco, gli altri diventano più violenti. L’uomo allora intensifica la lotta, ma l’escalation della violenza lascia la situazione immutata, senza portare alla vittoria definitiva di una delle due parti. E meno male, perché se vincessero i cani, dovrebbero andarsene gli uomini dal territorio. Se invece gli uomini sterminassero i cani randagi, aumenterebbero enormemente i topi, facendo danni ancora maggiori.
Dal 1994 al 2008 la città di Bombay adottò una politica meno cruenta nei confronti dei cani randagi: essi venivano catturati, sterilizzati, vaccinati contro la rabbia e riportati nel loro habitat. Nel 2008, tuttavia, questa pratica venne reputata insufficiente e si decise di ritornare ai metodi precedenti. Così la lotta continua. Oggi la missione di vaccinare e sterilizzare i cani randagi è portata avanti, a proprie spese, da alcune organizzazioni di volontari.

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Anche a Benares ci sono «amici dei cani» che provvedono a vaccinarli e sterilizzarli. Il comune di Benares invece cattura i randagi e dice di rilasciarli «in un luogo lontano». Ma ogni giorno l’ospedale Shree Shiv Prasad Gupta della città tratta una trentina di pazienti per morsi di cani sospettati di rabbia.
Dai dati che ho presentato, la mia conclusione è che sarà impossibile placare la violenza
dei cani d’India se non creando condizioni di vita giuste e dignitose per il più antico amico del cane, l’uomo.

 Carla Muschio
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La somiglianza politica dei tre Ray

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La storiella, più che simpatica o arguta, è amorevole. Del resto i propri amori vanno coltivati e, nel dubbio, è bene seguire quelli di gioventù. È probabile, infatti, che la «triade» evocata dall’illustratore Grant Snider sia stata davvero implorata dallo stesso autore nei momenti di difficoltà. Dicevamo la storiella, che è in inglese, ma anche molto comprensibile: uno scrittore in crisi d’ispirazione chiede agli dèi della scrittura un raggio di speranza (in inglese dice proprio un «ray»). E siccome le alte sfere letterarie sono ironiche gli mandano davvero tre Ray della narrativa: Raymond Carver, Raymond Chandler e Ray Bradbury. Come i fantasmi dickensiani anche questi Ray interpellati dal cuore incerto dello scrittore dispensano ammonimenti e consigli, ciascuno alla sua maniera.

Raymond Chandler

Raymond Chandler

Carver intercetta in piccoli e minimi segmenti di vita quotidiana l’intero spettro dell’esistenza e fornisce risposte enigmatiche, chiaroscurali, dove le opposte tensioni del cosmo convivono nella fragile e paradossale compattezza della realtà. Molto più lieve e, in qualche modo spensierato, per quanto malinconico e «noir» è Chandler, che subito indirizza il questuante a trovare l’ispirazione in un night club. Bradbury, infine, fedele alla linea non ha dubbi: l’ispirazione si trova su Marte, l’importante è avere grandi idee che sorreggano le narrazioni e come premio chiede proprio una roccia di Marte, mentre Carver è più prosaicamente rivolto all’affitto del mese e Chandler a un buon whisky.

Ray Bradbury

Ray Bradbury

È tattile l’adorazione di Snider per i tre scrittori, almeno a giudicare dalle citazioni e dai riferimenti biografici dei tre. Ma ancor di più mi viene da pensare che i tre Ray abbiano somiglianze inaspettate oltre al nome. Non può esserci una vicinanza formale, perché se anche Carver e Chandler potrebbero trovarsi vicini di casa in nome di una prosa breve, secca, lineare Bradbury è molto lontano da loro ed è anche vero che l’improvvisa chiusura dei racconti carveriani era una mossa pubblicitaria del suo editor Gordon Lish. Quando in tempi recenti sono stati ristampati alcune raccolte nella versione voluta dall’autore si sono letti i racconti in Cattedrale o Principianti o Vuoi star zitta per favore? in modo completamente diverso: d’ampio respiro, quasi classico, perfino lirico e maestoso, certamente potente. Dunque la grandezza del Carver minimalista era solo una strategia di marketing, perché il demone dello scrittore era altrove.

Raymond Carver

Raymond Carver

Carver, Chandler, Bradbury: tutti e tre sono stati scrittori politici. Nelle roulotte di parcheggi sassosi, negli appartamenti in affitto, tra bottiglie di gin consumate a metà pomeriggio; nella canicola californiana e nelle delusioni messicane; nelle cronache marziane; in ciascuno di questi universi letterari diversi i tre Ray facevano politica e la facevano senza mai esplicitarla. Di recente ho letto un racconto di Bradbury che si chiama Pioggia senza fine: è ambientato su Venere dove un commando di soldati spaziali cammina sotto un eterno diluvio per cercare una Cupola Solare e finalmente asciugarsi. Una marcia esistenzialista, ma anche con riferimenti precisi all’assurdità delle operazioni militari (siamo negli anni della guerra di Corea). Per non parlare della militanza bradburiana di Fahrenheit 451, manifesto della resistenza culturale alle dittature. E quanto è politicamente schierata la scelta finale di Marlowe nel Lungo addio? Una scelta morale, lo scatto «socialista», di protesta di Marlowe, memoriale del sottosuolo, osservatore dell’oscuro oggetto del desiderio che d’improvviso non ce la fa più. Fra i tre è decisamente Carver il più completo: umanissimo e dalla visione panoramica della società e del mondo non alza lo sguardo dal suo mondo di disperati in cerca di felicità, che sbagliano, accettano, soffrono, s’arrabbiano e, spessissimo, brancolano nel buio.

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E dal buio emergono, inesorabilmente, bagliori. È l’improbabile e squallido umanesimo del pasticcere di Una cosa piccola, ma buona, che dopo aver involontariamente terrorizzato una famiglia colpita dalla tragica scomparsa del figlioletto offre loro torte e paste, nella notte più drammatica della loro vita. È in questo senso di pietas, perenne assalto agli Stati Uniti liberisti di Reagan, che Carver svolge la sua sommessa protesta. Per questo, forse, lo scrittore della vignetta di Snider alla fine scrive e scrive intere risme di fogli e porge alla ventura i doni richiesti dai suoi numi fantasma: perché lui crede nel loro valore, come si crede alla magia, come si crede alla luce.

Manoscritto autografo di Carver

Manoscritto autografo di Carver

Filippo Polenchi
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Il cetaceo dell’inchiostro, ovvero: una cosa piccola ma reale

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Una cosa bella. Un mastodonte che dorme nel suo respiro di ferro. È come un treno immobile, che quando parte lo fa senza darlo a vedere. È il grande cetaceo dallo sbuffo d’inchiostro, le mascelle argentate e i denti che mordono il plancton della carta. Riposa in enormi stanzoni adibiti per la sua esistenza: un intero cantiere di lamiere, vetri, norme di sicurezza, tutto costruito intorno a lui e alla sua progenie: le macchine da stampa. Visto che oggi tutto è a disposizione, nel grande supermarket della vanità, i libri, che sono creature fragili, sono le prime vittime disperate di questa spesa sciagurata. Prima i libri hanno iniziato a scriverli tutti, poi a non leggerli nessuno (come opportuna reazione, vien da pensare), ora puoi anche stamparli.

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Nel film protagonista di questa settimana in poco meno di due minuti si stampa un libro, con metodo tradizionale. Si chiama stampa offset ed è figlia dell’inizio Novecento. Nella stampa offset si fa inizialmente una fotografia delle pagine da stampare. La pellicola viene poi trasferita su una lastra d’alluminio ricoperta di materiale fotosensibile e da lì a un cilindro di caucciù sul quale rotolerà la carta che costituirà le pagine stampate. Una volta che la macchina avrà stirato questi enormi fogli di stampa, che contengono ciascuno multipli di 4 pagine, essi si taglieranno, piegheranno, spilleranno per costituire i fascicoli. Tanti fascicoli, cuciti, incollati e rilegati fanno un libro. Ma il film è chiaro quanto un manuale di stampa. Giuro. Meno di due minuti. Tanto gli basta.

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Nei capannoni dove dorme il bisonte della carta uomini e donne tagliano e cuciono; fanno un mestiere delicato, da sarti. Mosse precise, tecniche, senza sbavature. Conoscono il mezzo, lo hanno utilizzato per anni e anni e anni. Non hanno paura della ripetizione. Ci vuol precisione e attenzione: un nulla e quello che poteva essere un normale romanzo da libreria diventa un incubo d’involontario dadaismo.

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Cos’è che ci piace in questo video? Sono i trucchi del mestiere. Le riprese, il montaggio ipnotico, la musica disinvoltamente orchestrale, la fotografia metallica e netta, l’insistenza del dettaglio. Ma c’è qualcos’altro. È la cura del lavoro che non basta all’occhio e purtroppo ha anche pochi discepoli. È uno spettacolo visivo, un incrocio di traiettorie, sono forme e colori, volumi. Voglio dire: non c’è bisogno di spiegarlo. È tanto bello quanto crudele, perché ti trafigge la nostalgica consapevolezza che a parte questi campioni del lavoro d’Inghilterra ci sono pochissimi altri al mondo a infondere così tanta cura, pazienza e soprattutto tempo in quello che gli dà lo stipendio. Il tempo. Ne manca sempre, di tempo. È la storia dell’umanità, ma anche l’alibi del consumismo, soprattutto se declinato sotto il segno della crisi. Un futurismo macabro s’impossessa dei processi produttivi e inesorabilmente anche dei processi emotivi. Tutto necessita di furia e di furia tutto se ne va.

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Ma in definitiva vorrei dire che questo video mi piace tanto perché ora vorrei diventare uno stampatore vecchio stile. Perché? Perché è una cosa piccola, ma reale. E tanto mi basta.

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagione 4

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(Le altre puntate di questa recensione le trovate: qui l’introduzione, qui il commento alla prima stagione e qui il commento alla seconda e alla terza).

Il conflitto della quarta stagione è riassumibile con le parole «Tyrion Lannister vs il mondo»: viene compiuto un tragico omicidio a King’s Landing e l’ultimo gesto dell’ucciso consiste nel puntare l’indice verso Tyrion, dunque sotto processo.
Il suo animo più rabbioso ed individualista è in maggiore evidenza rispetto a prima, e ciò non è che un bene essendo uno dei personaggi più complessi ed interessanti della serie. Allo stesso modo, anche Arya cambia radicalmente, mostrando un lato più oscuro mentre attraversa i Sette Regni con il Mastino, e personaggi precedentemente troppo banali (come Jon Snow o Sansa Stark) o poco ambivalenti (Jaime Lannister) ottengono ulteriore utilità nei rispettivi processi narrativi: il rapporto tra Jon Snow e i selvaggi, l’istinto di sopravvivenza di Sansa col supporto di Baelish, il cambiamento etico del mondo di Jaime dopo le peripezie con Brienne. Nel frattempo Daenerys ha i primi veri screzi nel rapporto con il suo consigliere e migliore amico Jorah Mormont (Iain Glen).

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La quarta stagione è la mia preferita, semplicemente perché riprende tutti i pregi della seconda e li amplifica con un maggiore senso dell’oscurità, del male e della violenza. La stagione inizia con due episodi esplosivi e si conclude con un episodio-battaglia diretto da Neil Marshall (un po’ troppo esuberante nelle scene d’azione e nell’abuso degli effetti speciali e quindi meno interessante della precedente puntata del regista) e poi con un finale grande in tutto, in cui sia Arya sia Tyrion hanno i loro grandi momenti. Ma l’intera seconda parte della stagione mostra un equilibrio registico quadratissimo per una serie fantasy: tra il meraviglioso processo nel sesto episodio, lo sviluppo dei personaggi di Lord Baelish nel settimo e nell’ottavo episodio, in cui è presente anche un fantastico duello, si sente un continuo processo di miglioramento di sicurezza da parte di registi e sceneggiatori. Il cosiddetto matrimonio viola, tra Joffrey e Margaery, presente nel secondo episodio della stagione (scritto da Martin), è una scena girata con una perizia e una sensibilità allegorica personalissime, che rendono la macrosequenza una delle scene migliori di tutta la serie – presente, per gli appassionati di post-rock, un cammeo dei Sigur Ròs che suonano una loro versione di The rains of Castamere e vengon scacciati malevolmente da Joffrey.
Gli archi narrativi sono tutti bilanciati con umanità e semplicità e con il giusto tempo per tutti, anche se c’è forse troppa poca Daenerys. Il rapporto tra Tyrion ed il resto della famiglia Lannister, oltre che verso la sua prostituta preferita Shae (Sibel Kellili, ex-pornattrice tedesca), è curato con una tale minuzia nei piccoli particolari intimisti da essere paragonabile alle reti famigliari/Famigliari dei Soprano (tra Tony Soprano e Anthony Jr., per esempio) per dramma e forse anche per risultato – del resto, l’HBO ha sempre trattato in una maniera o nell’altra il tema della famiglia disfunzionale, spesso con accenni simili anche nella costruzione narrativa.
Irregolare magari nei picchi emozionali, e come sempre spesso verboso nei dilungamenti non narrativi, Il trono di spade raggiunge alla quarta stagione uno status di culto tale che è costretto a scegliere tra due vie: rivoluzionarsi completamente o continuare sulla stessa strada con qualcosa in più o in meno. La scelta giusta è ovviamente la seconda: Benioff, Weiss & co. rendono i personaggi stessi più importanti dei loro archi narrativi, perché lo spettatore, l’appassionato o addirittura semplicemente chi si è fissato con la serie ormai non è più tanto condizionato dalla narrazione quanto dal piacere di seguire i personaggi che tanto ama, guidati nelle azioni e nelle parole dagli sceneggiatori che ha imparato ad apprezzare (oppure odiare) e nelle espressioni facciali e nelle emozioni dagli attori a cui si è affezionato. È una questione di semplice proseguimento della linea retta condotta da Tim Van Patten con tanta maestria nei primi episodi, giunta ad un apice assoluto nella seconda metà di questa stagione.

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Concludendo. Per ora. Con Harry Potter, prima che con Il signore degli anelli.
Perché tirare in ballo, parlando di questa serie, di nuovo Harry Potter? Il successo delle due saghe, il numero ufficiale dei libri ed il fatto che Rowling e Martin si conoscano quasi mi costringono. Inoltre, le affermazioni contrarie dell’una e dell’altro rispetto al far morire i personaggi delle proprie saghe sono esilaranti: come la Rowling dice che si sente in colpa nel far morire i suoi personaggi, Martin dice che si diverte a vedere che effetto può fare creare situazioni in cui il lettore è convinto che l’eroe sopravviverà perché è l’eroe, ma poi le cose non vanno come immaginato – creando una situazione un po’ anti-Aragorn, o forse addirittura anti-Tolkien.

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È un discorso interessante, quello di George R. R. Martin, che usa ogni espediente narrativo possibile per creare una situazione stratificata e complessa di giochi di potere ridondanti: incesto, omicidio, e perfino una sorta di innaturale realismo per una situazione fantasy rendono il mondo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco un universo terribile oltre che una riflessione sul mondo reale molto più palese e meno eccessivamente barocca di come potrebbe essere stata l’enorme allegoria della prima guerra mondiale nel Signore degli Anelli di Tolkien. Questa brutalità di fondo serve a Martin per approfondire non gli organismi politici ed i loro movimenti, ma semplicemente gli impulsi umani verso il peccato, la ricerca di desiderio, potere e violenza – o giustizia, e spesso chi cerca quest’ultima finisce con la propria testa ficcata su di una picca.
Dialoghi eccessivamente verbosi, stereotipati e pieni di spiegoni irrealistici invece forniscono un lato più ironico a quest’universo, a quest’immaginario così complesso e spesso volontariamente artificioso, come se l’autore cercasse di suggerire che, nonostante gli impulsi descritti sono reali, i personaggi non lo sono, e si può ridere delle loro ricerche disperate di attenzione o di onore.
A volte viene usata la malinconia, a volte la rabbia, a volte l’indifferenza, ma Il trono di spade riesce a rappresentare alla perfezione le emozioni di fronte a queste ricerche egoistiche ed assolutamente umane, soprattutto nei personaggi in cui è più facile immedesimarsi, come Arya Stark, che essendo giovane ed innocente è impreparata come lo spettatore di fronte agli orrori che deve affrontare, ma si adegua con invidiabile noncuranza ed ironia (questo almeno dopo la prima stagione, spesso tragica dal suo punto di vista), e Tyrion Lannister, in quanto il suo punto di vista da vittima naturale del destino lo rende, principalmente, l’anello debole (e quello buono, schietto) della nobiltà di Westeros, un personaggio borghesotto ma indipendente ed intelligente, preso in giro da tutti per la sua forma fisica e per reati che non ha commesso.
C’è un senso onnipresente del «politicamente scorretto», dell’individualismo e della meta-finzione: Martin descrive la corruzione e nel frattempo pone lo spettatore o il lettore in una situazione di corruzione, spingendolo a parteggiare e sperare in cose atroci, mettendolo a parte delle peggiori nefandezze ma (ovviamente) impedendogli di intervenire sull’opera a portare un’utopica giustizia, e facendolo cpsì sentire in una situazione di colpevolezza ed impotenza di fronte alla violenza.

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Nel senso meta-fittizio citato mentre spiegavo la prima stagione, il mondo ingiusto e corrotto del Trono di spade è più che mai un mondo irritante per lo spettatore che non può combatterlo se non continuando a guardare sperando per il meglio, un meglio che spesso non si avvera. Si può dire forse che l’opera gira alla perfezione attorno ad una rilettura ampia e completa dell’apologo dell’usignolo e dello sparviero di Esiodo, facendo vedere forti che schiacciano deboli e ponendo lo spettatore in una situazione di impotenza di fronte alla brutalità di personaggi come Joffrey o soprattutto Cersei.
Chiaramente ci sono le eccezioni, e sono quelle a rendere Il trono di spade lontano dalla semplice cattiveria gratuito. Ma il principale pregio della serie, oltre a quello di aver creato un proprio immaginario complesso capace di stratificarsi alla perfezione nel volgere di pochi anni, è la serenità, la rilassatezza tipicamente HBO con cui mostra le mostruosità di cui è capace l’uomo. Non dice mai esplicitamente quando un personaggio va odiato o amato e cerca sempre il più possibile di mostrare tutti i loro lati etici. Sì, è vero, Joffrey e Cersei non sono proprio rappresentati come amabili, ma anche loro hanno un sacco di fan (oh be’, capita). Questa sensazione di rilassatezza è usata come interessante apporto stilistico per facilitare nell’appassionato l’assorbimento di una tale marea montante di ingiustizie con crescente… ironia. L’ironia tipica di uno scrittore, sovrano del proprio regno di finzione corrotta, che si prende gioco dei propri lettori/cittadini mostrando giochi di potere che rimandano, in un modo o nell’altro, più al rapporto tra lo scrittore/dittatore e i propri seguaci che non a un rapporto di vera e propria sottomissione politica – più a un discorso metaletterario che non a uno interno al romanzo. Si potrebbe dire, semplificando forse eccessivamente, che certi personaggi non muoiono per logiche interne al mondo del Trono di spade, ma perché piacciono troppo ai lettori.
Ho scritto, nelle scorse puntate di questa recensione, che al centro del Trono di spade c’è la ricerca del senso dietro gli impulsi umani, ma essa è forse oscurata dall’approccio sarcastico e pacioccone con cui Martin tratta personaggi, lettori, spettatori, perfino il mondo che ha creato nella sua completezza.
Concludendo davvero: la serie tv è un ottimo prodotto d’intrattenimento fondato sull’autoironia di chi ha creato i personaggi e sullo sviluppo degli stessi. Non è troppo profondo, è spesso verboso ed eccessivo, ma è divertentissimo, affascinante e perciò, anche se non è assolutamente ai livelli dei capolavori HBO, ti tiene lì.
E se si considera che non è neanche a metà del proprio percorso narrativo, ed è già storia, e che i margini di miglioramento ci sono tutti, be’, come si fa a non consigliarne la visione?

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Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagioni 2 e 3

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(Le prime puntate di questa recensione le trovate: qui l’introduzione e qui il commento alla prima stagione).

Ogni stagione del Trono di spade è caratterizzato da un conflitto, si diceva, e la seconda stagione non sfugge alla regola.
In questo caso il nuovo conflitto è la necessaria continuazione del precedente: la ricerca di giustizia invana che Eddard Stark ha provato a mettere in atto deve giungere ad una doverosa conclusione, possibilmente mettendo sul trono il re giusto. Con un nuovo consiglio regale al cui capo c’è Joffrey e in cui la mano del re è suo nonno Tywin Lannister (Charles Dance), che ha mandato momentaneamente a far le sue veci Tyrion (che nella seconda stagione appare in tutti gli episodi), in tale ruolo assolutamente perfetto, e con molte persone ambenti al trono: Robb Stark cerca l’indipendenza del Nord ed entrambi i fratelli di Robert, l’ambizioso e glaciale Stannis (Stephen Dillane) e l’insicuro omosessuale Renly (Gethin Anthony), son pretendenti disposti ad uccidersi pur di averlo. Stannis ha dalla sua un nuovo culto monoteista basato sul Dio del Fuoco e sulla sua profetessa, l’inquietante e potentissima Lady Melisandre (Carice van Houten), mentre Renly ha semplicemente il potente esercito dei Tyrell, casata a cui appartiene una moglie che lui non ama (Margaery Tyrell, interpretata da Natalie Dormer) ed il suo amante, un romantico spadaccino (Loras, fratello di Margaery, interpretato da Finn Jones).
Mentre i Lannister si scontrano su come dev’essere mantenuto il regno, Sansa Stark vive come ostaggio nel palazzo reale, la sorella Arya fa avanti e indietro tra accampamenti amichevoli e prigionie sul campo di battaglia, e gli altri Stark trattano con nemici ed amici per continuare la guerra. Theon Stark comincia ad agire di testa sua e va in una direzione sbagliatissima causando il caos a Winterfell, e mentre all’estremo Nord Jon Snow si infiltra tra i selvaggi per sapere tutto il possibile sui loro piani, in Oriente la figlia del re schizofrenico spodestato, Daenerys, attraversa il deserto con un esercito sempre più piccolo e debole ma reso speranzoso dagli imponenti draghi della fanciulla, che di giorno in giorno crescono di forza e di dimensioni, fino a che non giungono nella città mercantile di Qarth dove non succede esattamente lo sperato.
È in arrivo una battaglia e tutti faranno del loro meglio per brillare durante essa.

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La seconda stagione si dimostra superiore alla prima in tutto per un semplice motivo: se la prima era costituita da un lento crescendo verso il caos assoluto, nella seconda, da un punto di vista narrativo, tutti sguazzano nel caos dal primo all’ultimo minuto. È impossibile mantenere sotto controllo tutte le relazioni interpersonali, non c’è una minima regolamentazione nella costituzione dei personaggi, e le sceneggiature vanno da tutte le parti in maniera profondamente libera e anarchica. Il nono episodio, scritto da Martin e diretto da Neil Marshall, dedicato completamente ad una battaglia tra l’esercito navale di Stannis e i Lannister, contiene delle scene d’azione dirette con una grazia ed un senso dell’epica unico, e la sceneggiatura è condita con dialoghi glaciali e perfettamente in linea con l’umore della serie.
Questa è la stagione dedicata di più al lato affascinante di Tyrion e alle sue capacità come rappacificatore o mediano, o semplicemente in alcuni momenti come capo, e tali enormi capacità finiscono o sprecate o fraintese a causa di un errore minimo o semplicemente non riconosciute perché nessuno avrebbe il coraggio di riconoscere qualche pregio ad un nano. Tutte le varie sottotrame si spezzettano molto di più rispetto alla prima stagione ed i personaggi sembrano tutti andare confusamente da una parte e dall’altra, separandosi sempre di più.
La sottotrama più disturbante è forse quella che gira attorno a Theon, che tradisce gli Stark cercando l’onore e finisce per diventare ancora più inetto e per cadere vittima dei propri abusi di potere esagerando in violenza e stupidaggine verso le persone con cui è cresciuto (e verso la casata di cui porta il nome). La sottotrama di Daenerys procede regolare giungendo ad un climax giusto nel finale: si segue la regina interpretata da Emilia Clarke e si comprende insieme a lei le difficoltà nel dover regnare e nell’avere il potere, ed il processo che la giovane sovrana compie, apparentemente sconnesso da quello del resto della trama, non serve ad altro se non a delineare il suo personaggio come una sorta di monarca ideale (per il perfetto bilanciamento di crudeltà e tenerezza), nonostante gli indubbi problemi nell’esserlo.
Per il resto, anche qui la serie è un crescendo, non in senso sociopolitico ma in senso emotivo, per come ogni episodio nega o conferma le svolte delle relazioni interpersonali espresse fino all’episodio precedente. Il climax è l’episodio della battaglia, ma il successivo episodio, il finale, più calmo e rilassato, ha comunque le sue sequenze di violenza, mistero, esplosione cromatica. Eccessi verbosi, musiche enfatiche, sottotrame vicendevolmente meno interessanti, montaggio confuso o troppo semplice: i difetti sono onnipresenti, ma sono meno evidenti che nella stagione precedente, insieme anche, forse purtroppo, alla quantità e alla qualità sia delle scene violente sia delle scene erotiche, di non poco contributo alla fama della serie. C’è anche un miglioramento nelle colonne sonore.
E passiamo alla terza stagione.

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Il conflitto principale anche stavolta è la continuazione del precedente, in questo caso la guerra scoppiata per il trono, ma è importante anche il conflitto tra Tyrion e la sua stessa famiglia e quello tra Jon ed il dilemma etico che lo divide tra i selvaggi e i guerrieri con cui è maturato. Mentre Brienne di Tarth (Gwendoline Christie) riporta Jaime verso la capitale, vengono pianificati grandi matrimoni tra la casata Tyrell e la casata Lannister: Margaery, aspirante regina, dovrebbe sposare Joffrey, e Loras dovrebbe sposare Cersei. Per par condicio e per non rendere inutile la presenza di Sansa Stark al palazzo reale, questa dovrebbe sposare Tyrion – e ciò non piace a nessuno dei due.
Nel frattempo, Arya fa conoscenza con varie persone più o meno gradevoli, Stannis continua imperterrito il proprio progetto di conquista del trono, Robb è pronto (ma non troppo) al peggio, Theon diventa vittima della spietatezza del karma, Bran (il piccolo Stark reso incapace di camminare dai Lannister) va verso il Nord per incontrare il «corvo con tre occhi» che rende inquieti i suoi sogni e, in terre più lontane, Daenerys approda nella baia degli schiavi dove avvia un progetto di conquista e liberazione.

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Questa terza stagione è considerata universalmente la stagione minore semplicemente perché è la più dispersiva e lenta, ma ha innumerevoli pregi ed episodi di alta qualità e solennità: la terza puntata si conclude con un lampo di violenza apprezzabile ma inaspettata (che scatena un approfondimento del personaggio di Jaime che lo rende lentamente un personaggio molto più apprezzabile rispetto alle stagioni precedenti), la quarta conferma la prepotenza visiva e concettuale della sottotrama di Daenerys con grezza enfasi e aumenta lo sviluppo caratteriale del personaggio di Varys, la sesta è costruita tutta attorno al significato di base di un monologo di Lord Baelish su cos’è il caos veramente ben costruito ed interessante, e la nona contiene un evento «epocale» che ha scioccato e demolito il pubblico di tutto il mondo, portandolo alle lacrime ed al panico, forse più per come è narrato visivamente che per cosa racconta: il celebre matrimonio rosso, riguardo al quale non scriverò una parola.
L’operazione rischiosissima della stagione si basa sul narrare un numero di eventi veramente minuscolo, lasciando che i momenti apicali rimangano sommersi tra decine di dialoghi, a volte prolissi o inutili, spesso minimalisti, sempre sottotono, quasi mai enfatici.
A molti non è piaciuto. Personalmente, nonostante io appunto pensi che questa sia la peggior stagione del Trono di spade, penso che sia un’operazione interessante, soprattutto per come la violenza tipica delle stagioni precedenti a volte si ritrova a scoppiare in situazioni narrative che funzionano prevalentemente per sottrazione, rendendo quindi l’enfasi sempre più inaspettata. È indubbio che alla lunga la soglia dell’attenzione tende a calare, ma l’effetto generale è comunque nobile – ed il successo spaventoso della nona puntata l’ha reso quasi un episodio dannato, spaventoso, temuto, e anche a ragione.
A domani per l’ultima parte (aggiornamento: qui).

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Il trono di spade: un commento stagione per stagione / Stagione 1

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(La prima puntata la trovate qui).

Ogni stagione si basa essenzialmente su di un singolo conflitto, e la prima ruota attorno alla lotta tra la casa Stark e la casa Lannister nei Sette Regni di Westeros. Meno essenzialmente, gli eventi scatenanti che portano allo svolgersi delle varie vicende sono molteplici: innanzitutto, muore in circostante misteriose Jon Arryn, la mano del re (ovvero, il consigliere militare e la persona più importante del regno dopo il re stesso), al che il re Robert Baratheon (interpretato da Mark Addy), un ubriacone viziato e grasso che è salito sul trono per aver sconfitto in ribellione il precedente monarca schizofrenico, decide di nominare al posto di Arryn il vecchio amico Eddard Stark (Sean Bean), precedentemente la persona più importante del più grande dei Sette Regni, il freddo e tortuoso Nord; poi, durante il soggiorno del re nella città degli Stark, Winterfell, il secondo figlio più piccolo di Eddard, Brandon (Isaac Hempstead-Wright), arrampicandosi su di una torre, scorge la moglie del Re, Cersei Lannister (Lena Headey), mentre fa l’amore con il proprio fratello Jaime (Nikolaj Coster-Waldau), e i due, spaventati che il bambino possa diffondere la notizia, lo buttano di sotto, portandolo in un breve coma e paralizzandolo dalla vita in giù oltre che facendogli dimenticare ciò che ha visto (e creando una crescente paranoia nella famiglia Stark); ultimo ma non per importanza è il fatto che Robert è un re stimato da tutti ma più come guerriero che come monarca, e sono in molti ad ambire al trono o semplicemente al voler buttare Robert giù da esso, anche con la violenza: tra questi pure la moglie, che vorrebbe l’amato fratello come mano del re e come re il viziato figlio Joffrey (Jack Gleeson), promesso sposo di una figlia di Eddard, Sansa (Sophie Turner), ed erede diretto alla corona, ma probabilmente figlio di Jaime e non di Robert; non è finita: la figura più interessante e pericolosa è Daenerys Targaryen (Emilia Clarke), una bella giovane dai capelli chiarissimi, figlia del re schizofrenico sconfitto da Robert, che dall’Oriente intende conquistare i Sette Regni con un esercito di selvaggi comandati da suo marito, l’imponente e brutale Khal Drogo (Jason Momoa).
Tra gli altri personaggi non nominati degni di nota ci sono indubbiamente Jon Snow (Kit Harington), figlio bastardo di Eddard che parte per l’estremo Nord dove l’umanità sta per combattere contro la più pericolosa delle minacce che pendono su Westeros, ovvero gli antichi e misteriosi «camminatori bianchi», i white walkers, Arya Stark (Maisie Williams), giovane aspirante spadaccina che da bambina innocente ma coraggiosa diventa lentamente uno dei personaggi più complessi in assoluto, suo fratello Robb (Richard Madden), il vero e proprio guerriero della famiglia Stark, ed il suo migliore amico Theon Greyjoy (Alfie Allen), un mezzo inetto confuso dal rapporto tra la propria casata e quella degli Stark, Tyrion Lannister (Peter Dinklage, vincitore di Emmy e Golden Globe per questo ruolo e sotto certi punti di vista vero protagonista della serie), nano fratello di Jaime e Cersei trattato male da tutti ma che è tra i pochi Lannister ad usare i propri soldi ed il proprio potere con una propria coerenza, senza cercare sempre di essere più potente del prossimo, e i vari membri del consiglio regio, tra i quali spiccano l’eunuco Varys (Conleth Hill), che fa di tutto per il bene del regno spiando il prossimo e agendo per conto proprio senza farsi antipatico nessuno con il maggiore livello possibile di eleganza, e il pappone Petyr Baelish (Aidan Gillen), innamorato della moglie (Michelle Fairley) di Eddard Stark e completamente privo di vergogna, deciso a tradire il prossimo con menefreghismo per puro amore verso il potere, il denaro e soprattutto sé stesso, ed in conclusione il Mastino (Rory McCann), guardia del corpo dei Lannister meno succube di quello che sembra.

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10 puntate di un’ora l’una possono raccontare mille storie. Non voglio scendere ad esagerate spiegazioni, ma sento come il bisogno di non tralasciare il più possibile. Riuscirò?
I primi due episodi, Winter is coming («L’inverno sta arrivando» è il motto di casa Stark) e The kingsguard, entrambi diretti da Tim Van Patten, sono essenziali, quadrati e compatti, perfettamente in linea con lo stile HBO, senza mai eccedere in virtuosismi stilistici e raccontando con crudezza e semplicità gli eventi, mostrando un’ottima capacità fotografica e scenografica, una bellissima fattura dei costumi e costruzione degli ambienti,  buoni effetti speciali, dialoghi ben ritmati e un cast prevalentemente british (!) calibrato alla perfezione. Gli eventi più drammatici vengono delineati senza eccessi di enfasi ma con le dovute vibrazioni seriose e i momenti più spensierati sono perfettamente in linea con un senso di ironia universale che permea l’intera serie (pur se a prevalere è il dramma). Insomma, Van Patten ha iniziato la serie con il piede giusto, dando una lezione di regia che ha determinato poi lo svolgimento del mestiere per tutti i successori. La sigla, inoltre, è meravigliosa, minuziosa ed epica nella sua semplicità e cura.
Dalla terza puntata sembra esserci una minore compattezza, ma viene spazzata via con la potenza della sottotrama che coinvolge Tyrion Lannister, preso come ostaggio da Catelyn Stark e sua sorella, Lady Arryn (Kate Dickie), accusato di aver tentato di uccidere il piccolo Brandon – reato con cui il nano non c’entra assolutamente niente. Mentre Eddard Stark continua la sua lotta per la giustizia incontrando pochi amici e molte difficoltà, soprattutto tra i Lannister ma anche presso il fidato re, c’è violenza ad ogni angolo ed una sensazione crescente che stia per succedere qualcosa di indefinito ma di spiacevole.
Cominciano grandi e piccole guerre tra i Lannister e gli Stark, con un crescendo che va sempre più lontano dall’ordine e sempre più vicino al caos, con conseguenze spesso insospettabili. Il climax dura dalla settima puntata alla nona, senza dare la soddisfazione di un lieto fine, trasformando Joffrey da un bimbo viziato ad uno dei personaggi più odiati della storia della tv e aumentando di spessore molti personaggi, soprattutto Arya Stark. La sensazione che si ha nella serie è che, eccetto per la primissima scena del primo episodio e per l’ultimissima, enfatica scena dell’ultimo, potrebbe benissimo essere una storia medievale in una terra inesistente senza il bisogno dell’etichetta «fantasy»: è come se fosse una sorta di lenta rivelazione, come se ci fosse un mondo corrotto ma ordinato che diventa sempre più complicato più si addentra la magia, nonostante essa non abbia un grande impatto su tali eventi di corruzione e caos.

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C’è anche una profonda ironia nella maniera con cui vengono trattati gli elementi fantasy. La prima stagione del Trono di spade, in questo senso, è una serie HBO adatta ed interessante, e come il resto della serie è più vicina forse a House of cards che non a Il signore degli anelli, ma anche più complicata della serie con Kevin Spacey (almeno per quel che ho visto: non sono riuscito a concludere la prima stagione di House of cards) in quanto non cerca semplicemente di descrivere la corruzione tramite dialoghi brillanti con continuo muoversi di ingranaggi narrativi insanguinati, bensì tenta di bilanciare i silenzi o le pause dalla narrazione per dedicarsi allo sviluppo dei personaggi con una giusta dedizione verso un’enorme semplicità nelle intenzioni: denunciare la condizione umana, che per Martin è il motore della storia della letteratura a prescindere dal genere.
Denunciare la condizione umana significa automaticamente denunciare le paure dell’uomo, e la sua dedizione ai sette peccati capitali: come la Lussuria di un re che preferisce la compagnia di una prostituta alla luminosità di uno scettro o di una corona, l’Invidia di una casata verso le cariche ed i denari di un’altra, la Superbia di una regina che intende aggirare il prossimo fino alla nausea pur di rimanere nella propria posizione, temuta da tutti, l’Ira di chi vuole combattere il prossimo per motivi di giustizia o ingiustizia, l’Accidia di chi non ha la verve per combattere con le proprie mani ed il proprio sangue per il bene del reame (anche se il buon Varys ha senza dubbio comunque abbastanza coraggio per difendere se stesso ed il reame a parole), la Gola necessaria per una torta, un pollo o un bicchiere di vino di troppo in situazioni non adeguate, e l’Avarizia o Cupidigia di soldi, denaro, uno dei motori del mondo.
A domani (aggiornamento: qui).

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