India da cani: Bombay

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Bombay non è nata come città indiana e tuttora si percepisce l’innaturalità della sua crescita. Nel XVI secolo i Portoghesi scelsero il territorio dove oggi sorge la città, un gruppo di isole abitate da piccole comunità di pescatori, per installarvi una base commerciale. Via via si costruirono case e istituzioni, che nel XVII secolo, come frutto di accordi tra sovrani, passarono di mano in quanto vennero rilevate dagli Inglesi. Nel 1687 la East India Company stabilì a Bombay il suo quartier generale. Solo due anni dopo, nel 1689, la città veniva devastata dai Mughal, dominatori di altre parti dell’India, che la riconquistarono. Tuttavia nel XVIII secolo si consolidò la presenza inglese in India e Bombay divenne la «porta d’ingresso! del paese (come celebra il monumento «Gateway to India»), la perla più preziosa nella corona britannica.

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Venne pianificata e costruita per diventare una sorta di Londra d’India, un centro di commerci (soprattutto di cotone e tessili) la cui ricchezza era espressa e simboleggiata da monumentali edifici in stile vittoriano che ospitavano le istituzioni della città.

Bombay a spasso_MOD LIGHT

Questi begli edifici, solidamente costruiti, caratterizzano tuttora il centro della città. Nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza dall’Inghilterra, ma Bombay ha mantenuto una forte affiliazione ideologica al mondo occidentale, restando anche oggi una sorta di città «straniera» in terra d’India.

Carla Muschio
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Fili rossi #7

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Il più grande film di guerra di tutti i tempi? Va’ e vedi (1985) del misconosciuto regista bielorusso Elem Klimov. È un film assolutamente indescrivibile, che fa arte dal fango opponendo pittoricamente la schiacciante bellezza di ciò che è poetico ed infantile a ciò che è depravato e mostruoso. Lo scontrarsi tra le due cose definisce il concetto di base, esplicato verso la fine (senza il quale avremmo una pellicola di propaganda), con un illuminante montaggio schizzato che vede alternarsi un primissimo piano melodrammatico del volto distrutto del protagonista ed una serie di filmati d’epoca di Adolf Hitler, in una scena che andrebbe mostrata nelle scuole per come è, a suo modo, tanto schietta, semplice e complicata da rendere l’intero film una sorta di trattato filosofico.
È da quando è iniziata la storia della celluloide che esistono i film di guerra e ancora nessuno è riuscito a raggiungere compattezza e bellezza paragonabili a quelle del film di Klimov, semplicemente perché tutti i registi che hanno affrontato la guerra hanno preferito scegliere due strade: la denuncia politica (a volte anche tramite la satira) o il commento sull’umanità. Pochi sono andati oltre, cercando di ottenere l’effetto di profondità artistica o filosofica dell’immagine e del suo mutamento: sì, Kubrick, Malick, Coppola, Ejzenstejn, Sokurov (il sottostimato Alexandra), anche Munk da una parte o Chaplin e Kusturica con la satira dall’altra. Ma l’estetica del film di guerra, la sua sensazione di sporco (spesso fraintesa o «pulita» anche da grandi registi come Steven Spielberg), raggiunge il suo apice di bellezza, in senso totale, con il capolavoro profetico e disturbante di Klimov. Ed il potere immenso di Klimov si manifesta anche nel rendere belle inquadrature che mostrano atrocità inenarrabili (e mai così realistiche): proprio la capacità di rendere inspiegabilmente bello il brutto fa di Va’ e vedi quello che è.
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Anche Aleksei German, regista russo scomparso l’anno passato, è capace di miracoli klimoviani, e dopo la visione di Hard to be a God (2013) è pleonastico il come: un film così sporco, umile, umido, sensoriale e grezzamente sgradevole è anche uno dei film più artisticamente interessanti mai usciti da una macchina da presa. Forse più in teoria che in pratica? Forse; ma in entrambi i campi siamo nel territorio dell’epocale.
Innanzitutto il regista russo fa quello che tutti gli autori dovrebbero fare nello scrivere una sceneggiatura a partire da un soggetto preesistente (in questo caso un romanzo, È difficile essere un Dio, 1964, di Arkadij e Boris Strugackij, gli stessi autori di Picnic sul ciglio della strada, 1972, da cui è tratto Stalker, 1979, uno dei massimi capolavori di Andrej Tarkovskij): prende la trama e la butta nel cesso, scrivendo attorno ad essa un’estetica propria (che è la cosa più interessante del film).
La trama tratta la storia di un gruppo di scienziati terrestri che vanno a visitare in incognito il pianeta Arkanar per aiutarne lo sviluppo civile: il pianeta infatti, abitato da pseudo-umani, è ancora fermo al Medioevo. I terrestri non devono uccidere nessuno né commettere violenze, ma Don Rumata, che cerca di salvare gli intellettuali locali, si trova in situazioni difficili, perché è difficile essere un Dio in un mondo di uomini – uomini che sono a loro volta alieni. Il bianco e nero è tra i migliori di sempre, proprio paragonabile a quelli di Persona (1966) e Andrej Rublëv (1966), principalmente perché finisce per essere così preciso, puntuale e caoticamente realistico da essere tattile, addirittura forse da avere un odore (disgustoso). Gli uomini, forse subumani, si defecano addosso, sputano, pisciano, sanguinano; sfilano uccisioni di massa, sventramenti, scene erotiche respingenti; ed il tutto è difficilissimo da guardare, come se la macchina da presa girasse qualche sorta di riprese ravvicinate dei mostri deformi del Giardino delle delizie di Bosch. Il qualcosa in più che German mescola a tali ingredienti dà al tutto un valore metacinematografico ed umano che rende la pellicola molto di più di un mix di volgarità e schifezze fini a loro stesse: l’ossessione dei drammaticissimi e rassegnati sguardi in macchina, che suggeriscono che i personaggi cerchino nello spettatore l’umanità che loro non hanno o che hanno perso; e quando tali personaggi sembrano ironici o strafottenti forse è semplicemente perché non la trovano neanche in chi li guarda e allora decidono di prenderla con divertimento, un divertimento spesso slapstick.
Hard to be a God è un film magico e mostruoso, dalla regia quasi invisibile, difficilissimo da concludere, che come Va’ e vedi, e in un certo senso anche meglio, trasforma in potenti e bellissime le inquadrature che mostrano concetti e mondi decisamente spiacevoli.

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È un po’ come Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), l’ultimo film dell’intellettuale italiano definitivo: Pier Paolo Pasolini, che per sua (s)fortuna non ha potuto vedere gli enormi tagli e le vili censure che il suo magnum opus ha dovuto subire sin dall’uscita. Tagli e censure che posso anche comprendere: la cattiva fama di Salò è quasi «meritata», viste le immagini mostruose che impone allo spettatore, tra stupri, torture, umiliazioni, coprofagia, omicidio e mutilazioni varie.
È lo stereotipo del capolavoro assoluto che si può vedere una sola volta: per il suo continuo sputare in faccia allo spettatore gli stessi concetti di distruzione delle classi più basse da parte della borghesia; per la sua quadratezza registica inimitabile; per la sua caratura «di classe» (per quanto lo possa essere un film che contiene una scena di coprofagia, ovviamente), e parzialmente filosofica oltre che politica; per il suo non essere solo un’allegoria del fascismo ma anche un’operazione chirurgica capace di dissezionare spietatamente i meccanismi delle gerarchie (sarebbe altrettanto comprensibile senza una regia tanto elegante posta a contraddizione di immagini tanto crude, mutuate direttamente dalle parole del marchese de Sade?).
(continua)

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Lo stile solenne e fotografico di Stanley Kubrick potrebbe non essere elegante come quello della sporcizia pasoliniana, soprattutto in uno dei principali cult del regista inglese, quell’Arancia meccanica (1971) in cui gli eccessi grotteschi e la violenza esplicita rendono la visione difficile. Il film di Kubrick, come quello di Pasolini, fece scandalo all’epoca e fu violentato dalla censura, ma ormai viene trasmesso in prima serata su Italia 1, perché venga stuprato e frainteso dal pubblico più giovane, che dice che è bello perché è violento. È chiara anche qui l’operazione di Kubrick: per descrivere la violenza nell’essere umano, mette in ombra la violenza nell’individuo, persino un individuo come il protagonista, rispetto alla brutalità usata dalla società verso di esso per farlo rientrare nei ranghi.
Il regista statunitense naturalizzato britannico sa ottimamente come far funzionare il mezzo cinematografico: Kubrick utilizza in maniera implicita il concetto della bellezza stessa, esagerando con le scenografie o con i costumi posticci per cercare un bilancio parodistico della distribuzione cromatica, e condendolo con una colonna sonora che è bella nel senso più puro possibile – in questo senso è quasi facile rendere bello il brutto. È un film talmente universale nel suo proto-postmodernismo settantiano da essere quanto di più lontano dall’essere datato.

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Oliver Stone sbaglia completamente su questo fronte. In uno dei suoi film più controversi, Assassini nati (1994), che nonostante gli immensi difetti resta uno dei suoi film migliori,  Stone dimostra di essere meno regista che politicante: non ha le capacità visionarie di sconfiggere il contenuto con l’immagine, e anzi finisce per fare politica con il cinema e non viceversa (come sarebbe più apprezzabile). Nonostante ciò, il film è un meraviglioso pasticcio di viaggioni e deliri cosmici, talvolta esilarante anche nel suo sembrare un pallido tentativo di imitare la purezza di Arancia meccanica, pur non possedendo un quindicesimo della sua verve. Perché resta uno dei migliori film di Stone? 1. È un film comunque che punta più sull’individuo che sulla società e quindi finisce per avere un valore psicologico diverso 2. È il film girato meglio della carriera di Oliver Stone, e la sua regia è giustamente schizzata.
Per quanto riguarda gli eredi dell’estetica di Arancia meccanica, forse si parla troppo poco di Bronson (2008) di Nicolas Winding Refn, che mischia l’estetica tipica del regista danese al mondo delirante del film di Kubrick senza eccedere con i colori sgargianti, puntando tutto sull’assurdità del mondo e su come il protagonista e le sue vicissitudini siano basati su fatti reali. La realtà tuttavia è servita dall’anarchia visiva di Refn, che qui più che mai abbandona la regia minimalista e le sceneggiature vacue: i fatti veri sono completamente destrutturati fino alla surrealtà grazie a una sceneggiatura piena zeppa di momenti singoli puramente sgradevoli, ma resi su carta e su pellicola con genio, a volte leggerezza, spesso pesantezza (Refn è l’unico regista ad essere capace di rendere da incubo una scena con in sottofondo un brano dei Pet Shop Boys), quasi sempre umorismo; anche nei silenzi morti, negli sguardi spenti di un protagonista (Tom Hardy) volgare ed eccessivamente muscoloso che in piedi in mezzo al nulla osserva un povero malato di mente defecarsi in mano e spalmare i propri escrementi sulla propria faccia. Una scena che non sorprenderebbe se presente in Hard to be a God o in Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma che arriva come una sassata nel film del regista danese, come il finale che elimina ogni via di fuga e reclude l’individuo nella gabbia delle proprie ossessioni – a differenza della falsa anarchia liberalista del film di Stone.
(continua)

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Bronson narra in maniera anticonvenzionale la vita di un uomo ribaltandone gli eventi ma catturando la verità della sua personalità tramite l’estetica: mi sembra un esempio perfetto di antididascalismo coi fiocchi. Ma l’antididascalismo più assoluto della storia del Cinema penso sia stato incarnato, senza alcun pudore, dall’opera massima di Gus Van Sant, Elephant (2003). Anch’esso è come un film di guerra, nel suo ritrarre un microcosmo di violenza inaspettata: un documento di terrore riferito al massacro di Columbine, ma completamente distaccato della realtà, perché per certi versi a Gus Van Sant non frega niente di cos’è successo, a lui importa come inquadrarlo, come mostrarlo, come rendere bene il delirio umano dei ragazzi che ha portato al massacro.

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A Van Sant interessa innanzitutto mettere in scena un dramma psicologico ed costruire un dramma registico, fare un discorso sulla calma prima della tempesta e sul dramma della tempesta. Facendosi influenzare (esplicitamente) da Béla Tarr nell’uso dei piani sequenza, Van Sant riesce sempre ad inquadrare ciò che è giusto che venga inquadrato, e lo fa con una delicatezza disturbante, soprattutto nella scena in cui fa morire uno dei protagonisti (il fotografo) fuori campo. È fastidiosamente affascinante quest’operazione, che decide di distorcere la realtà e renderla ancora più sgradevole solo per pulire e perfezionare l’immagine ed il comparto registico dell’opera – in maniera simile a quella di Va’ e vedi, forse, ma anche di Herzog (che dice che il suo film di finzione migliore è Little Dieter needs to fly, 1997, che è un documentario) e, perché no, di Tarantino in Bastardi senza gloria(2009), il film definitivo capace di cambiare il corso della storia tramite l’immagine. La cosa divertente (per modo di dire…) è che Gus Van Sant ha messo vari riferimenti espliciti ad Assassini nati per denunciare come il film di Oliver Stone, tra i film preferiti dei due assassini di Columbine, non sia riuscito troppo nel suo tentativo di denunciare la violenza: anzi, ha influenzato la crescita dei giovani che non l’hanno capito.

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E si conclude con il film più elegante mai fatto, il «raggio di luce» e l’unico vero capolavoro della filmografia di Bernardo Bertolucci: Il conformista (1970). La cosa geniale del Conformista è come giri attorno a tre poli (il conformismo, il fascismo e l’omosessualità, repressa e non) e costruisca attorno a tutti e tre discorsi interessanti senza che sia quello il «bello del film»: perché il vero valore della pellicola è semplicemente nella squisita classe registica, nel mix tra umorismo e tragicità, con un fare pittorico (fotografia di Vittorio Storaro che ha fatto scuola: è stato detto che Il conformista è il film europeo che più in assoluto ha influenzato la nascita della New Hollywood) che riesce a creare divertimento anche in mezzo alla completa disperazione.
È surreale. È erotico. È semplicemente bellissimo. E riesce ad essere tale facendo entrare lo spettatore in un mondo di inettitudine ed incoerenza.
Come Va’ e vedi tratta la materia con il giusto distacco che possa rendere il film lontano da un’opera di propaganda, come Hard to be a God elimina i concetti per far parlare l’estetica da sé, come Salò descrive ambienti sgradevoli con eleganza e quadratezza, come Arancia meccanica preferisce suggerire piuttosto che mostrare in maniera troppo esplicita e come Elephant non segue alla perfezione gli eventi storici. E come i grandi capolavori della storia del Cinema, riesce a rendere bello tutto il possibile.

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Il fenomeno degli scrittori

Franz Kafka

Franz Kafka

Leggendo questo post ho pensato a un’espressione degli anglosassoni: «the story faced man», l’uomo con le storie tatuate in faccia. Ogni ruga un racconto, ogni solco sugli zigomi, intorno al cerchio degli occhi una faccenda da svelare. In ogni dente scheggiato, in ogni screpolatura delle labbra un sussidiario si spiega. Ho sempre invidiato chi sa disegnare. È più che un’invidia. Ormai ho raggiunto la consapevolezza che le mie mani si ribellano alla matita e al foglio bianco, che si tratti di creare dal nuovo o di copiare da modelli. Non c’è verso: non so disegnare. Comunque vivo abbastanza bene lo stesso. Nei limiti, insomma.

Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges

Uno scrittore deve necessariamente avere le storie scritte in faccia. Bukowski diceva che laddove ci sono adunanze di poliziotti allora lo scrittore deve tuffarcisi. «Il tuo lavoro ha bisogno della vita», concludeva. Bel tipo Bukowski. E anche un tantino sopravvalutato, ma è difficile trattenersi di fronte alle sue esternazioni umorali, di fronte alla sua reale e profonda (e anche un po’ superficiale, perché tutta in superficie, perché tutta-detta) comprensione della realtà, della natura umana, delle deviazioni dei rapporti e dunque anche della loro ideale purezza. Uno come il vecchio Chinaski, che si sveglia al mattino alla pensilina di un Greyhound, completamente fradicio dalla notte precedente, in pieno accordo con ogni singola creatura del cosmo, è pronto per farsi innamorare.

Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.

Charles Bukowski.

Chiunque abbia pensato a questi ritratti ha preso alla lettera l’idea degli scrittori con la propria storia scritta in viso. Ogni tratto del ritratto (pardon!) è una frase di un’opera celebre dello scrittore ritratto, per l’appunto. E per ogni volto un libro da riscoprire.

James Joyce

James Joyce

Kafka, La metamorfosi (1915), Joyce, Ulisse (1922), Walt Whitman, Foglie d’erba (1855), Baudelaire, I fiori del male (1857), Borges, Il miracolo segreto (1944).
A pensarci bene il punto di tutta la questione è che questa raffinata opera di grafica è un modo per ricordarci che questi classici dell’epoca contemporanea (difatti il più vecchio della compagine, Baudelaire, è il guardiano sulla soglia della modernità) esistono. Questi story faced men vivono delle loro parole, esistono per le loro parole. Pura fenomenologia, puro segno, sono il sogno erotico di uno strutturalista. Sono le parole, demone oscuro, virus del pensiero, che fanno di uno scrittore uno scrittore. Ciascuno di noi vive nel linguaggio, come ben sapeva Wittgestein: gli scrittori esistono in virtù delle parole che hanno detto. Terribile, se pensate a quelli che vogliono essere scrittori e non ce la fanno, quegli inediti che scompaiono. Loro sono passati senza esistere, ma del resto tutta la letteratura è un transito di fantasmi. Su questo non ci piove.

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire

È così denso di ispirazione e rigenerazione avere queste immagini sott’occhio. Vorrei tatuarmele su una maglia o addosso o magari sovrapporre il loro viso al mio viso. Mi fanno pensare che si può vivere e continuare a vivere delle proprie parole. È l’onestà della scrittura: le parole che hai scritto te le porti in faccia. Orgoglio e maledizione. E visto che lo abbiamo citato mi piace pensare anche al vecchio Wittgestein, che dopo tutto il furore della filosofia, si mise a fare il giardiniere in un convento. Certo, poi la filosofia tornò a bruciare, ma era stata fatta la scelta del silenzio. Non so, mi pare un ottimo modo per fare esercizi di scomparsa. E poi ci sono le rose, voglio dire, è tutta un’altra cosa.

Walt Whitman

Walt Whitman

p.s.
Grazie alla Libreria Immaginaria per il «suggerimento».

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

Openair Frauenfeld festival 2014: il motore dell’hip hop

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Avevo accennato, chiacchierando di Macklemore & Ryan Lewis, che li avrei visti dal vivo al festival Openair di Frauenfeld e, tornato da poco dalla città svizzera, voglio spendere qualche parola sui concerti cui ho assistito, sui musicisti che ho scoperto e riscoperto ma soprattutto sul radicale cambiamento della concezione dell’hip hop e del rap che provoca aver vissuto un’esperienza collettiva a dir poco indimenticabile per tre giorni intensi ed entusiasmanti. Almeno, per me è andata così.
Ma andiamo con ordine, prima descrivendo la musica ed i concerti e poi andando più in profondità.
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10/7

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Nota di malcostume: l’errore che ho compiuto è stato venire al festival con le Converse ai piedi, e l’amico che era con me pure non era messo benissimo (e aveva i pantaloncini corti). Non avevo idea di come il clima umido sarebbe andato poco d’accordo con il terreno e quindi automaticamente con il fango ed il pantano e gli eccessi di sporcizia ovunque: insomma, una gioia immensa ritrovarmi con i pantaloni e le scarpe completamente disintegrate dal motaio mentre quasi tutti gli altri indossavano stivali di gomma (che io avrei comprato la mattina dopo).

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Il primo musicista che ho visto è stato il rapper svizzero Skor che, a quel che ho sentito su YouTube, è più bravo in concerto che in studio. Non ho la più pallida idea di cosa dicesse, però era molto fluido davanti al microfono, si trovava a suo agio sul palco e aveva dietro di sé una band talentuosa su cui spiccava un ottimo trombettista sosia di Maccio Capatonda. Mi piacerebbe trovare online il suo disco Und Nachteil ma sembra introvabile. A seguire ci sono stati Lo & Deluc, un duo che si è ritrovato a sostituire Iggy Azalea (andatasene all’ultimo minuto dalla scaletta del festival insieme al suo capo T.I.), e penso che non li ascolterei mai e poi mai in cuffia o su disco: il loro concentrato di rap e reggae era piuttosto banalotto, però erano ottimi intrattenitori sul palco, ed essendo in prima fila mi sono molto divertito.
L’apice è stato il freestyle (ovviamente in tedesco) di uno dei due con in sottofondo una versione sax di Niggas in Paris di Jay-Z e Kanye West, e ho potuto riconoscere un verso veloce per il suo altissimo (ehm) riferimento culturale: «Super Sayian Power Kamehameah». Sono seguiti gli ultimi svizzeri della situazione, la Glanton Gang, una band composta da una serie di musicisti vestiti da scheletri, stile Tre allegri ragazzi morti (anche musicalmente), con due rapper con la voce e l’apparenza di simil-Fabri Fibra. Sono stati noiosetti e blandi rispetto ai musicisti che li hanno preceduti, e soprattutto anche poco intrattenenti, nonostante gran parte del pubblico, me compreso, si sia emozionato quando è partito il beat di Can I live di Jay-Z, una delle migliori canzoni del rapper di New York.

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Sono seguiti i Boot Camp Clik, quattro MCs molto classici e brutali che si sono fatti amare da un pubblico ampissimo soprattutto grazie ai fenomenali riferimenti ai grandi morti della scena rap, con rifacimenti musicali istantanei dei grandi classici di 2Pac, The Notorious B.I.G., Ol’ Dirty Bastard dello Wu-Tang Clan, King L e Nate Dogg, quest’ultimo ovviamente sulle note dell’ultima strofa di The next episode di Dr Dre: Helta Skelta, uno dei quattro, ha urlato «What’re we gonna do tonight?» («Cosa faremo stanotte?») appena prima che il campionamento della canzone di Dre facesse partire la frase di Dogg «Smoke weed everyday» («Fumare erba tutti i giorni»), causando caos e fomento tra tutti e facendo sentire ancora di più l’odorino di maria che era tra le tante costanti del festival.
È poi giunta l’ora di Pharrell Williams, che ha causato non poco pogo (per motivi a me ignoti) oltre che molteplici svenimenti da parte delle groupies più sfegatate – anche qui, per motivi a me ignoti: Pharrell solista ha una voce bassissima e le canzoni migliori del suo concerto sono state quelle in cui lui ha partecipato «esternamente», e mi riferisco a Lose yourself to dance e Get lucky dei Daft Punk e a Drop it like it’s hot di Snoop Dogg. La cosa migliore del concerto comunque è esterna alla musica ed erano le  ballerine che il membro dei N*E*R*D* s’era portato dietro.

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Dopo Pharrell è arrivato il momento dei capofila, la banda che attendevo di più di tutte e tre le giornate: i grandissimi OutKast, sul palco per il tour del 20esimo anniversario del loro album d’esordio, Southernplayalisticadillacmusik; inoltre, il 2014 è anche il 20esimo anniversario dell’Openair festival. Il loro concerto è stato semplicemente perfetto sotto ogni punto di vista: la scaletta era perfetta, Big Boi e Andrè 3000 erano chiaramente divertiti e costantemente in formissima e la conclusione con The whole world è stata eclatante. Non ci sono molte parole per descrivere la compattezza dello spettacolo, che probabilmente non poteva essere migliore per nessun motivo al mondo.
(continua)

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Gli OutKast sono stati stancanti e sgolanti, e io e il mio amico abbiamo sentito il bisogno di farci una doccia a notte tardissima per poi dormire il più possibile, ma la necessità di prendere, la mattina dopo, degli stivali: tra gli eccessi di sonno ed una ricerca di calzature durata un’oretta, abbiamo finito per perderci alcuni dei musicisti che ci interessavano del secondo giorno, ovvero Vic Mensa e Angel Haze, ma anche YG, che nonostante sia un musicista pessimo, c’avrebbe deliziato con la sua presenza delirante, la sua stupidità cosmica e la tamarraggine incommentabile della sua canzone più famosa, My nigga. In compenso in linea si può trovare una sua intervista all’Openair in cui è così palesemente disintegrato da chissà quale droga da essere esilarante: «YG, lei in una sua canzone ha detto che non le piacciono le interviste, ci può spiegare perché?» «Perché non mi piace parlare con voialtri, perché sono un criminale, vi derubo tutti». Ah be’.

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In compenso abbiamo potuto vederci l’intero concerto del tedesco Cro, un Emis Killa teutonico con una fanbase simile a quella di Salmo in Italia: groupies malate ed infogate per questo poveraccio senza talento che pur di ottenere un seguito (e ce ne ha uno, decisamente) ha portato alle estreme conseguenze il proprio esibizionismo cantando sempre con addosso una maschera da panda sopra la quale è disegnata una croce rovesciata. Tra il suo amore per l’esagerazione e la completa carenza di interesse verso la sua musica, il suo concerto è stato a mani basse il peggiore di tutto il festival, e non ho mai desiderato di più l’estinzione dell’«ailuropoda melanoleuca». Mi sono spostato più vicino al palco per godermi al meglio il concerto di Wiz Khalifa, un rapper che non conoscevo bene e da cui mi aspettavo poco: canzoni magari noiose e ripetitive sull’uso della droga. Invece è salito sul palco con una maglia dei Led Zeppelin e si è dimostrato talmente scatenato da non sembrare neanche un rapper, e da diventare una rockstar scalmanata che intrattiene ed infoga anche chi non lo conosce, me compreso, a prescindere dalla musica, comunque meno ripetitiva di quanto mi aspettassi.

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E poi ho aspettato Macklemore & Ryan Lewis che hanno portato sul palco uno spettacolo fenomenale che non mi sono goduto quanto avrei voluto. Seduto a 20 metri dal palco, avevo dietro di me lo stereotipo della persona inaffidabile che ascolta rap, beve e si droga, un ventenne che spingeva, sputava senza guardare dove (beccando la mia mano), urlava in maniera irritante e cantava a volume altissimo sbagliando i testi delle canzoni. Avrei potuto divertirmi tantissimo, però no. E la pioggia non ha migliorato le cose: saltando senza cappuccio né ombrello durante l’ultima delle due volte che hanno suonato Can’t hold us, non ho preso il raffreddore per miracolo. Questi vari fattori mi hanno portato nella condizione di promettere a me stesso che li rivedrò, sperando di ritrovarmi in condizioni migliori.
(continua)

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Il terzo giorno è stato il più complicato e vario. Gli One Track Live hanno iniziato la giornata dimostrandosi una sorta di versione svizzera dei The Roots, con vari MCs molto dotati ed internazionali (uno dei quali col cappellino del Milan!) tra i quali una donna beatboxer e rapper con la voce e la faccia di Iggy Azalea ma con molto più talento e soprattutto un fondoschiena piatto e proporzionato. Non mi posso lamentare.
Mi posso invece lamentare degli Underachievers, saliti sul palco per sostituire l’assente Danny Brown, uno dei migliori artisti emergenti nella scena rap, che erano abbastanza spenti.
Almeno subito dopo è comparso ScHoolboy Q: grasso, tamarro, prepotente, ironico ed autoironico, in grado di gasare tutto il pubblico con le sue canzoni classiche e potenti e con la cover di m.A.A.d city di Kendrick Lamar. È seguito Immortal Technique, rapper di origini sudamericane che ha dimostrato di essere un vero outsider, un anarchico e soprattutto un individualista che sa cos’è l’hip hop nel senso più strettamente culturale possibile: una cultura che è una via di fuga e di ribellione. L’ha dimostrato con più frasi: «Spero che vi piaccia la mia musica e che la rubiate su internet» (cosa che ho già fatto e che farò), «Ho una cattiva notizia e una buona notizia: quella cattiva è che mi dicono che il concerto è finito, quella buona è che non me ne frega un qatzo e suonerò altre tre canzoni» e «A fine spettacolo mi potrete trovare agli stand del cibo e delle bevande perché io a differenza della maggior parte degli altri musicisti non ho paura di voi, gente, perché io non sono una celebrità, io sono come voi, io sono la gente».

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È seguito Kid Ink, che speravo avesse l’effetto Wiz Khalifa ed in effetti il risultato è stato quello ma in maniera meno eclatante: Kid Ink è solo uno scoppiato strafatto (si è acceso tre spinelli durante tutto il concerto, chiedendo al pubblico di lanciargli gli accendini) le cui canzoni sono molto più ripetitive di quelle del cantante di Black and Yellow. Divertente, sì, ma insomma… A me interessava più che altro aspettare che giungessero i Mobb Deep: Prodigy e Havoc, due tra i più grandi MCs di tutti i tempi, gli autori dietro The infamous, avevano il principale problema che durante il loro concerto c’era un temporale, e non una sgradevole pioggia da quattro soldi come con Macklemore, e quindi sono stati seguiti ed ascoltati poco: io stesso, dopo venti minuti, me ne sono andato. E mi dispiace tantissimo, perché The infamous è uno dei miei album rap preferiti. Mi sono sgolato con Survival of the fittest, e poi sono scappato all’altro palco, aspettando col cuore in mano Nas.

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E qui si conclude la recensione e si apre la riflessione culturale: Nas è un re e mi ha aiutato a capire in che cosa consiste l’hip hop. L’hip hop è ovviamente una cultura di ribellione, e come ogni ribellione è scaturita dalla paura di avere paura della morte, e quindi automaticamente dal desiderio di vivere. In questo senso, una frase di Nas in una delle sue canzoni più celebri, N.Y. state of mind, è esemplare: «I never sleep because sleep is the cousin of death» – non dormo mai perché il sonno è il cugino della morte. Ma l’hip hop è anche nato dal bisogno sociale di far scaturire un nuovo tipo di poesia e di estetica dal disagio cosmico, ed in questo senso Nas è un artista impressionante ed il suo album d’esordio Illmatic un capolavoro rivoluzionario.
(continua)

Anarchismo culturale

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Nell’hip hop -nato da un mix del dub (sottogenere del reggae) e della recitazione poetica, con la necessità a volte di influenze da altri generi: spesso jazz, ogni tanto rock, quando capita elettronica- regna l’individualismo e, come in ogni movimento di ribellione individualista, il desiderio passivo dell’utopia, ma soprattutto una sorta di anarchismo malato che si trasmette tramite l’arte (la musica) e la moda.

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Ecco, la qualità di Nas che ha reso così impressionante ed appassionante per me il suo concerto è la sua capacità di incarnare alla perfezione sia il senso di unicità individuale che l’hip hop deve avere, come ricerca di una «propria strada» verso l’eventuale utopia sociale e culturale (cfr. la sua descrizione del disagio in Illmatic), sia la sensazione di collettivismo che chi appartiene a tale cultura sente.
Io non credo di essere appartenente alla cultura hip hop: non mi vesto come tale (e anzi indosso più spesso e volentieri magliette dei Led Zeppelin che non dello Wu-Tang Clan) e non è certo la mia passione, però è affascinante la capacità unificatoria che ha la musica rap in contesti culturali collettivi come possono essere concerti di musicisti quali Nas (che difatti ha suonato per intero un suo album vecchio vent’anni con una stregua di fan di vecchia data che cantavano a memoria ogni singolo pezzo).
Purtroppo, riflesso mediatico di tutto ciò è che parte dell’hip hop è presto diventata, da un punto di vista soprattutto musicale, puramente pop, ed a dirlo esplicitamente è uno dei musicisti più pop della scena rap: 50 Cent, che consapevole di ciò fa canzoni pop «dall’interno», pur appartenendo cioè ad una scena di gangsta rap duro e puro. Chi può negare che i suoi testi siano lontani le mille miglia dall’anarchismo deprimente di Illmatic?
Consapevolissimo di ciò è anche Eminem, che difatti con album come Recovery, che se fosse uscito dieci anni prima sarebbe stato sicuramente l’album di maggior successo della sua carriera, dà una svolta alla propria sonorità per dedicarsi ad un mondo più ampio e comprensibile a tutti. È finito da tempo il momento d’oro per gli N.W.A., per i Public Enemy, i Run DMC e i Beastie Boys, e la ricerca della pace s’è trasformata in un movimento, magari appassionante o gradevole per i fan, ma sicuramente diverso e sotto certi punti di vista meno personale di quello che poteva essere l’hip hop dell’età dell’oro, degli esordi di Nas, 2Pac, The Notorious B.I.G. e dello Wu-Tang Clan. Non per niente musicisti come Macklemore sono rap solo di facciata in quanto di hip hop non hanno veramente niente, e altri come Kendrick Lamar, pur più hip hop nei testi e nei contenuti, hanno un successo molto inferiore.

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Però Nas rimane e coinvolge tutti come un tornado in quella che sembra essere una ventata di vero, puro movimento culturale, legato al presente ma anche al passato. Che l’hip hop si stia ormai basando interamente sulla nostalgia? La nostalgia della povertà, tra l’altro, di quando il rap era più sincero perché veniva fuori dal ghetto invece che dalla villa con piscina. Ed è incredibile che un rapper come Nas, di cui non si sente molto parlare in Europa, per trasmettere o innescare tutte queste riflessioni abbia avuto bisogno solo di un microfono.

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Quante persone ci sono nello spazio in questo momento?

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C’è un sito apposta per rispondere a tale domanda, e il suo indirizzo corrisponde (in inglese) esattamente alla domanda posta come titolo, solo e giustamente senza punto interrogativo finale: http://www.howmanypeopleareinspacerightnow.com.
Sotto, il risultato attuale.

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(Via 3nding).

India da cani: lungo il Gange

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I cani del centro di Benares non hanno il collare. Alcuni sono randagi, ma tanti un padrone ce l’hanno. Però, da cani proletari, badano da soli alla loro passeggiata e conoscono da sé la via di casa, non si trovano mai a dover essere identificati e riportati al padrone perché si sono smarriti.

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I cani di Benares sono indipendenti, e anche intelligenti e miti come i loro padroni, se li hanno, o comunque come la civiltà degli uomini in mezzo a cui vivono.

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Pur con tutta la povertà che c’è, non ho mai visto un cane veramente morto di fame. Un boccone si trova sempre e in qualche modo si vive. Però non sempre bene. Le cicatrici, il pelo sporco, le chiazze sul corpo fanno da metafora al grande dolore dell’India.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Il Lisa Simpson Book Club

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Grazie agli amici di Con altri mezzi (ma siamo amici? loro lo sanno? spero proprio che ricambino i miei sentimenti) ho trovato un Tumblr (la nota piattaforma per bloggare & ribloggare) spettacolare. Ecco, l’aggettivo giusto è proprio questo: «spettacolare». A voler essere precisi l’operazione è perfettamente in linea con i nostri tempi hipster e non c’è da meravigliarsi se il blog in questione compariva in un post «conaltrimezziano» dal titolo: I 15 Tumblr più fighi della rete. Dicevo che non c’è da stupirsi, e dunque l’uso dello «spettacolare» potrebbe subito ridimensionarsi, perché il blog in questione raccoglie tutti i libri che Lisa Simpson legge nell’omonima e ultracelebre serie tv sulla famiglia più gialla d’America.

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Un Tumblr dove sono postati fotogrammi di Lisa in compagnia delle sue letture preferite. Ricordo quando vidi i Simpson per la prima volta. Non credo fosse il 1987, data in cui le creature di Matt Groening comparvero sugli schermi degli Stati Uniti; forse era più tardi, forse Homer, Marge, Bart, Lisa e la piccola Maggie erano all’esordio italiano, ma l’impatto che ebbero su di me fu decisivo. Cartoni animati brutti, personaggi perlopiù stupidi, un padre scemo che spesso picchia suo figlio, una madre dalla testa a casco di banane (e blu) volitiva e sovente destinata allo scacco, un figlio semplicemente teppista e una infante che non parla mai, impassibile e senza parole, paradigma del mutismo dei figli di fronte al ritratto impietoso della famiglia americana. L’ironia, il pazzo divertimento che mi faceva accendere la tv alle 14, appena tornato da scuola, vennero dopo; all’inizio, in quel momento aurorale, c’era solo lo choc di vedere degli idioti trasmessi in tv, da quel mezzo che fino a poco tempo prima era stato solo della meraviglia (Disney) o della violenza (gli anime delle emittenti regionali). La stupidità in cartoon non l’avevo mai vista.

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Chissà che effetto fecero alla prima famiglia americana che vide i Simpson sullo schermo. Forse si riconobbero e la rifiutarono; forse l’accolsero con estremo distacco e freddezza o con la stessa naturalezza che immagineresti un idiota alla Homer accoglierebbe il ritratto di se stesso. Fatto sta che ormai sono quasi trent’anni e i Simpson reggono alla grande. E reggono perché la formula è sempre la stessa ed equilibrata; una formula che bilancia le strategie narrative, dove ogni episodio comincia con una premessa che si rivela solo un pretesto per raccontare una storia non prevista dai logici sviluppi ipotizzabili, insieme alle caratterizzazioni dei personaggi: Homer, idiota mitico, Bart, flagello scolastico e puro infantile anarchismo alla Sid Vicious, Marge, devota e non priva di colpi di genio e Lisa, appunto. Lisa, la vegetariana, la vegana, l’intellettuale, la prima della classe, l’emancipata, quella che a 7 anni è destinata a mollare Springfield e andarsene a New York. L’aspirazione della piccola Lisa, anche attraverso le letture che fa, è New York. Facile immaginarla come un personaggio alla Philip Roth, che rinnega la sua famiglia perché indifendibile e si costruisce un’ipocrita esistenza borghese nella Grande Mela.

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Lisa Simpson è la più cristallina rappresentazione dell’intellettuale americano: nichilista e sprezzante, snob e naif, tiene a distanza una famiglia che vede come tara ereditaria da sconfiggere evitandola. Vittima di una famiglia «media», che preferisce l’hot dog a un gruppo di lettura e una serata davanti ai violentissimi cartoon di Grattachecca e Fichetto anziché ascoltare la radio. Lisa Simpson, benché abbia un aspetto raffinato, ha anche l’inevitabile provincialismo intellettuale di chi viene da una provincia dove la maggioranza delle persone beve schifezze zuccherose e s’ingozza di grassi. Anzi, a pensarci bene Lisa è un personaggio fondamentalmente tragicomico, perché il desiderio rancoroso di fuga innesca il destino di fallimento. Grazia e miseria della provincia, microcosmo che anticipa tutto il meglio e tutto il peggio del mondo, esercizio alla vita che si ripete come ginnastica biografica, ma non diventa mai «vita». Allora Lisa «deve» leggere Sylvia Plath e cercare i suoi modelli culturali altrove, in mezzo a bambocci tronfi, perché i tempi cambiano, privi di quelle correnti di protesta trasversali e panamericane che erano i cortei studenteschi o i forum di discussione universitari. Lisa vive nella famiglia, avamposto della civiltà che da nido si fa prigione e benché cerchi proprio quei fantasmi del ’68 le sue giornate devono fare i conti con Homer e Bart, ovvero la demenza sistematica e l’irrisione nichilista e senza progetto di un piccolo e ingenuotto punk di provincia, corteggiata dall’insulso Milhouse (l’occhialuto timidone che però conosce scatti di rabbia imprevedibile e che è talmente inserito nel suo squallore borghese da riecheggiare, anche nel nome, un altro selvaggio personaggio pubblico: Richard Milhouse Nixon) e preda di scherzi e incomprensioni.

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Certo, in quell’alba di Simpson, quando sulla mia tv apparvero questi inediti omini gialli, disegnati male e dai comportamenti privi di fascino, non sapevo niente di satira americana, di cartoonisti sulfurei alla Ralph Bansky. Vedevo solo quelle immagini e ne ero repulso e attratto al tempo stesso. Non sapevo nulla d’intellettuali e di famiglia. E forse non ne so nulla neanche ora.

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Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

Il peggior albergo del mondo: Hans Brinker Budget Hotel, Amsterdam

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La concorrenza in campo alberghiera è tantissima? Difficile essere «il miglior albergo della città»? E allora via con la competizione al ribasso, c’è meno ressa.
Qualcosa del genere deve esser passato per la testa dei proprietari del Hans Brinker Budget Hotel di Amsterdam, che hanno impostato tutta la loro campagna sugli scarsissimi servizi offerti: presempio, qui in alto un esempio di eco-asciugamano, e il senso è: tanto gli asciugamani non ve li diamo, per cui arrangiatevi come potete. Sotto, altri due esempi ecologici: l’ascensore e il riscaldamento (sempre «casualmente amico dell’ambiente»).

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Uno stile di progettazione davvero unico.

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Impossibile peggiorare? Faremo del nostro meglio, promette l’albergo.

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Comunque dopo quarant’anni arrivano le scuse ufficiali: per essere stupefacenti nel disturbarvi…

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… e per essere i migliori nell’ignorare i vostri reclami.

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Ecco: sappiate che per prenotare spesso c’è la fila. Il sito dell’albergo eccolo qua.