Vetrina: franchezze

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi! Anche se questa è l’ultima vetrina del primo anno scolastico di buone maniere (altre ne seguiranno da settembre).
Vi auguro vacanze memorabili, di libertà e gioia.
Ora che siete più consapevoli dei toni del comportamento umano, dal manierato allo screanzato, vi potrete divertire a osservarli e agirli.
Ci ritroveremo sul finir dell’estate per un altro anno insieme.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Carla Muschio
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Citazione

(…) se merita sprezzo un cortigiano che ci protesta stima, affezione, amicizia, mentre nell’interno dell’animo egli si ride di noi, merita disprezzo maggiore un cinico che senza necessità viene a dirci: Io v’abbomino e vi detesto.
Dunque tra la menzognera adulazione e la franchezza eccessiva vi debb’essere un mezzo.

(Melchiorre Gioia, Nuovo Galateo)

Vetrina

Luciano
Non si devono mai regalare cravatte, specie dalle signore ai signori, troppo soggettivo è il gusto ed imbarazzante lo sgomento di chi le riceve e le indosserà con tormento!  Al più, se si è in vera confidenza e ci si intestardisce sulla cosa, si offre in dono una cravatta a scelta del beneficiato, come il caffé sospeso a Napoli. Quindi sbaglia due volte Flavia per l’oggetto del regalo e per la scelta così eccentrica se non volgare. Sbaglia Franco a manifestare fastidio. Avrebbe dovuto accettare la cravatta con un sorriso magari ironico e poi archiviarla come tutti noi abbiamo fatto tanto  spesso in casi simili. Tutto sommato Adelio se la cava meglio facendo alla poveretta un’osservazione discreta.  Ma non poteva accertarsi prima del regalo che l’amata avrebbe comprato? I presenti che si azzittiscono sono un po’ buffi, meglio avrebbero fatto a lanciare qualche battuta ironica e leggera. Speriamo almeno che i loro regali siano stati meno pasticciati!

Elena Trabaudi
La prima a sbagliare, secondo me, è Flavia. Il regalo per Franco andava scelto con Adelio, che si presume conosca i gusti dell’amico. Tra l’altro, avrei lasciato che ci pensasse lui tout court, senza intromettermi.
Il secondo a sbagliare è Franco: non è fine spacciare l’indelicatezza per sincerità, anche se tipi del genere sono numerosi e molto sicuri di sé.
E ora parliamo di Franco, il più insipido dei tre. Non sceglie, non decide; consola genericamente la fidanzata, consapevole che così rischia di vedersi recapitare a sua volta una cravatta orrenda. Se la merita!

Rosa
Flavia, dopo un attimo di turbamento, si rivolge con la risposta pronta a Franco, il festeggiato: “…beh, franco di nome e di fatto!”. Un abbraccio e una gran risata!

Lodovico Re
Flavia è più dispiaciuta  per le parole di Adelio che per quelle di Franco. Una cravatta, un regalo possono essere sbagliati, sbagliatissimi, improponibili. Ma non è il suo errore che non sopporta:  lei non sopporta che Adelio prima neanche faccia proposte sul regalo, non lo guarda una volta acquistato e poi quando il regalo si dimostra sbagliato  lo sbaglio è solo di lei. Brutte premesse per questa relazione sentimentale.

Filippo
“Ma noooo! Tu  non capisci il carisma istantaneo che una cravatta così sa esercitare, caro il mio Franco. Devi assolutamente metterla, vedrai. Anzi, vestila subito!” Insomma Flavia è travolgente e Franco non sa dir di no. Però dopo poco ecco che  comincia a conoscere un mondo fatto di colori mai notati prima. Dopo qualche settimana si licenzia dalla banca e si iscrive all’accademia d’arte.

Francesca Taddei
Sicuramente Franco è un gran maleducato. Si ringrazia sempre per un regalo, non fosse altro che per il pensiero gentile.
Se la cravatta non è di suo gusto potrà in futuro cederla a una persona a cui piaccia, regalarla per un mercatino di beneficienza, al limite portarla a un conto vendita…
Il fidanzato non si comporta granché meglio. La frase che rifila a Flavia suona chiaramente come una presa in giro e lei non può non accorgersene.
Ma in questi casi tocca a chiunque dei presenti non far finire nel gelo la serata. All’uscita infelice di Franco, chiunque degli amici dovrebbe uscirsene con una battuta tipo: “beh, ma tu Franco hai gusti troppo antichi / troppo seri / troppo classici!! Flavia sta tentando di svecchiare un po’ il tuo look!” E gli altri potrebbero andare dietro al discorso, buttandola sullo scherzo, azzardando che la cravatta è proprio simpatica e che mette di buon umore. Oppure che è originale. E qualche donna presente potrebbe scherzare sul fatto che anche il proprio fidanzato o fratello o amico maschio è tanto conservatore in fatto di abbigliamento. E così tra una battuta e un’altra si sorpassa l’incidente della cravatta e si fa scorrere la serata…

William Price (1800-1893)

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Medico gallese di nobile prosapia, sbilenco d’appetito e di ragion pratica.

Con sentenza enfatica d’oracolo, si proclamò Paladino dell’indipendentismo Gallese e liberatore del popolo (per scelta irremovibile del fato).

Vuolsi che avesse un culto speciale per le cerimonie ed i riti sacri de’ Celti.

Promosso a dignità dal fantasma di un Bardo, si nominò uomo reverendo e sommo aruspice di un nuovo ordine spirituale.

Esercitò la funzione dei misteri con riverente ed amorosa osservanza:

– Girava nudo con una volpe in testa
– Si metteva i serpenti negli stivali
– Sparava a chi calpestava le aiuole
-Si mangiava le medaglie

Fedele attempato e provetto, chiamò il figlio Gesù Cristo II

Ministro della religione, fu epigono del ponderato artificio alchemico di trasformare le pietre in oro sputandoci sopra.

Convinto Repubblicano, sostenne la causa Cartista e fuggì a Parigi vestito da donna dopo il fallimento della marcia su Newport nel 1839.

Acclamato da Arthur Conan Doyle come «Sgargiante e romantico cane sciolto ribelle», fu pioniere della legalizzazione della cremazione, del nudismo rituale, della poligamia e del trapianto di pelle esoterico.

Predicò alle moltitudini.

Durante i suoi più famosi servigi sacerdotali, a Eisteddfod e Pontypridd nel 1844, erano presenti solo la figlia e un uomo nudo su una capra che si faceva chiamare Merlino.

Prossimo a cessare, le sue ultime volontà furono la costruzione di un palo di 60 metri a forma di rastrello e «Un bicchiere di champagne».

Morto in concetto di santità.

«I vostri progenitori immortali, a cui dovete l’esistenza come popolo civile»

Ab Aeterno Signore della Chiesa.

Sancane
(Altre rimembranze d’eroi e fatti diversi?
Visitate il suo sito)

Lettere da uno sconosciuto

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Si consuma indisturbato dalle perturbazioni quotidiane l’amore dei lettori, come la ceralacca sigilla le lettere degli amanti segreti. Percorrono distanze illuminate dai pensieri, alla velocità del battito; in un pulpito del polso una parola è scritta. Dura trent’anni, intatto e reale, l’amore tra una scrittrice di Brooklyn e un libraio antiquario di Londra.

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84 Charing Cross Road è una storia vera, come usano recitare i titoli sbruffoni dei film che cercano pubblico da conquistare con la lenza dell’«Ehi amico, stai guardando una storia accaduta realmente; potrebbe capitare anche a te». Lei è Helene Henff, scrive da New York, corrisponde con una libreria antiquaria di Londra dove le lettere – appassionate, colte, affini – sono ricevute e sbrigate da Frank Doel, il padrone della libreria, per l’appunto sita all’indirizzo del titolo. Nel 1987 uscì il film omonimo che aveva per protagonisti Anthony Hopkins e Anne Bancroft (la Mrs. Robinson del Laureato).

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Il tempo passa – dal 1949 al 1969 – e nei tableau vivant della Storia entrano in scena e recitano i comprimari di lusso di questa coppia inaspettata (anzitutto, inaspettata a se stessa): la Londra del dopoguerra, quella dei Beatles, la febbrile Brooklyn degli intellettuali postbellici, nichilisti e fiduciosi, devoti e debosciati, che scrivono, come fa Helene, drammi teatrali e libri per bambini, tutto così, senza contraddizioni.

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In questa stravagante storia d’amore i personaggi non s’incontrano mai. Se lieto fine c’è, è da trovarsi altrove. Helene visitò effettivamente la libreria londinese, ma solo nel 1970, quando Doel era già scomparso prematuramente. Eppure non aleggia nessun senso mortifero intorno a questa vicenda. C’è semmai un senso di dolce malinconia, una sazietà lieve. C’è l’autunnale respiro della Terra.
Questa è la natura speciale di un librettino di poche pagine, ovvero la sua capacità di restituire, oltre lo scorrimento di date in apertura delle epistole, la sensazione del tempo che passa. Non altri compiti sono richiesti alla letteratura. E così nel libro si può parlare di una cosa, l’amore per la lettura, per parlare di un’altra: l’affinità elettiva di due anime che le distanze longitudinali separano, ma che trovano uno spazio di riconoscimento, accettazione e, dunque, amore sconfinato, proprio in quell’incorporea sfera che è la passione per la lettura.
E anche noi, da queste parti, viviamo spesso in quella terra senza terra.

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

Fili rossi #6

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Tsai Ming-Liang, uno dei più grandi registi viventi e uno dei più rivoluzionari registi del cinema contemporaneo, ha concluso da poco la propria carriera con il film-testamento definitivo: Stray dogs (2013), film che ho recuperato solo da poco all’Asian Film Festival di Reggio Emilia. Dopo averlo presentato alla 70esima edizione del festival del Cinema di Venezia, il regista taiwanese ha detto che sarebbe stato il suo ultimo lungometraggio (anche se, per conto proprio, ha continuato la saga di Walker e nel 2014 ha già prodotto il meraviglioso mediometraggio Journey to the West) e questo suo traumatizzante abbandono del cinema è stato premiato con un Premio Speciale della Giuria nell’anno vergognoso in cui la il «collegio giudicante» capitanato da Bertolucci ha voluto ricompensare il mediocrissimo Miss Violence di Alexandros Avranas con gli stessi premi ottenuti l’anno precedente dal capolavoro assoluto The master.
Quello che si può notare nell’operazione di Tsai è innanzitutto un addio all’industria filmica paragonabile sia artisticamente che concettualmente all’ultimo film di Béla Tarr, Il cavallo di Torino: entrambi due ultimi saluti, entrambi premiati a prestigiosi festival con riconoscimenti ottimi (ma non i più alti), entrambi rappresentano per i rispettivi autori sia il momento più estremo e pessimista della loro produzione, sia il loro massimo capolavoro.
Questo Fili rossi sarà diverso rispetto agli altri: qui il percorso si costituirà non tra varie opere, trasversalmente, inseguendo le diverse volute di un tema, bensì farà perno e bandolo quasi interamente attorno al monolite di Stray dogs, alla sua imponenza e alla sua importanza, considerata in rapporto a quella di altri film di grandi autori usciti negli ultimi anni.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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Innanzitutto vanno spese alcune parole sullo stesso Stray dogs, opera dalla trama apparentemente semplice che nasconde una complessità registica e concettuale unica, di quelle che solo un autore magnetico e genialoide come Tsai riuscirebbe ad ottenere. Ecco la sinossi: a Taipei, Hsiao-Kang (questo il nome che Tsai dà alla maggior parte dei personaggi protagonisti dei propri film, interpretati dal suo attore-feticcio Lee Kang-Sheng) è padre di due figli, cani randagi in una città distrutta, e lavora come reggicartelli umano. Si muove poco, cammina, orina nei campi abbandonati, beve, fuma, sopporta la pioggia. Anche i suoi figli vanno a giro senza ragione, e fanno amicizia con una donna che lavora in un supermercato e che sembra volerli salvare dal padre che si comporta in maniera a volte incomprensibile. Non che il comportamento della donna sia poi così facilmente correlabile dal punto di vista dello spettatore, a dire il vero. Il dialogo è poco, la trama neanche importa troppo, ma le immagini parlano con un vigore cromatico e temporale mostruosamente espressivo: è dietro la raffinatezza della composizione di ogni singola inquadratura che si cela il genio del film, talmente ostico, aperto, completo e vario da essere in certi passaggi completamente indecifrabile. E, pur essendo cupissimo, non mancano i lampi di umorismo, ma di quell’umorismo malato tipico di Tsai, che si manifesta nei silenzi in cui, nel dubbio, lo spettatore sorride, di fronte magari a situazioni ridicole o patetiche (come un francese che fa le avances per passatempo, nel suo Che ora è laggiù? del 2001; o come per i due uomini di statura e stazza diversa che in mezzo al nulla non fanno nulla guardando nel vuoto – Stray dogs, appunto).
Simbolismi, allegorie? Tantissimi, o forse nessuno. Il finale è glaciale e dà la sensazione che ogni inquadratura, ogni azione, ogni momento di rabbia, di fisicità, di monologo, tutto debba andare in una determinata direzione – ma le direzioni sono tante ed è impossibile ridurre Stray dogs a un percorso a direzione unica. C’è la direzione della bellezza dell’immagine, quella della corporeità dell’atto, quella dell’umanità del singolo contrapposta alla prepotenza dell’universale, quella della dilatazione temporale, quella dell’importanza per la rivoluzione dell’immagine nella storia del cinema; e c’è, infine, la doppiafaccia di un’opera che è, da un lato, metacinema perché cinema che parla di cinema, ma che è anche, dall’altro, semplicemente cinema.
Proviamo a vedere allora quali fili rossi corrano in queste direzioni.

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Si parte con la semplice bellezza dell’immagine perfettamente filtrata attraverso l’obiettivo dalle deformazioni offuscate del magnum opus di Carlos Reygadas, Post Tenebras Lux (2012). L’autore messicano, con cui ho una relazione di odio-amore (dopo il meraviglioso esordio con Japòn nel 2002, il regista pare essersi impegnato a uccidere di noia gli spettatori con l’inutile Battaglia nel cielo nel 2005), recentemente ha infatti diretto un film esoterico e bellissimo, dal titolo evocativo e profondo («Dopo le tenebre, la luce»), dalle inquadrature magnifiche ma difficilmente comprensibili: lo spettatore deve completarle a proprio piacimento. Il doppio finale è forse la cosa più misteriosa dell’intero film – come anche in Stray dogs; ed entrambi, nella loro creazione di un mondo immaginifico in cui la narrazione è priva di senso, hanno in comune l’accoppiata bellezza visiva / disperazione concettuale, contenente e scatenante sensazioni crepuscolari ed estatiche. È divertente come sia in Post Tenebras Lux sia in Stray dogs siano presenti dei cani, randagi o servi, che hanno relazioni con gli umani, nel film di Reygadas rappresentate con violenza, e con umanità e pacatezza in quello di Tsai.
(continua)

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Un altro regista che, come Reygadas, mi suscita un sacco di dubbi mettendomi in condizioni a metà tra l’amore e l’odio, è il molto più celebre Lars Von Trier – che tra l’altro ha fatto molti più film del collega messicano. Apprezzai gli esordi con L’elemento del crimine (1984), Epidemic (1987) ed Europa (1991), trovo inutile l’operazione del «Dogma 95» (e quindi automaticamente non sopporto Idioti, del 1998), adoro alla follia Dancer in the dark (2000) e Dogville (2003), non capisco la necessità di Manderlay (2005), considero Il grande capo (2006) un gioiello, Antichrist (2009) uno dei film più involontariamente esilaranti di tutti i tempi e Melancholia (2011) il capolavoro assoluto dell’autore danese oltre che il suo film meno personale: è automatico, forse, quindi, dire che Lars Von Trier è un regista intenso, umanamente insopportabile, che più cerca di parlare di sé stesso più sbaglia.
The nymphomaniac usa il pretesto del discorso sulla sessualità (andando più sulla pornografia da Bignami e sulla letteratura che non sulla purezza del cinema che Trier saprebbe utilizzare) per parlare dell’Ego spropositato del suo regista, a volte con simpatica autoironia e citazioni letterarie (nel primo volume) e a volte con pretenziosità e ricerca di poetica provocatoria a vuoto (nel secondo volume). Pur con le sue pennellate di genio, Lars Von Trier costituisce con The nymphomaniac un cinema corporeo in cui sia la sofferenza sia l’atto sessuale lasciano profondamente freddi, nei momenti più ripugnanti quanto nelle scene di amplesso più sensuali.
Non si può di certo dire lo stesso di Tsai Ming-Liang, che mostra con romanticissima empatia gli atti sessuali che filma (o la loro implicazione) o comunque la fuoriuscita di fluidi che è spesso stata un leitmotiv del suo cinema (ricordo le bottiglie di urina in Che ora è laggiù?). In Stray dogs un po’ si auto-cita ed un po’ porta questa fisicità del suo cinema a livelli estremi con la crudissima scena del cavolo, un piano sequenza a macchina fissa di quasi 10 minuti che mostra il delirio di un dolore umano a più letture, comprensibili forse solo a chi il film l’ha visto (comunque: dolore personale esistenziale, dolore che involontariamente annienta i sogni dei figli e dolore sessuale come incapacità di assolvere ai propri doveri matrimoniali). Tra l’altro, dopo questa potentissima scena c’è uno stacco immediato su di una pozzanghera che è di una bellezza indescrivibile – ma è un’altra storia.

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In Stray dogs si nota innanzitutto la dimensione ed il ridimensionamento dell’uomo rispetto al mondo del film all’interno del quale vive, quindi rispetto al cinema, quindi rispetto all’universo intero. È una rapportazione curiosa, in quanto il protagonista Hsiao-Kang nel finale sembra quasi menefreghista rispetto all’immagine, quasi come se rappresentasse lui il cinema (o il regista?) mentre a piangere, a commuoversi, a trovarsi quindi nel ruolo dell’essere umano è uno dei personaggi femminili del film. L’universo del cinema è quindi un universo talmente bello da essere commovente?
Qui entra in campo Mundane history (2009) della regista thailandese Anocha Suwichakornpong al suo illuminante esordio. Questo film intimo e ciclico è lontanissimo dal capolavoro per un semplice motivo: i primi, emozionali 50 minuti hanno momenti singoli splendidi ma sono in media nel solco della prepotentissima noia del drammetto di famiglia tipico. E poi c’è la mezz’ora finale: un manifesto filosofico di piccolezza e di bellezza dell’essere umano, rispetto a se stesso, rispetto all’universo, rispetto al cinema. L’immagine si fa vivissima e rasenta l’installazione videoartistica con la sovrapposizione di inquadrature incoerenti tra di loro, agite su sottofondi composti da domande retoriche e musica post-rock. Presto viene dimenticata la narrazione e si passa semplicemente alla comunicazione espressiva tramite immagini meravigliose e semplicissime, in cui l’uomo è un fantastico tassello di un puzzle di cui non vogliamo davvero sapere le dimensioni. Del resto, forse, anche in Stray dogs non vogliamo mai davvero renderci conto delle dimensioni del cinema per appassionarci al dolore dell’uomo che lo vive all’interno dell’inquadratura.

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E poi c’è Century of birthing di quel folle di Lav Diaz (che fa sempre film ottimi ma di durate improponibili) che essendo vicinissimo, anche registicamente e visivamente, alla sfera del Cavallo di Torino, a sua volta è gemello di Stray dogs, non può che essere paragonabile al capolavoro di Tsai.
Century of birthing, oltre ad essere sofisticatamente disperato, sensibile, fisico e tragico sia quando parla di umanità (e di territorio, e di religione) sia quando parla di cinema (con un personaggio-regista a volte irritante ma chiave dell’opera), è un film che dilata il tempo come solo i succitati Tsai e Tarr (oltre Diaz, ovvio) riescono a fare, disgregando gli ambienti, suggestivi e spogli, e l’Ego umano. Il suo discorso sull’uomo e sul suo posto nel mondo è quanto di più politico un artista possa fare.
Si può notare ciò, tra un’inquadratura fissa eccessivamente lunga e l’altra, anche nell’ultimo capolavoro di Tsai: cani randagi come cittadini-uomini o esseri viventi o soprattutto animali sociali, secondo quella visione dell’uomo aristotelica che traspare anche nella concezione catartica dell’arte visibile in Century of birthing ogni volta che l’artista al centro della scena (regista in crisi o fotografo stupratore che sia) viene accostato a figure religiose, con sacerdoti violenti e caotici nei loro sforzi disperanti.
(continua)

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Certo il cinema per essere grande cinema non deve automaticamente parlare di sé stesso. Del resto Le armonie di Werckmeister (2000) di Tarr è uno dei suoi film migliori senza avere una valenza cosmica di autocritica come in altri film dell’autore ungherese, nonostante le derivazioni metafisiche e l’ovvia collocazione all’interno dello stile del regista. Il cinema, banalmente, può anche essere solo Cinema, narrativo ed espressivo, e offrire ugualmente maestosità e bellezza.
Die andere Heimat [L’altra patria]: cronaca di una visione (2013) di Edgar Reitz, quarto capitolo della saga di Heimat, penso sia il miglior film del 2013 (tra quelli visti finora) in quanto ha saputo offrire purezza e semplicità attraverso immagini di una bellezza sconcertante, che rappresentano personaggi scritti alla perfezione, mossi sotto lo sguardo più partecipe e umano possibile a una macchina da presa. Il film di Reitz parla infatti di uomini, di aspirazioni e speranze, di patrie e di visioni, di deliri, di mondi. E’ commovente l’onestà narrativa e formale di un’opera tanto magnifica, capace di inserire, nel mezzo di uno splendido bianco e nero,  brevi sprazzi di colore, segno visibile di un’idea di poetica unica. Come fa, magari senza volerlo, Stray dogs nella prevalenza del bianco e del nero («colori» semplici ed esplicativi) sugli altri pigmenti che scoppiettano invece costantemente nella lenta frenesia di Tsai; e anche il regista taiwanese, come Reitz, utilizza scene quasi d’azione completamente atipiche per il proprio stile (ma allo stesso tempo ad esso profondamente coerenti) per inserire colpi di scena o crescendi narrativo-emotivi .

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E si giunge al metacinema. E qui Holy motors è inevitabile. L’ultimo lavoro di Carax ha un prologo molto simile all’epilogo di Stray dogs, ma laddove Carax «rompe la parete del cinema» per permettere allo spettatore di avere un contatto con esso (Carax sostiene che lo spettatore il cinema lo deve amare e non necessariamente capire – ed è giusto così), un cinema-mondo esterno che è mondo interno (la sala cinematografica…), negando quindi la visione tradizionale del cinema come astrazione rispetto alla realtà (finzione?) da credere vera (la «sospensione dell’incredulità» durante la visione), Tsai mostra il cinema come una parete sorda alle richieste dell’uomo.
La parete cinematografica di Tsai è quella di un cinema-vacuità concreta ed inutile, che però noi tutti fissiamo, rapiti da un’immagine non bella in quanto tale ma bella per come è stata ripresa, con l’intensità dello sguardo (fintamente fisso ed immobile!) dei personaggi fusa e confusa con l’emozione dello sguardo dello spettatore. Si resta coi personaggi di Tsai, si rimane fino in fondo per godere della bellezza di un’ultima inquadratura di sfolgorante potenza e di inequivocabile importanza.
Importanza: nel senso che il cinema al giorno d’oggi deve rivoluzionarsi su sé stesso e porre lo spettatore in difficoltà, facendogli concepire che lo spettacolo cui sta assistendo è qualcosa di diverso da una mera forma di espressione artistica – da una serie di immagini in movimento.

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Siamo arrivati alla fine di questa carrellata; ed è qui che subentra un altro dei grandissimi capolavori dell’anno passato, A spell to ward off the darkness dei documentaristi statunitensi Ben Rivers e Ben Russell, un film a metà tra la finzione ed il documentario che segue la vita di un polistrumentista di colore, Robert Aiki Aubrey Lowe, attraverso tre periodi della sua vita in apparente contraddizione: la sua vita in una comune di quasi venti persone, la sua vita in mezzo alla natura e la sua vita come musicista, per la precisione chitarrista ritmico e cantante secondario di una band black metal.
Le grandi differenze registiche e stilistiche tra i tre spezzoni (il primo prettamente documentaristico, il secondo contemplativo e riflessivo come un film di un Tarr a colori dall’occhio naturalistico, il terzo lontano dall’estetica concertistica ma comunque legato ad un senso del ritmo che funziona alla perfezione, a suon di piani sequenza cupi, soffusi e completi) fanno riflettere: sull’individuo, su di una concezione sciamanica ed esoterica dello sviluppo umano, sulla relazione tra immagine cinematografica e sguardo, lasciando fluttuare lo spettatore nell’aria per tutta la visione e dopo, cambiando la concezione della realtà, come se non ce ne fosse un vero bisogno.
Alla fine, come in L’uomo che non c’era (2001) dei fratelli Coen, l’uomo c’è ma scompare, mentre l’immagine rimane, nel caos che si fa silenzio una volta tornate le luci in sala. Lo spettatore viene insomma costretto ad immedesimarsi in uno sguardo galvanizzante che però gli propone, quasi paradossalmente, qualcosa di universale e al tempo stesso impossibile da condividere: ogni individuo ha difatti una propria storia da raccontare,  persone con cui rapportarsi, una propria identità (artistica, culturale, religiosa) e una propria maniera per vivere con sé stesso e con la natura. Come fa l’universo personale di un individuo a essere, e mi perdonerete il bisticcio, universale? Ancora e meglio: e come fa a non esserlo, trattandosi di una individualità umana?
Sembrerà un discorso non troppo complesso, alla fine: ma tradotto cinematograficamente, con le bellissime immagini create dai due documentaristi, non lo è. Questo è un cinema semplice che come tale rappresenta l’uomo, l’arte, e ovviamente il cinema, il grande Cinema. Proprio come Stray dogs.

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Essere franco

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro domenica prossima. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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In una compagnia di amici sono rappresentati tipi umani svariati, che per una qualche alchimia si amalgamano bene. Nel corso degli anni qualcuno si è aggiunto al gruppo, qualcuno si è allontanato, ma il nucleo centrale resiste solido.
Oggi è il compleanno di Franco. Dopo la torta il festeggiato inizia ad aprire i regali. Ecco un pacchetto che gli porge Flavia, la nuova fidanzata di uno del gruppo. Vi trova dentro una cravatta rosa intenso a pois azzurri e commenta impulsivamente: «Oh Dio, ma per chi mi hai preso? Non so se potrò mai metterla…». Gli amici raccolti attorno a lui si azzittiscono. Flavia fa la faccia scura. Franco si smarrisce e peggiora la situazione dicendo a Flavia: «Scusami, ma almeno sono stato sincero».
Adelio, il fidanzato di Flavia, la prende da parte e le dice: «Tesoro, non ti offendere per la risposta di Franco. Non tutti possono capire il tuo gusto sofisticato».
E in cuor suo pensa: «Speriamo che a me non tocchi mai questa dura prova, perché quella cravatta fa proprio schifo».
Chi ha agito meglio: Franco, Adelio, ambedue, nessuno dei due?

Chios: mitologia e letteratura

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Omero nacque, sembrerebbe, in una delle isole greche vicine alla Turchia. Una ventina di queste dichiara di essere quella giusta e Chios non è da meno, ma in realtà non ci sono prove schiaccianti che diano ragione a una delle venti pretendenti al titolo di isola natale. Peraltro, cosa importa? Già non è cosa da poco trovarsi nelle vicinanze della patria di Omero.
C’è a Chios un poggio affacciato sul mare, con una grossa pietra tonda circondata dalla vegetazione. Viene chiamata «daskalopetra», la pietra del maestro, perché si favoleggia che qui Omero, vecchio e cieco, amasse sedersi ad ammaestrare i bambini con le sue storie. Gli archeologi dicono che la pietra è un altare a Cibele.

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Poco lontano da questa pietra, sempre in mezzo alla natura, circondata dallo stesso silenzio solenne, si trova la tomba del letterato Yannis Psicharis: saggista, poeta e prosatore.

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Psicharis (1854-1929) non era nativo di Chios. Nacque a Odessa da famiglia di cultura greca e da adolescente si trasferì a Parigi, dove trascorse tutta la vita successiva. Divenne linguista e occupò importanti cattedre di lingua e cultura neo-greca. Come studioso, applicò alla lingua greca antica e moderna (il «demotico») le idee dei «neogrammatici», una scuola di pensiero secondo cui ogni lingua si evolve nel tempo seguendo certe regole fisse. Riuscì così a dimostrare scientificamente la continuità culturale che lega il greco dei suoi tempi (e anche dei nostri) a quello antico, contrastando le pretese dei «puristi», che volevano ripristinare il greco arcaico a scapito delle parlate moderne.

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Il saggio Il mio viaggio, pubblicato da Psicharis nel 1888, in cui l’autore esprime le sue teorie linguistiche, creò un doppio scandalo: per il suo contenuto e per il fatto di essere scritto in demotico. Una pubblicazione in demotico non si era mia vista prima.
Psicharis soggiornò a lungo a Chios per studiarne i dialetti, in particolare quello di Pyrgi. Ecco perché chiese di essere sepolto su questa isola e Chios lo onorò con una tomba di classica bellezza affacciata sul mare.

Le altre puntate le trovate così. Un racconto di Psicharis può essere letto qui.
E se con questa puntata abbiamo chiuso con Chios, con la prossima apriamo con un’altra località: diversa spiaggia e diverso mare pure. Vedrete.

Carla Muschio
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Vetrina: più di un maleducato a tavola

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
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Citazione

Una ragazza non dovrebbe mai ritoccarsi il trucco a tavola. (…) Non afferrare il cibo come un animale. Non passare davanti agli altri, fa’ circolare i piatti, reggi il piatto e aiuta gli altri a servirsi. Non prendere porzioni enormi (te ne pentirai se non ti piace); non devi mai essere tu a prendere l’ultimo pezzo di qualsiasi cosa. (…) Una volta era vietatissimo rifiutare un cibo, ma è molto meno offensivo rifiutare che lasciare abbandonato nel piatto ciò che la cuoca ha preparato. (…) Non parlare con la bocca piena e non masticare a bocca aperta. (…) Se qualcuno è beatamente ignaro di avere una decorazione su un dente, faglielo sapere (ma non con un annuncio pubblico).

(tradotto da Fleur Britten, Etiquette for Girls, Debrett’s 2006, p. 51)

Vetrina

Luciano
G. e G. sono spaventosi, meritevoli se non di gogna di vergogna, ma in tutto figli del nostro tempo, emersi dal profondo della società e formati da tv spazzatura e giornali di pettegolezzi, la nuova gente insomma che applaude freneticamente a matrimoni e funerali e cerca dovunque l’evento da immortalare con foto fatte con il cellulare.
Graziella è forse più efferata del compagno; potrebbe al massimo controllare fugacemente sullo specchietto lo stato del suo viso e se necessario ritirarsi a provvedere, ma non certo truccarsi a tavola. Lui che sequestra i crostini dovrebbe essere redarguito da lei scherzosamente accennando alla sua generale insaziabilità con invito a sacrificarsi subito per le gemelle cedendo tutti i suoi crostini. Graziella che fa scorta di pasta come un’orsa prima del letargo dovrebbe in ogni modo cercare di finire le scorte, magari implorando il compagno di aiutarla a rimediare quanto per distrazione ha fatto. Gerolamo che non mangia le spaventose farfalle alla panna e pancetta, confuso mito di lussi anni 1980, sarebbe quasi giustificabile, ma non si fa cosiì. Prenda poca pasta con una scusa qualsiasi e si sacrifichi o si limiti a finire quanto la compagna non sa fare. Le gemelle sono figlie del loro ambiente ma se non amano i piselli non avrebbero dovuto ricevere quella pasta e al più dovranno essere blandamente rimproverate, così come per le polpette che ingurgitano. I bambini possono essere più maleducati dei genitori, ma questi dovrebbero sempre controllarli e correggerli. La foglietta di insalata: può capitare anche a Corte (ammesso che colà si serva l’insalatina), ma qualcuno, nel caso l’amico Gerolamo, dovrebbe sommessamente avvertire Gianni. Le risatine complici dei due ospiti sono inqualificabili. Alle bimbe che assaltano la torta un bel rimprovero e per punizione una fettina esile per ciascuna limitata alle parti da loro toccate.
Ma in definitiva Dio li fa e poi li accompagna e nel caso le due coppie e la prole si equivalgono e non hanno motivo di indignarsi per i reciproci comportamenti!

Francesca Taddei
No, vabbe’, questi due nuclei familiari si sono proprio trovati!! È una gara a chi è più maleducato!
Apre le danze Graziella, che si ritocca il trucco a tavola, invece di andare eventualmente un attimo alla toilette. Il maleducatissimo Gerolamo si riempie il piatto, invece di calcolare mentalmente quanti crostini toccherebbero a testa e attenendosi quindi a tale quantità. A bambine di 7 anni è concesso protestare per essere rimaste a bocca asciutta (ma i più grandicelli devono poi imparare che di fronte a una maleducazione del genere bisogna fingersi indifferenti), e fa bene la mamma a non dare seguito alla protesta.
Gerolamo continua poi a comportarsi male: l’educazione imporrebbe di prendere almeno una piccolissima porzione di pasta, adducendo una scusa più gentile del «non mi piace». Ancora più maleducato è riempirsi il piatto per lasciarne poi metà! Spero che la padrona di casa riuscirà a recuperare l’avanzo per una successiva ricetta, perché lo spreco di cibo è davvero anti-etico.
Non si dovrebbe lasciare nel piatto neanche l’ingrediente sgradito, come fanno le bambine con i piselli, ma sono ancora piccole e dunque i genitori possono soprassedere. Piuttosto, visto che la mamma dovrebbe conoscere i loro gusti, sarebbe meglio dare direttamente alle gemelle la pasta senza i piselli, in modo da evitare la corsa allo scarto.
Va invece bloccato subito il vizio di parlare contemporaneamente e a bocca piena; sono di sicuro comportamenti che hanno tantissimi bambini, ma bisogna proprio insistere e cercare di farli smettere. Quanto al bis, si può tranquillamente accordare solo dopo che tutti hanno avuto la loro parte (anche se la tentazione di lasciare lo spazzolatore di crostini a bocca asciutta sarebbe forte…).
Per la fogliolina attaccata al dente, se non se ne accorge la persona più intima, cioè la moglie, potrebbe essere l’amico Gerolamo a fare un cenno a Gianni, cercando di non sottolineare troppo la cosa.
Infine, ciliegina sulla torta – è proprio il caso di dirlo –, le due bambine mettono le mani su fragole e panna, e questo merita una sonora sgridata. Ma sarebbe stato meglio mettere in atto una manovra preventiva: toccava ai genitori arginare le frugole per evitare che arrivassero a toccare la torta.
Comunque, che pranzo! Non vorrei essere nei panni di nessuno dei convitati.

Elena Trabaudi
Che festival di maleducazione!
La palma va data alla coppia invitata, priva di qualunque norma di saper vivere. Si comincia con Graziella che si rifà il trucco a tavola; si continua con Gerolamo che frega i crostini a tutti, salvo poi non assaggiare nemmeno la pasta, mentre la sua degna compagna si riempie il piatto di farfalle, che poi lascia per metà. Aiuto!!
Ma non è ancora finita. Inconsapevoli della loro burinaggine, deridono Gianni per la fogliolina d’insalata fra i denti, invece di dirgli gentilmente: Ti è rimasto un filo di insalata lì davanti, sul dente…
Le bambine sbagliano praticamente tutto, ma in confronto ai grandi non ci si fa caso.
Piuttosto mi chiedo come sono i genitori, coloro che hanno preparato la serata.  Di Gianni si sa solo che gioca a calcetto con Gerolamo; non viene detto se si lecca le mani o altro. Dina sembra aver preparato tutto con cura. E allora come mai non ha insegnato alle gemelline a comportarsi civilmente a tavola? Io penso che sia perché non usa più. A volte mi chiedo perché si sia arrivati a questo, se per ignoranza – nel senso di non sapere le regole -, per mancanza di tempo, o per comodità, per non doversi impegnare.
Il risultato, ad ogni modo, è quello descritto nella scenetta.

Lodovico Re
Con simili ospiti è il caso forse di prendere delle contromisure. Non è difficile. Eccone alcune che laddove fossero state adottate tempestivamente, avrebbero inibito sul nascere molti dei problemi:
1) servire crostini toscani rancidi
2) tirare sulle bambine i piselli con una cerbottana anziché servirli in tavola
3) chiarire bene agli ospiti che se non si finisce il primo non si ha diritto al secondo
4) anziché servire   torta con panna e fragola, preferire una bella porzione di biscotti secchi. Troppo asciutti? C’è sempre l’acqua dove intingerli: liscia o gassata?

Rosa
Situazione difficile, ma qualcuno se la  cava meglio degli altri. Barbara è anche lei all’invito ma non fa caso a tutto il subbuglio creato dai «maleducati»:  anzi ne approfitta per non dar nell’occhio mentre approccia quel ragazzo così interessante che è la seconda volta che vede e che l’ha guardata molto interessato.

Astutillo Smeriglia / Preti

smeriglia-preti

Un video che riunisce i corti pubblicati solitamente sul sito dell’Uaar (oltre che su quello dell’autore), opera di Astutillo Smeriglia (il suo sito è pieno di cose interessantissime da leggere, prendete e leggetene tutti). Lasciamo la presentazione all’autore:

pres preti

Sceneggiatura, animazioni e montaggio di Astutillo Smeriglia, con Guglielmo Favilla (stagista) e Fabrizio Odetto (parroco). Musiche degli episodi di Snook, musiche della versione completa dei Nanowar of Steel.
Il mio preferito è lo scambio tra i due su animali, sesso prematrimoniale e quel che successe a Sodoma, ma scegliere è arduo.

PRETI

(Via Autolesionistra).