Mango rosa / Mario Cucinella e Gaza

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Esistono eroi di cui i nostri media non parlano.
L’architetto italiano Mario Cucinella ha posato oggi la prima pietra della scuola di Gaza. Nell’abominevole campo di concentramento a cielo aperto dove la guerra toglie anche acqua e luce Cucinella non ha avuto alternativa: creare un luogo completamente autosostenibile. Il primo esempio al mondo.
La scuola è fresca d’estate senza aria condizionata, e con l’acqua piovana e i pannelli solari riscalderà gli studenti durante l’inverno. Insomma, un fiore di Loto che può crescere solo dalla melma di questa guerra ingiusta.

Luigi Sturzo / La polemica sul Senato

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Un sindacalista mi ha scritto sostenendo l’abolizione del Senato, perchè un duplicato con la Camera, buono solo a far perdere tempo nella fabbrica delle leggi. Si può discutere fino al giorno del giudizio se sia o no preferibile il sistema bicamerale; nel fatto, tutte le democrazie moderne, per tradizione e per utilità di risultati, tengono al sistema bicamerale. Io sono dello stesso avviso anche per l’Italia, se non altro per la tesi opposta, essendo assai utile, tanto per il Paese che pel cittadino, il rallentamento del ritmo legislativo, sia per avere leggi meno abborracciate e più aderenti alla realtà molteplice della vita ; sia per diminuire il numero delle leggi, perchè non è la legge che crea la realtà, ma è la realtà che esige la legge.

Luigi Sturzo, La polemica sul Senato, «La Stampa», 20 settembre 1951

(Via Mango rosa. L’immagine, presa sempre da Mango rosa, è un dipinto di Yue Minjun).

Vetrina: i vini

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Citazioni

I giovani che vogliono far carriera sanno che il computer e l’inglese non bastano più. Bisogna conoscere e riconoscere i vini. Bisogna sapere il francese per pronunciare meglio il Sauternes, il Poilly-Fuissé e il Côte de Nuits. Oltre alle palestre proliferano i corsi di sommelier.

(da Lina Sotis, Il colore del tempo, Rizzoli, Milano 2001, pp. 103-104).

Vetrina

Elena Trabaudi
Per prima cosa, forse è presto un invito così ufficiale dopo soli sei mesi di frequentazione; comunque è solo un’opinione personale. Poi devo dire la verità: trovo un po’ cafone da parte del padre di Franco rivolgere una domanda così specifica a Chiara, visto che lei se ne sta zitta.
Fa bene la ragazza a rispondere semplicemente la verità: non me ne intendo.
Quanto all’aiuto che prontamente le darebbe Franco, sono perplessa. Per esperienza, penso che il ragazzo sarà distratto dalla conversazione con qualcun altro e che nemmeno si accorgerà dell’imbarazzo di Chiara. La quale, da parte sua, concluderà che sarebbe stato meglio uscire con la sua amica Manuela, mangiare un panino, bere l’acqua minerale e parlare di tutto tranne che di quello che si sta mangiando e bevendo.

Francesca Taddei
Mi sembra strano che Chiara non conosca neanche un paio di termini spendibili in queste occasioni. In genere, basta buttare lì qualcosa tipo: «mi piacciono i vini dal retrogusto fruttato» oppure «mi piacciono i bianchi fermi» (già il fatto di dire «fermo» e non «senza bollicine» ti fa apparire meno inesperto!).
Al limite si può optare per una battuta: «Ah, io da brava fiorentina sono per il Chianti!» oppure, visto che la domanda è sui vini da dessert, qualcosa tipo «Sono venuta su a cantucci e vin santo» (anche se non è vero).
E comunque, prima di dire che non si sa un bel niente di vini, c’è sempre l’ultima carta: si sorride e si dice con disinvoltura «Ah, figuriamoci, io sono astemia. Quindi dovrò fidarmi del vostro giudizio». Di solito la gente non insiste oltre.
Detto ciò, visto che la frittata di Chiara è ormai fatta, bisognerebbe che Franco la salvasse con una battuta.
– Io conosco solo lo champagne.
– Bene, allora la prima volta che andiamo a Parigi, ne ordiniamo a fiumi!
E, senza lasciare spazio a ulteriori sproloqui sul vino, è auspicabile che dirotti immediatamente il discorso su un altro argomento.

Rosa
Franco fa dapprima la fantasia di dire che in realtà lei è mussulmana e non beve neanche ai brindisi, poi ci ripensa e trova che il padre sia stato un po’ invadente con le sue domande e risponde che a Chiara piace soprattutto il Dom Pérignon Vintage 2002… panico in sala… Franco guarda il padre disorientato da queste parole… e che con gli occhi ora sembra dirgli: «Questa ragazza ti costerà cara!».

Barta / L’alfabeto secondo David Lynch

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Questa settimana proponiamo un cortometraggio d’autore, un delirio alfabetico su una specie di condanna alla ripetizione. Una fantasticheria infernale che ha per oggetto l’essenza stessa della scrittura: le lettere dell’alfabeto, replicate all’infinito.
Nel 1968 David Lynch non è ancora un maestro riconosciuto del cinema mondiale. Nel ’68 questo giovane studente di Belle Arti, proveniente dalla provincia montanara degli U.S.A., è solo un tipo un po’ strambo che ha una moglie a carico e molte idee sull’arte. Riceve in dono, dal sogno della nipotina, un incubo di prima qualità e lo trasporta in immagini. È The alphabet.
La tecnica è ancora mista: riprese filmate e animazione in stop motion, ma c’è tutto il Lynch degli anni a venire: la logica onirica, la coercizione nel ripetere azioni apparentemente assurde, il senso di cruento mistero, l’oscura oppressione di un melodramma ancestrale, la passione, l’eleganza. E ancora: molti omaggi a un surrealismo dark, al nume tutelare Francis Bacon (dall’uso degli spazi a quello dei colori tenui e lividi), al clima underground di quegli anni: dopo questo cortometraggio, infatti, Lynch ottenne finanziamenti per girare il successivo corto (The grandmother) e da lì la strada verso il vero e proprio debutto cinematografico, con l’avventura produttiva di Eraserhead (1977), è breve. Il grande Lynch aveva ancora da venire, ma già in The alphabet si affaccia il talento visivo che tornerà negli anni a seguire (una minirecensione al film la trovate qui).

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni
(dove scrive la rubrica Coselli, sorgente di questo pezzo)

THE ALPHABET (1968)

Le ciliegie parlano / Gesualdo Bufalino, Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

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Argo il cieco ovvero I sogni della memoria è, come suggerito dallo stesso Gesualdo Bufalino, un diario-romanzo scritto da un professore di lettere sessantenne, ormai in pensione, con lo scopo di rievocare la sua dantesca e lontana «vita nova» della giovinezza, e in particolare l’amore, non corrisposto ma ostinato, per la bella e lunatica Maria Venera, una figura sfacciata e pudica allo stesso tempo, ingarbugliata, a sua volta, in confuse manovre amorose.
Il risultato è una stupenda immersione nella Sicilia dei primi anni ‘50, a Modica, città che lentamente accoglierà le piccole gioie e i grandi dispiaceri del nostro insegnante, il quale, alla luce dell’ennesimo rifiuto, definirà ironicamente se stesso «un pazzariello, un pupo d’amore» che preferisce riempirsi il cuore di sentimenti piuttosto che rinunciarvi, perché in qualche modo lo rendono libero, sfacciato, incline all’illusione della felicità.
Un personaggio, il suo, che affida ad una falsa timidezza e ad un pizzico di inettitudine, oltre che ad una mente brillante intrisa di cultura classica, un fascino senza limiti, incorniciato dalla prosa particolarissima di Bufalino, ricca e variegata, imbevuta di perizia, ordinata, la stessa che mi conquistò quando lessi Diceria dell’untore.
Quattro ciliegie cilieginacilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Metacinema (auto)citazionista: Sion Sono contro tutti

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Mi piacerebbe, e non mi piacerebbe, dire che Sion Sono è il più grande regista orientale vivente, ma per fortuna Hayao Miyazaki, Tsai Ming-Liang e Wang Bing sono ancora in vita, anche se i primi due hanno detto stop! alla regia di lungometraggi, con i loro rispettivi «addii veneziani»: Kaze Tachinu per il giapponese, Stray Dogs per il taiwanese. Diciamo, allora, che Sion Sono e Wang Bing sono i migliori registi orientali viventi E ancora all’opera?
Ma mi sto dilungando in questioni futili, andiamo al nocciolo.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

Sion Sono

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Sion Sono è un genio. Classe 1961, ha esordito nel 1985 con il folle, anarchico, assordante cortometraggio I am Sion Sono!!, di cui consiglio la visione solo a chi vuole amare questo regista nella sua completezza. Nel 1990 stupì con l’intimismo di Bycicle Sighs, nel 1992 dimostrò una grande abilità con i colori snaturati di The Room, per poi svanire nel nulla fino all’uscita, nel 1997, di Keiko desu kedo, film della durata di un’ora, basato sullo scorrere del tempo, sperimentale e suggestivo. Nel 2002 è esploso con Suicide Club, film drammatico dalla concezione horror e caotica, più bello in teoria che in pratica, ma profondamente pessimista e radicalmente grottesco nella sua idealizzazione, un instant-cult dell’horror giapponese da cui sono stati tratti un romanzo dello stesso regista (Suicide Circle: the complete edition, 2002) ed un manga.
Nello stesso anno del sottovalutato Into a Dream (2005), Sion Sono dirige e distribuisce anche Noriko’s Dinner Table, prolisso e ancor più teorico di Suicide Club (i due film sono ambientati nello stesso universo e girano attorno agli stessi eventi: fanno parte di un’ideale trilogia di cui non si è ancora visto l’ultimo capitolo), l’horror Strange Circus,non molto riuscito, ma spesso esaltato, che ricalca un po’ Audition di Miike ed un po’, con pretenziosità, il Lynch di Fuoco cammina con me!, e pure il dramma criminale Hazard.
Exte: Hair Extension, che pur non essendo vergognoso è tra i film meno interessanti del regista, ha il grande difetto di essere uscito nel 2007, l’anno prima dell’anno di uscita del massimo capolavoro del regista, uno dei massimi capolavori della storia del Cinema giapponese e anche del Cinema tutto: l’esplosivo e geniale Love Exposure, primo capitolo di un’ideale trilogia incentrata sull’odio, il cui seguito è composto dagli altri, ennesimi, epocali Cold Fish (2010) e Guilty of Romance (2011).
Dopo il toccante Himizu, film basato su un manga che ha gareggiato a Venezia nel 2011 facendo vincere al protagonista Shota Sometani un premio per il miglior attore, il regista ha sfornato il dramma convenzionale (ma non troppo, ed è qui che sta il genio) The Land of Hope (2012) e, giusto l’anno scorso, Why don’t you play in hell?, che gareggiò a Venezia nella categoria Orizzonti.
Solo da poco ho avuto la possibilità di vederlo. È qualcosa di clamoroso ed esplosivo.
(continua)

Suicidio ideologico

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Sul set di Love Exposure, Sion Sono si dichiarò deluso dal risultato ottenuto. «Probabilmente è il mio film peggiore, ho fatto molto di meglio in passato», diceva, credo riferendosi ai suoi film pre-Love Exposure più acclamati dalla critica, ovvero Suicide Club e Noriko’s Dinner Table. Per me, con Why don’t you play in hell? Sion Sono ha UCCISO il se stesso di quell’affermazione: le citazioni esplicite al mondo di Love Exposure, al suo umorismo ossessivo ed al suo avantpop sferragliante sono troppe per non poter paragonare i due film e il processo ideologico ed artistico del regista. 5 anni, tra un film e l’altro, ed in mezzo ad essi molti film principalmente drammatici: Love Exposure invece è una commedia demenziale dai toni esistenziali e Why don’t you play in hell? un divertissement dell’assurdo che si prende gioco del Cinema tutto, a partire dalla citazione a Bruce Lee e a Kill Bill, entrambe riprese parodistiche che, venendo mischiate, fanno rotolare nella tomba l’attore cinese e fanno venire i brividi a Tarantino (che non è nessuno in confronto a Sion Sono). Ma lo fa con passione, con epicità, con metacinema (e meta-arte, e meta-fisica, e meta-tutto) e soprattutto con un umorismo scoppiettante e delirante che compone quella che è per me senza dubbio tra le più grandi commedie di tutti i tempi, a dir poco. È quasi un eufemismo, a dire il vero.
Il film ha essenzialmente due difetti, entrambi di poco conto considerando la genialità del totale: il primo è che parte in maniera troppo immediata. Love Exposure, con la sua durata titanica (4 ore, e il director’s cut, il «taglio del regista», che devo assolutamente vedere prima di morire, è di 6 ore), prima di esplodere nella follia creava un’atmosfera a metà tra l’etereo e il folle, con l’ossessivo Bolero di Ravel a dare un sapore quasi onirico a scene di vita quotidiana presto trasformate in delirio mistico. Più il film diventava folle e a volte anche stereotipato, più ci si abituava al mondo in cui si era ambientato.
Why don’t you play in hell? invece preme subito sull’accelleratore: i primi venti minuti, caotici e montati con velocità, sarebbero stati troppo enfatici anche se ficcati dopo due ore di Love Exposure. Non è una cosa così grave, ma se il film si fosse rivelato poco più di quello che i primi venti minuti sembravano mostrare ciò avrebbe molto influito sulla mia concezione dell’opera e di Sion Sono in generale.
Il secondo difetto è anche meno grave del primo e già parzialmente presente anche in Love Exposure, ed è l’inevitabile influenza della scarsezza di fondi a disposizione per le scene d’azione splatter. Il sangue in CGI fa schiantare dalle risate, e fa schiantare dalle risate anche in eccesso, ma fa anche il suo effetto negativo.
(continua)

Atto d’amore

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Sion Sono ama il Cinema. Sion Sono ama il proprio Cinema. Sion Sono ama fare film e ama saperli fare. Ciò si vede nelle sue innumerabili citazioni, ma anche nella sua regia sempre emozionata, nell’uso della musica (direttissime citazioni a Love Exposure: copiati pari pari sia un brano pop giapponese che un grande classico della «musica per film», un brano spesso abusato ma sempre così bello da essere suggestivo, ovvero il secondo movimento della settima sinfonia di Ludwig Van Beethoven), nelle sceneggiature, nei personaggi e nella direzione degli attori che le interpretano.
«Ozu è troppo simile ad una sorta di “Dio” nella storia del Cinema del mio paese, e la storia non può essere rinnovata se non diventiamo anti-Ozu. Non ho niente di personale contro di lui, ma devo dichiarare di essere anti-Ozu per poter andare avanti», dice il regista, con un’asserzione geniale che non punta assolutamente alla mancanza di rispetto nei confronti di Yasujiro Ozu, tra i più grandi registi di tutti i tempi, bensì punta all’ambizione di cambiare qualcosa nel Cinema giapponese, un obiettivo di indubbio fascino che lui e Takashi Miike stanno cercando disperatamente di raggiungere, con molti successi e qualche insuccesso.
Parlando di Why don’t you play in hell?, non c’è niente di più opposto all’estetica struggente ed intima di Ozu, ma qualitativamente il salto non è assolutamente grande. Come un visionario allucinato, Sion Sono guida il proprio spettatore in un’orgia sensoriale e sanguinolenta che fa dell’umorismo la sua carta vincente e dell’epicità (un’epicità vera ma anche autoironica) il suo biglietto da visita. Con un’anarchia a suo modo pessimista ed un’ossessività sonora apocalittica (il motivetto della pubblicità del dentifricio che si ripete una trentina di volte per le due ore del film), l’ennesimo capolavoro del regista sfonda porte considerate invarcabili e ne apre altre, con macchine da presa che diventano vere e proprie armi da guerra.
È un film selvaggio che si basa anche su uno scontro tra maniere di vedere i film, come rivela una delle scene più belle ed importanti dell’intera storia del Cinema moderno, quando, poco dopo la metà del film, nella mente del personaggio interpretato dal grande Jun Kunimura (sempre più autoironico nell’interpretare capi yakuza tutti uguali) appare una visione filmica del combattimento che si svolge nell’ultima mezz’ora, in cui il rivale di Kunimura guarda i propri scagnozzi morire davanti alla macchina da presa in maniera troppo poco teatrale e realizza che per essere veri grandi attori, per fare vero grande Cinema bisogna spegnere il realismo ed essere fantasisti.
Il film è intrattenente e profondo sia se lo si vuole vedere sotto l’ottica di un festino folle diretto da Yoshihiro Nishimura su di una sceneggiatura di Mel Brooks tratta da un soggetto di John Woo, sia se lo si vuole vedere come un nuovo risultato raggiunto ai limiti del paradossale nella ricerca di cosa può riuscire a dire il Cinema moderno al giorno d’oggi.
(continua)

Cos’è il Cinema moderno?

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Spesso nei miei pezzi mi piace usare le parole «Cinema moderno»: ecco, Sion Sono rappresenta un po’ quello che DEVE essere il Cinema moderno, e il Cinema moderno deve rappresentare quello che lui rappresenta – un uscire fuori dagli schemi, uno «sfondare porte» che è anche un chiudere discorsi e aprirne altri.
Poi, con la folle anarchia umoristica che caratteristica il suo percorso autoriale, come non lo si può amare? Come non si può adorare un regista che costringe i propri personaggi a vomitare (anche letteralmente) parole di romanticismo come se fossero manie sessuali e viceversa, un regista che crea un instant-cult a basso costo con situazioni comiche classiche rese originali da un’impostazione infernale che lo rende un film unico (in tutto), dirigendo a ruota libera un mondo filmico iperbolico, allegorico, che vive di stragi fisiche per mettere in pratica stragi interiori (con sangue innocente che scorre a fiumi come metafora delle lotte tra figli e genitori, ancor più che qui in Cold Fish, Himizu e pure un po’ Noriko’s dinner table)?
Regnano ferocia, autoironia, pietas, ridicola (patetica!) parodia nipponica di tutto, realtà, finzione, film nel film nel film, addirittura festival del Cinema nel film nel film, katane e pistole. E a fine proiezione, a Venezia, pare sia già di culto il momenti in cui, mentre gli spettatori erano in visibilio, gasati peggio di tifosi allo stadio, Sion Sono si è alzato dalla prima fila urlando a ripetizione «FUCK BOMBERS» (riferimento al film), per poi incontrare e stringere la mano ai fan più appassionati ed emozionato un quarto d’ora dopo.
Dice bene, in maniera molto essenziale, Gabriele Niola nella sua recensione del film su badtaste.it: «Le parole fanno ridere, le immagini terrorizzano: Sion Sono».

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Le ciliegie parlano / Mercé Rodoreda, La piazza del diamante

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Difficilmente, dai tempi di Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera, mi era capitato tra le mani un autore (in questo caso autrice) che usasse talentuosamente la parola per raccontare con sapienza le luci, i colori e il vitalismo della letteratura ispanico-sudamericana. Ci erano riusciti Sandra Cisneros col suo Caramelo ed Heloneida Studart col suo irripetibile La libertà è un passero blu. Ebbene, La piazza del diamante, consiglio prezioso come il titolo che porta, è senz’altro un libro degno di avvicinarsi a questa piccola casta: non a caso, a tesserne le lodi, è proprio in copertina Márquez stesso, descrivendolo come «il romanzo più bello che sia stato mai pubblicato in Spagna dopo la guerra civile».
Ambientato a Barcellona, La piazza del diamante (pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera)fa della sua eroina Natàlia una portavoce di autentica bellezza: se non sarà la storia a rendersi indimenticabile per il lettore (il suo ingresso nella vita adulta, dal fidanzamento con Quimet – bello, pazzo e scapestrato – alla guerra, alla sopravvivenza da donna matura con due figli da mantenere) ci penserà senz’altro il suo modo di raccontarla.
Aprendo squarci di rara bellezza, Mercé Rodoreda costruisce situazioni palpabili, così vivide da risultare accecanti, al servizio di un romanzo complesso e lirico, comprensibilmente definito da Marco Lodoli un vero e proprio «capolavoro». Leggetelo.
Cinque ciliegie cilieginacilieginacilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
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