Fili rossi #2

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L’immagine cinematografica, l’estetica, l’epica della video-arte: tutti questi concetti artistici sono spesso stati tradotti in una ricerca estetizzante del «bello» nel «brutto». Questo nell’arte da sempre, perfino dalla statuaria greca, ma col Cinema e con l’evoluzione dei mezzi artistici, tutto cambia e migliora — o almeno diventa più evidente. Un esempio lampante? Apocalisse nel deserto (1992) di Werner Herzog comincia con una citazione, attribuita a Blaise Pascal ma in realtà appartenente allo stesso regista, che dice: «Il crollo delle galassie avverrà con la stessa, grandiosa bellezza della creazione.» Il titolo originale, Lektionen in Finsternis (si traduce Lezioni di oscurità), è molto più evocativo, perché dà l’idea di quello che il film è: una collezione di lezioni sull’oscurità dell’animo che diventa oscurità estetica che diventa pura, purissima bellezza artistica. Il film è una collezione di riprese dall’elicottero (le migliori di sempre) di inquietante bellezza, che ritraggono quei pozzi di petrolio in fiamme risultato di una guerra in Kuwait di cui s’è parlato troppo poco. È, questo, insieme a Cave of forgotten dreams (2010, su alcuni graffiti preistorici trovati in una grotta in Francia) dello stesso regista, il migliore ed il più profondo documentario di tutti i tempi: la gelida presenza della morte resa una gioia per gli occhi grazie a trucchi visivi (e atmosferici: fantastica colonna sonora che riprende i migliori brani di musica classica) è un trucco tanto vecchio quanto reso assurdamente riuscito dalla mente geniale dell’autore teutonico, in questo duetto di capolavori, nei quali ovviamente il primo è più mortifero del secondo.
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Sotto l’ala di Herzog, negli anni ’90, è giunto un giovanotto della bad generation cresciuta con le leggi del Dogma 95, Harmony Korine, ormai 40enne e spesso considerato uno dei migliori registi della sua età: indubbiamente il suo Cinema grottesco-sociale è importante per ritrarre un’America in disfacimento. Nel suo ultimo film, Spring Breakers (2012), che io decisamente non ho amato (ma di cui fa bene parlare), Korine ha usato un trucco simile a quello di Apocalisse nel deserto, in maniera più sottocutanea e meno brutale, e forse anche per questo più discutibile. L’autore, infatti, ha reso melodrammatica, crudele e visivamente affascinante (secondo certi canoni più che altri: le immagini sono disturbanti, insopportabili ma soprattutto profondamente pacchiane, è più che altro l’uso della regia e della fotografia – soprattutto nella primissima parte del film – che detta legami visuali psichedelici di questo fascino) una storia burina, trasgressiva, ignorante, vacua. L’obiettivo è mostrare una patetica pietà verso una generazione disillusa dalla cultura pop e tramutata in violenta dall’ignoranza: l’estetica lo mostra in parte, il film non così tanto.

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Riallaccio tutto ciò a Enter the Void, capolavoro del 2010 di Gaspar Noè, che ha simili soluzioni estetiche (stesso direttore della fotografia: il geniale Benoît Debie) e contestualizzazione di base, con in più quella marcia concettuale che a Spring Breakers manca: il film di Korine, infatti, permea con lo stesso concetto di quotidiana apocalisse il film intero dopo averlo sintetizzato alla perfezione nei primi tre minuti, che sono visivamente i più videoclippari e tamarri di tutto la pellicola, facendo mancare al processo del film una sorta di evoluzione, e rendendolo così pesante e noioso. Ma so che sono in minoranza: chi considera Spring Breakers un capolavoro sovrasta chi, come me, ne ha trovato ridicola la stupidità e l’idea di provocazione, nella sua coraggiosa ma pacchiana raffinatezza.
(continua)

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Enter the Void è semplicemente il più originale e profondo film sulle droghe che sia mai stato fatto. I cessi sporchi di Trainspotting, le soggettive alienanti di Requiem for a dream, la sporca crudezza di Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino non hanno niente a che fare, né qualitativamente né esteticamente, con quel viaggio sensoriale che è il film di Gaspar Noè, che dopo aver deliziato il pubblico internazionale con il pretenziosissimo Irreversible (deliziato il = distrutto i testicoli al) si è dedicato ad un processo ancora più ambizioso, ma troppo lisergico, spirituale, totalizzante ed emozionante per essere considerato debole come il suo predecessore. Le ossessioni disturbanti del regista, non necessariamente nel bene, ci sono tutte, dall’omosessualità alle luci al neon fino ai salti temporali senza criterio, ma gli usi delle luci, della musica e delle atmosfere creano dei collage di inquietante bellezza che fanno rivalutare il profondo e disturbante schifo del viaggio allucinogeno del protagonista Oscar, donando ad esso un fascino mortale. Si può riflettere, poi, su come Enter the Void sia un doppione psichedelico e lisergico del suo gemello-specchio The tree of life (2011) di Terrence Malick: i due film vivono della stessa aura, ma uno parla del brutto quanto l’altro parla del bello. La morte nel film di Noè, la vita in quello di Malick; la droga e Dio; la globalizzazione ossessiva e fracassona del Giappone odierno e la purezza luccicante della natura. Non si può che riallacciarsi alla citazione di Herzog: la bellezza dell’apocalisse (Enter the Void) brilla di una luce propria non meno bella di quella della creazione (The tree of life), creando un puzzle visuale ed estetico di inquietante bellezza, in cui Enter the Void sembra quasi concludere in maniera cupa un cerchio iniziato in maniera vagamente positivista dall’estetica di Malick, nonostante il finale cupo e decedente del suo massimo capolavoro. Ma tutti, all’uscita di The tree of life, hanno voluto fare quello che io definirei un paragone fuori luogo, ma nonostante ciò abbastanza affascinante, con 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, sicuramente tra i più alti risultati mai raggiunti nella storia del Cinema. Qual è la principale connessione tra i due?

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Il capolavoro assoluto kubrickiano è un film che, be’, nessuno di noi può dire di capire completamente, a dire il vero. Forse nemmeno parzialmente. L’esperienza sensoriale assoluta fornita da 2001: Odissea nello spazio ha sì qualcosa di spirituale, trascendentale, totalizzante, ma ha anche qualcosa di apocalittico, con la destrutturazione della morte dell’uomo più visionaria possibile. Una morte che è anche una rinascita, seguendo l’Eterno Ritorno di Nietzsche, tant’è che le sculture e i quadri presenti nella stanza in cui si svolge il mistico e cupo finale sono opere d’arte rinascimentali. L’intero processo è visivamente e concettualmente ricollegabile sia a Enter the Void sia a The tree of life: distruzione mortifera, cupezza ancestrale, ritmo lento (per dare l’idea dello scorrere degli eventi della vita), purezza cromatica (il bianco di 2001, il rosso di Enter the Void, l’azzurro di The tree of life), spiritualismo non buonista, anche con i doverosi riferimenti culturali o religiosi, tra il libro tibetano dei morti di Noè, il cattolicesimo (e allo stesso tempo il creazionismo!) di Malicke ovviamente Nietzsche e la Teologia in senso generale (con un Dio letteralmente monolitico diventato simbolo cinematografico ed artistico assoluto) in Kubrick. Ed un altro film che posso collegare a 2001 è Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij: se infatti di solito è il precedente Solaris ad essere considerato la risposta sovietica alla rivoluzione sessantottina del Cinema di fantascienza portata da Kubrick (ma probabilmente tale considerazione è dovuta solo alla data d’uscita), Stalker racconta di un viaggio geografico che diventa viaggio interiore, con una Zona simile all’aldilà, creando un’esperienza visiva sull’umanità e sull’esistenza in cui convivono infanzia, vita, morte, religione, scienza e cultura. È un film vivissimo sulla mancanza di vita.
(continua)

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Stalker è un film di emozioni inconsce, in cui un protagonista quasi deforme e pieno di dubbi si muove in un labirinto cerebrale, anarchico ed etereo. Qual è la principale differenza con 2001: Odissea nello spazio? Forse è la presenza, in Stalker, della trama e del dialogo (che rimane pur sempre una sorta di combattimento filosofico teorico tra tre punti di vista), o forse è il fatto che 2001: Odissea nello spazio è un’esperienza totalizzante che tocca tutto ciò che esiste, mentre Stalker rimane sui più raggiungibili reami tematici riguardanti la natura intellettuale o religiosa dell’uomo e la sua esistenza terrena. Per il resto, è affascinante come due film formalmente così diversi e cromaticamente quasi antitetici (2001: Odissea nello spazio allucinante e cupo in maniera alternata, Stalker per metà con filtri seppia e per l’altra metà estetizzante e luccicante) possano avere così tante somiglianze: l’acqua in Tarkovskij come lo spazio in Kubrick, i volti, il progresso apocalittico, il finale mistico ed enigmatico che ha come perno l’infanzia. Tarkovskij ha qualcosa che ha influenzato Andrzej Zulawski, regista polacco di Possession che due anni prima di Stalker girò il capolavoro On the silver globe (uscito pubblicamente nel mondo nel 1988 per problemi di censura).

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Lo Stalker protagonista dell’opera di Tarkovskij condivide involontariamente la natura cristologica che caratterizza il caotico mondo del film di Zulawski. Nell’inesauribile delirio schizofrenico del film polacco, infatti, è presente una pulsante rabbia insofferente verso un clima politico angosciante, resa con un’assordante sovrapposizione di rumori oscuri, dialoghi impenetrabili, monologhi ermetici, criticismi fini a sé stessi: è un film fatto di lava che si muove sui binari del Caos primordiale, con una macchina da presa che non smette mai di andare da tutte le parti, contorcendosi su sé stesso con riferimenti fuori tempo ad una cultura pop di altre epoche. Futurismo, post-modernismo e disturbante delirio si incontrano in quello che è uno dei film meglio fotografati della storia del Cinema, una pellicola di critica sociale di orgiastica e raccapricciante violenza, in cui un viaggio interplanetario diventa metafora della malefica religione (oppio dei popoli marxiano) con Messia crocifissi su spiagge tragicamente dantesche — sembra quasi che sia implicato un indicibile e paradossale paragone con le atmosfere infuocate della dubstep infernale di Spring Breakers — e volgarità impalata.
Zulawski scrive un’epopea del rumore e del colore (con un blu marino caldissimo che prevale su tutto). Il ripugnante (sociale e irrealistico) diventa bellissimo: Apocalisse nel deserto ante litteram? Del resto in Herzog non tutto il documentario era basato sul vero, le catene di montagne dell’inizio erano collinette di polvere ritratte poco dopo il passaggio di un camion in mezzo al deserto, e pure On the silver globe a volte sembra prendere le sembianze di un documentario, quando la voce narrante esplica gli eventi con fare catastroficamente realistico o ricollega la trama del film alla descrizione dei problemi che ha avuto nell’uscire. Voce narrante di Zulawski stesso che alla fine si confessa: «Nel frattempo, il piccolo dramma di questo film e il grande e, speriamo, onorabile dramma della nostra vita continueranno ad intrecciarsi in un mosaico comune di voli di successo e di atterraggi di emergenza. Il mio nome è Andrzej Zulawski e sono il regista del film On the silver globe.» E adesso oso con catastrofico coraggio un paragone apocalittico: il rivoluzionario e caotico proto-postmodernismo di Andrzej Zulawski potrebbe avere qualcosa da condividere con l’apocalisse sperimentale che Hideaki Anno crea, con Kazuya Tsurumaki, in The end of Evangelion (1997), film conclusivo per la sua serie tv anime Neon Genesis Evangelion, partendo dal presupposto che, eccettuati i personaggi e in parte la narrazione, la serie ed il film sono prodotti da vedere e discutere in maniera separata, sia a causa della differente qualità sia perché Neon Genesis Evangelion, con le dovute riserve qualitative e tematiche, è una serie tv intrattenente ed intimista, mentre The end of Evangelion è un apologo apocalittico, viaggio sensoriale caotico ed esoterico, di livello cinematografico e di profondità allucinata. 

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Il film di Anno e Tsurumaki condivide con Apocalisse nel deserto, innanzitutto, qualcosa che è nel titolo italiano del capolavoro di Herzog, ovvero l’Apocalisse. Non c’è niente, forse, di più apocalittico della fine del mondo di Evangelion. Oso dire che praticamente mai nella storia dell’animazione ma forse addirittura del Cinema stesso si è vista una fine del mondo tanto esplicita, brutale, estetizzante, sperimentale (ci sono addirittura ammiccamenti allucinanti alla videoarte scaturita dalle rivoluzioni warholiane, da Stan Brakhage a Paul Sharits), inquietante e allo stesso tempo pacifica, pura, auto-conclusa. Saranno le note di Komm, Süsser Tod o il corpo etereo di Ayanami Rei che ricopre la terra con la sua pelle bianca (che si contrasta con il rosso sanguigno dell’Apocalisse), ma in generale è profondamente suggestiva questa macrosequenza multiforme, multitematica – e perciò controversissima, sia tra la critica che tra i fan della serie.
In Spring Breakers vi sono un differente uso del chiacchiericcio adolescenziale e un’analoga, ancestrale mancanza di senso del dialogo, la masturbazione mentale come discesa nelle tenebre dell’assurdo: ovviamente in ciò Evangelion supera Korine, probabilmente perché Anno (paradossalmente) conosce la mente dei giovani, le loro ossessioni ed i simbolismi che possono rappresentare le loro manie e malattie meglio di come Korine possa impregnare di malessere un’inquadratura con un primo piano di un fondoschiena fosforescente. Con Enter the Void è invece quasi ovvio un paragone cromatico: il rosso è il colore centrale in entrambi i film (in The end of Evangelion è onnipresente però quasi solo nella seconda parte, quella che ritrae appunto l’Apocalisse), ed in entrambi dà l’idea sanguigna della violenza più di ogni scena di violenza dei film stessi. Il film è quindi una fine del mondo colorata di rosso che viaggia nelle masturbazioni mentali adolescenziali di un’epopea dai simboli religiosi, pregna di assordante caos (On the silver globe), purezza distruttiva (The tree of life), viaggio fisico che diventa viaggio mentale (Stalker e 2001) e simbolismi tragici, per metà fisici e per metà psicologici, come la fuoriuscita di liquidi corporei o un attaccamento cronenberghiano ma forse anche kubrickiano (riecheggiando ancora 2001) della carne e della mente alla macchina e alla sua pericolosissima apocalisse interiore. Non è che ciò -un viaggio estetico ed emotivo, evocativo ed originale, caotico e puro- dovrebbe essere, forse, almeno parzialmente, il Cinema più puro e totale?

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Barta / Libri fino alla fine del mondo

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Tempo di leggere (1959) è uno dei più celebri episodi della serie tv Ai confini della realtà, e non sarà certo una sorpresa per gli appassionati della serie; tuttavia in molti non lo conoscono, ed è a loro (e a chi lo volesse rivedere, ovvio), che qui ci si rivolge.
La storia? Un impiegatuccio miope, vessato, remissivo ha una sola passione -leggere- e un solo luogo dove poterlo fare in santa pace: nel caveau della banca dove lavora. Una catastrofe nucleare devasterà il mondo e lui rimarrà «l’ultimo uomo sulla Terra». Perché non uccidersi? Semplice: perché tutto è ridotto a macerie tranne la biblioteca. Ora ha tutto il tempo per leggere e tutti i libri a disposizione… Davvero?
All’epoca in cui il racconto è stato trasmesso, andavano in voga i racconti con finale a sorpresa (anche nei fumetti: e chi ha fatto conoscenza con i fumetti della Marvel nella prima edizione italiana, targata Corno, ha ben presenti le storielle di cinque pagine imbastite da Stan Lee, Steve Ditko e soci, pubblicate in appendice all’Uomo ragno e simili), e la linearità della storia, di uno sviluppo problema-soluzione, era semplicemente bandita: lo spettatore doveva rimanere spiazzato, per godersi meglio il conforto della sua casetta – o almeno così si pontificava, e comunque così capitava.
Due curiosità.
Una: a proposito dell’Ultimo uomo sulla terra. Se non l’avete visto recuperate questo grande film, girato in un Eur spettrale, che simula alla perfezione un mondo distrutto da una pestilenza di vampiri. Il protagonista è Vincent Price e il film è tratto da Io sono leggenda di Richard Matheson (sceneggiatore di Ai confini della realtà e autore del racconto dal quale è tratto anche l’esordio di Spielberg, Duel), in seguito ispirazione per La notte dei morti viventi. Preferitelo, sempre, a Io sono leggenda con Will Smith.
Due: il protagonista di Tempo di leggere è l’allenatore di Rocky.
Un’ipotesi: l’episodio rimanda involontariamente (credo) alla biografia di Jorge Luis Borges, il quale per tutta la vita desiderò dirigere la biblioteca di Buenos Aires e alla fine vi riuscì (ma con finale a sorpresa).

Filippo Polenchi
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TEMPO DI LEGGERE

La minigonna

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Lettore, leggi la scenetta e risolvi la situazione, o modificala, con le maniere migliori che riesci a pensare. Anche se non mi hai mai scritto, comincia ora. Inviami il tuo testo entro venerdì prossimo. Saranno gradite anche citazioni stimolanti sull’argomento. Le risposte migliori verranno pubblicate nella vetrina entro il lunedì successivo. Alla fine dell’anno 2014 si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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Laura è bella. E non solo perché ha vent’anni. Alta, ha belle gambe e un sorriso che mette allegria a chi la guarda. Ha il fisico adatto per portare la minigonna e infatti ne ha in guardaroba due o tre, che indossa con noncuranza, facendo poca attenzione alle reazioni di chi la guarda. Più che a sedurre, lei bada a piacersi.
Stamattina, quando ha visto che pioveva, ha pensato di mettersi la minigonna rossa, per contrastare la malinconia del tempo.
Oggi ha un esame all’università. È ben preparata ma tesa, come sempre prima di una prova. Si siede in prima fila aspettando che la chiamino. Accavalla le gambe e gioca con l’anellino che porta al dito. Chissà se sarà la vecchia professoressa a interrogarla oppure quel grazioso assistente che oggi porta una giacca di tweed. All’improvviso le viene un dubbio. Non avrà sbagliato abbigliamento nel presentarsi all’esame?

Barta / La piccola bottega dei prodigi

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Cominciamo, da oggi, a pubblicare gli articoli scritti per la rubrica Coselliquisquiglii intorno al libro e apparsi una prima volta sul sito di Barta edizioni, una meravigliosa e ancora piccola casa editrice. E non si pensi sia un giudizio affrettato: tra i fondatori, uno dei gestori di questo sito. Ehm.

Dai diamanti non nasce niente, ma dai libri nascono piante, ovvero: la piccola bottega dei prodigi. Corman sarebbe fiero di vedere come una delle sue più celebri visioni abbia fertilizzato, letteralmente, l’immaginario degli artisti. È un’idea di Koshi Kawachi, un artista di Tokyo che ha dato vita a un’installazione dal nome Manga Farming (farm è la fattoria, in inglese; manga il fumetto, in giapponese: e il nome è quindi un ibrido linguistico), presentata nel 2010 al Matsuzakaya department store di Nagoya. Qui altre notizie.

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Koshi ha preso dei vecchi giornaletti manga e all’interno delle pagine vi ha piantato germogli di ravanello e altri semi. Come un perfetto giardiniere ha innaffiato i germogli, li ha illuminati e in poco tempo sono nate delle piantine. Ibridi vegetali e cartacei, una nuova forma di vita e, soprattutto, una nuova forma di educazione al riciclo.

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Trovo superba questa specie di miniatura fra parola e cosa. Anzi, la trovo un’iniziativa che ha qualcosa di edenico, di ricostruttivo; Koshi, attraverso la leggerezza del fumetto popolare, tenta di ricucire quella ferita che da millenni affligge l’umanità: la frattura fra segno e significato. Invece con questi Manga Farming, in qualche modo, si arriva a una ricomposizione, perché la cultura (il segno del manga) è terreno fertile, ma soprattutto educa al riciclo mentre lo fa vedere. Le parole, intese come segni grafici, si staccano dal piano bidimensionale nel quale vivono e, come un ologramma in un film di fantascienza, insegnano a chi le guarda/ascolta un principio piuttosto semplice, ma in via d’oblio: «non sprecare».

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È complicato? Troppo cervellotico? Può darsi. Allora affidiamoci alla bellezza di questi nutrimenti, allo sfolgorio cromatico. Il verde della pianta che s’innesta con la colorazione del fumetto, gli accostamenti fra immagini e gemma.
Di così poco si sfama la civiltà, a starci attenti.

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Filippo Polenchi
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New York, il messianesimo di Natale

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Nelle grandi città del mondo occidentale, e a New York più che in altre, il Natale suscita una sorta di messianesimo. Prima della festa tutto parla di una grande attesa: gli alberi da decorare in vendita, le ghirlande, le luci. Pur sapendo che Babbo Natale porterà i doni solo sotto gli alberi delle case private, ogni istituzione, dal «New York Times« a un semplice condominio, si dota di qualche decorazione.

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Poi Natale viene, si scartano i regali e già dal pomeriggio della festa tutti corrono a farsene altri, dato che i negozi iniziano le svendite post-natalizie e chi prima arriva può aggiudicarsi i pezzi migliori.

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La smania di nuovo è così forte che già a Santo Stefano gli alberi di Natale, avendo ormai svolto il loro servigio di raccogliere i doni sotto i rami lucenti, vengono spogliati e allontanati. Li si vede buttati malamente davanti alle case, ingombrante spazzatura di cui liberarsi in fretta.

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Non sarebbe meglio, almeno in questo caso, prendere esempio da alcuni dei tanti avi di questa città e tentare qualche operazione di riciclo?

Carla Muschio
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Vetrina: vicissitudini di una scatola di cioccolatini

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
Due note aggiuntive: la scritta nell’immagine sopra recita: «Sì, potete comprare l’amore»; da oggi la vetrina di
Etichetta piccola etica va in linea il lunedì, la nuova puntata il mercoldì, in modo da evitare che le soluzioni dei lettori a un argomento finiscano dopo la proposta di un altro argomento (e grazie a F.).
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Carla Muschio
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Citazioni

Se pensi che sia divertente essere messo nella lista nera […] presentati  a una festa con la bottiglia di vino più economica che trovi, o anche a mani vuote (per una coppia basta una bottiglia in due). Se proprio vuoi portare un regalo, assicurati che sia una scatola di cioccolatini che è stata continuamente in circolo di festa in festa e adesso ha superato la data di scadenza.

(tradotto da Fleur Britten, Etiquette for Girls, Debrett’s 2006)

Vetrina

Francesca Taddei
Capita che i regali facciano lunghi giri e subiscano più riciclaggi. Nel caso dei cioccolatini, essendo di una marca molto diffusa, Lorella può benissimo non capire che quelli che riceve in dono sono in realtà un suo stesso regalo di tanti mesi prima. È più probabile che pensi semplicemente che sono stati comprati in uno di quei negozi o di quei bar dove c’è poco smercio e dove i prodotti vengono lasciati ad agonizzare finché diventano immangiabili.
Veniamo dunque alla catena di Sant’Antonio dei cioccolatini. Sicuramente l’etichetta non prevede il riciclaggio dei regali, ma personalmente penso che sia peggio sprecare qualcosa che può essere apprezzato da altri. Soprattutto nel caso di cibi, se ricevi qualcosa che non mangerai, devi attivarti per regalarlo ad altri. I primi passaggi in fondo sono legittimi: è trascorso poco tempo, i cioccolatini sono ancora in ottime condizioni, chi riceve non conosce i passaggi precedenti dunque non ha ragione di offendersi. Il primo errore lo fa Gina: non si regalano cioccolatini al liquore ai bambini e soprattutto si chiede prima il permesso ai genitori, per evitare appunto di trasformare un regalo in una punizione. Ma l’errore più grossolano lo fa la mamma della bambina. Anche se non conosce i passaggi precedenti, sa che quei cioccolatini sono rimasti dimenticati per mesi nella sua dispensa e quindi che non sono freschi (tra l’altro ci sarà pure una data di scadenza a confermarlo!). A quel punto siamo fuori tempo massimo per il riciclaggio: può solo provare ad aprirli e, se sembrano ancora commestibili, mangiarne qualcuno in famiglia.
Un ultimo appunto. Meglio non regalare cioccolatini a fine maggio, quando si va verso il caldo e rischieranno di sciogliersi! Molto meglio un fiore.

Elena Trabaudi
Ecco perché bisogna stare attenti a riciclare!!! La cioccolata poi…
Con i beni deperibili, si può fare un solo passaggio di mano, e oltretutto con alcune caratteristiche: dev’essere veloce e sicuro, cioè attuato presto e con una persona molto vicina, un familiare o un amico di famiglia. Dobbiamo essere certi che costui vada matto per il bene che gli stiamo offrendo e che lo finisca in brevissimo tempo.
Nel caso specifico, comunque, chissà come si trova imbarazzata e delusa Lorella! Doppiamente delusa, da un lato perché ha scartato una cosa che non ha più niente di commestibile; dall’altro perché, facendo due più due, avrà subito intuito il giro che ha fatto la sua scatola di cioccolatini.
Se è un tipo «di mondo» sorriderà portandoli in cucina, in caso contrario metterà il muso a chi glieli ha rivogati. Magari arriverà a rompere un’amicizia, chissà.

Filippo
La scatola di Mon Chéri finalmente era giunta al termine della sua lunga giostra di passaggi di mano in mano di un regalo sempre riciclato e mai consumato.  Aperta dalle mani di Lorella non poteva essere offerta a nessuno: i cioccolatini invecchiati e adulterati non lo permettevano. Ma la scatola di cioccolatini fu contenta lo stesso. Ora che la situazione era stata disvelata finalmente davvero poteva cominciare il vero riciclo verso una vita nuova: il cioccolato  nei rifiuti organici, il packaging nel bidone giallo della plastica e la carta che avvolgeva il regalo nel bidone bianco.
Il cioccolato finì con il diventare cibo per un maialino in campagna.
La plastica entrò in una bambola.
La carta divenne una pagina di un libro di una esordiente poetessa.

Classifica: i lungometraggi dei fratelli Coen / 2

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Prosegue e termina la mia personale classifica dei film dei fratelli Coen: siate o non siate d’accordo con me, un’occasione per riflettere sull’operato dei due registi e magari rivedersi qualche pellicola (o recuperarne qualcuna sfuggita), fosse anche solo per dire: ah no, non son d’accordo. Non è un buon motivo per leggere?
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8. Fargo (1996)
Come non amare Fargo? Sotto certi punti di vista è la summa assoluta dei Coen e della loro autorialità, della deforme costruzione dei loro personaggi, delle loro atmosfere. Gli umori gelidi ed i ritmi sospesi forniscono una chirurgica atmosfera di malessere esistenziale a questo thriller tesissimo che finisce per avere, per la maggior parte della sua durata, dei risvolti da commedia grottesca, anche nei momenti più brutali. Emotivamente, è anche un film che basa molta della sua tensione sulla reazione dello spettatore e sulla sua indecisione: verso la fine, nella famosa scena del tritacarne, tutt’ora personalmente non ricordo se mi viene più da ridere o da avere i brividi. Una cosa è sicura: cromaticamente e non solo è uno degli apici assoluti del cinema degli anni ’90, con una fotografia ed un utilizzo del(lo schermo) bianco senza pari per un film a colori.

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7. Crocevia della morte (1990)
Per setting e cromatismo, precede Fratello, dove sei? (e lo supera); per cattiveria, violenza e sporcizia invece condivide qualcosa con Fargo; con Non è un paese per vecchi invece condivide la concettualizzazione del senso dell’umorismo grottesco, e sono i loro due film meno divertenti; ma cos’ha di unico, rispetto all’intera filmografia dei Coen? Semplice: è il più melodrammatico. È quello in cui il personaggio principale (Gabriel Byrne, che recita come un attore di 60 anni prima) finisce per essere più profondo, è quello in cui più si tratta di un processo antieroico da noir vecchio stampo, è un film che punta parzialmente anche sul senso di colpa e che reinventa le atmosfere anni ’40 partendo da ritmi da tragedia gangster che cita sin dalle prime sequenze le atmosfere del Padrino (e… lo dico? le supera). L’impostazione e la messinscena portano ad un vero e proprio incubo di inquietante realismo, in cui c’è l’uso più geniale delle auto-citazioni dopo quelle di Kubrick in Eyes Wide Shut e quelle di Lynch in INLAND EMPIRE, con il grassone che urla come John Goodman in Arizona Junior creando un effetto opposto: se Goodman doveva essere esilarante (e ci riusciva), il personaggio interpretato da Mario Todisco crea un’atmosfera da vero e proprio incubo assordante, di insopportabile drammaticità e disturbante crudezza. È come se i Coen citassero il loro lato umoristico per creare quella che è una delle loro migliori scene non-umoristiche in assoluto: è una maniera per suggerire che dietro la risata c’è sempre altro?

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6. Il grande Lebowski (1998)

Un cult assoluto degli anni ’90 e della storia del cinema comico, ma anche proprio della storia del cinema: non è innovativo, non è troppo originale (ma ovviamente neanche troppo stereotipato), non reinventa in maniera particolare l’autorialità dei Coen o la loro poetica, però… è un capolavoro. In una maniera molto relativa e probabilmente discutibile, ma è un capolavoro. Il protagonista, il «Dude», la sua politica di vita che è diventata (veramente!) una religione, la maniera vaga con cui viene trattato l’universo, l’umorismo scoppiettante senza troppi dialoghi, il combattimento di stereotipi, l’ennesima galleria di personaggi esilaranti e folli che scorrono di fronte ad un protagonista il cui menefreghismo hippy rende ancora più evidenti le assurdità di chi lo circonda… tutto al fine di una delle commedie più grandi di tutti i tempi. Non c’è neanche un vero motivo per cui è un capolavoro, lo è e basta.

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5. Non è un paese per vecchi (2007)
Non è un paese per vecchi è stato il successo definitivo dei fratelli Coen agli Oscar, più di dieci anni dopo la loro prima statuetta per la sceneggiatura di Fargo. Il film ha infatti vinto ben quattro Academy Awards, dei quali uno è andato all’attore non protagonista Javier Bardem e gli altri tre tutti ai fratelli: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale (il film è tratto infatti dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy). Il film? Non è che un western pregno di malessere in cui si può trovare del malsano umorismo nella disincantata carenza di umorismo, che porta al titolo: gli Stati Uniti non sono un paese per vecchi perché il continuo e deprimente rinnovamento dell’America è brutale e troppo estremo per gli anziani che già sono troppo disincantati per andare avanti con la vita? Questo è ciò che sembra trasparire dal personaggio di Tommy Lee Jones, forse la chiave di tutta la pellicola, che si rivela essere più un film di sensazioni che di concetti, in cui l’idea di vuoto esistenziale che traspare (gelidissima anche in un film che vive di colori caldi) vale più di ogni colpo di scena, di ogni dialogo, di ogni personaggio, di ogni concetto. Tanti piccoli momenti di grande cinema, e fantastico l’uso della colonna sonora. Che è completamente assente.

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4. Barton Fink – È successo a Hollywood (1991)
Il film più metacinematografico dei fratelli Coen è, forse, per motivi puramente soggettivi, il loro film che mi sta più a cuore, ma ho cercato di essere più obiettivo e l’ho messo “«solo» al quarto posto – ovviamente ho fatto una stupidaggine, chi sono io per decidere obiettivamente qual è il miglior film dei Coen? Tornando a me e al mio rapporto con il film, ci sono due concetti di base che trovo irresistibili: l’hotel grottesco (il più inquietante dopo Shining) e lo sceneggiatore che diventa fuori di testa di fronte alla paranoia del mondo esterno, per rendere noi poveri scrittori filmici ancora più disadattati agli occhi del pubblico di tutto il mondo, evidentemente. Con un Turturro che sembra Henry di Eraserhead, un John Goodman probabilmente mai più bravo e geniale, una fotografia sudaticcia ed umida al fine di rendere più cupo, claustrofobico e allo stesso intimo sia l’albergo che il film stesso, ed infine una seconda parte del film («dall’omicidio in poi», potrei dire) da antologia della storia del Cinema, per come un evento chiave trasforma il tono dell’opera intera dalla commedia grottesca al dramma dai toni splatter, con virate nel surreale, nell’apocalittico, nell’esistenziale, con un pessimismo annichilente: fiamme, sangue, e musica. È sicuramente, di tutti i film dei Coen, il più cupo.

(continua)

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3. A proposito di Davis (2013)
La notizia migliore della stagione, per chi scrive, è che l’ultimo film dei Coen è così bello da meritarsi un posto in questo podio. Oscar Isaac interpreta il Llewyn Davis del titolo, apoteosi dello stereotipo dell’artista folk del Greenwich Village all’inizio degli anni ’60, cantante e chitarrista depresso alla ricerca della propria vocazione – ovvero alla ricerca di un produttore che lo possa rilanciare dopo la morte di Mike, l’amico con cui aveva registrato qualche album di duetti. Ma per lui la vita è destinata ad essere triste: è impossibile che non sia così, per un musicista folk prima della rivoluzione di Bob Dylan (che echeggia in un evocativo finale che utilizza il flashback per dare un’idea di cul-de-sac labirintico). L’apporto più importante, interessante ed originale del film è che prima d’ora nessuno aveva raccontato così gli anni ’60: si è sempre ricorsi ad un bianco e nero melanconico (che caratterizzava, per esempio, per non cambiare argomento, l’originalissimo biopico di Bob Dylan Io non sono qui di Todd Haynes, uscito nel 2007, anche se parzialmente) oppure alla narrazione colorata delle rivoluzioni sessantottine (penso ad Ang Lee e al suo Motel Woodstock). Dei colori così gelidi, un humour così nero, una derivazione così grottesca, un senso di esistenzialismo così sporco e dei personaggi così estremi, su tutti il grande John Goodman che funziona come metafora brutale della morte del jazz, non si erano visti sul grande schermo in questo contesto da un sacco di tempo. Come in molti altri film dei Coen, ma qui più che mai, ci sono inquadrature che singolarmente raccontano più di film interi: su tutte, quella della carta igienica, che per me è già storia del Cinema, ma anche quella del gatto che guarda dalla finestra (citazione di Colazione da Tiffany), e i dialoghi con Carey Mulligan, attrice spesso sopravvalutata sia per bravura che per bellezza fisica e qui al suo meglio in entrambe le categorie, sono tutti irresistibili.

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2. A serious man (2009)
È stato accolto freddamente all’uscita. O meglio, ha diviso in due le opinioni dei critici: tra chi pensava fosse una maniera fredda e poco interessante con cui i Coen hanno riaffermato i concetti a loro cari in maniera spenta e chi invece l’ha trovato uno dei loro massimi capolavori proprio in quanto atipico, strano, diverso, spento. Spento non in senso negativo, è un film che non funzionerebbe se fosse vitale: come potrebbe? È una storia di vita di routine che, in maniera assolutamente enigmatica (esilarante e tragica allo stesso tempo), passando dalle antiche leggende yddish alle divagazioni oniriche, diventa allegoria dell’Apocalisse e delle guerre esistenziali nell’uomo medio, un uomo medio interpretato da Michael Stuhlbarg, attore ebreo precedentemente poco noto in ambito cinematografico e televisivo ma che, dopo la nomination all’Oscar per l’interpretazione in questo meraviglioso film, ha già avuto tempo di lavorare con autori come Woody Allen, Martin Scorsese e Martin McDonagh e di apparire in un ruolo principale nella meravigliosa serie tv di produzione HBO Boardwalk Empire. Non è il loro film più cupo (Barton Fink) né il meno ironico (Non è un paese per vecchi oppure Crocevia della morte), ma è il loro film più pessimista, disperato, senza via di fuga. È vero, senza dubbio, che i loro film raramente hanno un finale che dia l’idea di qualcosa di concluso, e Non è un paese per vecchi ne è la maggior prova, ma il (non?)-finale di A serious man nella sua enfatica (de)costruzione grafica è quanto di più catastrofico si potessero immaginare i due fratelli nel mondo fintamente sorridente che hanno costruito. Questo è un film sottocutaneo, spirituale, che invoca un malessere interiore di inesprimibile profondità con l’uso di immagini difficili da spiegare, con una quadratezza pulitissima ed una pulizia inquietantemente sporca. Il suo essere una tragicommedia esplicitamente biblica priva di violenza e cattiveria di alcun modo lo rende, se possibile, massimamente disturbante per un film del genere.

(continua)

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1. L’uomo che non c’era (2001)
Non smetterò mai di dire che il 2001 è uno dei migliori anni della storia del Cinema: ci ha regalato tre capolavori assoluti, tutti e tre sotto certi punti di vista apici di tre grandissimi autori, tra La città incantata di Miyazaki, Mulholland Dr. di Lynch e ovviamente L’uomo che non c’era dei fratelli Coen, che insieme al succitato film di Lynch ha vinto il premio alla miglior regia al festival di Cannes. Un’annata così epocale è quasi irripetibile, anche se pure la tripletta del 2011 (con i migliori film di Sokurov, Malick e Tarr) è stata una sorpresa di inquietante potenza. Ma tornando a questo capolavoro definitivo dei Coen, che possiede una delle sceneggiature migliori del cinema americano, L’uomo che non c’era a partire dall’evocativo titolo è un film di suggestioni noir dal profondo impatto esistenziale, che parte con un’affettuosa presa in giro dell’eroe à la Humphrey Bogart, trasformato in un barbiere provinciale perdente che si comporta come l’attore di Casablanca ma apparentemente non ha la stoffa per essere suo eguale. La disperazione antieroica di questo protagonista interpretato da Billy Bob Thornton lo porta attraverso un’avventura quasi visionaria, che sfocia nel paradossale, nel grottesco e anche nell’onirico, è la destrutturazione assoluta del noir in ogni sua sfaccettatura: il bianco e nero del grande Roger Deakins dà all’opera un tocco fatale ed etereo, e anche la colonna sonora che accosta Chopin ad una musica originale di rara bellezza contribuisce alla composizione di questo tetrissimo apologo dell’uomo moderno, del suo senso di colpa, della sua mancanza di consapevolezza. E le ultimissime scene, surreali ed estetizzanti dopo quasi due ore di realismo allegorico, sono la cosa migliore mai composta dai registi per soluzione estetica e concezione grafica. Le lodi non sono abbastanza per una pellicola revisionista di un genere spesso troppo dimenticato, che ricrea le sue atmosfere superandone in forza i concetti e buttandosi in un esistenzialismo pieno di interrogativi e spesso privo di risposte, una forza astratta che Joel e Ethan Coen riescono ad affrontare in una maniera diversa e migliore rispetto a quella di molti altri.

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Classifica: i lungometraggi dei fratelli Coen / 1

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Se esiste lo stereotipo dei fratelli che pensano le stesse cose allo stesso tempo e agiscono allo stesso modo, ci dev’essere anche un motivo: anche se ovviamente in moltissimi casi è tutt’altro che così, Joel e Ethan Coen, fratelli registi di origine ebraica nati a Minneapolis, sono l’incarnazione di questo stereotipo. È quasi trent’anni che fanno film insieme (anche se inizialmente Joel firmava la regia e Ethan la sceneggiatura) e hanno vinto premi in ogni dove, conquistando a più riprese premi a Cannes o Oscar, ammaliando il pubblico internazionale con la loro poetica basata sul vuoto, sulla banalità del male, su una concezione metacinematografica della cattiveria e della stupidità atta ad una rilettura postmoderna ed ironica del cinema noir. Rinnovandosi continuamente nello stile e nell’uso dei clichè dei generi cinematografici, i due registi hanno costituito una filmografia rispettabilissima risultando i più celebri autori americani della loro generazione. Come ho fatto anche di recente con Martin Scorsese, ecco una classifica dei loro film dal meno bello al maggior capolavoro, in onore della loro ultima pellicola, A proposito di Davis.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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16. Prima ti sposo, poi ti rovino (2003)
Assolutamente il più brutto film dei fratelli, di svariate spanne: secondo film della «trilogia dell’idiota» (che parte con Fratello, dove sei? e si conclude con Burn after reading), dovrebbe servire come presa in giro delle commedie romantiche, continuando sulla scia prestabilita dalla poetica dei Coen, che dovrebbe (deve) destrutturare ed ironizzare sul pericolo che deriva dalla cretinaggine umana, ma purtroppo poche gag funzionano e non abbastanza da rendere qualitativamente superiore il totale, che risulta una svolta un po’ vuota che all’epoca preoccupò riguardo alla possibilità di un declino artistico per i due registi.

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15. Ladykillers (2004)
Molti considerarono i Coen «morti» dopo che, subito dopo la loro prova minore, tirarono fuori questo simpatico rifacimento di un classico omonimo della commedia nera, diretto da Alexander Mackendrick nel 1955, con protagonista Alec Guinness. Non è senza dubbio un capolavoro né un film riuscitissimo, ma il suo intento è quello di grotteschizzare fino all’estremo una vicenda di esuberante e cupo umorismo, e ci riesce, a volte annoiando, a volte ribaltando dalle risate. In confronto al resto della filmografia dei Coen è decisamente un film minore, ma è lontanissimo dall’essere qualcosa di tragico come molti dicono.

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14. Mister Hula Hoop (1994)
Uscito pochissimo dopo la folgorante vittoria dei Coen a Cannes con Barton Fink, soffre sostanzialmente degli stessi difetti di Ladykillers: è una commedia simpatica, cupa e grottesca che è giunta nel momento sbagliato dai registi sbagliati, e questo «errore» (molto relativo) è più perdonabile di quello di Ladykillers in quanto il film è venuto dopo meno grandi risultati. Una risata ce la si fa volentieri davanti a queste rocambolesche avventure, a questa galleria di perdenti, a questo mondo di plastica e pura finzione, e l’inizio è esilarante nel suo nonsenso.

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13. Arizona Junior (1987)
Il secondo film dei Coen, una commedia leggerissima e surrealissima con protagonisti Nicolas Cage e Holly Hunter (che fanno i cretini per tutto il film), è la versione più ironica e meno dark della poetica dell’anima nera della provincia americana che i fratelli avevano raccontato precedentemente in Blood Simple. È un film che vive sulla linea dell’esuberanza e dell’eccesso, con Cage che diventa caricatura di sé stesso da cartone dei Looney Toons mentre John Goodman e William Forsythe, fratelli evasi, ululano per il puro gusto di fare confusione. È un viaggio esilarante, vagamente puerile ma che funge perfettamente da prologo al lato più comico che i fratelli avrebbero sviluppato.

(continua)

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12. Il Grinta (2010)
Rifacimento del western classico per cui John Wayne vinse il suo unico Oscar, Il Grinta è un malinconico film lontano dall’essere vecchio stile a causa di un’alchimia tra i personaggi (e tra gli attori) e a causa di un uso delle fotografia più cupo che sporco, più europeo che americano. C’è più Peckinpah che John Ford nell’uso della violenza e nella teorizzazione del genere, con un Jeff Bridges monolitico (anti?)eroe che vive nella tensione silenziosa di un mondo fittizio costituito da un’epica che manca e che lascia spazio solo alla nostalgia. Le sparatorie sono fantastiche ed il clima di ansia irrespirabile, ripreso con risultati meno riusciti da Non è un paese per vecchi, è un marchio di fabbrica funzionale alla poetica del film, decisamente riuscito ma non tra i migliori dei registi.

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11. Burn after reading (2008)
L’ultimo capitolo della trilogia dell’idiota ha in più rispetto a Prima ti sposo, poi ti rovino il fatto che riesce nell’intento di far ridere prendendo in giro lo stereotipo del genere, qui non più la commedia sentimentale bensì quella di spionaggio, ficcandoci disguidi, situazioni imbarazzanti, imbecilli madornali (Brad Pitt è meraviglioso, dà un’idea di stupidità assoluta di incredibile realismo senza gigioneggiare troppo) e catastrofi, fraintendimenti, ed un George Clooney autoironico come capostipite di una galleria di personaggi grotteschi in cui anche John Malkovich, Tilda Swinton e Richard Jenkins hanno i loro fantastici ruoli. Crea perfettamente le atmosfere comiche ed anche il concetto di base è una bellissima ridicolizzazione della vita di tutti i giorni in America. Un po’ dispiace, però, che Frances McDormand, nella vita reale moglie di Joel Coen, sia il personaggio con più spazio temporale all’interno del film: è, di tutti, forse, il meno interessante.

Tim Blake Nelson, George Clooney, John Turturro

10. Fratello, dove sei? (2000)
Il primo film della trilogia dell’idiota è un meraviglioso tributo all’omerica Odissea in cui un George Clooney/Odisseo, estremamente southern nei gusti musicali e nell’atteggiamento, insieme a due compari dalla dubbia razionalità, vive un’evasione in pieni anni ’30, incontrando rocambolesche avventure dai risvolti surreali, magici, imprevedibili, esilaranti, incontrando arpie/sirene, afroamericani cattolici in processione, il celebre gangster Baby Face Nelson, il Ku Klux Klan e la propria «rinnovata» famiglia, durante la ricerca di un tesoro probabilmente inesistente. È, di tutti i film dei Coen, quello in cui le atmosfere comiche sono create meglio: l’utilizzo della fotografia e dei colori caldi, le introduzioni enfatiche dei personaggi (John Goodman/Polifemo è impressionante), i ritmi delle battute, la stessa musica d’epoca, perfino il finale dai toni prima apocalittici e poi positivi ha dei risvolti particolarmente curati. Non è la loro commedia migliore nel senso che non è la più profonda né la più divertente, ma forse è la più calcolata dal punto di vista atmosferico e allegorico. E se questo film sfiora (ma non raggiunge) lo status di capolavoro…

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9. Blood Simple (1984) …questo, e quelli successivi, lo raggiungono decisamente. È il film d’esordio dei due fratelli, ed è già un film di una potenza strabiliante. Molto cinico senza smettere di essere poetico, nella sua grottesca (ma non troppo irrealistica) maniera, con un uso puerile ma riuscitissimo del loro tipico humour nero, che ancora aveva bisogno di sbocciare, di diventare vero: la trama è gestita alla perfezione da una sceneggiatura ben ritmata e da una regia quadrata, la fotografia punta al cupo con grande capacità di costruzione di atmosfere, Frances McDormand è al suo meglio, anche lei alla sua prima interpretazione, i personaggi sono tutti fantastici ed il migliore è il caricaturale detective depravato. È un film esuberante, che rivisita le lezioni di Hitchcock, De Palma e del thriller all’americana più evoluto. Da non perdere: è veramente sottovalutatissimo.

(continua qui).

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New York, il vecchio e il nuovo

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New York è davvero come viene sognata dagli emigranti prima di arrivarci, la Mecca di tutto, una sorta di riassunto del mondo. Ad esempio, l’arco trionfale che domina la piazza di Brooklyn su cui si affaccia la meravigliosa, enorme biblioteca del distretto, non ricorda forse la Parigi di Napoleone e l’arco della Pace di Milano?

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Nella zona centrale di Times Square sono in corso grandi trasformazioni firmate da architetti di fama. Le gru al lavoro mi paiono dare un messaggio di evoluzione, della capacità di saper rinunciare al vecchio per il nuovo. Tra l’altro, mentre in alto i palazzi si avvicinano sempre più al cielo, sotto, sulla strada, è stato creato uno spazio pedonale che invita alla calma, a sedersi sulle sghembe panchine di marmo a respirare la città.

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E che dice la torre dell’acqua sopra una vecchia casa all’edificio che le sta di fronte? Che anche il vecchio con la sua cisterna può essere amato e conservato.

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Alcune città radono al suolo interi isolati per ricostruirli ex novo, altre conservano gelosamente ogni edificio per paura di perdere la propria identità. Non New York, che sembra avere un’evoluzione «biologica», simile a ciò che fa il corpo umano con le sue cellule: ogni giorno qualcosa nasce, qualcosa muore. Le cose succedono una alla volta e così gli edifici hanno il tempo di integrarsi e dialogare tra loro. Chi abita o lavora nel grattacielo di vetro vorrà partecipare dell’intensità della bassa casa in mattoni piena di insegne e negozi che le sta di fronte. La vita è come la natura, un po’ irregolare.

Carla Muschio
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