Le ciliegie parlano / Asaf Schurr, Motti

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Un ragazzo timidissimo che adora la sua cagnetta di nome Laika (come quella che è andata nello spazio per la prima volta) non riesce a dichiararsi alla sua vicina di casa; mentre continua a farsi film mentali su come sarà la loro vita insieme quando finalmente riuscirà a dirle tutto, il suo migliore amico (sposato, fedrifrago, semialcolizzato e distrattissimo) investe la povera Sara Rosenthal e lui si prende la colpa, finendo cinque anni in prigione al suo posto, pur essendo totalmente innocente. Potrebbe sembrare la cartella clinica di uno svitato, o un romanzo crudissimo, tristissimo e drammatico; potrebbe sembrare assurdo, insensato e inutile. Invece no. Motti è agrodolce.
Mettiamoci anche che lo scrittore, Asaf Schurr (il cugino che non si fila nessuno perchè siete tutti troppo presi ad applaudire David Grossman), non ha assolutamente idea di che cosa voglia dire narratore invisibile e riesce ad intromettersi con discrezione e giustizia senza risultare invadente, e avrete la ricetta perfetta: un mucchietto di pagine che si leggono velocissime, delicate e un po’ amare. Sul retro si parla di «leggerezza e incomparabile garbo»: molto giusto, oltre ad un costante senso di fatalismo e semplicità quasi incredibile per quanto sia vero, reale, toccabile. Dentro ci sono anche degli insulti (che mi sono piaciuti molto) contro i maltrattatori di cani, una ricetta per insegnare al vostro come stare al passo senza comperare un guinzaglio a strozzo, alcune notevoli citazioni di Wittgenstein (a mio parere, l’unica nota stonata e lievemente presuntuosa di tutta la faccenda) e ovviamente qualcosa riguardo alla Laika che è veramente andata nello spazio.
Prende tre ciliegie cilieginacilieginaciliegina. E mezza.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Napoleone è nudo. Intervista a Clara Brasca sul monumento alla Pinacoteca di Brera

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Vivo a Milano e mi capita di visitare la Pinacoteca di Brera, una delle gioie della mia città. In un giorno di neve in cui avevo con me la macchina fotografica mi sono soffermata a riprendere il monumento a Napoleone che è posto al centro del cortile di questa pinacoteca, nudo e apparentemente imperturbato in quel gelo. Non ero al corrente, allora, dei suoi patimenti.
Qualche mese fa, ripassando di lì, ho trovato il monumento ingabbiato in una casetta trasparente, per le cure dei restauratori. Ieri ho visto che il monumento non c’era più. È stato portato via per un intervento che evidentemente è impossibile fare sul posto.
Incuriosita dal monumento e dalle sue vicende, mi sono rivolta per avere notizie a Clara Brasca, una brava pittrice che ha lo studio a due passi dall’Accademia e Pinacoteca di Brera. Clara conosce profondamente la storia dell’arte e ama questo monumento. Ecco cosa mi ha detto nell’intervista.

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Storia di una statua

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Qual è la storia di questa statua?
È una storia lunga. Nel 1802 Napoleone, nel momento del suo massimo fulgore, si rivolge al Canova commissionandogli una statua in marmo che lo raffiguri. Canova accetta l’incarico e sceglie di raffigurare l’imperatore come Marte pacificatore: nudo, una clamide sulla spalla, espressione eroica sul volto, sulla mano un globo su cui si appoggia un Vittoria alata. Bello, quasi greco. Quando la statua in marmo è pronta viene portata in Francia via nave. I marinai hanno l’ordine di affondare la nave se venisse attaccata dagli inglesi, pur che la statua non finisca nelle loro mani. Quando Napoleone vede la statua non ne è contento. Non si piace nudo, si vorrebbe vestito. Ne proibisce l’esposizione e la statua viene messa da parte. Per ironia della sorte, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo è proprio Lord Wellington ad acquisire questa statua in marmo, che mette nel giardino della sua residenza estiva. È come se avesse preso il corpo del nemico. Oggi è conservata a Londra, Apsley House, come parte della Collezione Wellington.

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E il monumento di Brera?
Nel 1806 il viceré d’Italia Eugenio di Beauharnais, che conosceva la statua originale, ne chiese al Canova una copia in bronzo, da collocare nel cortile di quello che era stato il convento degli Umiliati, allora trasformato in Pinacoteca. Non vennero apportate modifiche al gesso: il volto è ancora quello di Napoleone. Il monumento venne creato nel 1811 fondendo i cannoni di Castel Sant’Angelo a Roma ma collocato lì solo nel 1859. Evidentemente la lega di quel bronzo non era così buona e perciò la statua è diseguale, lo spessore non è omogeneo e patisce particolarmente il tempo. Ecco perché viene restaurata.

Restauro e gesso

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Cosa pensi che faranno i restauratori?
Dovranno reintegrare le parti perse, fare le saldature che servono, stabilizzarla nuovamente sul basamento. Tra l’altro, anche il basamento, che è decorato con serti di alloro e aquile, va restaurato. Poi c’è la questione della Vittoria alata sulla mano dell’imperatore. Quella della fusione originale è stata rubata da ignoti nel 1978. L’hanno sostituta con una copia ricavata da fotografie, perché evidentemente mancavano i fondi per andare a Londra, fare un calco della statua in marmo e poi fondere la Vittoria. Forse lo faranno ora.

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E il Napoleone in gesso esposto in una sala della Pinacoteca?
Quello è uno dei cinque gessi originali del monumento a Napoleone prodotti dal Canova. Appartiene alla Pinacoteca di Brera, che recentemente l’ha fatto restaurare e l’ha messo in esposizione.

Nudo eroico

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Ma perché proprio una statua di Napoleone per il cortile della pinacoteca?
È irrilevante che il volto sia quello di Napoleone. Tra l’altro, anche Canova era critico di Napoleone. L’importante è che si tratta di uno splendido nudo eroico maschile, che un po’ riprende Lisippo. Mi piace la risoluzione del volume del corpo, vorrei averlo fatto io.

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Come definiresti lo stile di questo monumento: neoclassico?
Io lo chiamerei: canoviano. Lo stile del periodo storico in cui Canova si colloca era il neoclassicismo, certo, ma lui ha creato una cifra, una grazia che è solo sua. Al confronto il suo contemporaneo Thorvaldsen è morto, da cimitero. Canova ha un pensiero che lo porta a una sintesi plastica unica. Eppure con tutto questo è stato presto dimenticato. Solo nel Novecento si è tornati a dargli importanza.

Speriamo che Napoleone torni presto, ripulito e risanato.

Carla Muschio
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Vetrina: presentazioni

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La vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Citazione

L’uso prevalente nelle località di campagna di presentare sempre tra di loro le persone che si incontrano è fastidioso e inappropriato.
Di regola non si devono fare la presentazioni, a meno che non sia fuor di dubbio che la conoscenza possa essere opportuna e gradevole per entrambi. Presentare una persona presuppone approvazione sociale: diventi in certa misura responsabile della persona che presenti.
Regole che deve seguire una signora nelle presentazioni.
-Presenta la persona più giovane a quella più anziana.
-Presenta la persona più umile a quella di posizione più elevata.
-Si presenta un gentiluomo a una signora e non viceversa.
-Non si dovrebbe presentare un uomo a una signora senza aver prima ottenuto il suo consenso.
-Quando presenti tra loro persone che sicuramente saranno contente di conoscersi, è bene aggiungere che sei molto felice di farlo.
-Bada a pronunciare distintamente i nomi.
-Quando vieni presentata a qualcuno, non deve sembrare che tu non abbia mai sentito parlare di lui. Sarebbe imperdonabile.
-Presentando i membri della tua famiglia devi sempre dire il nome. Di’: «Mio padre, il signor Jones».
-Una donna, quando viene presentata, fa un grazioso cenno con il capo.
-La seconda volta che due signore si incontrano possono stringersi la mano, ma non devi tendere la mano a un uomo se non sei in grande confidenza con lui.

(tradotto da The Lady’s Book of Manners)

Vetrina

Francesca Taddei
Direi che la situazione si è risolta da sola, grazie all’arrivo dell’imbecille che se ne esce con «ciao, bambolina».
Paola farà semplicemente un passo di lato, per allontanarsi da Fiorella. In questo modo separerà la conversazione tra lei e il dirigente da quella tra Fiorella e il nuovo arrivato.
Paola non deve più scegliere se tirare o meno nella conversazione la sua amica. Rivolgerà semplicemente qualche parola al dirigente, dicendo che stava andando con la sua amica nel posto x e qualche altra cosa interlocutoria; a questo punto sta a lui scegliere quanto far durare la conversazione. Questa si può concludere subito con i saluti (al che Paola dovrà attendere che Fiorella abbia finito la sua, di conversazione); oppure può protrarsi ancora.
In ogni caso la ragazza che terminerà per prima di discorrere col proprio interlocutore, dovrà poi necessariamente aspettare che l’amica abbia fatto altrettanto, prima di riprendere la passeggiata insieme.

Lodovico Re
Per fortuna Paola ha dalla sua una certa  esperienza di meditazione yoga che in questi frangenti la aiuta a mantenersi imperturbabile. Un po’ come la Regina d’Inghilterrra quando un soldato del plotone d’onore  cade svenuto ai suoi piedi nel caldo d’estate, durante un cerimoniale. Paola ignora la cosa ed anzi accenna un sorriso come di chi avverte l’umorismo della situazione, saluta il dottor Rossi, presenta Fiorella e l’amico in qualche modo vien presentato anche lui. Poi Fiorella, Paola e l’amico, rimasti soli, se la rideranno tra loro davanti al cappuccino. E anche al dirigente, rimasto solo, verrà da ridere.

Elena Trabaudi
Fiorella fa un bel sorriso all’amico del cuore, lo prende per mano e lo porta via di lì con la scusa di parlargli di qualcosa. Mentre si allontana con lui, accenna uno «Scusate» rivolto soprattutto al dottor Rossi. Al che Fiorella può e deve avviare un piccolo discorso con il suo capo.
Se invece Fiorella non ha la prontezza di portar via il suo amico avventato, non vedo grandi scappatoie per Paola.
Nota a margine: ma perché costei si lascia chiamare «bambolina»? Se è simile a lui, sorriderà vacua senza capire la situazione.

L’uomo di carta

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Una storia minimalista, in bianco e nero (e rosso), firmata da John Kahrs per Disney.
Ambientato nella vecchia New York, Kahrs ci racconta di un uomo d’altri tempi che incontra una bella ragazza e la perde in un istante… ma come nella migliore tradizione Disney, il destino gli da una seconda possibilità!

 

L’UOMO DI CARTA

(Immagine e testo via RevoltArt).

Il pinguino che va a fare la spesa

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La storia è di qualche anno fa. La racconto così come l’ho sentita, e se non è vera è ben trovata.
Un pescatore giapponese un po’ di tempo fa salvò questo pinguino dalle reti e se lo portò a vivere a casa, costruendo per lui una cuccia refrigerata. Ben presto diventò il cucciolo di famiglia. Un giorno il pinguino andò a far spese con il resto della famiglia, e divenne matto di gioia quando arrivarono dal pescivendolo. E niente, da allora va lui a prendersi il pesce, con il suo zaino da pinguino sulle spalle: arriva dal pescivendolo, sceglie e torna a casa.

(Immagine e storia via Nipresa).