Silvia Ziche / Auguri solo per te

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Silvia Ziche (consiglio una visita, le vignette belle son tante) l’adoro dai tempi di «Cuore», per il suo tratto personale e aggraziato, dove firmava vignette satiriche in coppia con Minoggio; poi l’ho rivista sulle testate Disney, e ogni tanto sue storielle appaiono qua e là: ricordo «Donna moderna», con le avventure di Lucrezia (di cui firma anche i testi), e credo la vignetta riportata qui appartenga a tale serie, anche se l’ho trovata su  Puppomanzia (giusto oggi).
Tanti auguri specialissimi a te, o lettore, sì: proprio a te.

I pantaloni di Chuck Norris e il dente del giudizio universale

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In arrivo Chuck Norris ha il dente del giudizio universale, raccolta di detti/fatti su Chuck e il suo calcio rotante (tipo: «Se Chuck parla a vanvera, Vanvera risponde», «A un concerto dei Pooh, Chuck ha fermato la musica», «Chuck Norris ce l’ha di pietra perché una volta ha incontrato Medusa e le ha fatto abbassare lo sguardo» ecc. e andate qui): ne parlo solo per far finta di avere un motivo attualissimo per postare la meravigliosa pubblicità d’epoca, rinvenuta su  Lima otto; sotto, la copertina del libro di cui sopra.

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Spero l’immagine sia stata ritoccata giustamente, con Dio al posto di Adamo e Chuck che lo crea.
(Poi: «per far finta di…» lo dico solo perché posso dirlo apertamente, e far finta di dover far finta. Oh, il sito è nostro e si fa quel che ci pare).

La differenza per uno

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Nei commenti tra le mattonelle di un bagno, in zona anglofona, è scritta la seguente inaggirabile storia: «C’era una volta un vecchio che ogni mattina faceva lunghe passeggiate sulla spiaggia. Un giorno vide un ragazzo che, in lontananza, danzava sulla riva. Avvicinantosi, si rese conto che non stava assolutamente ballando: si chinava, raccoglieva un granchietto e lo lanciava in mare. “Ue’, giovine, che stai facendo?”, apostrofò il ragazzo. “Ributto i granchi in mare”, rispose il giovine, “moriranno se non li aiuto”. L’anziano diede un’occhiata alle migliaia di granchietti sparpagliati sulla spiaggia per chilometri. “Ma saranno miliardi! Guarda là!”, disse l’anziano, sconcertato. “Che differenza vuoi che faccia se ne ributti in mare un po’?”. Il ragazzo si chinò, afferrò un altro granchietto e lo gettò nell’oceano. “Per lui ha fatto differenza”.

(Immagine e storia via Alice in Dustland. Nella plancia del suo tumblr, a poca distanza si trovava un rimando alla storia di Costantino Baratta, un lampedusano che ha salvato dal naufragio 12 eritrei e che «l’Espresso» ha nominato «Uomo dell’anno». Che differenza può fare, un uomo?).

Anno di cinema 2013 / 2, il male

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Termina qui una personale carrellata sul meglio e sul peggio al cine nel 2013: prima avevo parlato del bene e oggi, visto che è Natale, parlerò del male, di delusioni e fiaschi.
Cominciamo con il Cinema d’autore, in fondo perdonabile, se l’errore è piccolo ed il lavoro è poco irritante, laddove l’imbecillità di un blockbuster invece può essere pericolosa (L’uomo d’acciaio ed Elysium, nella loro brutale semplicità, sono tra i film peggiori dell’anno, e rincretiniscono le masse sia ad un livello cinematografico sia per i loro inesplicitati riferimenti religiosi e/o politici. Avendo già speso abbastanza parole, e offese, a riguardo passo oltre).
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Le delusioni Ue

Non tutto è bello… anzi. Lo dico con il cuore in mano e le lacrime agli occhi: Venere in pelliccia non mi è piaciuto. Aveva tutti gli ingredienti per essere un film magnifico, a partire dal regista: Roman Polanski, uno dei miei autori preferiti. Eppure sono rimasto in sala per più di un’ora e mezza aspettando qualcosa che non avessi potuto teorizzare sin dall’inizio del film. Non fraintendetemi: di solito quando guardo un film non aspetto mai grandi colpi di scena e non penso che la loro assenza possa influire sulla qualità del film. Ma Venere in pelliccia mi è sembrato un film che ha perso tutto quello che poteva aver da dire sin da quasi subito: è una prevedibilissima discesa negli inferi in cui tutto è prestabilito dalla primissima sequenza e sembra una scusa intellectual chic per mostrare a mezzo mondo un porno-fetish-femdom fatto in casa – non per niente Amalric a volte sembra Polanski da giovane. L’elemento del travestitismo e della sottomissione al fascino femminile non è affascinante come in Cul-de-sac o L’inquilino del terzo piano, la critica alla chiusura presuntuosa dell’individualità borghese è meno feroce e originale che in Carnage, non c’è abbastanza Polanski concettualmente (nonostante una sua marcata presenza in regia: si veda la «quadratezza» della parte centrale), però i meravigliosi carrelli à-la-Repulsion a inizio e fine film sembravano promettere molto, molto di più.
In Italia non scherziamo però comunque, vista l’inutilità dilagante di Educazione siberiana, l’ultimo film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo romanzo di Lilin, un film che ha come dote tecnica più in vista una fotografia tra le peggiori degli ultimi trent’anni. Ha la pretenziosità di essere un C’era una volta in America trapiantato in Siberia, ma è assolutamente lontano dall’avere una qualche portata, nonostante la regia solida e gli attori bravi (John Malkovich in primis). Vi è una certa tendenza al manierismo, o forse è meglio dire al mestierismo, con poca originalità stilistica e molto vuoto concettuale, retorica che crede (pretende?) di non esserlo con la scusa del simbolismo spicciolo. La storia è livida e lontana dall’essere emozionante, il finale è frettoloso, la sceneggiatura patetica. Qualcosa si salva — troppo poco. Fortunatamente, a differenza di quel che è successo con altri film (anche peggiori) di Salvatores, quando è uscito non si è urlato al capolavoro assoluto ed indimenticabile del Cinema italiano.

(continua)

Le delusioni internazionali

Grazie al cielo però esiste l’America, che ci ricorda come ogni fallimento da noi non è niente in confronto ad un fallimento da loro: è così che Ruben Fleischer ci regala Gangster squad, vincitore del premio «banalità che crede profondamente di non essere una banalità» 2013. Non è che mi aspettassi un capolavoro da un regista come Fleischer, noto principalmente per quella commediola graziosa che era Benvenuti a Zombieland, però il cast pieno di nomi non da poco (Josh Brolin, Ryan Gosling, Emma Stone, Nick Nolte, Giovanni Ribisi e soprattutto Sean Penn) e la trama, che avrebbe rivisitato in atmosfera noir la storia dell’ex-pugile/gangster Mickey Cohen negli anni ’40, mi avevano creato un po’ di aspettative. Tutte distrutte, dalla prima all’ultima: un film cretino e tamarro ma privo di gusto estetico, con una fotografia disutile, attori plastificati, e un ritmo a volte troppo serrato e a volte troppo lento comunque reso male da un montatore in evidente crisi di identità, ralenti sputati a caso, eccetera. Difetti per tutti i gusti, e l’unica cosa buona è Ryan Gosling; Sean Penn, diametralmente, è al suo peggio in assoluto: non ha mai recitato peggio, e qui sembra avere la pretenziosità di recitare bene, atteggiandosi da figo con un tono vocale roco e un’espressione facciale fissa.
Neanche in Asia scherzano, ma in fondo siamo a livelli molto più alti. Può darsi che il mio giudizio sia addolcito da quanto successo durante la visione in sala di In another country del regista sudcoreano Hong Sang-soo: nella fila dietro la mia, al cinema, era seduto un uomo anziano estremamente toscano, il quale durante tutta la durata della pellicola non ha fatto che borbottare tra sé «Che merda», «Popo’ di caàta di firme [cacata di film, ndcdc]», «Majale dé, ‘un ho mai visto un firme più di merda di vesto», «Dio bono che sc.chifo». È stata una delizia. Di solito, in realtà, queste cose le detesto, ma con un film così mediocre mi ha divertito. Mediocre senza essere mai veramente brutto, anzi, ha qualche trovata interessante, soprattutto da un punto di vista registico certe inquadrature o brevi piani sequenza sono squisitamente inventivi, e Hong Sang-soo dimostra l’innata e difficile capacità di dire qualcosa su di un personaggio più con la videocamera che con il copione. La protagonista, interpretata dalla francese Isabelle Huppert, è una donna che visita la stessa cittadina sul mare della Corea del Sud in tre personalità diverse, sempre di «affascinanti e ricche donne europee chiamate Anne», incontra ed interagisce con le stesse quattro o cinque persone (che non sembrano riconoscerla) e ha (dis?)avventure analoghe in ogni manifestazione dello stesso sviluppo ciclico. L’operazione sperimentale va principalmente a vuoto: quello che dovrebbe essere un film profondamente umano e toccante finisce per essere solo una serie di inquadrature interessanti che dicono poco o nulla. Hong è un regista che sembra avere molto da dire ma non sa come dirlo, sa solo come inquadrarlo, e queste due cose purtroppo nel suo Cinema non sembrano equivalere. È il film che sarebbe uscito fuori dalle costole del Takeshi Kitano più «marino» (quello di L’estate di Kikujiro) se avesse cercato di rifare La doppia vita di Veronica rendendolo una Tripla vita di Veronica priva dell’aspetto lirico che è riuscito tanto bene a Kieslowski.
(continua)

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5. La vita di Adéle: Capitoli 1 & 2 (2013) di Abdellatif Kechiche
E già qui piomberanno sul mio nome piogge acide di insulti, però è così: per me La vita di Adéle è un insulto. Su questo film, storia d’amore lesbica (in cui il lesbismo è poco importante) della durata di tre ore che ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes, ha riscosso successo di pubblico e di critica in ogni dove, devo ancora trovare una risposta alla seguente domanda: quel poco di più che ha rispetto a qualsiasi storiella d’amore adolescenziale da film di Muccino o da episodio di Skins si manifesta davvero in una maniera così affascinante? Le riprese con telecamera a spalla sono esteticamente brutte, la ricerca dell’iperrealismo è abbastanza triste (l’interpretazione della Exarchopoulos dovrebbe essere realistica perché ha sempre il moccio al naso e mangia a bocca aperta?), l’intellettualismo chic e stereotipato alla francese è dilagante per l’intero film, il ritmo lentissimo basato su un gioco di ciclicità spicca per funzionamento a vuoto. E se ci sono inquadrature affascinanti o scene intense (scene migliori: il primo incontro tra Adéle e Emma, la successiva scena di masturbazione/sogno erotico della prima, la scena della mostra di arte classica, il primo bacio, la festa di compleanno di Adéle), non bastano affatto a costituire un film affascinante o intenso nella sua completezza.
Guardando la prima parte del film, non ho fatto altro che sperare che migliorasse, ma sono rimasto sconvolto quando è stata questa prima parte la mia preferita del complesso – la parte che si conclude con la prima scena di sesso tra le due, nel senso che questa scena non è inclusa (è brutta).
Copincollo un paio di righe che scrissi a caldo dopo la visione (lo so che non si dovrebbe fare, ma altrettanto si può dire per la narrazione di questa emivita adeliesca): «Questa parte m’è sembrata come un quasi promettente prologo a qualcosa di più “grande”, alla grande “storia di vita” di cui avevo letto in innumerevoli recensioni, sorvolando scene […] come quella in cui Adéle urla alle sue compagne di classe “Io non sono lesbica” e cose così. In alcune scene ho anche capito il personaggio di Adéle, me lo sono sentito emozionalmente vicino, l’ho collegato oserei dire a personaggi che conosco anche nella vita reale e mi sono ritrovate a simpatizzare quasi per il suo odio per le ostriche, anche se frasi come “Bob Marley è più o meno come Sartre”, nonostante poco serie, apparirebbero nei miei incubi”».
Le scene di sesso (lunghissime ed imbarazzanti) poi sono estremamente antiestetiche e squallide, veramente costituite da una regia pornografica e da un cattivo gusto dilagante che ha del trash: l’iperrealismo diventa antirealismo puro con due ragazzine che alla loro prima volta fanno cose chiaramente pescate dalla pornografia e non dalle esperienze reali del romanticismo di coppia nell’omosessualità femminile. Sculacciate con effetti sonori implausibili (tra le quali uno che avevo già sentito e che sapevo si chiamasse «suono di un libro messo a posto nello scaffale») e con tanto di scuotimenti e strusciamenti di natiche (il cosiddetto twerking) inclusi.

4. The last stand (2013) di Kim Jee-woon
Non si può dire molto su The last stand: mi sono preparato alla visione aspettandomi di vedere un film d’azione un po’ «diverso» a causa del grandissimo nome che c’era dietro. Kim Jee-woon è infatti un regista sudcoreano dottissimo che ha diretto film enormi di genere solitamente thriller/action come I saw the devil (2010) o Two sisters (2003) o Bittersweet life (2005) da una parte, e Il buono il matto il cattivo (2008) e quel gioiello sottostimato del 1998 di The quiet family (rifatto da Takashi Miike con The happiness of the Katakuris) dall’altra. Vendutosi alle major statunitensi, da The last stand mi sarei aspettato un film non banalissimo, un po’ autoironico e dotato di una firma riconoscibile. Del resto è uno dei tre «cambiamenti americani» di registi coreani di quest’anno: collocabile tra il Bong di Snowpiercer (che chi non era al festival del Cinema di Roma vedrà nel 2014) ed il Park Chan-wook del deludente ma non catastrofico Stoker.
Partendo dal presupposto che il protagonista è interpretato da Arnold Schwarzenegger; è una costola di I mercenari privo di una qualsiasi verve o motivo di interesse o divertimento, prodotto di un «mestierando» banalotto e prevedibile, che funziona per addizione quasi caotica fino allo svuotamento tematico-registico, con duelli sottotono, azione noiosa e sovrabbondante, Kim che si vede troppo poco e Schwarzenegger che si vede troppo. La differenza di qualità con I mercenari 2 si sente pochissimo, è forse inesistente. È un hamburger trasformato in film.

3. The Bling Ring (2013) di Sofia Coppola
La regina delle raccomandate, l’attrice più odiata del cast della trilogia del Padrino e la regista più hipster in circolazione: ecco come potrei definire, senza girarci troppo intorno, Sofia Coppola. E dire che all’inizio, con quel film carino che è Il giardino delle vergini suicide (1999, con Kirsten Dunst) e con la successiva e deliziosa commedia drammatico-romantica Lost in translation (2003, con un Bill Murray in stato di grazia ed una delle migliori interpretazioni di Scarlett Johansson), sembrava avere un qualche talento, in probabile ascesa. E invece, tra la pacchiana presuntuosità di Marie Antoinette (2006) e l’ambizioso vuoto di Somewhere (2010), vincitore del Leone d’Oro a Venezia a causa del direttore della giuria Quentin Tarantino, la tendenza pareva essere diventata la continua discesa. A causa di questo premio, c’è chi annovera la Coppola tra i nomi più importanti di una certa fetta di Hollywood «giovanile», composta anche da Wes Anderson, Spike Jonze, Paul Thomas Anderson, Charlie Kaufman e Richard Linklater. Ma se secondo me ha perso le speranze anche solo di sfiorare il più vicino di questi nomi (il meno imponente, secondo me, è Kaufman), è probabilmente a causa di quest’ultimo lavoro: non pensavo fosse giunta a livelli di imbecillità tali da poter partorire la «critica sociale» contenuta in The Bling Ring, una versione completamente smorta, modaiola e deprimente di Spring Breakers (2012) di Harmony Korine. Il film di Korine è profondamente difettoso ma almeno, a modo molto suo, è capace di osare qualcosa, The Bling Ring osa nel senso che osa cercare di affermare gli stessi concetti di Spring Breakers (giovani dalla vita vuota che vivono nel divertimento, nella droga e nella malattia del valore del soldi): osa, e non riesce.  L’aggiunta di un fattore modaiolo hipster da pubblicità Dolce & Gabbana e della (interessante, sì) condizione di chi vive nell’ombra e nel mito delle celebrità e dei loro valori plastificati, immorali, finti, non sono sufficienti. Né lo è condire il tutto con una regia più quadrata che nei film precedenti ma anche più patinata e programmaticamente svuotata da ogni minimo interesse: ogni fotogramma è palesemente finzione, dalle posizioni dei corpi nell’inquadratura alle luci, è tutto calcolato nei minimi dettagli rendendo la messa in scena evidente e pacchiana. Questa regia migliore, con i suoi difetti, non fa che rendere più difficilmente sopportabile la vuotezza del discorso socio-politico di fondo, che ha il massimo del ridicolo nel cercare la moraletta conclusiva, caricata di convinzione di messaggio politico potente. Gli attori sono tutti ignobili ma Emma Watson è la peggiore di tutti, caricando il suo personaggio all’inverosimile senza rendersi conto che è talmente simile a lei come persona che avrebbe potuto benissimo non recitare.
(continua)

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2. Effetti collaterali (2013) di Steven Soderbergh
Ne ho già scritto abbastanza qui, dicendo che fa coppia con In trance di Danny Boyle nel concorso di thriller confuso ed inutile dell’anno. Qua in lista dovevo dirne uno a prescindere da quanto ne avrei riscritto (ben poco), e questo, dei due, seppur di poco, è quello che ho odiato di più: perché Soderbergh ha molte potenzialità e non è mai veramente riuscito a sfruttarle a modo, ma qui ha superato sé stesso ed il suo essere un subdolo manipolatore di spettatori rinquaglioniti alla ricerca dello chic, dell’intelligente, del diverso. Ha cucinato una perfetta patata lessa che è una lezione su come un thriller non deve essere se ha una minima ambizione; e, allo stesso tempo, su come un thriller deve essere se in testa ci sono i quattrini e l’approvazione di quella fetta della critica cinematografica che si siede in sala per spegnere il cervello, tra una piacevole visione di Sole a catinelle e una pioggia di offese a Lo sconosciuto del lago.

1. Moebius (2013) di Kim Ki-duk
Mi sono reso conto troppo tardi di quanto poco ho scritto sul conto dell’ultimo lavoro del celebre regista coreano nel mio resoconto del festival del Cinema di Venezia 2013. Ho solo nominato velocemente titolo, autore, difetti ed una scena. Non penso che basti per spiegare perché secondo me è il film più brutto dell’anno — o meglio, il più brutto di quelli che meritano di essere nominati e descritti.  Moebius, innanzitutto, ha qualche pregio: il pittorismo sul finale, l’uso della camera a mano nella scena onirica ed un ottimo cast, il cui membro migliore è Lee Eun-woo, vera trasformista che interpreta sia la madre che l’amante, e ci sono arrivato solo guardando la pagina di Wikipedia del film. Detto ciò, è un film pietoso che dimostra come l’espansione spropositata dell’Ego di Kim Ki-duk l’abbia portato ad un’esagerazione ulteriore della propria personalità artistica auto-masturbatoria che si pensava non poter andare oltre i tristi limiti imposti dal poco interessante Arirang. Sono passati i tempi dell’Isola, di Ferro-3 e della Samaritana, e dopo Pietà (Leone d’Oro – immeritatissimo nell’anno di The Master – a Venezia 2012) abbiamo quest’ennesima prova di grottesca autoparodia, fatta di costruzioni e ricostruzioni concettuali subdole e cattive, non più profonde di una puntata di Colorado e indebolite da una regia che dona imponenza all’inutilità (che inutile resta). Se i migliori film di Fellini venivano definiti come «la masturbazione di un genio», Moebius potrebbe essere «la masturbazione di un regista convinto di essere un genio»: ce ne corre. E ciò non sarebbe così irritante se non avesse fatto anche grandi film, e soprattutto se non fosse che la critica festivaliera ha cominciato a notarlo solo a partire dal suo periodo peggiore (eh sì, è vero: film brutti ne aveva fatti anche prima, su tutti Wild animals, però c’è bisogno di un po’ di contegno). Ed il ridicolo mutismo che è imposto al film intero non fa che rendere ancora più forzato il discorso di base (che individua nei genitali un fulcro metaforico del conflitto familiare) svuotandolo d’ogni interesse. Meno male che è piaciuto a pochi (che però son sempre troppi).

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Anno di cinema 2013 / 1, il bene

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Il 2013 è stato un anno di… sorprese. È stato un anno di grandi visioni in sala, di delusioni, di sorprese; di film sia magnifici sia orribili. Per me è stato anche un anno di (ri)scoperta di certi capolavori vecchi e nuovi che mi hanno aiutato a rimodellare la mia concezione dello stesso Cinema. Ho scoperto Béla Tarr, ho riscoperto David Lynch, sono stato al mio primo festival del Cinema (Venezia 70), ho scritto tante parole, belle e brutte; sono stato negli Stati Uniti d’America e ho scoperto le gioie della Sala IMAX. E soprattutto ho visto tanti film al cinema. Perché questo 2013, come tutti gli anni, ha portato in sala molti film, e come ogni anno, per i poveri italiani che non sanno come far funzionare i torrent, ha portato in sala molti film usciti l’anno prima.
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In questo pezzo

In questo pezzo e nel suo gemello in uscita domani non parlerò dei migliori e dei peggiori film del 2013, ma, a grandi linee, di film che mi hanno particolarmente colpito, nel bene o nel male, e che sono usciti nelle sale cinematografiche di tutta Italia: non inserirò pellicole viste al festival (sennò inserirei senza dubbio Kaze Tachinu e The Zero Theorem), non inserirò film visti prima dell’uscita in Italia e neanche film che in Italia molto probabilmente non usciranno. Non tutti questi film li ho visti, in effetti, al cinema, ed alcuni di questi – di quelli meno recenti – li ho addirittura visti nel 2012. Diciamo che questa dovrebbe funzionare come una mini-guida per tutti.
Molti titoli sono assenti, sia nel suddetto bene che nel summenzionato male; tra questi uno che mi manca molto è A Field in England, ma del resto ne avevo già chiacchierato un po’ nell’articolo sui film horror, ma anche L’inconnu du lac e vari altri. Tuttavia, debbo fare una doverosa premessa: mi mancano molti film, anche usciti nei cinema, che probabilmente avrebbero un posto in questa lista, o almeno verrebbero nominati. Tra essi spiccano Blue Jasmine di Woody Allen e The Grandmaster di Wong Kar-wai, e non dimentichiamo gli italiani Stop the pounding heart e, dal promettentissimo Manuli, La leggenda di Kaspar Hauser.
(continua)

Le soprese

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È stato per me piacevolissimo scoprire quella perla visionaria che è Post Tenebras Lux (2012) (titolo già di per sé bellissimo: Dopo le tenebre,  la luce) di Carlos Reygadas,  che per la regia di questo film è stato premiato a Cannes nel 2012 dal direttore della Giuria Nanni Moretti, che nel contempo diede la Palma d’Oro ad Amour di Haneke. È stata una sorpresa potente in quanto di Reygadas avevo visto solo Battaglia nel cielo (2005) che mi lasciò profondamente freddo, quasi insultato dalla vuotezza di un film che partiva da presupposti ambiziosissimi per raccontare un «Nulla» provocante ma parecchio vacuo. In Post Tenebras Lux mi ha dato un effetto opposto, come anche in un altro suo film che ho avuto modo di recuperare, Japòn (2002) – piccola parentesi: adesso mi manca solo Stellet Licht (2007), secondo molti il suo capolavoro –, ovvero mi ha dato la sensazione di aver capito cosa dovrebbe fare un autore con il suo talento visivo e, accanto ad esso, il desiderio di provocare. Le scene ostiche non mancano, e spesso ci si interroga su cosa si sta davvero vedendo, sovente senza risposta (l’ultimissima sequenza, sporca ma abbastanza goliardica, contrapposta alla scena di suicidio cruentissima e bellissima che veniva subito prima, è parecchio fuori posto e ancora devo capirne la funzione), ma non si può rimanere impassibili di fronte alla bellezza del carrello con cui il film si apre, come anche alla straordinaria scena successiva in cui un deforme Satana fluorescente si aggira per una casa con una cassetta di attrezzi – inquadrature di rara bellezza. Quando un film così ostico riesce a non irritare, significa che il talento visivo o è talmente potente da far dimenticare ogni altro livello di apprezzamento oppure è fine abbastanza al contenuto da oscurare la narrativa per passare ad una lettura più profonda del sottotesto. Per Reygadas, è la prima di queste due possibili accezioni. Un vero pittore d’inquadrature, da tenersi stretto, la sorpresa estera della stagione.
La sorpresa italiana invece per me è stata La Grande bellezza di cui ho già parlato abbondantemente da queste parti, ma riguardo alla quale vorrei esprimere ancora un paio di pensieri veloci; l’ultima fatica di Paolo Sorrentino, ambiziosissima e visionaria, non è piaciuta a molti per la propria ricerca di poetica e per la propria carenza di coraggio, ma io l’ho adorata per i suoi toni grotteschi, più vicini a Ferreri che a Fellini, con il sorriso luciferino di Servillo che accompagna l’intera durata del film, tra una lacrima malinconica e l’altra, con un sottofondo musicale che va dai cori gregoriani ai peggiori remix dance italiani, applicando la critica sociale a svariate accezioni delle quali le più interessanti sono probabilmente quella dell’arte moderna, quella del patriottismo (grande il coraggio di far dire al personaggio interpretato da Carlo Verdone, un po’ il simbolo della capitale, la frase «Roma mi ha deluso») e quella del clero, con preti in altalena, Sante deliranti e vescovi che di sacro non san niente e dicono solo cretinate riguardanti la cucina. Non è crudo né cattivo, è una «vox media» meno vuota di quel che molti hanno criticato, confusa e disgustata ma mai veramente dichiaratamente schierata da un lato o dall’altro della stessa medaglia: e vedere questo film vincere molti EFA (European Film Awards) sinceramente mi riempie di speranza, rammentandoci che c’è qualcuno che si ricorda dell’esistenza del Cinema italiano ogni tanto…
Dagli Stati Uniti d’America giunge l’ultima opera di un regista verso il quale esprimo senza dubbio forte stima. Quest’horror visionario è stato nei cinema italiani per una settimana prima di essere stato segnalato da un vescovo per Satanismo e portato fuori dalle sale, per poi tornare tra le mani dei poveri spettatori desiderosi solo sotto forma di dvd. Per fedeltà verso il regista e rabbia verso il clero, oltre che per desiderio di averlo tra le mani e la sicurezza che ne sarebbe valsa la pena, ho ignorato chiunque mi dicesse di scaricarlo e ho goduto della visione in dvd poche settimane fa. Sto parlando, come alcuni avranno capito, di Le streghe di Salem di Rob Zombie. Un film che comincia come un horror carino soprattutto per i riferimenti alla musica rock/pop (geniale l’idea di dare al film una cadenza ed un ritmo più à la anni ’60 che à la Black Metal nonostante la colonna sonora moderna: tanti Velvet Underground, zero Gorgoroth) e ai classici della storia del Satanismo, continua su questa falsariga con qualche sbocco illuminante come la scena onirica del sesso orale al prete e si conclude nel delirio più totale, con simbolismi potentissimi, geniale uso della musica ed atmosfere apocalittiche: Satana è (letteralmente) un aborto, la possessione è lovecraftiana e la logica viene piegata dalla potenza dell’immagine e dalla fine di ogni cosa. Il «figlio di Satana» più potente dai tempi del Rosemary’s Baby polanskiano, ed il miglior film di Zombie dopo La casa del diavolo.
A Touch of Sin invece è la potente risposta asiatica non animata al panorama cinematografico del 2013. È il film più commerciale di Jia Zhang-Ke, anche se funge come critica a vari aspetti della società cinese contemporanea, commentata con un senso di distacco dalla violenza imperante di cui la pellicola è pregna, anche se viene ben gestita dal regista, vincitore del Leone d’Oro nel 2006 per Still Life, che non fallisce nel tentativo complicato di raccontare le ipocrisie della Cina moderna, tra la sua solennità nei rapporti internazionali e la sua fragilità caotica nei rapporti civili. Il potere dei soldi è più forte del potere dell’uomo ed il potere dell’uomo fa male all’uomo stesso. E la violenza dilagante non è assolutamente fine a sé stessa, badiamo bene: ci troviamo davanti ad un film-dipinto infernale la cui tesi è anche che non si possono raccontare certi drammi senza puntare alla brutalità, perché la brutalità è ciò che rimane ai personaggi ed è il loro unico mezzo per esprimersi. Non esiste più il cuore che batte d’amore, solo il cuore che smette di battere, senza manierismo, senza eccessi fuori luogo, con una messa in scena tragicamente disturbante da manuale. Consiglio la visione a tutti: è passato nei cinema italiani, ma è rimasto quasi completamente inosservato, ed è un gioiellino unico.
pacificlimConcludo con un doveroso commento riguardante il miglior blockbuster dell’anno: Pacific Rim di Guillermo Del Toro. In realtà probabilmente ho preferito Gravity, ma ho già sprecato parecchie parole a riguardo e la differenza qualitativa è veramente di poco conto: in questo film, Del Toro conferma per l’ennesima volta come riesca a riempire di autorialità pure un lavoro da mestierante. Niente snobismo, niente pretesa di serietà à la Nolan: rimane il guscio duro di un film grezzo e speciale che funziona come tributo al genere «mecha» (grandi robottoni, sfruttati soprattutto in anime come Daitarn 3 o Evangelion ma soprattutto Tengen Toppa Gurren Lagann, il cui autore Hiroyuki Imaishi è un grande fan del film di Del Toro, tanto che ad esso ha dedicato un bellissimo schizzo: lo vedete qui a lato) e ai «kaiju», i mostri giganti giapponesi il cui indiscusso re è Godzilla – a cui verrà tra poco dedicato un blockbuster con Bryan Cranston e Ken Watanabe, diretto da Gareth Evans, regista di The Raid. Il conflitto tra «mecha» e «kaiju» viene trattato con divertimento e commozione infantile, tante risate, intrattenimento tamarro ma mai senza quel barlume di genio che viene fuori dalla videocamera grazie al meraviglioso stile di Del Toro, tra le luci al neon ed un montaggio serrato che non sbaglia un colpo, creando spesso enfasi ma senza mai irritare. È un film vitalissimo e divertentissimo, che conferma come il regista sia tra i migliori nomi dell’Hollywood più commerciale dell’oggi.
(continua)

I migliori 5

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Giungiamo ordunque ad una classifica più tradizionale, con veri e propri posti assegnati e titoli.

5. The act of killing (2012) di Joshua Oppenheimer
«Non ho visto nessun film così potente, surreale e spaventoso, almeno nell’ultima decade… è una cosa senza precedenti nella storia del Cinema»: così il film di Oppenheimer sul governo militare indonesiano, instauratosi con un colpo di stato, viene commentato da Werner Herzog, uno dei più grandi registi viventi. Forse esagera, ma ciò non leva che è un film meraviglioso, sperimentale e sadico: questo «documentario» epocale e rivoluzionario parte dal personaggio di Anwar Congo, che tra il 1965 e il 1966 è stato tra i nomi più importanti per quanto riguarda il ciclo di uccisioni contro gli oppositori al regime (accusati di comunismo) in quel periodo, creando una vera e propria squadra della morte a cui veniva affidata anche l’estorsione ai danni degli immigrati cinesi e la loro uccisione in caso di mancato pagamento. Oggi, Anwar è considerato uno dei padri fondatori dell’Indonesia moderna ed è amato da tutti. Oppenheimer lo invita ad un progetto sperimentale: l’assassino dovrà riprodurre cinematograficamente la sua violenta vita partendo dai suoi generi filmici preferiti, western, gangster e musical. Il documentario lentamente si trasforma da un documentario vero e proprio ad un documentario surreale, un incubo onestissimo ma molto fittizio, che funge come annichilente psicanalisi del personaggio di Anwar, che nell’epilogo sale su di un tetto vomitando ripetutamente e schifandosi delle sue azioni. È un terrificante ed originale discorso sulla banalità del male, e aumenta di potenza grazie al suo essere allo stesso tempo un film socio-politico, esistenziale e profondamente metacinematografico. Distribuito malissimo in Italia durante l’autunno 2013.

4. Solo Dio perdona (2013) di Nicolas Winding Refn
Anche di questo, credo di aver già detto abbastanza qui, e aggiungo poco altro. Only God forgives è un film potentissimo che conferma e afferma l’autorialità e lo stile visivo di Refn con una fotografia piena d’animo ed una cattiveria ed una violenza lontane dall’essere fini a sé stesse. È un film profondamente minimalista e allucinato, in cui la trama conta pochissimo e tutta la qualità è affidata essenzialmente ad uno stile onirico e profondamente lento, un’estetica immacolata ma infernale, in cui il titolo (ed il sottotitolo «È tempo di incontrare il Diavolo») dicono più di qualsiasi dialogo all’interno del film. Tra Valhalla Rising, Pusher 2 e Fear X, questo film è il Refn ideale per capire il suo stile e le sue ossessioni, il film che lui ha sempre voluto fare e che meglio cristallizza la sua autorialità – nel male ma soprattutto nel bene. Potentissimo.

3. Django unchained (2012) di Quentin Tarantino
Molto prevedibilmente, io adoro alla follia Quentin Tarantino. È uno di quei registi che non si possono non amare. Ha cominciato la sua carriera con il film gangster postmoderno per eccellenza, un film magnifico ed importantissimo tra i migliori del suo decennio (Le Iene, 1992), ha continuato con un film rivoluzionario ormai in testa a classifiche dei migliori film di sempre in ogni dove (Pulp Fiction, 1994), per poi darsi ad un film estremamente sotto tono ma non per questo inferiore, divertentissimo, leggero e pieno di trovate geniali (Jackie Brown, 1997), estremizzando successivamente la sua poetica registica con un doppio-film di eccessi, divertentissimo film di culto istantaneo come tributo al cinema d’azione asiatico (Kill Bill, 2003-2004), e collaborando con Robert Rodrìguez al progetto Grindhouse con il suo unico film deludente e vuoto, un’Odissea auto-masturbatoria simpatica per i fan ma obiettivamente inferiore alla parte di Rodrìguez a dir poco (A prova di morte, 2007), per poi giungere nel 2009 a quel capolavoro assoluto che è Bastardi senza gloria, con cui ha affermato la sua autorialità in maniera definitiva – uno dei più grandi film del decennio e di sempre. La sua ultima fatica è un rifacimento (???) del Django di Sergio Corbucci con Franco Nero ed è a mio parere tra i suoi film migliori, forse addirittura sul podio, ma mi è difficile, con lui, stilare classifiche. Ha un solo vero grande difetto ed è il montaggio: più imperfetto rispetto ai film precedenti, e si nota sia nei piccoli particolari (i boccali di birra che cambiano riempimento tra un’inquadratura e l’altra in una delle prime scene) che in grandi sezioni narrative che potevano essere più fluide o veloci. La colonna sonora, in compenso, è la migliore della storia dei film di Tarantino; Leonardo Di Caprio e Samuel L. Jackson regalano entrambi quelle che sono probabilmente le migliori interpretazioni della loro carriera; e soprattutto alcune sequenze sono di un’intensità e di una commozione caldissima e potentissima, tra la cavalcata di Django e Schultz verso casa Candie a suon di Nicaragua di Jerry Goldsmith e la terrificante scena del martello. Più che altro si nota anche una differenza di qualità tra le tre sezioni in cui il film è diviso: la prima, che si conclude con la fine dell’allenamento tra le nevi, è decisamente convincente e tarantiniana, nei ritmi quanto nell’estetica; la seconda, la sezione-Di Caprio, la più lunga probabilmente, che inizia con la visita a casa di Candie e si conclude con la sparatoria, che è anche la migliore, quella con le scene più belle e potenti; e la terza, la più breve e la meno bella, con la «vendetta finale» di Django. È un tributo al western che poi finisce per essere, nelle atmosfere, meno western di Bastardi senza gloria, esplodendo in una violenza alla Peckinpah solo nell’ultima sparatoria a ralenti a casa di Candie. Mai eccessivamente banale, sempre teso e potente, a molti non è piaciuto, ma per me è uno dei migliori film dell’anno e non solo.

2. Holy Motors (2012) di Leos Carax
Brevemente dissi qualcosa a riguardo dell’ultima, attesissima fatica di Carax mentre chiacchieravo sul meglio e sul peggio del 2012, in quanto lo vidi prima della sua data di uscita ufficiale, ma la pellicola di regola va iscritta tra quelle del 2013, dal momento che, anche se malamente distribuito, è uscito nelle (poche) sale italiane proprio quest’anno. Holy Motors è un purissimo e potentissimo monumento metacinematografico dal lirismo surreale, collage di vita/vite in più atti, che punta ad un’originalità orgiastica di colori, sesso, sangue ed eccessi vari per una poetica esistenziale ed immaginifica. La metafora della «beltà del gesto», il desiderio primordiale, l’attaccamento alle origini della vita e dell’universo – ivi si costituisce una complicata e strutturata decostruzione/ricostruzione di valori all’insegna di uno scambio di ruoli: personaggi, autore, narratore, e pure spettatore. Può funzionare sia come allegoria vitale (o mortifera?) dell’esistenza umana e della sua vuotezza che come apologo angoscioso dell’idea di «raccontare con immagini», in cui ogni singolo spezzone deve dire molto con poco – e ci riesce. È stato addirittura bollato come commedia nera. Dopo un lungo silenzio, il ritorno alla regia di Carax è sconquassante: ed è disturbantemente efficace questo suo immaginifico testamento, Cinema estetico tout court, caleidoscopio del vedo-non vedo, del tutto e del nulla, con intermezzi musicali e riferimenti al B/N d’epoca, e con maestosissimi cani che passano attraverso il popolo di spettatori inebetiti in un’enorme sala cinematografica con un passo da leone. Carax sfonda, sia allegoricamente che letteralmente, nella prima scena del film, la «parete» del Cinema e cerca di dire qualcosa di più, e nonostante un paio di ingenuità finali, ci riesce in maniera solenne.

1. The Master (2012) di Paul Thomas Anderson
Anche dell’epopea della maturità di Paul Thomas Anderson ho parlato un sacco qui e infatti cercherò di tagliar corto: The Master è un miracolo. È il film della maturità di Anderson ma è il film della maturità che si vorrebbe richiedere da tutti i registi, un capolavoro di portata immensa, psicanalitico ma anche psicanalizzante, con una regia di potenza indescrivibile ed un’estetica tutta sua: è un film unico, che si regge su sé stesso ed esiste nel suo unico, piccolo Universo. Penso di non esagerare quando dico che la sua unicità lo può rendere superiore a tantissimi capolavori o cult del passato, compresi certi film «intoccabili» di cui non dico i titoli per evitare il linciaggio, almeno secondo la mia ottica del Cinema e di ciò che un film deve avere. In questo senso, The Master ha tutto quello che un film deve avere e anche molto di più. Portentoso, solenne, oltre la perfezione. Tra i più grandi film di sempre. Punto.

(continua domani con la seconda puntata: il cinema nel 2013 / 2, il male)

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