Gaia Tarini / Gli alberi

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Un progetto delicato e poetico, semplice come il titolo, complesso come il pensiero che lo sostiene, stralunato come una lepre marzolina d’ottobre, prezioso come il cuore scintillante di un rubino. Se vi piace cliccate qui per altri alberi, se non vi piace vi cola il naso.

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Gli alberi 1

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Gli alberi 2

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Vetrina: arenaria

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Immagine: James A. Allen,
Gente che cade, rocce che cadono).

Carla Muschio
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Lettura

Sembra un miracolo che una sabbia fine, facile da far scivolare con leggerezza tra le dita, possa compattarsi nei secoli fino a diventare la macina di un frantoio. Così può accadere anche ai giorni della nostra vita: ciascun attimo è effimero e leggero, ma, riuniti, gli attimi dell’esistenza di una persona possono costituire la biografia di un grande uomo, la cui fama magari dura nei secoli, oppure dopo cent’anni tornare a sfarinarsi in sabbia sottile.
Ed ecco un’altra lettura della stessa allegoria: con un buon cemento a tenerla insieme, anche la sabbia più fine può diventare dura come roccia. Similmente, pur con tutte le fragilità che ciascuno di noi ha, rimane possibile raccogliere le forze e costruire qualcosa di grande.

Vetrina

Elena Trabaudi, Solidità o fragilità
Ho notato che tra fratelli ci sono a volte grandi differenze nel modo di affrontare la vita.
Quindi, mi sono detta, al di là dell’ambiente identico e anche della matrice comune costituita dai cromosomi, ci possono essere infinite altre variabili che spingono l’individuo a interagire con gli altri in modo diverso.
Un genitore spera sempre che i figli siano forti, solidi, resistenti alle intemperie; e questo vale anche in senso figurato. Ma anche nutrendo tutti allo stesso modo, ci sarà quello più deboluccio; e d’altra parte, pur dando a tutti un ambiente familiare sereno ed equilibrato, qualcuno sarà più indifeso di fronte alle aggressioni della vita.

 

Francesca Taddei
Le squadre di ragazzini (o ragazzine) possono avere vari tipi di allenatori. Quelli che più aggregano il gruppo sono quelli severi, esigenti, ma giusti. Quelli cioè che non fanno favoritismi, che sono duri allo stesso modo con tutti. In questo modo infatti finisce che i giovani atleti non hanno motivo di farsi la guerra l’uno con l’altro, ma anzi tendono a solidarizzare, a fare blocco nei confronti dell’adulto.  In assenza di rivalità, invidie ecc… ogni squadra gioca meglio e forma davvero un blocco unito, compatto che ragiona in termini di gruppo e non di individualità.
Tutto ciò però può mutare repentinamente. Basta che un giocatore si monti la testa e si senta superiore agli altri o che subentri un allenatore meno attento alla psicologia del gruppo perché il blocco compatto si sgretoli e anche la squadra più vincente diventi un’accozzaglia di singoli demotivati.

 

Filippo
Le rocce sedimentarie sono il risultato di arcaiche sedimentazioni. Esse provengono  dalla frantumazione di rocce precedenti i cui detriti  ad un certo punto si riamalgamano dando luogo a una nuova roccia che è una ibridizzazione  delle rocce originarie. Proprio come accade anche ai popoli umani. L’esito di questa operazione è sempre un po’ imprevedibile e può costituire un punto di forza e produrre risultati più forti  o di rara bellezza come l’arenaria che abbellisce tutta Alghero. A volte il meticciamento però  non produce rinforzi di nessun genere, ma solo un risultato di fragilità e di sola apparente unità e forza. Ma non sempre questo è così immediatamente evidente. Gli elementi si avvicinano, ma non sono davvero insieme. Di nuovo, proprio come accade talvolta di vedere anche tra gli umani.

 

Pietro V.
Se sei buono, ti tirano le pietre. Se sei cattivo, ti tirano le pietre. Io sono Pietro e su questa pietra si è edificata la mia casa. In pura arenaria.

La parte giusta della storia

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Una simpatica coppia a una manifestazione per il riconoscimento dei matrimoni omosessuali. Il cartello recita: «Non molto tempo fa, il nostro matrimonio sarebbe stato illegale. Sii dalla parte giusta della storia. Uguaglianza matrimoniale per tutti».
Secondo me, il messaggio manca il pubblico: probabilmente chi non è d’accordo con i matrimoni omosessuali ha lo stesso abito mentale di chi non è d’accordo con i matrimoni interrazziali (oppure: sì, basta che non tocchi a mia/o figlia/o) e quindi il cartello rafforza la lordura del pregiudizio anziché scuoterla via.
Tutta sta voglia di sposarsi, poi…

L’usignolo

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Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno 2013 si vincono altri tre libri (i primi tre son già stati spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

L’usignolo è un uccello dall’aspetto modesto, eppure è giustamente famoso per la melodia del suo canto. I piccoli imparano a cantare dai genitori e arrivano da adulti a conoscere tra i 120 e i 260 tipi diversi di strofe, che durano ciascuna dai 2 ai 4 secondi. Le variazioni canore si trasmettono tra gli usignoli come i pezzi musicali tra gli esseri umani, tanto che è possibile distinguere dialetti regionali nel loro canto. L’usignolo canta per tutta la vita, tranne che nelle due settimane da quando si schiudono le uova fino al momento in cui i piccoli imparano a volare. Ai genitori indaffarati a nutrirli non rimane tempo per la musica. La massima esibizione canora si ha quando il maschio, individuato il territorio dove vuole costruire il nido, canta per attrarre una femmina.
L’usignolo canta sia di giorno che di notte, ma non ininterrottamente come popolarmente si crede. Comunque, il canto dell’usignolo è così apprezzato che nell’antica Roma un usignolo in gabbia costava come uno schiavo. Tuttavia, una volta acquistato un usignolo in gabbia, non si ha la garanzia di sentirlo cantare. Infatti questo uccello canta solo quando è «felice». Se catturato, dedica tutte le forze a dibattersi disperatamente finché non viene liberato, senza cantare. Un’altra reazione dell’usignolo in gabbia è quella di lasciarsi morire senza protestare, rifiutando il cibo e socchiudendo gli occhi. Anche in questo caso, tanto vale liberarlo.
Qualche raro usignolo si rassegna a vivere in prigionia, ma per il primo anno non canta. Un usignolo in gabbia, catturato o già nato in cattività, canta nella stagione degli amori, ma poi non più. Quindi, per sentire il canto di usignolo protratto e melodioso di cui parlano tanti poeti, non c’è luogo migliore del bosco in una notte di primavera.

Zé-Violet / Come evitare di alimentare i troll col proprio fegato (almeno su Tumblr)

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L’altra sera ho ingrassato la lista nera degli utenti di Tumblr bloccati. Dopo aver scoperto che ho circa 4 pagine di tumbli senza post che mi seguono, mi sono chiesta: «Dove sbaglio?», e subito dopo: «Ma sei scema? Chiudi tutto che è la pula, sicuro». Probabilmente invece sono alias di gente che ho bloccato con i loro tumbli originari.
Casomai mi fossi sbagliata in galera portatemi sigarette, mi raccomando.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

Come non

C’è da dire che avendo tempo discuto, spesso. O spesso ho tempo da buttare e mi parte l’embolo. Quindi è possibile che mi sia fatta un branco di stalker pronti ad azzannare. Ma un minimo comune denominatore degli attacchi gratuiti, degli scassac@22o, ci sarà pure: se lo trovo eviterò di cascare nella tentazione di litigare o di farmi venire una crisi isterica paranoica scoprendo quanti profili fasulli mi seguono. Magari scovo la formula magica per salvare le discussioni intelligenti sull’interwebs eliminando i troll e i flamers. Ci scappa il Nobel fra qualche decennio, magari.
Dunque, il rant o l’invettiva; il flame, la lite; gli attacchi gratuiti. Come non alimentare gli spaccac@22o.
violetpaoloPurtroppo ho dovuto guardare nella melma altrui. La mia, essendo donna  (sì lo so, un tempo in rete mi facevo passare per trans, e ogni tanto lo rifaccio per ridere -vedi a fianco- ma prendo per buona l’idea che la maggior parte mi identifichi nel genere femminile) si arena sul classico «Sc0p@ di più», «Zoccola», «Sei un cesso e non ti caga nessuno».
E’ imbarazzante dover trovare risposte sensate a questo tipo di chiusa dell’invettiva, vero? Il bello è che il risultato di un attacco del genere a una donna, soprattutto se rientra nelle categorie gattini-bimbi o bondage-racconti di sc0p@te, è che questa si ritrova con una nuova schiera di aspiranti amanti e di aspiranti nuove amiche per la pelle.
Quindi io che mi ritrovo solo fake devo cominciare a postare più porno e gattini, sembrerebbe.
Ai maschietti invece capitano avversari più interessanti, ma non molto più vari nella specie.
(continua)

Pollitica

Il blockbuster dell’argomento buono per attaccare è la politica, o meglio, il posizionamento che ciascuno si dà scrivendo di ciò che accade nella mai tanto analizzata Vita Vera(tm). Se uno scrive «Immigrati morti? Potevano starsene a casa loro» è difficile che venga travolto da critiche. Perde lettori-seguaci, cioè followers, si spera. Ma se scrive «Mangiare carne fa male al pianeta» qualcuno che sfanculi lo trova. Molto di più se commenta le larghe intese con un rosario di bestemmie o l’ultimo editoriale del  Pigi Battista del momento (c’è sempre un insulso scribacchino ignorante pagato troppo per scrivere sui giornali) con una svomitazzata di odio.
Se i post sono intervallati da sc0p@te o gattini non frega niente a nessuno, curiosamente.
Quando lo scrivente, diciamo il tumblero così eliminiamo failbuk, si mette d’impegno e analizza un fatto per poter dire che vaffanculo, governo ladro, vi meritate l’estinzione ma con modi e temi che non possano farlo passare per grillino, il flame diventa interessante per la mia ricerca.
C’è quello o quella che riesce a spaccare il capello in sedicimilionesimi e pur sostenendo la stessa linea dello scrivente riesce a smontare il post vergando una treccani di commento al commento del commento. Il flame scoppia per esaurimento nervoso del primo estensore, che cerca furiosamente un qualsiasi appiglio per non farsi fregare l’idea base del post da qualcun altro, cioè da chi lo critica, e sa che se non si chiude in una scazzottata alla prima occasione non si chiuderà mai più. Qui l’antidoto non c’è. Perché ciulare le idee è insito nel dna del web.
(continua)

Bastiani

C’è quello o quella che attacca la teoria del post a prescindere, come se fosse antani, con la supercazzola del «Voi siete tutti uguali».
Di questa specie fanno parte i bastiancontraristi: se la tendenza mondiale del momento è «Miley Cyrus ha un pessimo gusto nel vestire»,  loro si indignano per la poca sensibilità dello scrivente accusandolo di non capire che quel costumino in latex trasparente è in realtà un grido d’aiuto della ex ragazzina Disney che cerca di affrancarsi dal business del malefico Topo. Se tutti invece sbavano o perculano la performance zozza il bastiancontrarista si indigna per lo sfruttamento dell’immagine della donna, e così via passando per B. non è peggio di Marrazzo, anche la Santanché è una donna e poi vi lamentate del femminicidio, eccetera.
I bastiancontraristi si fermano con l’astuzia. Se dicono nero mentre tutti inneggiano al bianco basta dargli ragione SUBITO: lo shock è tale da zittirli, generalmente. Altrimenti ve lo ritrovate sullo zerbino di casa, col guinzaglio al collo, pronto a sottomettersi a voi. Comodo in caso stiate traslocando o rinfrescando le pareti di casa.
(continua)

Liberqualcosa

Affiliato al bastiancontrarista c’è l’autoproclamato liberal (o liberale, libertario, liberista, libero, liberato: attenzione, quasi in nessun caso l’autodefinizione corrisponde a quella unanimamente riconosciuta da dizionari ed enciclopedie) che di base è affascinato dalla radice liber delle parole avendola scambiata con il concetto di è come dico io e basta. Questi sono la maggior parte dei fomentatori di flame, ed è anche la triste (ironia) punizione per chi si proclama unico e irripetibile: sono, siete, tutti degli spaccaovaie o spaccac@22o. Uguali.
Il liberqualcosa (spesso li ho definiti liberm€rde, ma è limitante) è bastiancontrarista per mettersi in mostra ma si accomoda molto volentieri nel flusso generale di chi ce l’ha con i komunisti. E hanno sempre ben presente, se non nel mirino del loro fucile (sono spesso favorevoli a una più facile vendita e possesso di armi, spesso desiderando una legislazione modello Usa), un preciso o una precisa komunista. Se la discussione si fa interessante, il liberqualcosa attacca direttamente la persona sminchiando irrimediabilmente il flusso di ragionamenti in corso.
Sanno sempre tutto del loro avversario: che non lavora, se lavora è assenteista; che è sicuramente uno statale perché non fa una mazza dalla mattina alla sera; oppure che non guadagna un c@22o, è un morto di fame perché privo di spina dorsale; oppure che è un eterno studente, un topo di biblioteca che non vive nel mondo reale; alle volte si lanciano nel «non sc0p@» anche con un uomo, ma solo se sono di buon umore.
Sanno sempre e perfettamente chi hanno di fronte ma soprattutto credono fermamente che i soldi siano un’ottima arma: se non li hai sei un fallito, se li hai sei ipocrita (perché fai il komunistah!).
E qui il dubbio assale: non c’è antidoto se sono stalker, c@22o. Ma se sono stalker vuol dire che passano un sacco di tempo indagando sull’avversario. Quindi un antidoto potrebbe essere rispondere invariabilmente: ma tu che sai tutte queste cose di me, quando diamine lavori? Come fai ad attaccare qualcuno come fancazzista se passi tutto il tuo tempo a cercare le sue magagne?
Ma squilla l’Io sono un libero professionista, un imprenditore di me stesso quindi lavorano quando vogliono. «Interessante. Tuo padre che fa? Ricco di famiglia, eh?».
L’ideale per liberarsene definitivamente sarebbe scoprire un liberqualcosa fautore ad cazzum del libero mercato e del meno Stato più libbertah! che lavora in una startup internet o un’agenzia di comunicazione per failbuk e vive in casa dei suoi grazie ai soldi del padre baby pensionato ex dirigente Inps.
E’ un metodo schifoso, lo so, ma per levarsi la m€rda dalle scarpe si rischia di sporcarsi, è noto. Sempre meglio che portarsela in casa o sul tappetino dell’auto.

Violet

Riccardo Oi / Lou Reed

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Lewis Allan Reed, cantautore e poeta statunitense nato a Brooklyn il 2 marzo 1942, il 27 ottobre 2013 è morto. Le parole più belle (ma poche ne ho cercate) le ho trovate qui, da Alice (che giustamente commenta: «Sì, grazie, davvero»):

Gli scemi siamo noi, che l’immortalità la intendiamo sempre troppo letteralmente.
E ce la fate ogni volta.
Grazie di tutto, nemmeno sai quanto.

Riccardo Oi