Andrea Dei Castaldi / Finistère

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 Questo testo appare qui con qualche imbarazzo, dal momento che: 1/3 dell’editore del libro (Barta; gli altri 2/3 sono persone eccezionali, sue socie adorate) è il fondatore del presente sito; il commento non spara manco una critica, pur costruttiva, al volume. Però alla fine: è un libro bellissimo (vogliamo parlar della meravigliosa grafica? Del contenuto che di tanta meraviglia è profondo specchio? Del prezzo bassissimo? Della necessità di pubblicare un libro simile? Ma sì), e del resto chissene. Anzi, pubblicità: cliccate qui per poterlo acquistare e lodare a ragion veduta.

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Così inizia l’indiscusso capolavoro di Lev Tolstoj, Anna Karenina.
Frase tagliente, fulminea nel suo confinare per sempre l’infelicità delle famiglie non in tipologie ben definite, bensì in un’unicità irripetibile.
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Tasselli

La famiglia di Giona è, in questo senso, unica. Un figlio disintegrato contro un camion, un padre rincorso da innominabili fantasmi, una madre che, dopo aver abbandonato magiche pillole, si rifugia nell’incessante attività quotidiana che sembra darle il prezioso regalo dell’oblio. E poi Giona. Giona è il gemello rimasto. Il gemello che  è sempre stato più fragile, più taciturno, tuttavia prescelto dal destino per osservare l’immane tragedia della scomparsa della sua sempre presente controparte, della sua ombra: il fratello.
Decifrare il dolore di una famiglia è alchimia, processo magico impossibile, perché troppo spesso i tasselli sono fuori posto, persi in antiche verità, confinate in un passato che nessuno vuole dissotterrare. Tuttavia in un piccolo gesto, in un silenzio protratto troppo a lungo, in un’assenza, in un tradimento, si nascondono spesso le chiavi di volta.
Finistère dissemina, in questo senso, molti indizi. La storia degli individui, in particolare di Giona, si dipana in un intricato passato familiare che continua a vivere nel presente, oscurando il futuro. La stessa tragedia greca aveva compreso come i dolori all’interno di una famiglia possiedano un’onda d’urto che attraversa le generazioni, lasciando un’eredità da cui non si può fuggire.   (continua)

Danza

Giona infatti non fugge, ma cerca la risposta, come Edipo ricerca la causa delle sciagure della sua città.  Si svela così la potenza narrativa di Finistère, nel mostrarci i grumi di sangue immancabilmente disseminati in una stirpe, nel sussurrarci i suoi inconfessabili segreti. Mistero e segreto accomunano tutte le famiglie, con le loro luci e le loro ombre, dove menzogna e verità convivono in  eterno, in una danza incessabile.
Tuttavia nelle piccole  e grandi tragedie consumate nelle mura di casa, nella morte di un figlio, in un padre infedele, perso nei suoi rimorsi, in una madre fiaccata dagli eventi, direbbe Dei Castaldi, esiste la bellezza. La bellezza anche nel marciume quotidiano, la bellezza anche nella tragedia. La bellezza negli occhi di una donna come Elena, la bellezza in un semplice arcobaleno. La bellezza che passa e sparisce più veloce del vento. La bellezza intrinseca alla vita e all’uomo, piccolo fagotto di carne scaraventato sulla terra da un grembo di donna. Ed ecco che, dalla culla al cimitero, la famiglia è l’inizio del miracolo e vive la sua fine, inerme davanti alla più accecante alba e al più struggente tramonto. E alla luce di un arcobaleno o di una luna l’uomo, fra menzogna e verità, ballerà per sempre.

M. Teo

Il pane e la sassata

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«Ci sta il pane e la sassata» è un modo di dire toscano, per lo meno d’area tirrenica, che indica la possibilità che a una richiesta, in origine di cibo, si possa ricevere in risposta quanto dimandato oppure si possa venir scacciati in malo modo da qualche cauterio. E da questo modo di dire nasce il titolo dapartico conferito (come i titoli dei paragrafetti, sempre di mano dapartica) a una lettera appello che rimbalza qui, con ritardo di una settimana e spicci, scritta dal teatrante (autore e attore) Andrea Gambuzza, uno talmente bravo che compare qui nonostante sia di Livorno.
Il testo è stato pubblicato su un quotidiano locale («La nazione»), e riguarderebbe una questione locale: non fosse che anche troppo questa situazione è paradigmatica di mezza Italia, e questo solo perché nel resto della nazione va quasi sempre peggio. Poche le lodevoli eccezioni, che esistono; ma poche dovrebbero essere le biasimevoli eccezioni come quella qui descritta, e non viceversa.
Siam fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni, diceva più o meno il Bardo; ma certa politica è fatta della stessa materia di cui son fatti gli auguri che tutti i teatranti conoscono, ahinoi.

Dibattersi

Mi chiamo Andrea Gambuzza e sono un professionista dello spettacolo, nato e residente a Livorno.
Come altri colleghi operatori, ho partecipato lo scorso venerdì 26 luglio al dibattito tenutosi alla Festa Democratica, riguardante il travagliato settore della cultura, al quale erano presenti alcuni esponenti di rilievo nell’ambito culturale regionale e locale.
Dopo una prima panoramica sull’indotto culturale nazionale, il discorso giocoforza si è portato sulla situazione che vede protagonista il nostro controverso comune. Michele Cheli, portavoce di quel movimento «Arte Esistenza» che è riuscito a coinvolgere una cospicua parte della cittadinanza nella della tre giorni di manifestazioni spontanee organizzate sulle questioni inerenti l’arte, i suoi luoghi e le sue infrastrutture in ambito comunale, ha esposto punto per punto una serie di dati  inoppugnabili e di interrogativi, chiedendone di conto alle istituzioni presenti.
Per tutta risposta, dapprima il Presidente del Conservatorio, il Prof. Giulio Cesare Ricci, rimette al suo posto il giovane con un’arringa che si potrebbe sintetizzare con: «Intanto dimostra che sai fare qualcosa, poi ti potrai permettere di criticare la politica!»; in seguito, il sindaco Cosimi azzera la istanze sollevate, raccontando agli astanti la sua versione dei fatti, ovverosia che la giunta ha sempre lavorato al meglio e le uniche colpe di disfunzione del sistema culturale cittadino sono da attribuire alle scelte sciagurate operate dal parlamento ed alla ritrosia dei privati nell’accollarsi investimenti e rischi d’impresa in ambito culturale.
Mi domando a questo punto: viste le modalità muscolari che hanno dimostrato di voler assumere, nel contesto sopra descritto, le nostre istituzioni nel rispondere ai disagi manifestati dalla collettività, quali sono, se ci sono, gli strumenti democratici che abbiamo noi cittadini per far sentire la nostra voce e veder cambiata, possibilmente in meglio, la qualità dell’operato dei nostri amministratori?

Fiondarsi

Chiedo pubblicamente al Partito Democratico, che ha ospitato l’incontro e che regge da anni le fila della nostra città, se possa essere accettabile o meno una fine così sterile, per un dibattito a mio avviso invece così indispensabile.
Si sono accusati i privati di non fare abbastanza, dimenticando forse gli interventi organizzati in totale autonomia da parte di artisti come Pesce Fresco e Valerio Michelucci (vedi La Bomba di piazza Cavallotti), oppure realtà quali il Centro Culturale Vertigo, Il Grattacielo, il Cinema Kino D’Essai, il Cral ENI e mi scuso per quelli che possa aver escluso, che conducono quotidianamente una battaglia per la propria sopravvivenza.
I segni di degrado culturale in cui versa la nostra città sono sotto gli occhi di tutti: che l’amministrazione non faccia in modo efficace il proprio dovere, non è un’opinione avventata e giovanilistica, è un dato di fatto.
Chiedo al Partito Democratico, nella persona del segretario De Filicaia, della responsabile della cultura Sarah Bovani e a tutti coloro che vorranno contribuire al dibattito, di dare un segno di vitalità e di responsabilità, di dimostrare se ancora è in grado di portare a termine la sua funzione democratica svolgendo quindi il ruolo di catalizzatore e, perché no, di garante, tra i cittadini e l’azione politica.
La sensazione è quella di essere soli, con una fionda in mano, a fronteggiare un titano. Ci accontenteremo di dare ogni tanto, al Golia di turno, una liberatoria pedata nello stinco.

Andrea Gambuzza

Classifica: i film di Terrence Malick

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Terrence Malick è, tra i registi americani viventi, non solo uno dei più dotati, ma anche uno dei più innovativi, uno dei più autoriali, uno dei più interessanti e quasi senza dubbio il più umano, emozionale, sincero. Eremita solitario (solo cinque le sue foto – fatte di nascosto – dagli anni ’70 fino ad ora), religioso ma non invadente, dotato di uno stile unico.
Ha cominciato la sua carriera nel lontano 1972 con un esordio folgorante intitolato La rabbia giovane, tornando poi sul grande schermo con I giorni del cielo, film americano più apprezzato dalla critica nell’anno 1978 insieme al pluripremiato e celeberrimo Il cacciatore di Michael Cimino, per poi prendersi una pausa sabbatica di quasi vent’anni, in cui ha cercato ispirazioni varie in un lunghissimo viaggio attraverso il globo, trovando finalmente la forza di tornare con uno dei più atipici film di guerra che la storia del cinema ricordi: La sottile linea rossa. Fu un grande successo, stranamente non solo di critica ma anche di pubblico, che lo portarono alla scelta di fare presto un film nuovo: The New World, nel 2005, e qualche anno dopo, nel 2011, il già storico The tree of life. Il successo madornale di critica di questa sua recente opera universale gli hanno dato la spinta per smuovere e velocizzare le sue nuove produzioni: è infatti già uscito da poche settimane nei cinema italiani (ed un anno fa era al festival di Venezia) il suo ultimo film To the wonder, e pare che abbia in programmazione — ovvero stia girando e ultimando — altri tre progetti: due drammi pseudo-autobiografici, uno con Christian Bale e l’altro con Ryan Gosling (insieme a Rooney Mara), ed un lunghissimo documentario sull’universo con la voce narrante di Brad Pitt.
Proprio per celebrare l’uscita di To the wonder, come feci già con la Pixar e con Nicolas Winding Refn, anche se non sono riuscito a vedere tale film (purtroppo) nella sala cinematografica, creo quindi questa classifica dei pochi (ma preziosi) lungometraggi dell’autore. Con, ovviamente, To the wonder incorporato.
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6. The New World (2005)
Anche chi ha apprezzato To the wonder, senza dubbio sino ad ora il Malick meno amato dalla critica, lo mette in fondo alla lista. Io no. Nonostante i notevoli problemi dell’ultimo lavoro del regista (che analizzerò più tardi), personalmente ho sempre trovato The New World, nonostante sia comunque un bel film, un po’ più deboluccio, un po’ più bruttino, un po’ più noioso. Una sorta di amplificazione, fotografica e filosofica, delle tematiche di La sottile linea rossa. Ma se fotograficamente non si può negare al geniale Emmanuel Luzbeki di aver creato meravigliose immagini ed atmosfere con i colori, i riflessi e le luci, filosoficamente ci ritroviamo davanti ad una sequela di concetti interessanti ma ripetitivi. Se i film di Malick usciti fino ad ora si possono selezionare a coppie, per temi e per qualità, The New World, che cerca di essere un nuovo La sottile linea rossa, finisce per essere un’anticipazione di To the wonder per la sensazione di vuoto (non necessariamente qualitativo) che dà quest’astratto approfondimento della natura umana, qui più convenzionale nel solito sia nella costruzione formale che nel dialogo e nel contenuto. Malick è sempre Malick, ed i suoi facilmente riconoscibili stilemi grafici e concettuali rimangono per non rendere il film mediocre, bensì carino. Ma per un autore del calibro del nostro amico texano, «carino» non basta, neanche per la storia (potenzialmente interessantissima) della scoperta del Nuovo Mondo attraverso gli occhi di un marinaio ribelle inglese agli inizi del 1600 che si innamora di un’indigena, sulla scia di Pocahontas. Tra le cose migliori del film il cast, con nel ruolo dell’indigena la bravissima Q’Orianka Kilcher e bravi in altri ruoli (dal più importante al meno importante) Colin Farrell, Christian Bale, Christopher Plummer, David Thewlis e Jonathan Pryce.

 

5. To the wonder (2012)
Malick una volta si è professato grande fan del cinema italiano — affermazione che può voler dire tutto e niente, visto che se lo dice Tarantino si pensa a Corbucci, Leone o Fulci, se lo dice Greenaway si pensa a Ferreri, e se lo dice Lynch o il Landis più horrorifico il nome di punta è Mario Bava. Ma Malick si riferisce chiaramente a Fellini e Antonioni.
In alcuni film si nota un po’ di influenza di Fellini, e in To the wonder tutte le inquadrature urlano Antonioni. Perché Malick è un regista che nel suo universo autoriale lavora sempre su un mondo «pieno»: emozioni, dialoghi (ma più spesso monologhi), colori. Il suo mondo è strutturato e costruito in base ad un’enorme insieme di caratteristiche. Tuttavia in To the wonder non regna il «pieno» ma il «vuoto», incredibilmente antonioniano, della ricerca dell’incomunicabilità. Nonostante questo vuoto a volte si rifletta nella qualità del film (non pochi i passaggi incerti o compiaciuti, su tutti quello sulla fila del rasoio del termine «vomitevole» in cui l’italiana Romina Mondello si esibisce in tutta la sua nazionalità con frasette irritanti sulle quali capeggia l’inconsistenza di «sono l’esperimento di me stessa e voglio qualcuno che mi sorprenda»), le sue ambizioni sono innegabili e le sue novità rispetto anche ai precedenti film di Malick pure: nonostante The tree of life, forse To the wonder è ancora più personale e sentito, commosso e soprattutto pessimista. La fotografia (come sempre) è da urlo in quest’odissea dei sensi in cui Malick trasporta il proprio ego nel protagonista Ben Affleck, qui inespressivo ma non insopportabile, diviso tra due donne che rappresentano, probabilmente, varie caratteristiche della vita di Malick stesso. Inoltre, l’autore è sempre stato molto pudico, e qui per la prima volta nella sua carriera mostra una scena di sesso. Pur innovativo nel suo universo, non si può definire un film riuscito a tutti gli effetti nei propri intenti. Però ci ha provato e ci è quasi riuscito. Sottovalutato dai critici medi e sopravvalutato dai più accaniti sostenitori del regista texano, è un gioiello visivo dalle mille imperfezioni, schietto, sincero e interessante senza essere bello in maniera tradizionale. Bravissima Olga Kurylenko.

 

4. La rabbia giovane (1972)
E dopo i due film obiettivamente meno riusciti dell’autore texano, giungiamo ai suoi primi due: sono gli anni ’70 e Malick era al proprio esordio, un piccolo grande lungometraggio di maturità, tra i film d’esordio più fulminanti della sua epica. Andando oltre il titolo maltradotto a livelli tragici (titolo originale: Badlands, alla lettera «terre cattive», ma luoghi geografici reale degli Usa cantati anche da Springsteen, corrispondenti più o meno ai calanchi italiani), il film è un road movie su due fidanzatini adolescenti in viaggio verso un ideale, utopico, misterioso paradiso naturale statunitense che possa far loro dimenticare la realtà da cui sono partiti. Gli attori sono i giovanissimi Martin Sheen (pre-Apocalypse Now) e Sissy Spacek (pre-Carrie), forse mai più brava, oltre che Warren Oates nel ruolo del padre di lei, ucciso da Martin Sheen in una delle ultime scene. Può darsi anche perché, nella loro follia inconsapevole, attraverso il loro viaggiano si lasciano dietro una lunghissima pista sanguinolenta, è considerato in un qualche modo un precursore di Cuore selvaggio e Assassini nati, in cui nonostante la trama sia simile il contenuto è diversissimo: se Cuore selvaggio è un dramma grottesco e Assassini nati è un surreale viaggio nella società americana, La rabbia giovane è un’accurata analisi dell’umanità e del suo rapporto con il mondo, con la natura; elemento tipico di ogni film di Malick ma qui più innovativo in quanto primo dei suoi film.
Forse dei suoi lavori è il più influente, il più importante, ma non necessariamente il più riuscito: non possiede forse l’intensità autoriale di alcuni dei suoi lavori successivi, e la linea ironica lasciata dalla stupidità deforme dei due protagonisti non sempre si fa prendere abbastanza sul serio. Splendido cammeo di Malick stesso, nel ruolo di un venditore porta a porta, prima che si ritirasse e decidesse di non farsi più fotografare o filmare in alcun modo; regola che è stata infranta quando una fonte anonima ha messo sue foto e suoi video tra Twitter e YouTube, scattati e girati sul set di uno dei suoi ultimi progetti, quello con Christian Bale.
(continua)

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3. I giorni del cielo (1978)
Oltre a regalarci la miglior intepretazione di Richard Gere, questo seguito ideale dell’universo concettuale di La rabbia giovane è tra i  migliori film degli anni ’70 e superiore al precedente film soprattutto per il comparto fotografico sorprendentemente compatto e affascinante. La storia non è poi dissimile a quella del film precedente: i protagonisti sono solo un po’ più grandi e l’intera storia è trasportata all’inizio del ‘900, di preciso in un 1916 precisamente nel mezzo della Prima Guerra Mondiale, che però non si sente se non in sottofondo. L’impatto sociale ed il comparto sociologico danno forma e qualità ad un’altra odissea umana sul conflitto tra gli uomini e tra l’uomo e la natura. Vi sono ottime interpretazioni anche di Brooke Adams e di un poetico, solitario, complesso, piccolo Sam Shepherd. Non è che un proseguimento di una poetica, non è niente di veramente nuovo, ma è ricolmo di maturazione stilistica e scenografica. Rispetto al film precedente c’è meno violenza esplicita e più apocalisse concettuale, biblica.

 

2. La sottile linea rossa (1998)
Di Terrence Malick si può dire tutto, anche che La sottile linea rossa sia una delle sue opere minori. Cosa che assolutamente non è: è difficile guardare questo film una volta sola ed essere convinti che sia un bel film; bisogna avere il coraggio di visionare il film una seconda volta per comprenderne meglio la complessità. Alla prima visione, l’ho trovato noioso e retorico, a suo modo bello, ma inferiore ad ogni altro film suo che avevo visto, e To the wonder non era ancora uscito, ma a parte ciò li avevo visti tutti. L’ho dovuto rivedere e rivalutare, e con il senno di poi della seconda visione mi sono reso conto che era meno furbetto, meno The New World, più The tree of life. Comincia nel Paradiso, passa all’Inferno e si conclude tragicamente nel Limbo: una Divina commedia atipica che riassume il genere del film di guerra e lo amplia.
Cito parola per parola senza vergogna il dizionario del cinema di Morando Morandini: «Malick ha scelto la guerra come la porta attraverso la quale passare per dire qualcosa di radicale (di indicibile?) sull’estensione dello spettro morale di cui è capace l’uomo e porre alcune domande: perché la guerra? che posto ha l’uomo sulla Terra? che cosa lo spinge alla violenza, a perdere il senso della natura, della pietà, della bellezza? Questo film panteista è una preghiera di fine millennio, una invocazione d’aiuto», dice. Ha ragione su tutto ma tralascia che, nonostante l’onnipresenza di Dio, sia lontano da essere un film religioso. Forse non è un capolavoro, anche a causa della sua estrema lunghezza, della sua ricchezza di sottotrame di cui non sempre si sente il bisogno, ma l’immensità delle sue ambizioni è innegabile. Contiene una tra le macrosequenze di guerra più lunghe e più potenti della storia del cinema (inaugurata dal primo sparo che si sente nel film, dopo tre quarti d’ora di «pace»), con un cast che non sbaglia un colpo ed una fotografia suggestiva. E non si può negare che Malick non sappia concludere i propri film: l’ultima inquadratura è tra le cose più belle che l’autore texano abbia mai filmato.
(continua)

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1.    The tree of life (2011)
Di The tree of life ho parlato troppo. Ne parlai prima in una classifica ideale di 20 film tra i più belli di sempre, classifica di qui parzialmente mi pento (più per le descrizioni che per la lista stessa) e che si trova qui, e poi feci un pezzo dedicato esclusivamente al film e all’immensità di Malick come autore, qui. Ma le merita tutte queste parole, perché è un capolavoro; è il Capolavoro di Malick, anzi. È personale ma universale, religioso ma dubbioso, lungo ma mai noioso, ambizioso ma non pretenzioso, intenso e sincero, pieno. Ho già scritto abbastanza a riguardo e per questo taglio corto, ma la penultima (per ora) opera dell’autore è un film importantissimo, riassuntivo dei pregi e difetti dell’arte cinematografica e perfetto nella sua imperfezione. Tra i miei sogni proibiti c’è il desiderio di vedere il director’s cut di sei ore, che approfondisce e allunga le sequenze con Sean Penn protagonista. Aggiungo in conclusione che l’ultima scena sulla spiaggia è tra le cose più magiche e potenti che la storia del cinema ricordi, e la ricollego al cinema italiano che ho citato prima recensendo To the wonder: concettualmente più che atmosfericamente, non siamo nello stesso mondo di , capolavoro senza tempo di Federico Fellini?

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Letteratura isterica: Stoya

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Hysterical literature è un progetto del 2012 di Clayton Cubitt, fotografo e cineasta di stanza a New York, che attraverso 8 video (per ora; ma mi sa che s’è fermato) vuole, cito, «esplorare il femminismo, il dualismo mente/corpo, la distrazione nella ritrattistica e il contrasto tra cultura e sessualità. (E’ anche divertente da vedere)».
Ed è anche una vibrante (haha) pubblicità per una marca specifica di vibratori, e quindi tutto va preso con beneficio d’inventario, dalle dichiarazioni alla veridicità della cosa.
L’idea è semplice: sopra il tavolo una donna legge, sotto il tavolo un vibratore vibra. Speriamo venga bene. Hé.
Il nome del progetto deriva, credo, dal motivo per cui sono nati i vibratori: curare l’isteria femminile.
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Stoya legge e vibra

Che ne pensa Stoya

Così Stoya, stella del firmamento porno Usa e prima interprete della serie, ha raccontato la sua esperienza (traggo tutto dal sito di Letteratura isterica, collegato a inizio articolo):

E’ di un video che sto parlando: a te decidere se prima leggere o guardare.
Non ho mai capito i vibratori. Sono stata registrata molte volte mentre dico che non me ne piace nessuno, eccetto il Nea di Lelo, che apprezzo ma solo esteticamente. Penso sia il ronzio a darmi fastidio. Ho posato per un sacco di servizi fotografici con questi giocattoli, ma li ho sempre visti come un misero sostituto per una persona e non han mai dato un orgasmo. Meno di un mese fa ero alla fiera Exxxotica con alcune delle interpreti femminili di maggior successo del settore di film per adulti, e qualcuno tra il pubblico ha chiesto quale fosse il nostro vibratore preferito. Tutte han gridato “Hitachi” all’unisono, eccetto me. La stessa sera ho ricevuto una posta elettronica da Clayton, che mi chiedeva di partecipare al suo nuovo progetto.
L’idea è questa: filma donne sedute a un tavolo, donne che leggono. Ma cosa accade sotto il tavolo? […] Credo che nel sesso la parte interessante risieda nelle sensazioni che ti arrivano da quel che non si vede. La penetrazione, dopo tutto, è l’esplorazione di qualcosa di oscuro e umido, simile a una caverna.Ho scelto una sezione delle Variazioni necrofile di Supervert, un autore (un’autrice?) che mi affascina. Ho scelto le Variazioni perchè è un po’ che sono immersa in una non morbosa ossessione triangolare, i cui lati sono il modo in cui un orgasmo influenza la chimica del cervello, le ragioni dietro il nomignolo francese di la petite mort (la piccola morte) attribuito all’orgasmo e il motivo per cui la mia mente va in uno stato di bianco totale al culmine di una esperienza sessuale.
In quel momento c’è qualcosa, la morte e il sesso, forse il cambiamento o la crescita […]. Alle volte mi pare di sfiorare questo concetto con la punta delle dita, ma non riesco ad afferrarlo e a indagarlo per bene. Tutto quel che posso fare per cercare di capire è sguazzare in qualsiasi cosa possa contenere un indizio in merito fino a che tutti i pezzi non vanno al loro posto (o fino a che non sia distratta dal luccichio di qualcosa… ma dev’essere veramente luccicante per distrarmi). Sentivo che questo libro era quello giusto.
Mi è stato detto di vestirmi come per un appuntamento non con un ragazzo bensì con un uomo. Indosso un abito della collezione Anglomania di Vivienne Westwood, il cui taglio limita il margine di manovra delle mie braccia, ma d’altronde se uscissi con un uomo non dovrei aver bisogno di far grandi gesti per aprire le porte né dovrei aver voglia di parlare al cellulare. Son truccata in maniera molto semplice, tacchi alti m prtici, mutandine sofisticate e costose. In più, la fessura è ben lubrificata. Da un punto di vista sessuale mi piacciono molto le cose che non posso prevedere e quelle che sono nuove per me. Questo tentativo di leggere ad alta voce mantenendo la compostezza pur essendo sessualmente stimolata è per me qualcosa di nuovo. La videocamera aggiunge quel pizzico di esibizionismo che ho sempre apprezzato – anche se trovo più interessante l’Hitachi, con cui la mia vagina è in procinto di fare amicizia per la prima volta.
[…] Vengono sistemate le luci e ognuno prende posizione. La mia biancheria intima giace sul pavimento, fuori dall’occhio della telecamera. Non appena inizio a leggere, la mia incredulità è sospesa, e dimentico cosa sta per accadere. Poi, al primo tocco sulla mia coscia, ogni goccia di sangue disponibile corre alla mia vulva. Continuo a enunciare correttamente parola per parola il testo, concentrandomi su di esso. Sudo. Dovesse andare avanti a lungo, mi ritroverei i capelli appiccicati alla testa per il sudore, come se avessi lavorato a lungo o mi fossi impegnata in qualche penetrante e acrobatica scopata con un uomo.
Inciampo su una parola, e la mia concentrazione si rompe quando torno a focalizzarmi sul testo. Né l’Hitachi né la donna che lo brandisce sotto il tavolo saran negletti, ma nell’interesse dell’arte (e perché tutto ciò è così meravigliosamente sporco che non voglio che smetta) continuo più a lungo possibile.
La sezione del mondo che sto abitando rallenta, zumma dentro. Come un elastico teso improvvisamente mi contraggo, e sono amorevolmente spinta da un orgasmo.
Ridacchio, le mani sul tavolo. Una volta recuperati brandelli della mia mente a sufficienza, riprendo a leggere e consegno la riga di chiusura.

Il lato A del caso B.

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Dopo la sentenza della Cassazione che ha stabilito la condanna alla cocuzza del Pdl (4 anni e interdizione dai pubblici uffici. Secondo una legislata votata ai tempi del governo Monti, i condannati a pene superiori ai 4 anni sono incandidabili a vita. Monti ha governato con la maggioranza in mano al Pdl) son fioccate le opinioni che manco al festival di San Scemo. Polito, uno di quelli che per dimostrare di esser di sinistra dice sempre cose di destra, ha sostenuto (sul «Corsera») che la condanna infligge una figuraccia internazionale all’Italia, perché la cocuczza del Pdl è stato più volte capo del governo, dimenticando 1) che internazionalmente tutti sanno chi sia la cocuzza del Pdl (a cominciare dall’«Economist», settimanale di destra), 2) che la figuraccia l’Italia l’ha fatta eleggendolo più di una volta, 3) che così, politamente, suggerisce che la legge non debba esser uguale per tutti e 4) che la figuraccia l’Italia la fa a permettere a un criminale condannato di dettar condizioni e agenda al presidente della Repubblica e al governo. De Gregori, subito santificato dal «Giornale», ha detto che è stato un «errore pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria», come a dire: è vero, i giudici han voluto farlo fuori dalla politica; e manco una parola sul Pd e precedenti incarnazioni che invece tutto ha fatto per mantenerlo in politica.
Non ho invece letto, e magari mi è solo sfuggita, una cosa semplicissima. La scrivo bella grossa perché mi pare in giro ci sia una durezza pari solo a quella di chi non ha mai assegnato un Oscar alla regia a Stanley Kubrick:

Non si è cercato di far fuori politicamente il padrone del Pdl per via giudiziaria. L’esatto contrario: il padrone del Pdl ha fondato Forza Italia e cetera per far fuori per via politica i propri guai giudiziari.

Questa cosa andrebbe ripetuta in ogni occasione possibile da chiunque abbia voce per farsi ascoltare. L’unico modo per far affermare una verità è affermarla.