Obushama

bushobama

Qualcuno non è rimasto contento delle ultime prove di Barack Obama; e se l’origine dell’immagine non è statunitense, lo è il continuo rimbalzare del giffo da un sito all’altro. Ingenerosa? Certo. Inesatta? Anche. I due sono imparagonabili, tanto Bush è infimo. Tuttavia, sulla questione dei dati personali la prova di Obama è stata più che pessima, da fratellone più che da fratello. A chi fa sognare si chiedono sogni, non incubi. Bush non aveva altezze alle quali volare, Obama sì. Di più, nsa.

(via Socks on an octopus).

I grandi sondaggi di Libero: qual è il tuo stato d’animo dopo la condanna a 7 anni al capo del Pdl?

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Un altro fantastico risultato del direttore del quotidiano «Libero» («Libero non è un giornale e il Giornale non è libero», spiegò la differenza non so più chi), uno dei due robi di notizie più vicini alla cocuzza del Pdl, diretto da Belpietro; sondaggio pubblicato il 24 giugno. Bra!vo!

Larme d’amore / Cry for love

larmedamore

(traduzione curata da Mastro Giulio di Cry for love di Iggy Pop. Per il testo originale, porre la freccia vostra d’in su la vetta de lo titolo strambiero, o addosso a la picciola lingua Parole foreste)

Qui il poeta apre il suo cuore, rivelando come egli rifiuti una certa idea di virilità tanto consolidata quanto limitata, confessando invece sentimenti e debolezze. E conclude invitando colui che dovesse provare vergogna di certi sentimenti a manifestarli, rassicurandolo che si tratta solo di umanità e non di qualcosa di sbagliato da celare.

Parole

LARME D’AMORE.

De’ cercatori d’onori mondani
giammai mi calse[1];, et io seppili un dì a
conquider e scoter l’orbe ‘sì inani[2]
ch’anche il mendico diadem vestirìa.

Larme d’amore, le stoviglie frante;
larme d’amor, l’ocul miei n’ho impregnati;
larme d’amor tutte mattine sante;
larme d’amor, scimmiottii n’han tediati[3].

Oh stolto saltimbanco che m’oltraggi,
ben so cos’ardo e anelo di vedere:
ch’a la cerca d’embracci veri e maggi[4]
giunsi al mio stesso onor soprassedere.

Piansi d’amor, negli atti seguii ‘l core,
piansi d’amor, odio chi in dir m’oltraggia;
piansi d’amor la mane del signore,
piansi d’amor, l’imitazion m’è in uggia.

Li cavalier pelagei[5] ch’a la cerca
de l’amor vanno, se l’ trovan lo fuggon;
e quei che lor guerriera opera mercan[6]
no l’ dicon, ma sol per amor distruggon.

Se ‘l volto riganti[7] larme d’amore
timore non aver, che è cosa bona;
ché, se tal larmi, allor fato a te dona
altra occasion fausta, larme d’amore.

*********

[1] «Non mi è mai importato». [2] «Incapaci di prendere il mondo e di scuoterlo». [3] «Le imitazioni ci (=ne) hanno annoiato». [4] «Più grandi e significativi». [5] I «cavalieri del mare» è definizione che indica quella disciplina atletica che si pratica in equilibrio sulle onde marine con una tavola di legno. [6] «Vendono». S’intendono i soldati mercenari. [7] Ti rigano.

Musica

Parole foreste

CRY FOR LOVE.

Status seekers – I never cared
once I found out they never dared
to seize the world and shake it upside down
and every stinking bum should wear a crown

Sayin’ I cry for love
till all the plates are broken
cry for love
until my eyes are soakin’
yeah cry for love
on every salmon mornig
cry for love
‘cause imitation’s boring
cry for love

bad tv that insults me freely
still i know what I’m dyin’ to see
in searching for a meaningful embrace
sometimes my self-respect took second place

an’ I cried for love
i did what my heart told me
cried for love
can’t stand it
when they scold me
yeah i cried for love
on every salmon morning
yeah i cry for love
‘cause imitation’s boring
cry for love

Surfers ride for love and wipe out when it hits ‘em
soldiers kill for love and nobody admits it
if you’re cryin’ for love well, that’s ok don’t sweat it
if you’re cryin’ for love then there’s still a chance you’ll get it
cry for love

BB settete!

interdizione

I giudici di Milano hanno condannato a 7 anni di carcere la cocuzza del Pdl: per concussione per costrizione e per prostituzione minorile. L’accusa aveva chiesto 6 anni, i giudici hanno rilanciato di uno. Vedo. Ci sto.
Inoltre è stata disposta l’interdizione perpetua del padrone del Pdl dai pubblici uffici.
Sotto, un simpatico promemoria sui processi a carico del capoccia del Pdl (da Internazionale) e un riassunto grafico della sentenza (via Marsigatto).
Dedicata a Panduz.

 

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La visione di un uomo d’acciaio

MAN OF STEEL

Dal nostro inviato losangelino,  una bella recinzione dell’uomo che ha imparato da poco a mettere le mutande sotto i pantaloni: Rocco Siffredi. Ah, no: Clark Kent.

Attenzione attenzione: sto per recensire un film veramente brutto quindi a volte nella scrittura mi ricorderò quant’era brutto il film e per cercare di dimenticare che sono un recensore che sta affrontando un brutto film, cercherò di passare al lato comico della forza. Non sempre ci riesco, auguratemi buona fortuna.

Snyder, Nolan, Bay

Era da tempo che non compariva Superman al cinema, tanto, tantissimo tempo. Dal 2006, precisamente, da quel Superman returns diretto dal Bryan Singer di I soliti sospetti, con un calvo, inquietante, inutile, moscio Kevin Spacey nel ruolo dell’arcinemico Lex Luthor. Fu un flop pazzesco, critica, pubblico, a nessuno piacque. Ed è nelle mani di Zack Snyder che la produzione Legendary mette in mano il progetto di far rivivere il classico supereroe che, per i quattro gatti che non lo conoscono, è un alieno proveniente dal pianeta Krypton, giunto sulla Terra da bambino mandato dai propri genitori nel tentativo di salvare il figlio e preservare la propria razza (Krypton, infatti, è esploso).
Il ragazzino, ovviamente di fattezze umane, viene cresciuto da una famiglia del Kansas che conosce i suoi poteri ma non vuole parlarne con lui. Lo chiamano Clark e gli appioppano il proprio cognome, Kent, gli fanno fare una vita relativamente normale per un po’ ma succedono cose strane: Clark ha dei poteri, Clark piega cose, Clark distrugge cose, è forte, solleva, vola. Come ci ricorda il Bill fanatico di fumetti interpretato da David Carradine in Kill Bill, Vol. 2, film di Tarantino che ormai un po’ tutti hanno visto, «l’elemento fondamentale della filosofia dei supereroi è che abbiamo un supereroe e il suo alter-ego: Batman è di fatto Bruce Wayne, l’Uomo Ragno è di fatto Peter Parker. Quando quel personaggio si sveglia al mattino è Peter Parker, deve mettersi un costume per diventare l’Uomo Ragno. Ed è questa caratteristica che fa di Superman l’unico nel suo genere: Superman non diventa Superman, Superman è nato Superman; quando Superman si sveglia al mattino è Superman, il suo alter-ego è Clark Kent. Quella tuta con la grande “S” rossa […] i suoi vestiti; quello che indossa come Kent, gli occhiali, l’abito da lavoro, quello è il suo costume, è il costume che Superman indossa per mimetizzarsi tra noi. Clark Kent è il modo in cui Superman ci vede». Che l’opinione di Bill sia discutibile è ovvio, personalmente di supereroi che preferisco a Superman ce ne sono a bizzeffe, ma è comunque divertente come caratterizzazione di un personaggio fumettistico.
Ma qui il problema è il regista: dobbiamo ricordare chi è Zack Snyder? Tra i maggiori terroristi dell’arte cinematografica odierna il suo nome è tra i più altisonanti e terrificanti. Regista inizialmente di videoclip e spot televisivi (e si nota, cristo se si nota), il suo esordio cinematografico è stato nel 2004 con lo scarsissimo remake di L’alba dei morti viventi, rifacimento del classico Zombi (1978) del grande George A. Romero (il secondo a tema, dopo il prototipo del 1968 La notte dei morti viventi). Ha poi proseguito la sua carriera con 300, che nel 2007 ha dimostrato che al peggio non c’è mai fine: polpettone fascista, stereotipato, deriva fumettistica ribombata in chiave da spot televisivo (ovviamente), patinatissimo ed epicheggiante nella sua overdosata ricerca della lode senz’arte né parte della virilità ariana, sudata, in moviola; tratto da un romanzo grafico altrettanto se non più vomitevole del pur buon fumettista Frank Miller. Un film fetente, di cui è già in preparazione un seguito (ma di cosa, che sono morti tutti?).
Ha poi proseguito con Watchmen, un simpatico cinecomic del 2009 che però poteva essere infinitamente meglio, a partire dal presupposto che il fumetto da cui è stato tratto, di Alan Moore, è un capolavoro assoluto della narrativa disegnata. Con Il regno di Ga’hoole, film animato in 3D del 2010 con protagonisti delle civette, ha firmato un filmetto per bambini parecchio insulso e noioso (che rimane comunque il suo film migliore dopo Watchmen), e successivamente con Sucker Punch ha creato un film talmente demenziale, becero e cretino che non si può commentare in alcun modo se non ricordando l’oggetto di scena più importante dell’intera raffinatissima costruzione scenografica e narrativa: le tette delle protagoniste.
Giungiamo quindi con il cuore in mano a Man of steel, l’ultimo lavorone di questo autore! Prodotto (ed in parte scritto) da Christopher Nolan. Avete letto bene, Christopher Nolan. Sì, lui. Quello di Memento, The prestige, The following e Inception. Ah e qualcuno (molti, troppi) lo ricorderà pure per i suoi tre Batman (di uno ho parlato qui). Un mestierante dotato in parte di una sensibilità autoriale invidiabile, dall’altra però anche un regista pieno di sé che sfrutta, soprattutto con i progetti supereroistici, la sua bravura del mezzo per raccontare subliminalmente la sua maniera irritante di vedere il mondo e l’America, con quella forza repubblicana e quel respiro potente ed ingombrante tipico di molti registi del paese. E Nolan è britannico! Detto ciò, c’è chi fuori dalla sala ha detto che Man of Steel sembra più di Nolan che di Snyder: probabilmente è vero, ma sembra anche più di Michael Bay che di Nolan.
Ricordo a quei fortunelli che non conoscono Michael Bay che costui, regista di capolavori assoluti del trash involontario (?) come Transformers o Armageddon (che io ricordo principalmente come uno dei film preferiti di John Egbert, eroe del webcomic Homestuck), è l’ennesimo fetente che con la macchina scossa ed una sequela impressionante di esplosioni e budget buttato all’aria crea film che fanno i milioni e i miliardi mentre David Lynch nello sgabuzzino della sua casetta su Mulholland Drive fa meditazione trascendentale e si lamenta che non ha soldi per comprarsi una pentola nuova. E c’è tanto Bay proprio a causa della macchina scossa inutile, delle esplosioni altrettanto importanti per lo svolgersi della trama: se c’è un oggetto nel film, bisogna essere sicuro che arriverà qualcosa o qualcuno e lo farà esplodere.

Trama (?)

Il punto interrogativo è importante, perché la trama non esiste. Cioè esiste, ma è così insulsa che non riesco a concludere questa frase. Cominciamo con questo prologo eterno (poi ho letto che sono venti minuti, ma a me è parso più lungo di Sàtàntàngo) pieno di esplosioni e CGI buttata all’aria in cui assistiamo alla fine di Krypton, il pianeta nativo del nostro eroe. Suo padre, interpretato da Russel Crowe che più inespressivo di così è inconcepibile (è il peggiore di tutto il cast, e questo la dice lunga), così calato nel ruolo che sembra che stia sul punto per esplodere in un «Al mio segnale scatenate l’inferno», vuole proteggere la razza kryptoniana mandando suo figlio sulla Terra: proprio come nel fumetto, solo con qualche esplosione e qualche scena d’azione in più.
Suo rivale? Un terrorista malvagio chiamato Zod, interpretato da Michael Shannon, uno dei più grandi attori del momento: potreste averlo visto nella serie TV Boardwalk empire nel repellente ruolo del poliziotto, oppure in My son my son what have ye done di Herzog, Revolutionary road di Mendes o nei primi due film di Nichols, tra i quali spicca Take shelter. Mi è seriamente impossibile spiegare quant’è sprecato nei panni di questo antagonista dotato di una caratterizzazione e di una profondità pari a quella di uno scopettino del water. Divertente però come la prima frase che Crowe dice a Shannon sia «this is madness», ricordando come in 300 tale frase abbia scatenato una scena di (s)culto, che ormai purtroppo quasi tutti conoscono, in cui l’ambasciatore persiano dice a Leonida tale frase e riceve come risposta «madness? THIS IS SPARTA!», con seguito di pedatona all’ambasciatore che lo piomba giù in un pozzo (che chissà cosa ci fa lì). Io mi aspettavo uno Shannon arrabbiatissimo che dicesse «madness? THIS IS KRYPTON!». Almeno il trash sarebbe stato volontario ed un po’ divertente, ed invece no. Però l’assistente di Zod, interpretata dall’attrice tedesca Antje Traue, è una topa bruna con le tette enormi, quindi va bene secondo gli standard snyderiani.
Giungiamo quindi sulla Terra con Kal (questo è il nome del piccolo Superman), cresciuto in Kansas sotto il nome di Clark Kent da Kevin Costner e Diane Lane che si sentono fuori posto ma non hanno il coraggio di dirlo, soprattutto premettendo che Kevin Costner ha quasi sessant’anni e l’hanno invecchiato (ah? Ehhh…) con il trucco per trasformarlo in un quarantaseienne. Uno qui nota come (stranamente davvero) l’estetica da spot Snyderiana sia stata messa quasi da parte per cercare di rendere più serio il risultato, più «realistico». Non riuscendoci, ovviamente, «ma quella è un’altra storia e verrà raccontata un’altra volta». Nonostante ciò è spiacevolissimo notare come, a differenza del già citato Nolan ma anche di, per esempio, il JJ Abrams di Star Trek: Into Darkness, Snyder comunque non inquadri quello che succede, bensì quello che lui ritiene il fulcro concettuale di quello che succede. Non inquadra Superman che solleva delle travi mezzo nudo, inquadra i suoi addominali, così virili, potenti, ah che bella cosa essere potenti e sapere sollevare le cose ed essere bianchi, americani e perfetti. Peccato Supes sia a tutti gli effetti un immigrato, eh? Pure clandestino, a pensarci.
Poi però il giovane Superman diventa Henry Cavill e lui è un figo sul serio, mannaggia anvedi che muscolacci, soprattutto quelli facciali che a volte si muovono con una drammaticità che manco Jack Nicholson, è ovvio che ce la farà a compiere la propria missione primaria, che non è salvare il mondo ma copulare con Amy Adams, che in realtà penso sia la missione primaria di tutta l’umanità. Inevitabilmente: bellissima l’introduzione di Amy Adams, con un paio di battute di un’idiozia in ommentabile ed una scena fantastica in cui, in un’astronave a caso in mezzo al ghiaccio, fotografa un coso robotico gigante che fluttua senza farsi prendere dal panico mentre questo potrebbe ucciderla; cose che in confronto la truppa di Prometheus si comportava con una logica al pari di un episodio di Sherlock.
Entriamo così nel giro vizioso delle simpatiche avventure di questo team bizzarro in cui ad un certo punto rispunta Russell Crowe, così, a caso, nonostante sia morto da anni, e dice di essere la coscienza dell’astronave e aiuta i buoni, dà a Superman la sua tuta attillatissima ed imbarazzante (ma almeno dai, hanno levato le mutande rosse…) e, in una scena che suppongo abbiano eliminato, pure un rustico rasoio kryptoniano, visto che tra una scena e l’altra a Clark Kent scompaiono dieci centimetri di barba. E poi c’è anche la filosofia: dai, da Batman begins in poi non si può fare un cinecomic senza un po’ di filosofia dell’eroe, questi concetti così belli e potenti e per niente banali, per niente stereotipati, per niente brutti nel senso stretto del termine. O forse sì?
Comunque la figura cristologica del personaggio protagonista aumentata dal fatto che ha 33 anni (buttate pop corn allo schermo per favore) acquista profondità grazie al meravigliosamente inutile flashback in cui, da bambino, spinto da un bulletto, si vede che leggeva un libro di Platone.
Cosa. Diamine. C’entra. Platone.
Platone sta a Superman come Anne Hathaway sta al talento recitativo. Poi ci sono tante scene d’azione in cui il troppio stroppia, esplodono tante cose, c’è Lawrence Fishburne che aiuta un paio di persone a non morire motivandole con frasette da pubblicità della Barilla, poi torna Michael Shannon con una barbetta ridicolissima e di nuovo l’assistente tettona e fanno un po’ di casino e vogliono un codice per distruggere l’umanità e ricreare Krypton sulla Terra, e il codice (attenzione: spoiler) è stato nascosto da Russell Crowe nel sangue del figlio: quando si dice amore paterno (anche qui, c’è molto dell’amore di un essere intangibile che manda il figlio a morire inchiodato a due assi. E che Cristo).
A questo punto subentra il profondissimo approfondimento psicologico profondamente profondo del dibattito interno di Superman: la patria natale o l’America? Ovviamente sceglie l’America perché viva le stelle e strisce, viva i bianchi, viva i maschi eterosessuali muscolosi ariani! Michael Shannon però s’arrabbia e si leva l’armatura mostrando un’imbarazzantissima protuberanza in mezzo alle cosce a causa di una tuta aderente pacchianissima. Poi c’è pure il momento semi-comico con Shannon che butta Superman addosso ad una scritta «There have been no accidents in the last 16 days» e la scritta cade e il 16 diventa uno 0: questo è grande cinema, gente, questo è Quarto potere in confronto al resto del film. Poi bello anche che cadono una quindicina di grattacieli uccidendo milioni di persone ma chissene frega, suvvia. Finale all’insegna dello schifo e della banalità (come se il resto del film fosse Fronte del porto, va’) per un film brutto, imbarazzante, caotico, privo di un pregio che sia reale. Un’ottima lezione su come non vanno fatti i blockbuster. 

No, grazie

E poi c’è chi dice che i cinecomic vanno presi sul serio. Sinceramente, dico la mia: è possibile, ma non c’è gente che s’impegna abbastanza. Il cinecomic com’è ora, eccetto pochissime eccezioni (gli Hellboy di Gulliermo del Toro in cima), non è arte cinematografica, è puro Nulla trasformato in immagini con il sonoro. Nessun regista dotato, neanche Nolan, può tirarci fuori più di tanto un ragno dal buco, nonostante il suo talento registico che di sicuro spunta parecchio fuori nei suoi Batman, figurarsi uno Snyder qualunque con il suo epico mappazzone vuoto il cui livello di effetti speciali sprecati fa sembrare The Avengers un film del manifesto Dogma 95. E nessun meraviglioso effettone IMAX, per quanto colorato o entusiasmante o dal mal di testa, può cambiare la situazione.
All’uscita dal cinema mio padre mi ha chiesto ironicamente se esisteva la nomination al premio Oscar per l’insensatezza, perché questo film l’avrebbe vinto di sicuro. Ho risposto con una battuta al limite tra il paradossale ed il grottesco, di sicuro iperbolica, dicendo che no, non c’è, ma in compenso c’è quella per gli effetti speciali, che funziona sulla stessa linea ormai dalla fine degli anni ’90. Battuta, sì, ma che nasconde un fulcro di verità. Il gusto è cambiato, ormai bisogna distruggere le cose sullo schermo, fare Caos, fare catastrofe, per fare soldi. E chissene frega dell’arte. Chissene frega del mezzo. Chissene frega dell’anima, delle emozioni. Sono secondarie, rispetto al box office. E a scrivere queste paroline sarcastiche, nell’anime (ah, lapsus!) mi scende una lacrimuccia a pensare come le cose si trasformino, cambino, peggiorino.
Possiamo sempre cercare la salvezza: in un Tarantino, in un Lynch, in un Herzog, in un Anderson (Wes o Paul Thomas che sia), un Malick, un Miike, un Kitano, un Sion Sono, un Bong Joon-ho, un Nicolas Winding Refn. La speranza esiste, ma non la rappresenta affatto la S del costumaccio dell’eroe (il vero uomo d’acciaio è lo S-pettatore). La rappresenta la C maiuscola della Settima Arte.

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