La festa al lavoro

tempimoderni

Disoccupazione giovanile al 38%, ho letto oggi su «Repubblica». Se continuano a far la festa al lavoro in questo modo costì, l’anno prossimo il Primo maggio si lavora. Facendo nulla tutti gli altri giorni…
(Scherzo. Se si continua così al prossimo maggio non ci si arriva proprio).
Intanto, nel 1936…

 

TEMPI MODERNI, UNA SEQUENZA

Robert & Shana ParkeHarrison / Il fratello dell’architetto

ParkeHarrison9

Robert & Shana ParkeHarrison sono due fotografi Usa, che nei loro lavori postfotografici (nel senso in cui si dice: postmoderno) coniugano estetica decadente e postpreantica con un immaginario che corteggia l’assurdo fino alla satira. I lavori qui riprodotti sono riuniti sotto il titolo Il fratello dell’architetto, e la ragione di questa strana decisione nominatrice, e la parentela, si possono rintracciare nel loro manifesto artistico.
Dichiarano:

Creiamo opere in risposta al rapporto sempre desolante che collega esseri umani, tecnologia e natura. Opere che offrono una narrazione ambigua, che getta uno sguardo alle promesse mancate di  scienza e tecnologia: risolvere i nostri problemi, fornire spiegazioni e certezze circa la condizione umana. Dall’ibridazione di forze nascono strane scene, in cui elementi brulicanti e cruenze copiose si uniscono per ritrarre una natura in cui si rivelano le catene della tecnologia e della mano dell’uomo.
Ricchezza di colori e immaginario surrealista si fondono per rivelare le radici poetiche delle opere in mostra. L’uso del colore è intenzionale, ma astratto; proporzioni e spazio sono frutto di composizione anziché naturali; il movimento è sfocato; oggetti e persone son giustapposti come per caso in un’improvvisazione visiva che si dipana coreograficamente. Al contempo formalmente congelato e incommensurabilmente carico di sensazioni, il nostro lavoro mira a produrre un forte impatto: visivo, e viscerale.

Fratello 1

ParkeHarrison1

ParkeHarrison14

ParkeHarrison10

ParkeHarrison12

ParkeHarrison11

ParkeHarrison13

Fratello 2

ParkeHarrison2

ParkeHarrison3

ParkeHarrison4

ParkeHarrison5

ParkeHarrison6

ParkeHarrison7

ParkeHarrison8

Autogaulleada (o il signor Rosi)

meh.ro10076

Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana che sul suo sito tiene teneva una rubrica intitolata Zampate, ha detto: «Napolitano è il nostro De Gaulle». Dal momento che a) son toscano e b) ho votato Rossi, la cosa mi riguarda. E’ la persona che ho scelto, in Regione. Mi rappresenta. O almeno dovrebbe, per approssimazione. Però però [segue sfogo personale e irato].

Ouiwohl

Se in Francia avessero avuto Napolitano anziché De Gaulle a quest’ora Parigi parlerebbe tedesco; con accento francese, e il Pd la spaccerebbe per vittoria.
Napolitano è il nostro (nostro: per noi che di sinistra lo siamo davvero) Pétain.
E qui l’unica guerra, da anni, è tra il bene comune e il Pdl che sbocconcella, erode, tramuta, compra la dignità della sinistra: facendo vergognare mezzo Pd di essere di sinistra e di proporre cose di sinistra.
Il Pd sa difendere l’Ue e la finanza e mai la gente. Diritti civili? No, bisogna ascoltare i cattolici; niente dico e simili. Immigrazione? Eh, con prudenza o si regalano voti alla Lega. Pensare di toccare le regole del liberismo finanziario, regolarmente soccorso dagli Stati? (perché certe mani libere finiscono sempre a tirarsi manustruprazioni per procreare). Eh, ma i mercati… Pensare un mondo diverso? Sia mai, la posizione del Pd è il rimorchio e mai il traino. Pensare, poi.
Mediaset è una risorsa per il paese. Bisogna capire i ragazzi di Salò. Essere i primi a dare soldi a scuole private, cioè alla Chiesa. Non toccare una situazione che ci colloca come libertà di stampa al 78° posto. E cetera.
Anzi, l’unica guerra è tra i poteri forti e le persone comuni. Tra una concezione dell’Italia come bene comune e una dell’Italia come bene in comune. Si vede da che parte sta il Pd.

Come ti craxo il Pd

C’era il Partito socialista di Pertini; poi c’è stato il Partito socialista di Craxi.
C’era il Pci di Berlinguer, e il compromesso storico (la 194!); e ora c’è il Pd di D’alema e Renzi. La classe dirigente del Pd, con quei due capotruppa, stanno facendo alla sinistra quello che Craxi ha fatto al Psi. Difficile distruggere l’impressione che ai politici del Pd interessi solo di loro, e che abbiano dimenticato completamente perché son lì.
Il Pd ha preso quel che gli ho dato, il voto, e l’ha portato a destra. A destra. In realtà ho votato Sel (e ne son felice), ma la coalizione è la medesima.
Uno ingoia tutte le schifezze che un partito che vota per questioni ideali e non pratiche gli ha propinato pensando: o il Pd oppure il Pdl. O un inutile rifacimento della sinistra o la destra del Pdl (che non è destra nel senso classico,  è destra mercimoniale). Segue sconfessione/dimostrazione: non è un aut aut, è un et et. Bravi. Di sinistra, eh.
Così il partito di destra che ha preso meno voti di tutti comanda più di tutti, e al Pd fa fare la mosca cocchiera; e il Pd continua a pensare che le le galline (loro) possano combinar patti con la volpe e sopravvivere.
Una a una. Se le pappa una a una. Il meglio che possono ottenere è un posto in fondo alla fila, e mantenere l’ordine mentre la volpe mangia. Ewiwa.
Si sente già la puzza di una seconda Bicamerale: a un ladro corruttore mosciofascista amico di assassini, che concepisce lo Stato solo come riserva di caccia, si può far mettere le mani sulla Carta fondamentale, cioè sullo spirito della Resistenza? O a sinistra nel Pd non si vede nessuno che corrisponda a questo profilo?
Napolitano è il De Gaulle del Pd. Cioè (e complimenti per i modelli di riferimento in voga a sinistra): un uomo di destra-destra. Seeeeeeeeee. Magari, signor Rosi! E l’hai vista, in Italia, la destra-destra.

Quote rosse: il mal francese

nonmitorna

Un articolo necessario di Bruno Settis per Quote rosse, il cui provocatorio sottotitolo è: «Perché il PD non ha commesso un errore a non votare Rodotà» (molto provocatorio. Il PD non avrebbe commesso un errore? Possibile?).

Storie!

Se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che non abbiamo imparato nulla dalla storia.
Ogni possibile errore, tragedia o farsa è stato ripetuto negli ultimi venti, trent’anni di storia politica italiana. La mortificazione della cultura e delle sue strutture ha accelerato i ritmi di questa ruota di amnesia e coazione a ripetere.
Spezzare le catene della memoria storica breve fu al contrario – e proprio nella sua dimensione programmatica – uno degli sforzi più ambiziosi della nostra Costituzione, scritta insieme dalle élites delle accademie e da quelle formate dalla lotta armata antifascista (ed in parte significativa anticapitalista). Lo si era fatto anche attraverso uno studio attento delle falle dell’ingegneria costituzionale di Weimar, con cui i raffronti alla situazione attuale arrivano ormai da ogni parte. La rielezione di Napolitano, si dice, ricorderebbe quella di Hindenburg, a 85 anni nel 1932.

Esercizio di memoria storica

Tentiamo un altro esercizio di memoria storica: ricordiamo quando in Francia la situazione politica entrò in stallo, nel 1958, stritolata tra le difficoltà economiche, la montante crisi d’Algeria, l’incartamento del Parlamento e del governo; moribondi gli equilibri tra i partiti politici della Quarta Repubblica, per motivi diversi, non ultimo il successo eletttorale del populismo di destra di Pierre Poujade. La soluzione della crisi politica fu individuata in una fuga in avanti: la chiamata dell’eroe nazionale, il generale Charles De Gaulle, garante supremo – fino al 1969- di liberté, égalité, governabilité. Per consacrare questo ruolo la Costituzione francese venne integralmente riformata, aprendo la Quinta Repubblica, a marcato carattere presidenziale, che dura ancora oggi.
In Italia la lezione cesarista di De Gaulle trovò subito scolari nelle frange della destra autoritaria della DC, che guardava a Fanfani, nel riformismo di ferro del repubblicano Randolfo Pacciardi, nel sottobosco dei golpisti come Edgardo Sogno. Ma l’ipotesi presidenzialista appariva sempre più seducente anche al centro ed a sinistra via via che si avvicinava la grande crisi dei partiti: sotto l’effetto Pertini, Giuliano Amato si preoccupò di sdoganare il semipresidenzialismo in un articolo del 1982 su Mondoperaio; alla fine del decennio divenne uno stendardo di Craxi, osteggiato da DC e PCI che lo bollarono di peronismo. Rimase tema di discussione per la Bicamerale e lungo tutta la seconda Repubblica.

Mi scusi, un presente

E allora rivolgiamoci al presente. Che cosa ha significato, e significa ancora, per Napolitano essere il garante di una Costituzione mai attuata? Ha lasciato ad altri (Benigni, Ezio Mauro) l’onere di osannare la Costituzione come «la più bella del mondo», come un pezzo da museo. La campagna d’immagine per cui sarà più ricordato sarà (almeno fino all’80° della Liberazione!) quella delle celebrazioni del 150° che, accentuando la difesa della cultura risorgimentale promossa in chiave antileghista da Ciampi, mirava a rimettere un paese in profonda crisi nei ranghi della Nazione e dell’Unità.
Questa campagna ha permesso alla figura del Presidente della Repubblica di evolvere da taglianastri nazionale a grande timoniere di un enorme potere politico decisionale. Lo stesso “popolo di sinistra” e di Travaglio avevano passato anni a reclamare un’interventismo di Napolitano contro Berlusconi: lo scontro arrivò finalmente nella primavera del 2011, a proposito non della nipote di Mubarak ma dei bombardamenti su Gheddafi, promossi da Napolitano e dal PD con la bava alla bocca. A novembre l’Unità d’Italia venne omaggiata con l’investitura di un “governo del Presidente”, di preteso segno non politico, guidato da un secondo salvatore della patria. Sarebbe bastato questo governo ad insegnare che la salvezza della patria è spesso peggiore del guaio.

Semi

E invece dopo le elezioni di febbraio il ruolo di Napolitano come salvatore della patria è stato riproposto, potenziato, ed infine reimposto per chissà quanto altro tempo. Le disposizioni statutarie riguardo al Capo dello Stato sono ambigue, o elastiche: senza violare la lettera, Napolitano ha mutato profondamente la prassi. Da ogni parte ormai si osserva uno spostamento del baricentro politico e dei poteri dello Stato dal Parlamento al Capo dello Stato, nella direzione di un «semipresidenzialismo di fatto». Si sono spalancate le porte alle proposte di inserire un «correttivo presidenziale» alla repubblica parlamentare, insomma all’idea di ricorrere al bonapartismo per arginare le conseguenze politiche della crisi. «Napolitano può e deve essere il nostro De Gaulle»: l’ha scritto Enrico Rossi, il toro rosso del PD.
La questione non è mai solo costituzionale, sempre anche politica. La persona di Napolitano e la figura di un Presidente forte si ergono a pasdaran non della legalità e della democrazia, ma di quello che Mario Draghi ha chiamato il «pilota automatico» della politica italiana: il rispetto dell’austerity, la priorità della volontà della Troika su quella popolare, il disboscamento definitivo della sicurezza sociale, dei diritti del lavoro e via dicendo. Il Presidente della Repubblica costruisce l’unità nazionale attorno a questi punti. Se necessario, la costituzione si cambia (come la si è cambiata in alcuni suoi punti fondamentali, a cominciare dal pareggio di bilancio); se necessario, scioglierà le Camere; se necessario, scioglierà il popolo.

Fermezze

Napolitano invece è rimasto fermo dov’era. Persino Prodi – sì, il campione dell’europeismo e delle privatizzazioni – avrebbe sabotato questa unità nazionale: troppo pericoloso per Berlusconi, troppo «autonomo» per il miope conservatorismo delle classi dirigenti sia nella politica nazionale che in quella globale.
E soprattutto non è stato un errore per il PD non votare Rodotà, coscienza nobile del centrosinistra e non certo uomo di Grillo, perché Rodotà minacciava di essere un conservatore. Avrebbe «rappresentato l’unità nazionale» più sulla base della Costituzione che su quella dei trattati europei e degli accordi tra potentati.
Affinché tutto rimanga com’è, è necessario che proprio tutto rimanga com’è. Prodi e soprattutto Rodotà avrebbero spezzato questa preziosa unità. Napolitano invece è un riformista: fa ponti da tutta la vita. Ha fatto ponti tra i giovani fascisti ed il PCI claundestino a Napoli, poi tra comunisti e democristiani, tra comunisti e Kissinger, tra comunisti e Agnelli, tra comunisti e Craxi, tra DS e Berlusconi. E concluderà la sua carriera con il ponte verso il neogaullismo e l’austerity. Sacrifici per quasi tutti, con viva e vibrante soddisfazione.

TesseracT / One

tesseract_one

I TesseracT sono una banda proveniente da Milton Kaynes, Regno Unito, e sono spesso considerati tra i pionieri del movimento djent (insieme ad altri gruppi noti quali Periphery, SikTh e Fellsilent, dalle cui ceneri nasceranno Monuments e appunto TesseracT). Il loro primo album in studio, One, è stato rilasciato il 22 Marzo 2011, sotto l’etichetta discografica Century Media Records.

One

Analizzando il disco non si può rimanere indifferenti al suo contenuto (a partire dalla copertina, che raffigura un ipercubo con 32 lati, 24 facce quadrate, 8 iperfacce: il cubichetesseratto, da cui la band prende il nome, e che rispecchia in pieno la complessità musicale del gruppo).
Senza ombra di dubbio i membri dei Tesseract sono dotati di eccelse doti musicali, nessuno escluso. Riescono ad unire due rette apparentemente parallele, ovvero quelle della melodia (a tratti molto malinconica) e della tecnica (notevolissima), pregna di odd-time e controtempi. Questi gli elementi che in breve caratterizzano l’album One, la cui gestazione deve essere stata molto travagliata, dati i vari cambi di cantante negli anni (circa 3 a partire dal 2007), fino ad arrivare al’impressionante Daniel Tompkins, che ha registrato le tracce vocali dell’album (ma il discorso non è cambiato: dopo la pubblicazione di One Tompkins lascia il gruppo, per essere rimpiazzato da Elliot Coleman, a sua volta sostituito in seguito da Ashe O’Hara.
Album molto scorrevole in sé e per sé, One trascina l’ascoltatore in un vorticoso viaggio di 55 minuti, che sembrano trascorrere in un battito di ciglia, grazie -a giudizio di chi scrive- a un’accoppiata di genialità compositiva talento esecutivo senza eguali.

Brani consigliati

Concealing fate: suite di 27 minuti, suddivisa in 6 parti (rispettivamente Acceptance,
Deception, The impossibile, Perfection, Epiphany e Origin) rappresenta l’apice dell’album che deve, in parte, la sua scorrevolezza e la sua maestosità a questo brano.
Vengono sapientemente alternate parti aggressive (intro di Acceptance e Deception) a parti melodiche ( The impossible e Perfection), il tutto in maniera quasi spiazzante, in cui la voce di Dan Tompkins risuona incantevole, claustrofobica ed oppressiva nel contempo.

Eden: ecco il brano di chiusura dell’album (se non si considera la traccia bonus Hollow). È sicuramente il brano più atmosferico e malinconico dell’album. Una sintesi di 9 minuti di ciò che si è appena ascoltato, il brano che racchiude l’essenza dei TesseracT.

VincentRhyme

Le finestre del vicolo

vicolo1

Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno 2013 si vincono altri tre libri (i primi tre son già stati spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.
(Immagine: Sergio Ferraiolo).

Come spesso accade nelle città di impianto medioevale, il vicolo era così stretto da non poter ammettere macchine. Su ambedue i lati sorgevano case di tre piani che apparivano come grattacieli a chi alzava gli occhi camminandovi sotto.
Le finestre erano armonicamente distribuite in ciascuna costruzione della via, ma variamente relazionate con quelle della casa sul lato opposto. Alcune si fronteggiavano direttamente, come in uno specchio, tanto che, a finestre aperte, si poteva vedere tutta la stanza della casa che si aveva di fronte. Altre erano disassate così che gli uni guardavano i dirimpettai dall’alto in basso, gli altri dal basso in alto. Davanti a qualche finestra c’era soltanto un pezzo di muro di pietra. Altre finestre ancora erano non proprio l’una di fronte all’altra, ma così vicine da poter condividere i fili per stendere la biancheria, da cui sventolavano i capi del bucato come tante bandiere.
D’inverno le finestre si aprivano raramente, ma d’estate! C’era chi teneva la finestra sul vicolo sempre aperta e, se il dirimpettaio faceva lo stesso, non era un’intrusione ma una compagnia. Uno aveva l’aria condizionata e teneva tutto chiuso estate e inverno. C’era chi teneva le finestre aperte ma le persiane solo leggermente scostate, così da far entrare in casa l’aria ma non il sole. C’era chi avrebbe voluto aprire la finestra al sole, soprattutto in primavera, ma si tratteneva per non dover incontrare le sguardo di un dirimpettaio troppo ciarliero.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

I tipi di caffè spiegati coi gufi

guuuucaffe

In realtà quello regolare, cioè fatto con fornello e moca, anche se di gusto meno intenso è più forte dell’espresso preso al bar, perché l’acqua salendo più lentamente si impregna di più caffè. E chissene. Tanti baci.
La cosa bella delle immagini che seguono è che per trovarle non ho fatto altro che digitare gufo caffè nella ricerca delle immagini sul motore di ricerca, all’inseguimento dell’autore della vignetta soprastante (non individuato; idem per le altre immagini, è tutto un passarsele). Chissà se riesce con qualsiasi abbinamento.
Comunque, a voi: la stessa composizione di sopra rifatta con gli uccelli in penne e piume (assenti Irish e doppio espresso), un’immagine prima del caffè e il senso di essere notturni, sparpagliati, raccolti, soluti.

funny-owl-group-coffee

guuf

gucaffe2