Vetrina: disfare una casa

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
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Lettura

Ciascuna persona è come un centro che raccoglie attorno a sé oggetti, cose, proprietà, e anche modi di fare, nozioni, idee, pensieri. Quando si muore, mancando il centro, tutto si disperde. Se siamo fortunati le istanze e gli oggetti che ci caratterizzavano vengono raccolti da qualcun altro e continuano a vivere. Ciò che non piace a nessuno, non solo oggetti ma anche tratti del carattere, deve  essere buttato via, altrimenti, se non è stato attivamente preso in mano e eliminato, resterà vivo opprimendo le generazioni successive.
Neanche il più piccolo foglio va nella raccolta della carta da solo: qualcuno deve portarvelo.

Vetrina

Elena Trabaudi, L’ottico Felix
In una strada della Firenze medioevale l’ottico Felix aveva un laboratorio ben fornito. È vero, molti macchinari ormai erano antiquati, ma ancora svolgevano egregiamente il loro lavoro; e poi, parliamoci chiaro, a sessantadue anni gli era svanita la passione che lo aveva infervorato da giovane e anche da uomo adulto. Ormai voleva solo ritirarsi, ma come fare? Non sapeva a chi lasciare l’officina.
Dopo qualche incontro, il figlio di un suo ex concorrente gli propose di rilevarla. Oh felicità! I macchinari ebbero nuova vita: in gran parte mantenuti, i più vecchi regalati come ferraglia. Gli ampi locali del laboratorio vivevano ancora.
Il falegname Beppe e l’idraulico Neri si trovarono a rimpiangere la compagnia dell’altro artigiano del terzetto; soprattutto dispiaceva loro di non poter andare da lui quando l’Inter perdeva, tanto per fare qualche battuta e ridere un po’. A volte ne parlavano tra loro, e sorridevano. Proprio così – dicevano l’uno all’altro – , con Felix si stava bene. I giovani sono così musoni…

Francesca Taddei
Quando è morta la zia Fausta, che per me era una pro-zia, abbiamo ereditato la sua casa. Dovevamo svuotarla in fretta per affittarla, onde pagare la retta dell’istituto che accoglieva l’altra prozia, che si avvicinava ai 100 anni. La prima volta che siamo entrati in casa per questo «lavoro» eravamo in tre. Claudio aveva circa 9 mesi e quindi non era di grande aiuto; la mamma aveva appena smesso di fumare e quindi era in grave crisi di astinenza; inoltre manifestava un blocco psicologico di fronte a tutti quegli oggetti appartenuti a persone che non c’erano più. Insomma, il lavoro toccò alla sottoscritta. La quale non aveva intenzione di svuotare tutto e amen, ma voleva prima accertarsi che non ci fossero cose importanti da conservare. E per cose importanti non si intendono mobili di pregio, gioielli ecc… Quello che cercava, da brava archeologa, era ben altro e in effetti la ricerca non fu delusa. Da ogni cassetto saltarono fuori chili di carte. C’erano molti fogli inutili, carta e cartone messi da parte per non si sa quale utilizzo, ma mescolati con questi anche materiali importanti: lettere, fotografie, cartoline, documenti vari che coprivano un arco temporale molto lungo. Quella casa custodiva la memoria della famiglia e quello che venne fuori in quella ricerca e nelle altre che seguirono nei mesi successivi, era un vero e proprio archivio. Ogni singolo foglio fu passato al setaccio, tutto ciò che poteva rappresentare una «fonte storica» fu conservato. E così l’eredità della zia ha permesso di ricostruire intere generazioni e ha dato vita al mondo di moltoesenzafine.it. Adesso sappiamo che un filo ben saldo ci lega a persone vissute nell’Ottocento o anche prima e ci piace pensare che questo filo non si fermerà con noi.

Pietro V., Casa da disfare
Non ce la posso fare. Devo chiamare qualcuno perché mi disfi una vecchia casa, altrimenti a metà del lavoro… anzi a un terzo… anzi appena iniziato il lavoro mi fermo e inizio a spendere milioni di pensieri su ogni microscopica cosa della mia vita e su tutti i ricordi legati a quel boccale di birra o a quel paio di strani berretti rossi con la spilla del Bauhaus o mi rileggo un vecchio diario o mi provo vecchi vestiti per vedere se mi vanno ancora. E se la casa non è la mia è lo stesso: sono un bulimico dell’imperfetto e mi ci getto a capofitto e faccio andare l’immaginazione e non combino niente. I miei amici lo sanno e ormai quando c’è da fare un trasloco mi chiamano solo a rimontare la casa e mai a disfarla. E la mia vita è così: del mio passato non riesco a buttare via nulla, costruisco solo soffitte più grandi. E per fortuna ogni tanto una parte crolla e i ricordi si fanno spuntare le gambe e scappano via.

Filippo
Era stato licenziato, ma non lo aveva detto a nessuno, nemmeno in famiglia. Aveva un po’ di risparmi segreti che avrebbero permesso insieme allo stipendio della moglie di andare avanti un paio d’anni forse  anche tre. Alla mattina continuava a uscire di casa come a dover andare al lavoro di sempre. Salutava la moglie e baciava le due bambine. Salutava i vicini che incontrava sulle scale ed in strada l’edicolante. Poi prendeva il metrò e all’arrivo entrava nel solito bar: solito caffè ma non più la brioche. Diceva perché voleva dimagrire, ma in realtà era per risparmiare.
Al lavoro aveva ancora il suo armadietto con la chiave: non lo aveva svuotato. D’altra parte l’azienda era enorme e nessun si era accorto di quell’armadietto semplicemente chiuso come tutti i numerosissimi altri. Ci aveva lasciato un ombrello e un impermeabile oltre che a un libro e ad una confezione di fazzoletti di carta. La chiave dell’armadietto era nel mazzo delle chiavi di casa.
Dopo il bar andava in giro per la città, in quartieri dove non conosceva nessuno e confidava di non incontrare nessuno. Non faceva nulla, non coltivava interessi segreti, non aveva amori clandestini. Nulla. Era il vuoto. Poi giunta l’ora del rientro, il film si riavvolgeva al contrario. Riprendeva il metrò e si sentiva «normale». Talvolta  trovava qualche conoscente: naturalmente si parlava di lavoro. In metrò quasi tutti quelli che si incontrano e che lavorano parlano di lavoro. Lamentandosene. Anche lui faceva la stessa cosa, seppur con l’accortezza di restare molto sulle generali.  Poi rientrava a casa e la sera come per miracolo la vita in famiglia gli sembrava all’improvviso tornar reale. Fino all’indomani mattina.

Sgommate

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Traducchio questo scambio così come è apparso su 4chan, rimbalzando probabilmente da Tumblr o consimili, scaturito dal possibile senso della parola «gomma» come gergale per «preservativo»:

Utente 1. Ok, dunque in Inghilterra questa è ciò che chiamiamo «gomma».(immagine gomma)
e qualcuno ha appena menzionato il fatto di mettere una «gomma» sul pene e questo mi ha reso davvero davvero confuso
Utente 2. Questo è quel che chiamiamo «gomma» anche in Australia. Condividiamo il tuo dolore.
Utente 3. Stessa cosa in Nuova Zelanda.
Utente 4. Non abbiamo quelle cose lì in America [gli Usa] perché noi non ci sbagliamo.
(immagine aquila)
Utente 5. (foto Bush)
Utente 4. E’ successo una volta.
Utente 6. E’ stato eletto due volte.

Fine del simpatico siparietto, sorriso e… poi mi son ritrovato a ripensare alle elezioni di domenica e lunedì scorso, quando un elettore su tre a chi ha dato il voto? Corre in soccorso 4chan per un identikit.

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Haruki Murakami / 1Q84

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Il romanzo di  Haruki Murakami (o alla giapponese, come fa Einaudi al contrario della maggior parte delle edizioni occidentali, Murakami Haruki), dall’enigmatico titolo 1Q84, uscito in due volumi nell’edizione italiana e diviso in tre parti (1 e 2 nel primo volume, parte 3 nel secondo), ha un’apertura folgorante: una giovane donna di trent’anni, di nome Aomane, a bordo di un taxi intrappolato nel traffico caotico della tangenziale di Tokyo, nell’aprile del 1984,  è costretta -per non mancare a un appuntamento importantissimo- a lasciare il taxi, scendere attraverso una scala di servizio sulla strada sottostante e qui, per incanto, viene a trovarsi in un mondo «altro», in un anno imprecisabile indicato con il segno alfanumerico 1Q84 (la misteriosa Q starebbe al posto di un punto interrogativo, Question mark in inglese; inoltre, in giapponese, la lettera Q e il numero 9 sono omofoni).
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L’illogico

Questo «altro» è una sorta di «regno dell’illogico», dove si vive contemporaneamente nel mondo convenzionale del presente e della realtà (concetti che nella narrazione vacillano vistosamente) e in quello parallelo, del 1Q84 appunto, in cui accadono cose sovrannaturali e straordinarie come la presenza di due lune, oppure l’inseminazione a grande distanza durante un temporale apocalittico (non ricorda l’episodio delle Metamorfosi -Ovidio, IV,611- in cui Zeus, invaghito della bellissima Danae incarcerata, si trasformò in pioggia d’oro e, durante un temporale, piovve sulla torre dove era rinchiusa e la impregnò di sé?); un luogo abitato da esseri in miniatura chiamati Little People (potrebbe essere scontato un rimando ai folletti irlandesi abitualmente definiti come Piccolo popolo, meno un richiamo antifrastico al Big Brother di Orwell) coi quali conviviamo da «quando ancora non esistevano il bene e il male. Da quando la coscienza degli uomini era ancora agli albori» (cioè dall’epoca del mondo prima della storia o dalla comparsa dell’uomo sulla terra?).

Aomane e Tengo

L’appuntamento cui Aomane non può tardare è con un uomo d’affari,  ma non per un incontro amoroso, bensì per assassinarlo. L’omicidio le è stato commissionato da una raffinatissima signora di mezza età che dà la caccia agli uomini che odiano le donne. E lui, un importante e abile manager di un’impresa legata al petrolio, che veste Armani (stilista molto sfoggiato nel romanzo) ha inflitto alla moglie sevizie feroci: il Giappone di Murakami come la Svezia di Larsson, e l’Italia di questi tempi cupi.
Aomane e’ affascinata dalla ricca signora e dall’ambiente squisito e remoto in cui vive, isolata come in un tempio. In esso dà asilo e protezione a bambine e donne vittime di violenza maschile e, attribuendo a sé il ruolo di giudice, condanna i loro torturatori. Funzione alla quale associa quella di vendicatrice  affidando a Aomane il compito di spedirli all’altro mondo. La missione di emettere sentenze e infliggere punizioni che la signora si è assunta (ha avuto una figlia vittima del furore del marito)  nasce da un’istanza morale che così descrive a Aomane: «Una persona capace di violenze del genere non può essere lasciata impunita. In nessun caso. […] Abbiamo fatto la cosa giusta».
Serial-killer in segreto, Aomane si descrive così: «si guardò allo specchio. Era soddisfatta del suo aspetto: una donna in carriera, impeccabile da ogni punto di vista, e dall’aria quanto mai efficiente. La schiena diritta e un’espressione decisa sulle labbra».Di professione è physical-trainer in una palestra, cioè aiuta le persone a vivere meglio con il proprio corpo attraverso esercizi fisici e una rigorosa disciplina di addestramenti e allenamenti; come tale, conosce bene l’anatomia.  Ha costruito personalmente un attrezzo con cui dà la morte: un punteruolo acuminatissimo che, introdotto  in un preciso punto della nuca, con un colpo rapido, «arresta il battito del cuore come quando si spegne una candela con un soffio. Tutto finisce in un attimo». Non lascia tracce e la morte sembra avvenuta per cause naturali.
Sarebbe lungo dar conto della trama, tutt’altro che agevole; diciamo solo che si regge sulla storia tra Aomane e un uomo, Tengo, che dopo essersi stretti la mano in un gesto di solidarietà quando erano bambini a scuola, si sono persi di vista e, dal momento in cui –per vie diverse– entrano in contatto con un universo surreale,  sono spinti da un  impulso vitale  a ricongiungersi.
Con risolutezza e tenacia vanno alla ricerca l’uno dell’altra, come al solo e unico essere amato, spinti da una necessità, esterna e superiore alla loro volontà, che sembra determinare gli eventi e condurli in un futuro già deciso. E tutto il racconto fluisce verso la loro ricongiunzione.

Maschi vs donne

Tra le riviste e i giornali internazionali che hanno recensito 1Q84, che ha avuto un successo planetario, lo hanno per lo più lodato per la parte fantastica, magica, e per la messa in scena della lunga fedeltà alla promessa d’ amore che  i due bambini  inconsapevolmente si scambiarono.
Ma non meno di rilievo è il tema della violenza che i maschi esercitano sulle donne, in specie della propria famiglia, e che trova una implacabile castigatrice in Aomane.
L’artista Murakami ha avuto la sensibilità di aver assunto tra i materiali o «idee ispiratrici» da elaborare nel suo testo letterario – uscito nel 2009 ma ambientato nel 1984 – il dramma dei maltrattamenti ed abusi familiari contro le donne. Esso riveste, purtroppo,  grandissima attualità se in tutta la Terra, non più tardi di qualche giorno fa, c’è stata una mobilitazione da parte di organizzazioni femminili che hanno indetto il Billion-rising Flash Dance, un ballo libero per condividere e mostrare, in modi non convenzionali, il rigetto e la condanna di tali violenze.

La regola Cechov

Durante la lettura, in certe pagine, avevo l’impressione di esser condotta per strade imperscrutabili, in sentieri d’altura sui quali faticavo a camminare per la fantasiosità degli assunti cui non sono allenata e che certamente nasce da una cultura a me per lo più sconosciuta. Penso, per esempio, alla crisalide d’aria, una specie di nuvola che come un bozzolo viene creata dai Little People, i quali  possono uscire dalla bocca di una ragazzina.
In altri casi, il mio sconcerto derivava dal fatto che veniva dato un grande rilievo a certi elementi che poi non comparivano nel seguito della narrazione.
E poiché ormai anche il lettore comune, un «lettore empirico» (Eco), o una lettrice nel mio caso, sa (ed è lo stesso Murakami a ricordarcelo) che:

– Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».
– Che significa?[…]- Vuol dire che in un racconto non si devono introdurre oggetti se non sono necessari. Se in un racconto spunta una pistola, è necessario che a un certo punto della narrazione venga fatta sparare. Cechov amava scrivere racconti privi di fronzoli.

Successivamente Murakami prosegue:

– Mi inviti a trasgredire la regola di Cechov, insomma.
– Esatto. Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco, – disse Tamaru. […]
«Non è vero che tutte le pistole debbano fare fuoco, – si disse Aomame mentre era sotto la doccia. – Una pistola non è altro che uno strumento. E quello in cui vivo non è un mondo di finzione. È un mondo reale, pieno di smagliature, difformità, anticlimax».

Lo scrittore, in un gioco metaletterario fra la finzione del romanzo che noi lettori – qui e ora – stiamo leggendo, e le parole che Aomane-personaggio pronuncia fingendo «reale» il mondo cui appartiene, sottolinea la differenza tra quest’ultimo e quello della finzione richiamato dalla citazione di Cechov: è la letteratura che  rispecchia  se stessa rivendicando il proprio statuto di spacciare per realtà la finzione che inventa e mette in scena.
Ora, anche se Murakami si appella alla libertà dello scrittore di  inserire nella ricetta ingredienti che poi non utilizzerà per realizzare il composto, è anche vero che così può creare un senso di disorientamento e delusione in chi legge. Infatti, alcuni elementi che parevano destinati ad avere fortuna nello sviluppo della narrazione, si perdono: penso alla Sinfonietta di Janáček, che accompagna magistralmente l’incipit del romanzo. La musica che esce dalla radio del tassista che dice a Aomane di scendere per arrivare in tempo all’appuntamento, è un’opera poco nota, un po’ di nicchia si direbbe; data l’insistenza che l’Autore le dedica, il lettore si aspetta che essa sia un componente importante nell’economia della storia. Invece cade nel silenzio.  Similmente accade ad alcuni personaggi che pure hanno un ruolo di spicco, come l’amante di Tengo (una donna misteriosa ma con una consistenza potente), la giovane Fukaeri (la giovanissima esordiente che innesca tutta la vicenda scrivendo un libro), il vecchio professore che la protegge, gli stessi Little People. Tutti questi vengono allontanati dal proscenio senza che se ne sappia più nulla, quasi per dimenticanza, investiti dall’oblìo.

Vuoti/colmi

Tuttavia, per il loro numero e il peso che rivestono nel romanzo,  sembrano costituire un vero e proprio tema: della sparizione, del vuoto, dell’assenza. Che è all’origine del  desiderio  di Aomane e di Tengo di raggiungersi per ricomporre un unicum e colmare la reciproca mancanza. Ecco che allora si mette in movimento un’angolazione diversa dalla quale ri-leggere il libro, dando vita a una circolarità che si può immaginare senza fine. E quindi, anche un romanzo che è sembrato a tratti poco comprensibile, complicato, sibillino, tortuoso, si rivela un universo che non smette di stupire, interrogarci, renderci inquieti.
E all’erta: in aprile esce una nuova opera di Murakami.

Nicoletta Scalari

La machine

lamachine_nantes_aprile2011

Al confine tra arte e tecnologia si situa il lavoro di La machine, un collettivo di artisti, progettisti, artigiani, tecnici e ingegneri fondato all’inizio degli anni 1990. Nel corso degli anni La machine ha creato macchine (eh be’) teatrali, installazioni permamenti e ha anche prodotto in proprio alcuni spettacoli teatrali.
manifesto_lamachineAttualmente la base del collettivo è duplice: Tournefeuille, nei pressi di Tolosa, e Nantes. Il collega- mento al loro sito rimanda a un indi- rizzo marcato Regno Unito: visto che fa riferimento a Liver- pool 2008 in prima pagina mi sa ch’è canuto. N’importa. Anzi, vinco la pigrizia: fammelo ricercare un po’… ecco qui, il sito giusto (con una bella galleria dei machi- nosi lavori, un po’ lenta da navigare ahinoi).
Nei video sotto, alcuni dei loro allestimenti: la galleria delle macchine a Nantes, un elefante per le vie di Londra nel 2006, un ragnone che cammina per Liverpool nell’anno in cui la città dei Beatles fu capitale della cultura (2008) e la bambinona.
Chiunque ami il vaporpanque (o steampunk) adorerà tutto ciò, gli altri spero pure. Io adoro, comunque.

 

LA GALLERIA DELLE MACCHINE

 

ELEFANTE

 

RAGNONE

 

BAMBINONA

Elezioni 2013: il Pdl e la Lega hanno perso

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In seguito a una telefonata con ON LI, mi rendo conto che due buone notizie emergono comunque da queste elezioni:
1) come secondo partito si è affermato il M5s, un partito praticamente invisibile in tv, che ha fatto tanta campagna elettorale nelle piazze e in rete, anche grazie ai militanti (sinistra, ti dice nulla tutto ciò?). E se è vero anche che la campagna elettorale gliel’hanno fatta in parte gli altri (per esempio, questione sindacati: son stato precario fino a 38 anni, senza un sindacato di riferimento, senza possiblità di scioperare perché altrimenti il giorno dopo mi ritrovavo col doppio di lavoro e basta, lavorando a casa, et cetera. E tanto per il M5s han significato la crisi, Bersani che vuole Monti, Vendola che ha ingestito la questione fabbrica/inquinamento in Taranto, Puglia, e il Pdl così e la Lega beccata a rubare), ecco, è altrettanto vero che ce l’hanno fatta senza possedere tre tv e lo strapotere del Pdl, né la territorialità del Pd. Un tizio, un democristiano, era andato per le piazze entrambe le volte in cui si era candidato: e due volte su due Prodi, il tizio, ha battuto il cucuzza del Pdl, sempre senza tv e con la partecipazione della gente;
2) il Pdl ha perso circa 6 milioni di voti, la Lega 1,5 mezzo di voti; e in giro sento dire che «il capo del Pdl ha vinto». Dove? Ha perso 6 milioni di voti. Anche il centro-sinistra ne ha persi, circa la metà di quelli del Pdl; e tanti sono stati i travasi dal Pd al M5s. In ogni caso, lasciando per un attimo perdere quei bischeri dei dirigenti del Pd, il Pdl e il suo capo hanno perso 6 milioni di voti. Bello no? Sei milioni di italiani non hanno più fiducia in loro, e il centro-destra ha avuto esattamente le percentuali previste dai sondaggi. Era difficile non batterlo, ma il centro-sinistra ce l’ha fatta. Bravi. In ogni caso: sei milioni di elettori in meno al Pdl, un milione e mezzo in meno alla Lega.
Son consolazioni.

La classe dirigente del Pd va cacciata

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Tra i commenti che ho sentito stamattina: «D’altronde se uno è di destra doveva votare il Pdl… Monti? Eh no, quello butta a sinistra, si voleva alleare con Bersani»; «Bersani? See, cor ca220! Quello ha già detto che si alleerà con Monti, ti pare uno che pensa a sinistra? E’ uno di destra che si vuole infilare a sinistra perché ora la destra non vince. E Bersani vuole quel macellaio? Fanqlo, voto Grillo». Complimenti a Bersani per avere programmato un’alleanza con Monti per il dopoelezioni, e averlo detto a tutti prima delle elezioni. E’ onesto come l’acqua fresca e altrettanto sveglio. Bastaaaaaaaaaaa!

Semplice sinistra

Voglio gente in gamba a guidare la sinistra, gente in gamba e con ideali di sinistra. Oh! Ci vuol tanto? Sinistra / sinistra, mi pare un concetto semplice; in gamba / guidare, anche qui mi pare semplice.
E invece no, perché alla guida ci sono i mitili noti d’apparato, incapaci di staccarsi dallo scoglio della posizione. Quando D’Alema si è dimesso da segretario del partito, che è successo? L’hanno eletto presidente. Pessimi.
La classe dirigente del Pd è colpevole di questa mancata vittoria. E va cambiata, tutta.
Rottamata non piace? Cacciata, allora, se non se ne vuole andare da sola: ci vuole una vera coazione a perdere per ottenere un risultato così penoso. Evidentemente anni di sconfitte hanno strutturato una mente perdente, di quelle che gettano via il fodero della spada prima del duello – il che significa che del fodero non avranno più bisogno, il che significa che si aspettano di perdere.

Una sinistra europea

Ancora non l’han capito che l’avversario non è tale da permettere di non fare campagna elettorale? Che poi andrebbe fatta comunque: qualunque sportivo della domenica sera sa che la gara finisce solo quando è finita: altrimenti si fa come Italia-Francia agli europei di qualche tornata fa, quando si prese due pappine agli ultimi minuti e si perse la coppa.
Se il centro-sinistra ha perso la colpa è dei dirigenti del centro-sinistra. Smettetela di dare la colpa agli altri.
Fatevi vedere da qualcuno bravo in psicopatologie.

(Immagine: un felino con tante di quelle macchie da far tendere il manto al nero. Così, tanto per fare le cose scontate – un’abitudine che al Pd fa ciao con la manina cionca, semiaperta a pugno).

Calle d’Amore / Love street

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(Traduzione ad opera di Mastro Giulio di Love Street dei Doors – cliccare su titolo per il testo originale. Imago: Amy Crehore)
In questa lirica il poeta esprime, tra alcuni dubbi, come abbia finito per accettare la curiosa vita condotta dalla sua amata, la quale abita in una curiosa strada dove le normali convenzioni sociali non valgono: l’amata infatti sembra intrattenere relazioni plurime, irretendo con il suo fascino tutti coloro che la circondano.

Parole

CALLE D’AMORE.

Ne la Calle[1] d’Amor ella dimore[2],
inganna Crono ne la cal d’amore;
una magione et un giardino have
ma ciò ch’accadevi i’ non lo save[3].

Have abiti, bertucce e have valletti
adorni d’adamanti[4] e scioperati;
del mondo e di che far have intelletti[5]
e entrambi, me e te, ella have vincolati.

«I’ veggio ch’or dimori in Cal d’amore
ov’è bottega ove consesso fanno
tutte creature; che faccian, l’ignore[6]
domenica di state[7] e l’intier anno».

In grado m’è io credo, almen finore,
ch’ella vissuto abbia in Cal d’amore
e che tuttor in esta via dimore,
ov’ella lungamente inganna l’ore.

*************

[1] Strada, via. [2] Abita. [3] So. [4] Diamanti. [5] «Conosce il mondo e sa cosa fare». [6] Ignoro. [7] Estate.

Musica

Parole foreste

LOVE STREET.

She lives on Love Street
Lingers long on Love Street
She has a house and garden
I would like to see what happens

She has robes and she has monkeys
Lazy diamond studded flunkies
She has wisdom and knows what to do
She has me and she has you

She has wisdom and knows what to do
She has me and she has you

I see you live on Love Street
There’s this store where the creatures meet
I wonder what they do in there
Summer Sunday and a year
I guess I like it fine, so far

She lives on Love Street
Lingers long on Love Street
She has a house and garden
I would like to see what happens

Proponi la tua rima petrosa (dopo aver consultato le liste)
Mastro Giulio e visita il suo sito

Elezioni 2013: i possibili scenari

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A parte che più ci penso, più ci ripenso, e più ci ripenso, più mi sale la rabbia verso i dirigenti del centro-sinistra; a parte questo, adesso, dopo le elezioni, quali scenari possibili si aprono?
Numeri alla mano: in Senato nessuna maggioranza (158) è possibile senza Grillo, e Monti e i suoi contano come il due di picche (briscola coppe). Potranno provare a formare un governo, sperando che gli stellini votino i provvedimenti: ma tutti, gli stellini, anche se tutti graditi, non li voteranno, altrimenti i loro diranno che sono allineati e come gli altri. Tuttavia per un po’ potrebbero provare ad andare avanti. Almeno fino al varo di una legge elettorale buona.
Per chi si lamenta della mancata vittoria attribuendone la colpa alla sconfitta di Renzi alle primarie: suvvia, un po’ di coraggio in più. Ricordiamo che anche Grillo si era proposto alle primarie del Pd e il Pd non l’ha voluto. L’importante è che i candidati siano belli freschi e portino novità: poi se sono un po’ di destra chi se ne frega? Son sputi in aria, eh.

(Immagini via Head like an orange).