Vetrina: fioriture d’amarillide

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La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Lettura

Alcuni ecologisti dicono che i disastri causati dal cattivo utilizzo delle risorse naturali si abbatteranno su di noi come una fioritura di amarillide: una volta iniziati, non ci sarà modo di fermarli.
Anche il caffè della moka, nel suo piccolo, si comporta come l’amarillide: se anche lo togli dal fuoco poco dopo che ha incominciato a salire, continuerà nel suo flusso fino a riempire la parte superiore della caffettiera.
Lo stesso una scelta professionale, l’odio, l’amore: possono essere macchine che rifiutano di fermarsi. Dunque, quando intraprendi qualcosa, attenzione all’effetto amarillide!

Vetrina

Elena Trabaudi, Virgilio
Chiedo venia ancora prima di cominciare, ma a sentire il nome amarillide mi viene subito in mente la prima bucolica di Virgilio: memorie di liceo, con tanto di metrica.
Incominciava così: Titire tu patulae con l’accento su quest’ultima è.
E terminava con Titiro che insegna ai boschi a risuonare della bella amarillide.
A pensarci bene, come può un pastore far questo? Non importa, quello che conta è l’immagine che resterà nella mente. L’amarillide diventa per tutti un fiore meraviglioso, tanto che la sua magnificenza si propaga alle selve.
Dal punto di vista allegorico, si può interpretare la sua fioritura inarrestabile come un percorso di bellezza che, una volta innestato, non può avere termine finché non sarà completo. Gli esempi possono essere infiniti: una sinfonia, un quadro, un romanzo.
Ma anche un amore: l’amore ricambiato non si pone limiti, va avanti di per sé, tende a raggiungere la perfezione. Anche se poi, a ben vedere, l’amarillide prima o poi appassisce. E l’amore?

 

Francesca Taddei
Il processo è inarrestabile…
Vengono in mente quei movimenti, nella storia anche recente, che hanno coinvolto un gruppo di persone, e poi sempre di più, fino a smuovere masse imponenti. Le varie rivoluzioni indicate con nomi di colori, le «primavere», le «onde» ecc… Quando iniziano a fiorire non c’è più modo di fermarle; sembrano capaci di autoalimentarsi all’infinito; una protesta ne innesca un’altra e poi un’altra, e in poco tempo la rivolta dilaga e spesso non si spenge neanche tentando di soffocarla con la forza. Come per i fiori recisi, però, a un momento culminante in cui tutto sembra bellissimo e destinato a trionfare, segue in genere un triste sfiorire, la sostituzione delle speranze con i compromessi, se non peggio. Preferisco le piante in vaso, infatti, con forti radici.

 

Filippo
Quando ci feriamo si ha la rottura di un vaso sanguigno con fuoriuscita di sangue. Subito si realizza una catena di operazioni che mirano a fermare l’emorragia. In primo luogo il vaso sanguigno ferito si restringe per limitare le perdite di sangue. Contemporaneamente un tipo particolare di cellule del sangue, le piastrine, comincia ad aderire al punto lesionato della parete del vaso, per formare un «tappo» che ferma o comunque rallenta l’emorragia, e libera delle sostanze dette fattori piastrinici della coagulazione. Queste sostanze fan partire la «reazione a cascata della coagulazione»: a cascata perché ciascuno dei fattori coinvolti scatena una reazione che attiva un fattore che ne scatena un’altra e così via, in un processo complesso che coinvolge 13 diversi fattori. Alla fine della reazione le molecole di fibrinogeno presenti in soluzione nel sangue si aggregano tra loro formando un reticolo di filamenti di fibrina che trattengono i globuli rossi e formano il coagulo. Successivamente con i giorni la parete del vaso si rigenera e il coagulo si dissolve.
Con le «reazioni a cascata» guariamo dalle ferite e fioriscono le amarillidi.

Doctor Who: stagione 5 e Dottor Undici

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Le differenze principali tra il Nono, il Decimo e l’Undicesimo Dottore, sia per la personalità che per il rapporto tra il personaggio e i propri compagni?

L’Undicesimo Dottore e Amy

Il Nono era come uno zio incredibilmente amichevole per i propri compagni (ovvero la propria compagna), uno zio sì oscuro e bizzarro, ma anche caloroso nei rapporti umani; il Decimo era amichevole fino al desiderio della relazione per Rose e in parte anche per Astrid e Martha (con Donna è stato preso invece sin da subito il distacco), e il suo carattere giocoso si alternava sempre con una cupezza e con un senso di solitudine spaventoso; l’Undicesimo non è né uno zio, né un fidanzato: per Amy Pond (Karen Gillan) non è che un amico immaginario, di quelli che si conoscono da bambini e poi si dimenticano con l’arrivo della maggiore età.
Matt Smith piomba nel giardino di Amy Pond quando questa ha sette anni e poi ritorna nella sua vita dodici anni dopo, e aiuta lei e il suo ragazzo Rory Williams (Arthur Darvill) a salvare il mondo dal Prigioniero Zero e dagli Atraxi in The eleventh hour (L’undicesima ora), un episodio sceneggiato da Moffat molto piacevole in cui le elucubrazioni comiche di Smith sono apprezzabilissime. Nei quattro episodi successivi, invece, l’esatto contrario: The beast below (La bestia sotto), in cui il Dottore porta Amy nella Londra spaziale del 5000 (dopo averla rapita il giorno prima del suo matrimonio), è una brutta copia di Gridlock; Victory of the Daleks in cui i Dalek incontrano Winston Churchill e il blitz ha pochi momenti divertenti (e nulla più); il doppio episodio sul ritorno degli Weeping Angels e di River Song è sceneggiato malissimo, diretto anche peggio e non valorizza abbastanza bene il personaggio di River, che viene approfondito un po’ meglio in futuro, fortunatamente. Probabilmente è proprio il doppio episodio succitato il punto più basso della serie, ed è anche perché, assurdamente, Moffat sembra aver dimenticato tutto quello che rendeva affascinanti gli Weeping Angels in Blink.
Come compagna Amy, seppur sia sicuramente più carina delle compagne precedenti (e i costumisti se ne sono resi conto, visto che le fanno indossare sempre minigonne), è poco simpatica e sembra spesso un’imitazione di Rose, e la supera in simpatia forse solo perché il Dottore non si invaghisce di lei. Bisogna dire, però, che per sopportare Amy, il suo fidanzato Rory dà un aiuto da non sottovalutare.

Rory e Vincent

Vampires in Venice, come precedentemente altri episodi anche con Tennant, sarebbe un episodio simpatico, ma gli antagonisti sono troppo poco carismatici da poter essere abbinati ad un periodo storico affascinante (e mal ricostruito) come la Venezia del Rinascimento. In compenso, ritorna come compagno del Dottore il fidanzato di Amy, Rory, simpaticissimo e che aiuta moltissimo a non annoiarsi durante la durata dell’episodio, alla fine del quale lo spettatore comincia a perdere le speranze per questa stagione, che sembra essere tutto delirio e poca sostanza. Smith è simpaticissimo, sì, ma dov’è tutto il resto? La trama, la costruzione, il contenuto?
Però, appare immediatamente un barlume, un episodio intenso e creativo in cui il Dottore, Amy e Rory si ritrovano bloccati da un «Dream-Lord», un «Signore del sogno», tra due realtà, senza sapere quale delle due è un sogno e qualle delle due è la realtà, sapendo che l’unica maniera per scoprirlo è morendo: morendo nel sogno, ci si risveglia nella realtà, morendo nella realtà, si muore e basta. Accattivante e pieno di suspense ma anche di scenette comiche, è, dopo The eleventh hour, il primo segno di un cervello dentro la testa di Moffat da quando è entrato in scena Matt Smith. Come sottotrama c’è la sessualità di Amy e la terribile decisione che deve prendere tra Rory (che ama di amore puro) e il Dottore (di cui è innamorata in maniera non convenzionale sin dall’infanzia).
Tale questione continua nel successivo doppio episodio sui Siluriani, che però si conclude con Rory che viene mangiato da una rottura nello spazio-tempo creata da un pezzo del Tardis, causando la sua non-esistenza nella storia dell’umanità. Queste rotture sono il leitmotiv della stagione, e viene spiegato cosa sono solo nel doppio episodio finale. In Vincent and the Doctor il Dottore e Amy vanno nel passato a fare la conoscenza di Vincent Van Gogh. In quest’episodio enfaticamente strappalacrime c’è un sensibile discorso sulla bellezza dell’arte, ma sfortunatamente, per compierlo, nella storia si svolge un viaggio nel tempo dalla struttura e dalle conseguenze differenti da quelle che solitamente hanno i viaggi nel tempo nelle avventure del Dottore. Buon episodio, comunque, e Curran (l’attore che interpreta Van Gogh) fa un ottimo lavoro.

Il big bang

Dopo la (ottima) parentesi comica di The lodger (L’inquilino), arriva finalmente il doppio finale, che comincia con The Pandorica opens (Si apre la Pandorica) e si conclude con The Big Bang. Neanche a dirsi, The Pandorica opens è un episodio sia divertente che avvincente che drammatico, molto bello sotto molti punti di vista, con un finale che lascia un po’ basiti, mentre The Big Bang, dimenticate tre o quattro gag (tra le quali quella del fez) è un ammasso delirante che ricorda The last of the Timelords per com’è disorganizzato, confuso e privo di logica. Nello speciale di Natale 2010, A christmas carol (Canto di Natale), tra l’altro, tale disorganizzazione si mischia allo sbaglio della connessione causa-effetto compiuta in Vincent and the Doctor, creando un’altra storia delirante e incoerente che cita Dickens a tutta birra con Michael Gambon co-protagonista in una storia d’amore che mette insieme il «vero significato del Natale», squali volanti, nuvole assassine e di tutto e un po’. Pessimo episodio.

La quinta stagione in pillole

La quinta stagione, per qualità, è estremamente altalenante. Comincia con un episodio bellissimo, continua con cinque decisamente scarsi, continua con altri sei che si fanno apprezzare e si conclude con due episodi che, in generale, deludono abbastanza. È, quindi, una buona stagione o una stagione deludente? Di sicuro non è paragonabile con la terza o la quarta stagione, ma senza peli sulla lingua dico di preferirla di sicuro almeno alla seconda: almeno Moffat dimostra di riuscire a raccontare storie avvincenti senza fare in modo che lo spazio ingombrante di un compagno rovini l’intera atmosfera, e anzi riesce a raccontare certi segmenti di storia con un’enfasi epica che riassume lo stile del Dottore, tra eccentrismo, soluzioni visive artigianali e metafore fantascientifiche, costruendo un nuovo mondo e una nuova maniera di vedere il Dottore: la maniera Moffat.

7siLS

Prima avevamo un sito, OraZero

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Il sito di OZ

Un par d’anni fa nasceva OraZero, un sito che aveva come motto Chi si adatta alle circostanze le crea (grazie Vaclav Havel) e che aveva rubriche dai titoli quasi tutti bellissimi: Lo stato delle mafie (Fernando Scarlata), Leghe mentali, Fatti opinione, Arti superiori, Vid’io, In video veritas, Umenti doc, Circol@ri, In Cina hanno molto riso, TecnoScie, Nicema cinema (7isLS), Scuola d’amore (Carla Muschio), Rime petrose (Mastro Giulio), Targhe bucate, Imola vil(l)e, Ser vizi, Senti che musica (7isLS), Due centesimi (Alessandro Boriani), Mente globale (Giorgio Antonucci), Grabbing hands (An.Cer.), La terra dei machi, Che fine hanno fatto? (Alessandro Boriani).

E Ora?

Ecco, che fine hanno fatto, ora che OZ ha chiuso (nell’estate 2012, salvo qualche movimento carsico)? Alcune rubriche son rinate qui o vengono mantenute con saporiti furti, altre hanno traslocato altrove in diversa forma (per esempio in Made in Bolzano e ON LI), altre son finite, altre ancora non so. Escluse quelle i cui curautori sono indicati tra parentesi, la maggior parte delle rubriche erano gestite dai fondatori, MB (quello di Made in Bolzano e ON LI) e il manutentore del qui presente sito, con una enorme differenza: MB è un giornalista vero, che ogni tanto si toglie il gusto della goliardia; io sono un buffone, e ogni tanto mi tolgo il gusto di esser serio.
Per cui OraZero, il nostro OZ, era un sito che mescolava sapientemente notizie e divertimento, un po’ alla vecchio e indimenticato Cuore; mentre questo sito è altra cosa, ma le cose cambiano e chi si inadatta alle circostanze l’è screanzato.
OZ è stata un’esperienza bellissima e irriponibile: grazie a MB e a tutti.
*Lacrimuccia*

Dedicato a noi

Il gatto di Simon / 1 (episodi 1-4)

gattodisimon

Il gatto di Simon è una deliziosa serie di cartoni, molto brevi, opera dell’animatore britannico Simon (eh sì, è lui) Tofield, avente per protagonisti un gatto domestico e un Simon ancora più domestico. Qui compaiono i primi quattro episodi, prima o poi lo faranno anche gli altri. E se date un’occhiata anche al sito relativo vi fate del bene.
La traduzione del primo titolo non è un errorrre, non inseguitemi fino a Katmandù; e l’ultimo episodio ha come protagonista Il cane della sorella di Simon, ed è contro l’obesità degli animali domestici dovuta all’ottusità dei padroni cosmetici (rimanda all’apposito sito, per questa battaglia e per altre).

 

UOMO GATTO FARE

 

FAMMI ENTRARE!

 

TELECENA

 

BAU! BAU! BAULE! WOOoof

Quello dell’India e di Ruggero

rammstein_ruggero

Piccoli Nemo e Piccoli Ego, siamo fatti della stessa materia dei sogni, e la Luna può ancora esser fatta di formaggio. E di questi sogni, alcuni, uno, eccolo:

Questo sogno era molto bizzarro, lungo e strutturato, ma ricordo solo una scena e pochi particolari. Io e il mio amico Giovanni andiamo in una foresta, al cui centro c’è il confine tra Italia e India. Il confine è delimitato da una capanna circondata da palme e bambù, al cui interno vive un uomo di nome Ruggero che ha l’apparenza di un’ombra e che passa tutto il tempo ad ascoltare i Rammstein. Ricordo solo altri due risvolti: 1. Ruggero viaggia con noi a giro per l’Asia 2. Dopo due o tre anni lo sposo.

7isLS, sogno del 17 dicembre 2012

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