Deshi basara: il Cavaliere oscuro si alza

Intro

“Deshi Basara” significa “Si alza” in una lingua derivata dall’arabo che si parla in Marocco. Ed è a suon di “Deshi Basara”, urlato come in un coro da stadio, cadenzato, potente (nelle musiche di Hans Zimmer e nei cori successivi), che “si alza” Bruce Wayne, l’eroico Batman di Christian Bale. Dopo il bel 2005 di Batman Begins (al quale bisognerebbe dare una ripassata per cogliere alcuni eventi cruciali per il terzo film della trilogia) è uscito Il Cavaliere Oscuro, campione d’incassi 2008, che superò il miliardo di dollari, si velò in un’aura di mistero e diventò inquietante grazie all’interpretazione magistrale di Heath Ledger nel ruolo di Joker. L’attore poi morì, forse suicida per la pressione sul set, e fu premiato con un Oscar postumo meritatissimo. Film con anima e politicizzazione: Gotham è l’America ed ha bisogno di un guardiano che la tenga al sicuro, ma non lo merita, per colpa della stupidità e dello squallore dei suoi abitanti. Film quasi perfetto ma con molteplici buchi di sceneggiatura ed una pessima interpretazione di Maggie Gyllenhaal nel ruolo di Rachel Dawes, che nel primo film era interpretata da Katie Holmes. Ma non è quello il punto. Il punto è il Ritorno. La sollevazione, il rialzamento, l’elevazione di Batman, Deshi Deshi Basara Basara.

Bruce

Lunga introduzione, ma ce l’ho fatta. 2012. Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno è un film che richiede più di una visione, ma anche una prima visione attenta. Ma, innanzitutto, pone allo spettatore una scelta complessa: badare alla regia o alla sceneggiatura? Io ho fatto, sbagliando o meno, quello che farebbe ogni fan di Nolan: notare innanzitutto la regia e la sceneggiatura solo nei momenti più clamorosi. In ogni caso chi sceglie di badare alla sceneggiatura noterà nelle prime due ore (il film dura 165 minuti) molteplici buchi che gli renderanno la visione fastidiosa, chi sceglie di guardare la regia si troverà davanti (sempre nelle prime due ore) il capolavoro assoluto che un maestro del cinema su commissione avrebbe dovuto partorire da tempo: un film su Bruce Wayne, non su Batman, o, addirittura, un film su Bane, doppiato in maniera poco interessante da Filippo Timi, il Benito Mussolini del Vincere di Bellocchio. La catastrofe è successiva: gli ultimi quaranta minuti sono un lento crollo, un decadimento della perfezione corposa di un film nel baratro schifoso orrendo delle convenzioni hollywoodiane. L’inizio dello scontro finale ispira simpatia e partecipazione nelle emozioni dello spettatore, ma con il colpo di scena principale, sicuramente inaspettato per chi non conosce i fumetti, ma anche parecchio implausibile (o comunque giocato male) comincia un lento decadersi che si conclude, nelle ultime due inquadrature, con una voglia matta di spezzare le ossa agli sceneggiatori o a chi di conseguenza. Il finale è perfetto per il percorso psico-filosofico del personaggio, ma per lo stile noir ricercato ed ottenuto bene da Nolan in questi anni e per la struttura narrativa che dovrebbe essere solida è un difetto troppo grande per essere trascurato. Immaginando delle votazioni (che non userò), il film comincia come un 7, diventa un 8 e finisce come un 4. Inoltre, l’antagonista Bane esce di scena in maniera pietosa, levando valore alla magnetica interpretazione ‘oculare’ del massiccio Tom Hardy, la cui performance migliore rimarrà (comunque) quella in Bronson di Nicolas Winding Refn.
Altro difetto (meno importante però) è l’apporto narrativo di Catwoman (Anne Hathaway): solare, sexy, o che dir se ne voglia, abbastanza inutile (per modo di dire) e già si pensa ad uno spin-off, perché la sua tutina in latex è piaciuta a niente popo’ di meno che ad Obama.

Bane

Cosa fa Nolan in questo film? Mette sullo schermo Bane. Per giustizia verso il personaggio, metteremo un paragone con Joker e Due Facce, gli antagonisti di Il Cavaliere Oscuro. Joker si autodefiniva un “agente del Caos”, un “uomo senza un piano”, uno psicopatico categorico, nobile, privo di un sistema geometrico attorno al quale far roteare la sua idea di distruzione delle frazioni di un sistema economico corrotto: il Joker brucia il denaro, non lo usa per compiere acquisti, e poi mette un’intera metropoli nelle sue mani e ci gioca sadicamente. Ma il Joker è un seduttore, un ipnotizzatore, un Cristo bipolare ‘salito’ dall’inferno, un’autoparodia del male, la summa e allo stesso tempo l’antitesi dei tipici antieroi del genere gangster-noir, oppure una versione delirante dei serial killer horror come Michael Myers (Halloween) o Freddy Krueger (Nightmare) ed il suo potere di convinzione rende schiavo del Caos pure Harvey Dent, uomo puro, che diventa Due Facce, rappresentazione dell’ordine che si cela dietro il Caos. Perché il Caos può essere a scelta la multiplicità delle scelte, in un paradisiaco giardino dell’Eden dove tutto è concesso, o un ‘giardino’ diviso a metà: Bene (metà sinistra della faccia) o Male (metà destra)?
Bane è un agente del Caos, ma in maniera differente. Joker è un egoista, un anarchico ‘per il gusto per’, un idiota, in senso Dostojewski-ano, un essere demoniaco che agisce solo per rendersi conto di essere sé stesso e di apprezzarlo, Bane no. Bane lavora per una comunità. Bane lavora per il Bene di ciò che ha sotto le mani, perché Bane vuole bene al popolo che schiavizza e che costringe a sacrificarsi per lui. Joker è un ‘freak’, un fenomeno da baraccone che si diverte giocando con il fuoco, mentre Bane è un Robespierre che si crogiola in un lettino di energia nucleare, un terrorista che ha distrutto le speranze di una popolazione, distruggendo uno stadio, dopo aver compreso che “per veder funzionare le discipline perfette, i governanti postulavano lo stato di peste” (dice Foucault – n.b. non sono stato il primo a mettere questa frase in una recensione di questo film). Ma la tragedia è questa: Bane vorrebbe poter trasmettere quello che vuole tramite l’intelligenza (e la sua è maggiore di quella di Batman), ma non ne è capace perché il genere umano comprende solo la violenza. La sua anarchia grandguignolesca e caotica è una ripicca contro un sistema che finge di essere perfetto ma che comprende solo la via della carneficina e non quella del patteggiamento: e Bane, come Tyler Durden in Fight Club, non ci prova nemmeno per sogno. Nella tradizione di Bentham, la società ‘perfetta’ per Bane sarebbe un Panopticon di cui lui stesso è l’unico guardiano: osservare gli atteggiamenti di tutti i suoi prigionieri, eguali ma inferiori a lui in quanto lui è, egocentricamente, il principe sanguinoso che ha portato avanti tutto, il ‘male assoluto’ o il ‘male necessario’, ma alla fine diventa un Anopticon, in cui i suoi prigionieri, la società, il ‘tutto’, sa che lui si chiama Bane e sa chi lui è, ma lui non sa chi sono loro, non sa come fermarli, non sa che la sua maschera (che gli copre la bocca ma non gli occhi) lo costringe a mentire, a non dire tutto, ma a vedere tutto, mentre è Batman, l’eroe non eroicentrico (fino alla fine) l’onesta e pura verità. E, al che, Quis custodiet ipsos custodes? Filosoficamente, concettualmente, è un film perfetto. Registicamente? Pure. Narrativamente è Emmenthal, e ciò è veramente un male. Nolan finalmente poteva superare il “molto buono”.
Il Cavaliere Oscuro era un gangster d’azione violenta con sfumature noir, Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno è un racconto filosofico di identità e spettacolarizzazione, ma che finisce per essere vittima di errori che trascendono dalla dimensione più importante della storia.

7isLS

Oh Dio, Beppe

Nel momento supremo, come usava dire nei fotoromanzi degli anni Settanta, alcuni tacciono e si perdono nell’estasi, altri gridano qualcosa, altri non lo so e altri ancora idem con patate. In ogni caso, la povera fanciulla dell’immagine (fonte: scienceloveslsd.com) ha un problema: convincere Giuseppe (il quale, la dida spiega, «non è convinto») che sia sincera quando afferma: «Non significa niente, tesoro. “Oh, Dio!” è una cosa che tutte le donne gridano a letto…».
Madonna, sarà dura.