L’uovo, il pelo e la gallina

E’ nato l’uovo per primo o la gallina? Un’annosa questione che si ripropone in una materia tricotica affascinante quanto imprescindibile, se non si zeba a un buio eclittico: il legame tra il taglio di capelli maschile sulla testa superiore del maschio e il taglio di capelli femminile sulla testa inferiore della femmina. La questione non è da poco: i maschi son tutti teste di, e per questo il loro stile superiore insegue quello inferiore (nel senso di “collocato più in basso”, eh. ci mancherebbe) delle femmine, o le femmine sono tutte teste di, e per questo il loro stile inferiore insegue quello superiore del maschio? E’ venuta prima l’acconciatura della capigliatura maschile o quella dei peli pubici femminili? Ha senso cercare il pelo nell’uovo?

Vetrina: i surgelati

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. I sentimenti più genuini sono quelli “freschi”, che si vivono con sincerità nel momento in cui sorgono. A volte tuttavia si ha bisogno di “surgelare” delle esperienze, di riporle nella memoria aspettando di tornarci sopra nel futuro. Può succedere con un’amicizia: non si incontra la persona per un po’, ma si continua a sentirsi in contatto con lei, pronti a riprendere la relazione in futuro. A volte il rapporto ripreso dopo un’interruzione sarà come il prezzemolo, subito disponibile, altre volte si scoprirà che il “prodotto” è scaduto, la scintilla dell’affetto non si riaccende più.
Quando si ritorna su un’esperienza passata, un ricordo, bisogna dare ad esso il tempo di “sgelarsi”, altrimenti sarà inavvicinabile e si presterà ad essere frainteso. Puoi tornare ai ricordi delle elementari, ma c’è il rischio che il tempo li abbia falsati.
Alcune esperienze sono come la lattuga e il latte, vanno vissute al momento: non puoi andare a cercare il tuo corteggiatore del liceo a quarant’anni.

Elena Trabaudi, I segni del tempo.  Sono già le otto e mezzo, Giuliana mette il piede giù dal letto, poi l’altro, apre gli occhi e va in bagno come un automa. Quella notte ha dormito male, tanto per cambiare. Oltre all’agitazione e all’insonnia perenne, che conosce bene fin da quando aveva trent’anni, ora si aggiunge il caldo asfissiante e umido a impedirle di dormire.
Si guarda allo specchio e si sgomenta: che occhiaie, che solchi! Non ci si può fare niente, a sessant’anni non si può dimostrarne trenta, ma neanche quaranta o cinquanta. E poi, a dire la verità, quelle rifatte le sono sempre sembrate finte: non vorrebbe per niente al mondo essere così. Quindi? Quindi niente, è necessario accettarsi: sempre meglio la realtà a una costruzione fittizia e artefatta. Si potrà ricorrere a qualche piccolo aiuto, così, solo per avere una soddisfazione personale, tipo tingersi i capelli o continuare imperterrite a farsi la riga agli occhi. Ma tutto questo non intacca la scelta di base, della naturalità.
Non siamo nati eterni, pensa in un guizzo. Tutti abbiamo una scadenza, e prima di quella un declino: c’est la vie, come ha detto suo nonno morendo. Ora Giuliana si è svegliata per bene, ha rifatto il giro mentale necessario e può affrontare con coraggio e disinvoltura la sua giornata, che sarà bella (almeno lo spera), anche se dovesse vedersi riflessa qua e là nelle vetrine o negli specchi messi lì a tradimento.

Francesca Taddei. Il mio rapporto con il freezer è molto semplice. Ci tengo qualche surgelato che può risolvermi il pranzo o la cena quando il tempo è talmente poco e la stanchezza talmente tanta, che non ho voglia di far altro che aprire una scatola e buttare il tutto in forno o in padella. D’estate c’è anche la vaschetta del ghiaccio e a volte il gelato. Non ho invece mai congelato niente che in origine fosse fresco, né qualcosa di già cucinato. Non ho neanche mai scongelato qualcosa per poi ricongelarlo.
Sarà che questa cosa dei surgelati mi fa venire in mente il rapporto che la gente ha con i propri amici o conoscenti. C’è chi ne tiene tantissimi in attesa, come cibi nel surgelatore. E se ne serve quando ha bisogno: magari li scongela (ovvero li fa avvicinare a sé) per poi rimetterli subito dopo al loro posto. Oppure si serve solo di una piccola parte e il resto lo lascia lì dimenticato. E spesso i cibi/conoscenti in attesa sono talmente tanti che ci si dimentica pure di averli e quando alla fine ci ricordiamo di loro, ormai sono “andati a male”.

Lodovico.  Ogni cibo surgelato ha un suo modo di essere trattato. Complicato? Certo. Ma è anche una ricchezza, perché dietro c’è tutto un mondo di attenzioni a questo o quel particolare di ciascuno. Viene in mente De Gaulle: “Come si può governare un paese che ha duecentoquarantasei varietà differenti di formaggio?”…ma il mondo ama la ricchezza dei formaggi francesi.

Son le genti strambe – L’uomini singolari / People are strange

gentistrambe

Traduzione curata da Andrea “Valerio” Del Cantone e Mastro Giulio di People are strange dei Doors – cliccare sul titolo per il testo originale)

Ecco un carme che parla di come la solitudine possa, oltreché influire negativamente sull’umore, addirittura mutare le nostre percezioni della realtà circostante.
Non di solitudine comune si parla, però: quella in oggetto è la condizione solinga dell’uomo che sceglie di condurre la propria vita senza riguardo per le convenzioni o le aspettative altrui, e il poeta gioca sul doppio senso del concetto di “strano” come “cosa che non si capisce” (il comportamento escludente dei conformisti) e come “insolito” (quello dell’uomo che viene discriminato).
Curiosamente, o stranamente (per rimanere in tema), di questo carme del bardo Iacopino Mirrisi da Borgo Degl’Angeli, la tradizione manoscritta ci ha consegnato DUE differenti versioni: la prima a cura del Del Cantone, la seconda a cura di Mastro Giulio.
Al lettore il confronto:

 

SON LE GENTI STRAMBE.

(trad. da Andrea “Valerio” Del Cantone)

Son le genti strambe
si tu se’ strambiero,
li visi inameni
si tu se’ ermoso [1].

Di strega le gambe
si di Nol nocchiero [3],
diruti i terreni
si tu’ spirt’è chioso [4].

Si strambezza strigni
bucan pluvia i ceffi [5]
del nom tu’ son beffi [6]
si strambezza aligni [7].

L’UOMINI SINGOLARI.

(Trad. da Mastro Giulio)

Ogn’uom si porta[8] in singolar costume
se foretan[9] tu se’ dalla sua cerchia:
lo volto suo bruttura lo soverchia
se solitudo t’estingue ogne lume.

Crudeli mostransi  pur le fanciulle
se niun a te rivolge il suo disire;
paion persino le strade esser nulle
quando tuo spirto sol giuso[10] sa ire.

Se singolar tu se’, se se’ bizzarro,
di tra la pluvia si generan visi;
niun più te rammenta, ciò ti narro,
ché l’uomin singolari ai più so invisi.

*************

[1] Da ermo, qui: solo. [2] Gambe: sineddoche per donne. [3] Nolo, divinità preposta alla scarsa volontà o alla negazione (es. “La presto ma a Nolo”); in seguito la non volontà fia mutata in volontà grazie a un guiderdone, da cui il significato odierno. Se non è vera è ben trovata. In questo verso è sottinteso un “tu se'”. [4] Vale “chiuso”, nel senso di essere giù di umore. [5] Le persone si mettono al riparo dalla “pluvia”, cioè dalla “tua strambezza”. [6] Tutti fingono (fingono?) di non ricordarsi il tuo nome. [7] Aligni: coltivi. [8] Si comporta. [9] Straniero, estraneo. [10] Giù (in senso metaforico, vale umore negativo).

Intervallo minaccioso

Cari tutti, la rubrica allegorica si interrompe per le vacanze estive. La prossima vetrina pubblicata sarà l’ultima, fino alla ripresa settembrina. Ma prima: intervallo minaccioso.
Il seguente brano dalla Tavola di Cebete invita a leggere le verità contenute nell’allegoria esposta nella tavola stessa e mette in guardia sui danni che possono derivare dal non farlo.
“(…) in primo luogo dovete sentirvi dire questo: che la spiegazione ha qualcosa di rischioso”.
Che tipo di cosa?”, domandai io.
“Questa: che se farete attenzione”, disse, “e comprenderete le cose dette, sarete assennati e felici; altrimenti, divenuti dissennati e infelici, aspri e ignoranti, vivrete male. La spiegazione, infatti, è simile all’enigma della Sfinge, che essa presentava agli uomini. In effetti, se uno lo capiva, si salvava; se invece non lo capiva, veniva ucciso dalla Sfinge. La situazione è analoga anche nel caso di questa spiegazione. La dissennatezza, infatti, è una Sfinge per gli esseri umani, e accenna copertamente, per enigmi, a questo: che cosa sia bene, che cosa sia male, che cosa non sia né bene né male nella vita. Dunque, qualora non si comprendano queste cose, si finisce divorati dalla dissennatezza, non in una sola volta, come accadeva a chi, divorato dalla Sfinge, moriva, bensì rovinati a poco a poco, nel corso dell’intera vita, come coloro che sono condannati a una pena. Qualora, invece, se ne acquisti conoscenza, è la dissennatezza, al contrario, a perire, mentre egli si salva e diviene beato e felice per tutta la vita. Voi, dunque, fate attenzione e non trascurate di ascoltare”.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

David Cronenberg doppiafaccia: leggere un film

Premessa

Chi scrive ha già fatto, per Stanley Kubrick e per John Carpenter, delle recensioni bicefale che ponevano in contrasto (o in linea retta) due opere dei suddetti registi. Ma se per Kubrick sono stati messi in confronto “Spartacus”, il suo film più commerciale, e “Shining”, il suo film più controcorrente, e se per Carpenter sono stati invece selezionati i suoi due film più complessi e simili, “Il signore del Male” e “Il seme della follia”, per il canadese David Cronenberg, uno dei registi più controversi ed influenti degli ultimi decenni, verranno messi in confronto il suo film più tradizionale, “A dangerous method”, ed il suo film più surreale, “Il pasto nudo”.

Il pasto nudo

Cominciamo, per ordine cronologico, con “Il pasto nudo”. Tratto dal romanzo ‘beat’ del 1958 “Pasto nudo” di William S. Burroughs, ma attinente anche ad altri romanzi e racconti dello scrittore ed alla sua biografia, il film pone molte domande e dà poche risposte. La storia narra di Bill, scrittore a riposo momentaneamente infestatore di insetti, sposato con una moglie infedele (e non fa nulla per nasconderlo), entrambi tossicodipendenti anche a causa di una polvere anti-scarafaggi. Dopo aver ucciso la moglie in un gioco alla Guglielmo Tell, Bill incontra in un bar un alieno che gli dice di visitare l’Interzona, un misterioso posto nel mezzo del Nordafrica in cui Bill incontrerà altri alieni, altri mostri deformi, una donna uguale a sua moglie con un marito bisessuale che legge nel pensiero, una serie di gigolò effeminati, droghe esotiche ed un mondo intero di fronte ai suoi occhi. Senza considerare la magnifica interpretazione di Peter Weller, completamente immedesimato nel ruolo (e si capisce nel celebre monologo del culo parlante che dice “Posso mangiare, pensare e cagare da solo”), il film ha la particolarità di frammentare l’Ego e l’Es di una persona senza nemmeno descriverla. Lo spettatore si pone insieme al regista in un punto di non ritorno: dove si ferma l’immagine e dove arriva l’illusione propria? Non si sa mai quand’è vero e quando no, bisogna solo immaginarlo, cercare di capire. A volte è semplice (la macchina da scrivere che si trasforma in uno scarafaggio gigante), a volte no (l’omicidio della moglie). Cronenberg prende alla lettera la lezione di Kubrick: “Tutto ciò che può essere pensato e scritto può essere filmato”. Infatti il regista canadese decide di mettere in immagini non solo i pensieri, ma proprio le masturbazioni mentali di un uomo deragliato, privo di vita interna. È una psicanalisi di William S. Burroughs ed una critica nei confronti di una società che accetta più volentieri chi commette violenze di chi è assuefatto dall’illusione che il mondo sia finto, romanzato e, come nel film, dotato di una vena ironicamente spionaggistica. Intervistato da David Letterman, Cronenberg ha detto: “Non si capisce forse subito, ma è un film che deve far ridere”. Inoltre per l’ennesima volta il regista analizza il tema della carne e la pone come immaginazione dell’anima invece che come fulcro (“Videodrome”) o specchio nervoso (“La mosca”).

A dangerous method

A dangerous method”, il suo secondo film più recente (l’altro è il magnifico “Cosmopolis”), è un altro paio di maniche. A parte l’ovvio: Cronenberg l’ha fatto come compitino per casa, come tesina sulle tensioni umane, più che su Sigmund Freud e Carl Jung, i celebri protagonisti della storia, interpretati da un bravissimo Viggo Mortensen e da un monocorde Michael Fassbender, insieme a Sabina Spielrein, interpretata da una Keira Knightley come sempre poco convincente, sia nei momenti altamente enfatici e drammatici (l’isteria molto fuori dalle righe), sia in quelli sottotono. Se la sceneggiatura, i costumi e la regia sono come al solito molto curati, si notano due cose che mancano: il tipico stile contenutistico cronenberghiano (storia – guardare dentro la storia – ricavarne un insegnamento che però è anche una trappola che contiene un altro insegnamento; in “A dangerous method” basta capire quello che vuole dire la storia e il mini-enigma è risolto) e la visionarietà. Visivamente banalissimo e privo di qualsiasi doppia profondità, bisogna riconoscere a Cronenberg il pregio di essere riuscito a cambiare di pochissimo un proprio leitmotiv: non più parlare della mente e dell’anima attraverso il martoriamento fisico della carne, bensì parlare dell’anima attraverso il martoriamento psicologico della mente e fisico, ma minimo, della carne – il masochismo perverso della Spielrein.
Detto ciò qual è la conclusione? David Cronenberg, oltre ad essere uno dei più grandi registi viventi, ha la capacità di alternare il proprio stile, sia per qualità che per genere, riuscendo a proporre toni e stili diversi con la giusta enfasi e con il giusto coinvolgimento artistico. È impossibile pensare ad un regista come lui tralasciando il suo lato ‘oscuro’ e violento, controverso, erotico (“Crash”), ma è facile riuscire a comprendere la versione bianca e stucchevole della realtà che lo circonda. Per raggiungere l’apoteosi del cinema sessuale e immaginatorio, bisogna ogni tanto scadere nell’asessualità o nella sciattezza grafica: “Spider” ne era un esempio. Pur bellissimo, visivamente era grezzo e ruvido, lento e deprimente stilisticamente, edipico nella forma solo in apparenza banale.
La vita dell’uomo è un rompicapo scenografico di cui il cinema è lo specchio maligno, e Cronenberg analizza i corpi guardando dietro lo specchio.

7isLS

John Carpenter doppiafaccia: leggere un film

Il signore del male

Reduce dall’insuccesso inaspettato di “La Cosa”, John Carpenter, uno dei migliori registi americani viventi insieme a Lynch e Scorsese, che si è fatto le ossa con horror e fantascienza, si è dato, nel 1987, ad una produzione a basso costo, con la quale ha creato uno dei suoi due massimi lavori: “Il signore del male”. La trama è semplice: un prete (grandissimo Donald Pleasance, potreste averlo visto in “La grande fuga” o “Halloween” e “Fuga da New York”, questi ultimi due di Carpenter) trova nella cripta di una ex-chiesa un liquido verde che sembra contenere il Male, il Diavolo. Contatta uno scienziato asiatico-americano di sua conoscenza per studiarlo, e questi porta sul posto i suoi studenti, degli scienziati, intrappolati dalle forze maligne che si scatenano. Sorvolati gli innumerabili meriti tecnici e la bellissima colonna sonora curata dal regista, questo è il film più dialogato, lento, metafisico e bestialmente controcorrente della filmografia di Carpenter: per la prima metà del film, la sceneggiatura tratta di una discussione complessa e per niente banale sulla realtà e sulla struttura della Chiesa, un’istituzione ben dimensionata di qualcosa che non dovrebbe veramente esistere.
La brutalità dell’intrappolamento dei personaggi in un posto è un luogo comune di Carpenter: il manicomio di “The Ward”, Hobb’s End in “Il seme della follia”, New York in “Fuga da New York”. La cosa che rende speciale il film è che non tratta in sè del Male ma parla di ciò che lo circonda, non parla dell’orrore, delle normali reazioni dell’uomo di fronte alla paura, ma parla (rischiando) della riflessione tramite un orrore accennato, non mostrato, non costruito in base alla suspence, ma appartenente ad una realtà, pur arrabbiata, che non è costruita in base alla dimensione filmica di un horror, ma in base a qualcosa che va oltre l’espressione per sprofondare in qualcosa di più simile all’ideologia.

Bene

Carpenter dice che il Bene ed il Male non esistono, parlando dell’esistenza del Male, più o meno come se un uomo pregasse un’entità che non esiste (il che anche è uno dei temi del film e di tutti i film di Carpenter), o meglio, dice che il Bene ed il Male sono la stessa cosa, e che non appartengono comunque, culturalmente, alla religione, ma alla cultura, all’arte. E la storia inoltre si basa sulla possibilità che in realtà ciò che è vero potrebbe sia essere ciò che è scaturito dalla Bibbia o da qualsiasi testo religioso sia ciò che magari è detto, in effetti, nel film: forse non esiste una realtà su cui la fede si deve basare, perché l’essere umano non crede in ciò che è vero ma crede in ciò che reputa vero. Il Signore del Male è sia l’Anticristo che Cristo, è un doppelgänger di sè stesso, bidimensionale, brutalmente lontano da qualsiasi via di scampo per il genere umano.
È difficile credere nel Bene quando tutto potrebbe farne parte.
Se poi il personaggio del prete si chiude nel suo guscio, si abbandona a sè stesso e si spaventa quando assiste alla nascita dell’Anticristo, il particolare più inquietante in realtà forse è il fatto che dopo l’apparente finale della storia, si comprende che gli scienziati non hanno salvato nulla: il Male resiste eternamente, l’uomo rimane in superficie costretto dalle paure, dagli incubi, che rimangono gli stessi anche se sconfitti fisicamente, per colpa dell’ossessione che rende masochista il genere umano per natura, quella che lo costringe a volersi ‘spingere più in là delle proprie idee, o delle proprie credenze’.

Il seme della follia

Dopo il divertentissimo ed intelligentissimo “Essi Vivono”, film action anti-reaganiano, e il poco interessante ma comunque valido “Avventure di un uomo invisibile”, Carpenter torna sullo schermo con quello che invece potrebbe essere davvero il suo film migliore in assoluto. “Il seme della follia”, infatti, è più di metafisica cinematografica, è pura e cristallina genialità metacinematografica, un film che davvero vuole spingersi oltre la riflessione riguardo alla realtà, ma vuole addirittura comprendere i doppi spazi, i riflessi e i difetti che pongono credibile (o incredibile) la finzione.
Anche qui la trama sembra quella di un horror tradizionale: un investigatore privato interpretato da Sam Neill viene mandato da una casa editrice alla ricerca di uno scrittore horror di nome Sutter Cane (splendido Jurgen Prochnow) che deve pubblicare il suo ultimo capolavoro, un best-seller assicurato dati i successi incredibili della sua precedente bibliografia. Già dall’inizio si sa, però, che questa ricerca porta l’investigatore al rinchiudimento in un ospedale psichiatrico. Quello che importa quindi è capire perché. Sorvolando di per sè i primi venti minuti di trama, in cui viene presentato il personaggio protagonista che viene messo in parallelo con l’enigma maniacalmente perverso che si cela dietro Sutter Cane, si giunge al momento in cui l’investigatore privato di reca ad Hobb’s End, città fittizia dei romanzi di Cane ma che in realtà esiste davvero, anche se è inquietantemente abitata da fantasmi, zombie e creature lovercraftiane.

Blu

Oltre ad essere, in realtà, una critica anche a parte del genere horror (più su carta che su schermo), ciò che deve essere compreso del film è la sua dimensione visiva-filosofica: Sutter Cane anche qui è, sì, il Diavolo, ma è anche Dio, in quanto riesce a manipolare la realtà a suo piacimento, come nella memorabile scena in cui appare in visione al protagonista in treno e gli dice “E se ti dicessi che il mio colore preferito è il blu?”, scena dopo la quale l’intero mondo appare blu al protagonista, oramai disperato e resosi conto che la sua realtà è doppia e fuorviante.
Per fuggire dalla realtà decadente, dal mondo di stress e paura su cui si regge la società emocentrica moderna, bisogna in realtà aspettarsi una sorta di Apocalisse a braccia aperte, per poter poi comprendere ciò che è l’arte più perversa di tutte: il cinema. Alla fine del film, quando il mondo appartiene spiritualmente a Sutter Cane, in mezzo al Caos, il protagonista va al cinema e vede “Il seme della follia” di Carpenter. C’è il poster davanti alla sala cinematografica, è proprio quello il film.
Bisogna quindi rivivere la visione per poter essere sicuro che sia visione e non realtà, bisogna porsi di fronte alla finzione per comprendere qual è la realtà e se esiste la realtà, e, soprattutto, bisogna sapere cos’è il cinema per poterlo apprezzare sia esteticamente che ideologicamente. Il capolavoro di Carpenter si conclude con un urlo disperato, anarchico e pessimista rivolto a qualsiasi forma di egocentrismo sociale.

7isLS

Vetrina: pastasciutte e gelati fritti

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura.  Nel trattare con una persona fredda e rigida, può tornare utile l’esempio del gelato fritto e della pasta surgelata. Se la si investe di primo acchito con un grande calore, essa si accenderà in superficie, con un entusiasmo che può anche essere intenso, ma conserverà il suo cuore di ghiaccio. Se si cerca un’interazione breve, in stile “gelato fritto”, va bene così. Ci sarà un momento di scambio affettivo, dopo di che la persona potrà tornare al suo consueto stile gelido, senza sentirsi minacciata nelle sue strutture profonde.
Se con quella stessa persona restia ad accendersi agli affetti si desidera un’interazione di più lunga durata, bisogna badare bene alla temperatura. Meglio “sgelarla” piano piano, in padella o in forno, a temperatura medio-bassa. Solo così la persona riuscirà a scaldarsi via via a livelli sempre più profondi, fino a “sciogliersi” completamente. C’è il caso che la persona prenda gusto alla leggerezza acquisita e decida addirittura di vivere in modo più caldo sempre, tenendo una temperatura del cuore che lasci circolare gli affetti.

Elena Trabaudi, Cotture. Dal punto di vista culinario, la frittura è un tipo di cottura veloce per portare alla massima temperatura nel più breve tempo possibile. Quindi capisco la questione del gelato: il procedimento descritto è corretto. Volendo trasporre l’esperimento sul piano umano, direi la persona si era come congelata, ma manteneva al suo interno la capacità di sciogliersi appena la situazione esterna gliene avesse dato la possibilità. Ad esempio, delle persone frequentate per uno scopo possono averla fatta sentire circondata da calore umano, partecipazione, e lei non si è più sentita sola.
Nel caso del blocco di pasta, secondo me andava messa in forno. Il latte caldo l’avrà sì scongelata, ma rendendola molle.
In questo caso siamo di fronte a qualcuno che ha dei nodi incancreniti nel profondo di sé; e per scioglierli non è sufficiente rivolgersi a lui amichevolmente o invitarlo a una passeggiata. Ci deve essere un qualcosa (ad esempio la psicoterapia) che sciolga quei nodi dal di dentro, prima che la persona possa aprirsi al prossimo. Ma anche quando l’operazione sarà effettuata, il risultato non sempre sarà perfetto. Magari la sua personalità si sarà ammorbidita, però a discapito di qualche lato più originale e brillante. Solo se il calore che c’è intorno sarà penetrato per bene e con calma all’interno, costui potrà dirsi salvato.

Francesca Taddei. Coppia 1 e Coppia 2 sono due coppie di coniugi di mezza età. Sono a uno di quei “punti morti” che possono capitare dopo tanti anni di matrimonio. Il tempo passa, la passione svanisce, la routine prende il sopravvento, i motivi di litigio aumentano, magari le ingerenze esterne complicano le cose… insomma i coniugi si scoprono lontani mille miglia.
Marito 1 si è accorto che il rapporto con la moglie ormai somiglia più a quello di due conoscenti che si sopportano, piuttosto che a quello di due persone che si amano. Anche Marito 2 si è accorto che ormai il famoso “calo del desiderio”, all’interno della coppia, è arrivato a livelli più che preoccupanti. Entrambi decidono di provare a fare qualcosa per smuovere la situazione.
Marito 1 regala alla moglie un completino sexy e, vincendo le ritrosie di lei, la convince ad entrare con lui in un locale per scambisti. In effetti, superato l’imbarazzo iniziale, la donna si sente talmente a suo agio che si gusta alla grande la nottata. La settimana successiva è lei stessa che propone al marito di tornare al locale e nel giro di poco tempo ne diventa la vera star: bella e glaciale, è la partner più richiesta dai frequentatori, perché sa come divertirsi e far divertire e non c’è il rischio che si creino coinvolgimenti emotivi poco consoni in quella situazione.
Marito 2 invece sceglie un’altra strada. Un giorno sorprende la moglie con una lunga lettera. Lui che a stento scrive qualche scarno sms, riempie paginate ricordando il batticuore al loro primo appuntamento, la gioia dei primi baci; tutto quello che non ha mai detto, insomma… Da quella sera la televisione rimane spenta e i due cominciano a parlarsi, a raccontare, a spiegare, anche a baciarsi. Piano piano, una sera dopo l’altra, marito e moglie si sentono diversi, più vicini. La freddezza reciproca si è sciolta completamente.

Rosa. Le nostre azioni sono buone (o cattive oppure etiche etc) a prescindere o l’idea di buono (cattivo oppure non etico etc) gli deriva dal risultato? Esiste un’ “etica assoluta” del gesto o l’ “etica” gli deriva dal suo risultato?
Un usuraio è cattivo per definizione, oppure se per caso aiutasse qualcuno a evitare il fallimento e la rovina diverrebbe buono?

Uno scrigno di stoltezze / Idioteque

(Traduzione curata da Mastro Giulio di Idioteque dei Radiohead – cliccare sul titolo per il testo originale)

Un’altra lirica apocalittica, che preannuncia e teme catastrofi prossime venture e auspica che vengano posti in salvo donne e bambini, forse in quanto custodi del futuro. O forse l’autore ironizza su chi sostiene posizioni simili e i titolo indica che la canzone è uno scrigno che raccoglie siffatte stoltezze.
Anche qui, al lettore.

UNO SCRIGNO DI STOLTEZZE.

Chi riparossi in usbergo[1] interrato?
Prima donne ed infanti, i’ riderà
con tutto ‘l mio esser e ingollerà
insin a deflagrar. Chi ha riparato?

I’ troppo vidi, tu scarso ha veggiuto[2];
vo’ rider forte! A li enfanti e le donne
si ceda il passo, i’ non sono caduto,
vivo sono ; veggio ogne istante l’Onne[3].

L’era glacial incombe qual minaccia,
vorria sentir amendue le campane;
or ietta lor nei roghi: ch’a voi piaccia
o men, noi non spargiam paure vane.

Cotesto è quanto accade e accade vero.
Squittiii e cinguettii d’appelli; afferra
il guiderdon e fuggi; i’ vivo, invero,
et sempre veggio tutto quanto è in terra;
canto per ogne infante, e lo primiero.

***********

[1] Riparo, luogo difeso. Riparossi=si riparò. [2] Veggiuto=visto. Scarso: valore quasi avverbiale. [3] Il Tutto.

I surgelati

Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

I SURGELATI

Non c’è niente di meglio dei cibi freschi, ma un surgelatore, anche piccolo, può tornare utile perché offre alcune comodità. Vi si può tenere del pane di riserva, così da non dover andare in panetteria proprio tutti i giorni. Io nel freezer tengo del prezzemolo tritato: lo compero fresco, lo trito io e lo lascio lì pronto da usare. È l’unica verdura surgelata che uso, a parte, quando sono fuori stagione, i piselli. Ma se una verdura è fuori stagione, preferisco non usarla. In Italia, ogni stagione offre già tante meraviglie nel campo della frutta e della verdura che è bene godersele, consumando ogni prodotto al suo apogeo di freschezza e bellezza. Nel mio freezer c’è quasi sempre una confezione di pasta sfoglia per un pasticcio dell’ultima ora. Inoltre, può esserci un pezzo di carne e/o pesce. Molto raramente, surgelo un avanzo di cibo per consumarlo in un altro momento.
Si sarà capito che il mio freezer è davvero piccolo e sono contenta così. C’è invece chi usa grandi surgelatori che riempie di cibi pronti, carne, verdure. È una bella risorsa, ma bisogna stare attenti a non superare le date di scadenza, per i prodotti industriali, e a consumare presto, entro 2 o 3 mesi, le conserve proprie.
Non tutti i cibi contenuti nel surgelatore si sgelano allo stesso modo. Il prezzemolo si può utilizzare così com’è e rinviene in pochi secondi. Il pane si lascia a temperatura ambiente e in mezz’oretta è pronto. Se si ha fretta, lo si può mettere subito per 5 minuti in forno caldo. Se avanza, si può risurgelare. Carne e pesce vanno sgelati nel frigorifero e richiedono molte ore. Si possono accorciare i tempi mettendo il pezzo all’aria o addirittura in acqua, ma in tal caso la qualità del prodotto e il suo gusto ne risentono. Una volta scongelati, carne e pesce non possono più essere risurgelati. Quindi, se i pezzi sono grossi, meglio frazionarli quando sono freschi per poi consumarli via via.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Vetrina: ninfe nella spazzatura

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. Questo racconto si presta a descrivere l’abuso familiare. L’abusante, di solito un uomo, sceglie una moglie solida che lo sappia amare e accudire, ma non le dà atto del suo valore. Comincia con l’isolarla da parenti e amici, così che non abbia altro sostegno che lui. Poi prende a umiliarla e sminuirla, così da farle perdere la stima di sé. In questo modo avrà ottenuto un ricettacolo per tutti i suoi cattivi sentimenti e un oggetto su cui sfogare la sua violenza. Ma come la ninfa vola via se trova una lima per segare la catena, così una donna può riuscire a sottrarsi all’abuso.
Il figlio di un genitore abusante assimila il modello del padre ed è tentato di applicarlo, ma si spera che non lo faccia.

 

Elena Trabaudi, Un po’ di femminismo. Quando viene presentata su un piatto d’argento una situazione come questa, ecco che l’antica e mai sopita vena femminista si fa largo in me e chiede urlando di parlare.
Dunque: la povera ninfa se ne stava pacifica fra le sue simili, quando arriva un principe azzurro, rozzo in quanto umano. Costui il primo giorno la ammalia con offerte d’amore; poi, subito dopo averla conquistata e resa quindi inoffensiva, la porta con sé, le toglie ogni libertà, la lega alla catena. Nel frattempo, beninteso, lui se ne va in giro; andrà anche a lavorare, è sicuro, ma insomma lui vive una vita sociale che a lei è preclusa.
A questo punto che fa la poveretta? Si fa beccare dal marito nientemeno che a parlare, a confidarsi, con un’amica: una delle sue simili, quelle con cui condivideva la vita prima di essere scelta dal signore di turno. Scenate, tragedie: d’ora in poi la meschina verrà rinchiusa nella pattumiera e avrà qualche ora di cosiddetta libertà solo in presenza del marito, grazie al suo buon cuore.
Traducendo: l’uomo deve fare il vuoto attorno alla compagna, intesa come una sua proprietà; dopodiché, quando l’ha snaturata, quando l’ha resa dipendente unicamente da lui, non gli piace più. E qui si vede anche l’uomo-bambino, incapace di amare in modo maturo, che tratta la donna come un giocattolo (solo suo, certo!) che dopo un po’ viene a noia.
Oltretutto lei è incinta, e quindi le sembra di non poter sciogliere quel legame tremendo, nemmeno se potesse. E per sua sfortuna le nasce un maschio, ragion per cui il signore lo plasmerà ben bene a sua immagine e lo renderà un maschilista prepotente, di modo che, quando finalmente l’uomo se ne sarà andato all’altro mondo, sarà il signorino a trattare la madre come spazzatura.
Certo va detto che, se avessero avuto una figlia, sarebbe stata modellata pari pari sulla falsariga della madre; e, se per caso si fosse ribellata, sarebbe finita anche lei in un’altra pattumiera, in modo da poterla tenere a freno e sott’occhio.
La liberazione finale della ninfa ha il sapore amaro di una cosa arrivata tardi, quando ormai l’aguzzino non c’è più. Ma almeno il figlio non l’avrà vinta su di lei.
È inutile trasportare su un altro piano la faccenda, tanto è lampante. Quello che si spera è che, tornata nel laghetto fatato con le altre ninfe, lasci perdere qualunque umano e si goda l’esistenza felice di chi è libero.

Francesca Taddei. Alessandra e Giovanni erano finalmente sposati. Stavano insieme da pochi mesi, ma il loro amore era così grande che entrambi non vedevano l’ora di diventare marito e moglie, per vivere insieme e costruire quella che immaginavano una bellissima famiglia.
In realtà nel giro di poco tempo Alessandra capì che Giovanni non era il ragazzo premuroso e innamorato che aveva intensamente voluto sposare. Non aveva mai una parola gentile per lei, non si sognava neanche di darle una mano nelle faccende di casa e soprattutto lei veniva sempre dopo la mamma di lui, dopo il lavoro e anche dopo le partite di calcetto. Perfino quando nacque il loro bambino, la scala di priorità di Giovanni non cambiò. Alessandra soffriva in silenzio, sperando che il marito capisse il suo stato d’animo e le dimostrasse che teneva a lei come le aveva fatto credere prima di sposarsi; ma era un’attesa vana e nel frattempo i mesi passavano, e poi diventarono anni. Alessandra si internò allora nel suo ruolo di mamma e dedicò tutta se stessa alla crescita del figlio. Era diventata malinconica e silenziosa; “la mamma triste”, la chiamavano le persone che frequentavano gli stessi giardini dove lei portava il figlio a giocare.
Un giorno scoprì per caso dei messaggi che il marito aveva inviato a un’altra donna. Erano pieni di frasi scherzose, di complimenti, di tutto quello che a lei era mancato in quegli anni. Scoprì anche che i messaggi erano quotidiani e che Giovanni cercava fuori casa quello che lei invece aveva sempre sperato di riaccendere in suo marito.
Alessandra soffrì e pianse moltissimo, tentò di avere una spiegazione, sperò che lui si accorgesse di aver sbagliato e le chiedesse perdono. Non accadde niente di tutto questo. Allora tornò al suo muto ruolo di mamma triste e continuò ad occuparsi di suo figlio, che ormai cresceva ed era sempre più autonomo e distaccato. Divenne un adolescente sprezzante e ogni giorno più arrogante. Alessandra vedeva con preoccupazione suo figlio diventare sempre più simile al padre. Capì il suo errore troppo tardi. Accettando che suo marito la trattasse con freddezza, che le mancasse continuamente di rispetto, che la considerasse una nullità, aveva dato un pessimo esempio a suo figlio. Ormai era un ragazzo maggiorenne, che solidarizzava col padre in quanto uomo e disprezzava lei in quanto donna, quindi debole, quindi da schiacciare.
Quello che vide in un momento di lucidità le fece orrore. La donna umiliata e offesa si trasformò allora in una creatura vendicativa. Mise segretamente in vendita la casa, che era intestata a lei. Il giorno che ebbe finalmente intascato tutti i soldi della vendita, semplicemente sparì. Mentre era in aereo, diretta verso un paese straniero dove si era già procurata casa e lavoro, immaginò con soddisfazione la faccia dei suoi due ex uomini.

Rosa. Mamma era mancata da neanche tre settimane, quando Roberta e Andrea vennero a sapere che era stato lasciato un testamento da un notaio. Furono molto colpiti perché loro erano gente semplice e le due casette che la mamma aveva – il bilocale in città e la casetta un po’ più comoda in paese in Calabria – erano già state lasciate come nuda proprietà equamente divisa ai figli. Con soddisfazione di tutti. Roberta aveva scelto la casetta in Meridione, mentre Andrea aveva preferito quella più piccola ma nel paese dell’hinterland milanese dove lavorava come operaio revisore di caldaie.
Di fortune nascoste nel materasso o chissà dove eran cose che potevano far parte della favolistica di altre famiglie, ma qui non c’era margine. Peraltro non si lascia al notaio il compito di dividere tra gli eredi la scatola del cucito o la pentola del minestrone: e non restava nulla di prezioso tranne i pochi gioielli femminili che eran tutti per Roberta. D’altronde alla morte del padre, Andrea aveva già ricevuto in eredità l’orologio d’oro del padre: e quindi neanche su questo i due fratelli avevano motivo di risentirsi e litigare.
Andarono dal notaio che li aveva convocati: notaio in pieno centro a Milano, in uno di quei palazzi enormi e aristocratici dove sentivano non avrebbero mai potuto sperare di entrare se non al più come personale di servizio. Tutto sembrava sovradimensionato: il portone di ingresso, la fontana in cortile, il sorriso della segretaria del notaio che li stava attendendo. Furono fatti accomodare nella sala riunioni ad un tavolo ovale dove loro sarebbero stati larghi anche al pranzo di Natale. Uno strano personaggio da un quadro cinquecentesco li fissava senza lasciarli andare e il cortile con fontana visto dalla finestra aveva come una lontana impressione di cortile di una prigione. Il notaio entrò, sorridente e profumato, da una porta che non avevano nemmeno notato. Era un uomo oramai di una certa età. Molto cordialmente spiegò che la loro mamma aveva depositato da lui un testamento già molti anni prima e raccolse i documenti di Andrea e Roberta, sempre più stupiti. “Procedo allora alla lettura delle ultime volontà della Signora Alba Micheli… Lascio a mia figlia Roberta e a mio figlio Andrea la mia visione del mondo, eredi universali della mia fatica, delle mie ricette di cucina, delle mie abitudini, della mia curiosità, ma anche della mia depressione e del coraggio mancato pur vedendo la verità delle cose. Non fatene scialo”. Alla fine il notaio chiese loro di firmare delle carte di accettazione e li congedò. Furono fatti uscire da una porta diversa da quella per la quale erano entrati e sentirono che indietro non sarebbero più tornati. Il traffico per strada li richiamava alla normalità della quotidianità.