Il sì dell’agnello

Una vecchia barzelletta dice che se vuoi essere sadico con un masochista devi essere gentile con lui. Ora, una persona (nome: Isaac Lamb, come dire: Isacco Agnello. Avete presente Abramo? E la fine che fa l’agnello di solito?) che almanacca tutto l’ambaradan che si vede sotto, coinvolgendo una sessantina di persone per farsi dire sì a una proposta di matrimonio, quale risposta si merita? Sì.

VIDEO: L’EPICA PROPOSTA DI MATRIMONIO DI ISAAC LAMB

Vetrina: sciroppi d’acero

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. Le parole, il consiglio e l’affetto del saggio sono come la linfa di un acero. Devono essere raccolte al momento giusto, quando egli è disposto a concederle. Vanno richieste con discrezione: se si diventa assillanti, come chi pratica troppi fori nello stesso acero, non si ottiene più niente. Bisogna poi fare propria la saggezza che si è ottenuta, facendola ribollire in sé fino ad arrivare alla sua essenza. Solo allora si potrà godere della conoscenza e della vicinanza, centellinandole come si fa con le cose preziose.

Carla Muschio

Stefania Berutti, Vampiri. Le giornate si susseguono monotone per Cinzia. La sua corsa quotidiana verso l’autobus che la riporterà a casa dalla scuola diviene passo felpato e rallentato accanto al letto da cui dovrà alzare sua nonna.
Sono passati due anni da quando sua madre se ne è andata. Cinzia non è mai riuscita ad avere parole dure nei suoi confronti, per la verità qualche suo compagno ha cercato di svegliarla dal torpore che l’ha avvolta, ma senza successo. Forse perché la “tecnica” adolescenziale della presa in giro, a volte anche pesante, non ha incontrato terreno fertile nella sensibilità quasi infantile che ancora agita il cuore di Cinzia.
Oggi è venerdì, suo padre tornerà un’ora prima e la potrà aiutare a spostare la nonna dal letto alla poltrona: questo pensiero non riesce a rallegrare Cinzia, in fondo non si tratta di un premio ma del naturale succedersi dei giorni, ognuno uguale a se stesso, anche i venerdì, inevitabili nella loro cadenza settimanale.
Durante il weekend la routine non cambia, anzi, la domenica si allunga di qualche ora, perché manca la pausa scolastica. Suo padre rimane in casa il più possibile, ma la partita allo stadio è per lui lo svago che sono per Cinzia le ore passate sui banchi di scuola.
La madre di Cinzia ha deciso di abbandonare la nave, finché era in tempo. In fondo, a quarantacinque anni è ancora possibile riprendere in mano un po’ di indipendenza, qualche cena con gli amici, vacanze spensierate, teatri, cinema, uscite azzardate, incontri galanti.. dunque, perché no? La malattia della suocera ha offerto il momento opportuno e così Cinzia e suo padre si sono ritrovati da soli, a gestire un dolore che piano piano si è trasformato in un pauroso incantesimo.
Anche Veronica torna a casa velocemente dopo la scuola. A casa la mamma le chiede di apparecchiare per suo padre e suo fratello, mentre lei è in stanza della nonna ad aiutarla con la minestra e la mela cotta.
Veronica è abituata a non mangiare con sua madre, ormai da un annetto la situazione di nonna Rosa è peggiorata e così in famiglia si sono dovuti organizzare: Filippo ha imparato a fare i compiti da solo, orgoglioso dei suoi 8 anni di studente e figlio modello, papà Federico ha chiesto il part time e nel pomeriggio può accompagnare Veronica a pallavolo e Filippo a calcio. La mamma è stanca, ma in fondo lo fa volentieri: sua suocera è sempre stata una presenza gentile e mai pesante nel ménage familiare; da quando è rimasta vedova si è lasciata andare e per Giuliana è sembrato naturale tenerla a casa con loro, lontano dalle asettiche sale di una residenza per anziani. La fatica di Giuliana è ripagata dai sorrisi di Rosa e soprattutto dall’aiuto dei suoi figli: in fondo è contenta di ritrovare nei loro gesti quei principi che lei e Federico hanno voluto insegnare. Forse sono ancora piccoli, ma si vede che stanno crescendo bene, mentre lei, che grande lo è già da tempo, capisce che con l’aiuto del marito riesce a dosare le forze in modo da non compromettere il loro rapporto e godere anche di momenti di svago.
Cinzia e Veronica sono compagne di banco e a volte si raccontano qualche segreto, le piccole paure o gli sguardi rubati ai ragazzi della V E, la classe più fica del liceo! Qualche volta Veronica invita Cinzia a casa sua, un paio di volte ha provato anche a farla dormire da lei, ma Cinzia deve sempre rifiutare. Veronica è un po’ preoccupata perché vede l’amica spegnersi a poco a poco, ne ha parlato con sua madre, perché capisce che solo lei può comprendere in pieno la fatica di Cinzia. Eppure Veronica si domanda come mai il padre della sua amica non si accorga della sua pena, non decida di mettere la nonna in una casa di cura o almeno di prendere una badante, qualcuno che aiuti la ragazza a vivere non solo in funzione dell’anziana donna.
Il padre di Cinzia, in realtà, aveva pensato a soluzioni alternative, ma le spese da affrontare erano troppe e poi, in fondo, Cinzia non si lamenta mai…

Francesca Taddei.  Mi sono sentita un acero. Soprattutto quando aspettavo Martino. Passavano le settimane e lui cresceva a vista d’occhio: prima era un cosino di un paio di millimetri, poi di qualche centimetro, poi sempre più somigliante a un bambino. E si muoveva all’impazzata; sembrava che avesse energie infinite. Io invece, per quanto mangiassi un po’ di più e stessi praticamente sempre a riposo, mi sentivo ogni giorno più stanca. Ecco, in quei mesi ho avuto chiarissima la sensazione che tutto quello che assimilavo, la mia “linfa”, veniva assorbita da lui quasi al cento per cento. Al momento del parto, io ero una donna abbastanza provata, lui invece un bambolottone di quasi 4 chili. E il bello è che per oltre un anno quella specie di idrovora avrebbe continuato a succhiarmi la linfa (sotto forma di latte)!

Lodovico. Ci sono umani, animali, animaletti, piante o anche solo batteri che vivono in comune con esseri di altre speci, con reciproca soddisfazione, ciascuno prendendo qualcosa dall’altro. Altri invece distruggono il prossimo con la propria avidità per rimanere alla fine senza casa loro per primi.
Un parassita può distruggere la pianta su cui vive, ma un batterio della flora del nostro intestino , di quelli che ci portiamo sempre dentro, permette a noi e a lui di vivere molto meglio. Lui ottiene di che vivere e noi otteniamo di digerire meglio grazie a lui.

Elena Trabaudi, Linfa vitale.  A volte l’esistenza ci appare particolarmente difficile o stancante; oppure, cosa ancora peggiore, è la noia o il male di vivere a ghermirci. In queste occasioni abbiamo bisogno di attingere da qualche parte la linfa vitale.
Allora, invece di farci risucchiare dal vortice distruttivo, o di dar sfogo a scenate che verrebbero interpretate come pazzia, è meglio trovare a ogni costo persone o interessi che ci forniscano la spinta necessaria: dei motivi per cui vivere, per cui alzarci tutti i giorni, lavarci, fare la spesa, mangiare, e così via.
E poi ammettiamolo: ci sono persone che, per il fatto stesso di esistere, addolciscono la nostra vita. E, quando le vediamo o le sentiamo, è come se uno sciroppo dolcissimo ma non stucchevole si spandesse dentro di noi. Dobbiamo stare attenti a non ferirle, queste persone; e a non chiedere troppo. Insomma bisogna essere molto discreti, in modo che il nostro egoismo o la nostra leggerezza non le danneggi.

In the Aeroplane over the Sea / Neutral Milk Hotel

In the Aeroplane over the sea, capolavoro (sul serio!) dei Neutral Milk Hotel, potrebbe essere uno dei migliori dischi degli anni ‘90. Uscito nel 1998, si può ricondurre al genere Indie Rock con influenze Folk e psichedeliche e Lo-fi, ovvero bassa qualità di registrazione, quasi da demo.
Partorito dal genio di Jeff Magnum (che ancora fa concerti da solista e collaborazioni), l’album è una specie di concept su Anna Frank, scaturito da una fusione dei ricordi d’infanzia del compositore e una lettura del famoso Diario della piccola rifugiatasi in Olanda con la famiglia per sfuggire alle persecuzioni naziste. Lasciamo questo aspetto ai lettori anglofoni, che ne possono leggere qui, ed esaminiamo l’album da un punto di vista soprattutto musicale.
Il disco comincia con la canzone doppia (o forse addirittura tripla) The King of Carrot Flowers. La prima parte è un brano di giusto due minuti con un testo apparentemente demenziale ed un’entrata in atmosfera perfetta combinata alle chitarre classiche, e già si cominciano a sentire gli strumenti che rendono ‘differente’ il sound dei Neutral Milk Hotel: organi, banjo, seghe musicali, trombe, tromboni, corni, zanzitofoni, sassofoni, cornamuse irlandesi e chi più ne ha più ne metta. Le parti 2 e 3 compongono una seconda canzone direttamente connessa alla prima, come del resto tutte le canzoni del disco, nella tradizione del concept resa celebre dai Pink Floyd, e iniziano con un I love you, Jesus Christ (da non vedere come una dichiarazione d’amore a Gesù Cristo, ma come una dichiarazione d’amore a qualcuno – Anna Frank? Una ragazza della giovinezza del compositore? – seguita da un’esclamazione che cita il Messia cristiano). Qui ancora di più si sentono le particolarità lo-fi, i riff classicamente indie, le linee vocali dispersive, le sonorità rese particolari dagli arrangiamenti degli strumenti bizzarri. Segue la titletrack, forse il brano migliore del disco: testo esistenzialista e pessimista, melodie trascinanti e paradisiache compongono uno dei brani più caratteristici del gruppo ed in generale del lato più ‘light’ della musica rock, in alcuni punti commovente o straziante, sempre strabiliante, potentissimo nella sua maniera unica di destrutturare un sogno melodioso. Two Headed Boy è più classica, composta solo da voce + chitarra classica, con un testo anch’esso apparentemente bizzarro, con punti vocali e armonici molto alti. Essa si collega alla strumentale The Fool, suonata da batteria, trombe e tromboni, ritmo di marcia funerea da brividi. Segue Holland, 1945, l’unica canzone in cui il riferimento ad Anna Frank è esplicito, una virata nel rock più duro e commerciale ma assai gradevole, ballabile, potrebbe anche piacere alle nuove generazioni: ebbe successo come singolo. Communist Daughter è molto più triste e corta, sempre accompagnata da tastiere o effetti sonori che rendono l’atmosfera, per poi sfociare in un assolo di tromba, ma un altro paio di maniche è la seguente Oh Comely, da molti considerata il capolavoro del disco, una ballata acustica in crescendo, profondamente angosciosa quasi nel rapporto voce-chitarra, che a punti esplode in melodie che sembra di sentire dal vivo; un brano che quasi estranea dalla realtà. Ghost invece è molto vicina in sonorità alla sesta traccia  ma mette di più in risalto i fiati e la batteria in confronto alla chitarra, che comunque soprattutto verso la fine si sente bene. Segue una canzone priva di titolo (Untitled?) con bellissimi assoli di fiati sopra una melodia chitarristica. Il disco si conclude con Two Headed Boy pt. II, piena di accenni alla prima parte, sia nel testo, sia nelle melodie, ma è il brano più debole del disco e, purtroppo, lo chiude, impedendogli di essere perfetto.

Voto: 9/10

VIDEO: JEFF MAGNUM, IN THE AEROPLANE OVER THE SEA

  

 

VIDEO: TWO HEADED BOY / THE FOOL

Si scota Albione / Let England shake

corvinglesi

(Traduzione curata da Mastro Giulio di Let England shake di PJ Harvey – cliccare sul titolo per il testo originale)

Questa lirica sembra dapprima un canto di orgoglio patriottico, ma nel prosieguo essa rivela uno sguardo sensibile all’aspetto quotidiano e umano delle grandi crisi storiche, rivolto dalla poetessa alla sua patria perché il poeta deve agire nel proprio contesto; e nel finale evoca una sorta di bucolica età dell’oro che poco ha a che fare con le conquiste militari e nella quale il simbolo della pietra che cade nel lago sembra richiamare il “pondo” del verso 3 esprimendo l’auspicio che la sua sparizione permetta il nuovo trionfar di un’età innocente e vitale.

SI SCOTA ALBIONE.

Lo nostro mondo, ch’a l’occaso[1] è volto,
iace addormito: si scota ora Albione!
Pondo[2] l’opprime di morta legione
silente, ed il mio timore è dimolto

che più non risorga nostra semenza:
fuiro[3] i dì d’Albion festosi e lieti.
In cotesti[4], rincasi e a me ripeti,
Berto, ch’omai trionfò l’indifferenza.

Ma che sorriso t’illumini l’ore[5]
amabil! Li tuoi guai qual masserizie
raccatta ora ed andiam, sortimo fore[6],
tuffiamci dentro l’acque sorgentizie

de la fonte di morte, e lì natiamo[7]
avanti e indre’, con bucca in riso lieta
sinché non cessa il dì, e d’uccellli il ramo
s’en tace, e la selva giuso[8] s’inquieta

del corteggiarsi di parve[9] bestiole,
e sinché su le dolci ripe e amene
de lo specchio d’acqua lacustre avviene
che cadan massi di possente mole.

******

[1] Tramonto; il mondo occidentale. [2] Peso. [3] Fuggirono. [4] Questi. [5] La bocca. [6] Fuori. [7] Nuotiamo. [8] Giù. [9] Piccole, ossia insetti.

Feed Me’s Big Adventure – Feed Me

Jon Gooch è il nome che si cela dietro il progetto Feed Me, nome noto come produttore di album di buona qualità di genere elettronico, aggressivo ma non troppo, spesso privo di linee vocali.
Mentre tra gli adolescenti ‘che si intendono di elettronica’ del momento spopola il DJ losangelino Skrillex con le sue vaghe abilità compositive e con la sua pettinatura da fenomeno da baraccone casuale, infatti, c’è bisogno di un qualche disco appartenente più o meno allo stesso genere ma privo dello stesso ‘fascino’ adolescenzialmente e a volte quasi involontariamente commerciale, e Feed Me’s Big Adventure fa proprio al caso nostro.
Infatti, non solo spiazza subito al primo ascolto, ma il disco ha anche una certa ricercatezza nella sua finta non-originalità e, pur non essendo un vero e proprio grande disco, colpisce e fa venire voglia di essere ascoltato molteplici volte. Ma com’è possibile non farlo, quando Gooch per prima cosa sbatte in faccia (o meglio nelle orecchie) dell’ascoltatore una cavalcata house in crescendo come White Spirit, che ricorda e forse supera il miglior DeadMau5? Immediatamente dopo si passa a Silicone Lube, che sin dal titolo rimanda alla mente concetti sessuali e crea un ritmo ed un’atmosfera particolarmente evocativi di quei tipi di concerti che hanno reso celebre il succitato DeadMau5, soprattutto all’inizio, e meno nella parte centrale in cui si intersecano linee d&b e voci elettroniche. Grand Theft Ecstasy potrebbe invece essere il brano migliore del disco grazie alle molteplici melodie che rimangono impresse, ma non scherza nemmeno Muscle Rollers, che presenta come spalla al progetto Feed Me il progetto Kill the Noise (e si sente). Cloudburn e Blood Red potrebbero essere i brani più tendenti alla dubstep del disco: la prima comincia in maniera calda e cantata (dall’ottima Tasha Baxter) e poi sfocia in un ritmo pesantemente sincopato, la seconda invece parte fortemente confidenziale e calma per poi diventare furiosamente simile alla Scary Monsters and Nice Sprites di Skrillex, giusto più melodica e piacevole. Green Bottle è forse la più sporca nelle parti centrali, ed infine Talk to Me alterna linee anche vocali melodiche e tristi con sporcaggini d&b per poi concludersi con un veloce giro musicale che accenna alla musica classica con lo scherno arrogante e scherzoso di chi sa di aver fatto uno dei migliori album elettronici di debutto del 2011.

Voto: 7,5/10

7isLS

VIDEO: GRAND THEFT ECSTASY

 

VIDEO: CLOUDBURN

Il cucchiaino

Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Un giorno nel cielo sopra la valle volò a lungo un piccolo aeroplano blu che scaricava volantini. Ne caddero su tutti i villaggi e anche sul capoluogo. I volantini dicevano: “La prossima domenica a mezzogiorno tutta la popolazione è invitata sulla vetta della montagna per una felice occasione. Verrà offerto un pranzo gratuito.” Non c’erano altre parole e il testo non recava alcuna firma.
Si scatenarono le supposizioni. Chi pensava che si trattasse di un colossale scherzo di qualche buontempone che aveva soldi da buttare. Altri pensarono a un esperimento di psicologia. I più ipotizzarono una nuova forma di pubblicità: arrivi lì in cima, a due ore di distanza dalle strade della valle, e mentre ti riposi e ti ristori cercheranno di venderti pentole, contenitori per il frigorifero, soggiorni in villaggi vacanza. “Io non ci vado, – dicevano questi. – Uno che non si firma già mi ispira sfiducia.”
Qualcuno disse che “nessuno fa niente per niente” e poteva trattarsi addirittura di un’imboscata, a cui loro di certo non si sarebbero assoggettati. “Magari è per provare su di noi un nuovo veleno o qualche altra diavoleria, o per rapire i nostri bambini. E non sapremo neanche chi ringraziare di questo bel servizio.” “Io me ne sto a casa,” concluse il più deciso.
I bambini, a differenza degli adulti, erano tutti eccitati, dal primo all’ultimo. Quelli proprio piccoli, se appena appena capivano, si lasciavano contagiare dai compagni più grandi e volevano tutti partecipare alla salita, sulle spalle dei genitori. I più grandicelli, dai cinque anni in su, erano decisi a salire di persona, con o senza genitori, per vedere in cosa consistesse la “felice occasione”. Loro di tutto il volantino avevano colto soprattutto la parola “felice” e non volevano sapere altro. Alcuni però erano figli di genitori dubbiosi o severi, che non intendevano sottoporsi a quell’avventura e tantomeno avrebbero lasciato andare i loro figli. Questi ultimi si divisero in due categorie: gli uni erano disposti a ubbidire restandosene a casa, mentre gli altri presero a studiare, ciascuno a suo modo, come svignarsela, la domenica successiva, così da partecipare all’ascesa a dispetto del divieto dei genitori.
Le donne, una categoria tra le più variabili, presero posizioni diverse. C’erano tra loro le sospettose, le indifferenti, le entusiaste. Il sentimento dominante era tuttavia la curiosità e quindi gran parte delle femmine decise di accogliere l’invito. Trascorsero la settimana discutendo come fosse meglio vestirsi. Le scarpe, tute concordavano su questo, dovevano essere comode.
Venne il gran giorno. Era una domenica primaverile di sole splendente, il che rese più gradevole la camminata. Le prime ad arrivare in cima, un’ora prima dell’appuntamento di mezzogiorno, furono la moglie del sindaco di uno dei paesi della valle e la sua amica del cuore, una postina. La cima del monte era costituita da un prato dove spuntavano qua e là delle rocce. Le due donne si guardarono attorno: non c’era nessuno. Erano perplesse. Poi però scorsero un gran calderone, alto circa come loro e largo quanto era alto, proprio nel mezzo del prato. Mentre gli giravano attorno presero ad arrivare, man mano, tutti gli altri, forse un migliaio di persone. La folla si mise a formulare le più svariate ipotesi finché, a mezzogiorno in punto, non si sentì rombare lo stesso aereo blu. Si avvicinò al prato, scaricò una gran spolverata di volantini e volò via. Sui volantini era scritto: “Benvenuti al banchetto. Attingete al vaso e gustate l’ambrosia. Vi renderà felici.”
Si fecero avanti i più alti e guardarono dentro il vaso. Era colmo di un liquido opaco come il latte, del colore dell’oro. Tra quelli attorno al vaso, nessuno voleva essere il primo ad assaggiare. Un anziano che era stanco della camminata propose: “Fatelo provare a me, che tanto sono vecchio. Se non muoio berrete anche voi.”
Sorse il problema di come attingere quel liquido, perché nessuno aveva pensato di portarsi stoviglie e posate. La postina si fece issare dal marito e assaggiò l’ambrosia per prima, semplicemente intingendo con un dito e leccando le gocce. “È dolce,” disse. Il marito la riappoggiò a terra.
A quel punto tutti volevano bere, ma nessuno sapeva che fare. Non si poteva rovesciare il vaso, perché allora tutto quel ben di dio sarebbe andato perduto. Nessuno voleva rischiare di mancare l’occasione, ma come fare? Alla fine si disposero in varie file e ciascuno si arrangiò come poteva. Si facevano issare fino all’orlo del vaso, poi chi intingeva il dito, chi raccoglieva l’ambrosia nel palmo della mano. Cadeva quasi tutta prima di arrivare alla bocca e poi bisognava subito allontanarsi per lasciare posto agli altri, ma qualche goccia si riusciva a berla. Un bambino si trovò in tasca un cucchiaino di plastica che aveva tenuto via per la sua raccolta di tesori e fu il più fortunato: poté raccogliere e bere tre cucchiaiate, dopo di che dissero al suo papà di sbrigarsi, dovevano bere anche gli altri, così il bambino venne depositato a terra e portato via. Chiesero in prestito il cucchiaino di quel bambino e lui a malincuore lo cedette, ma il cucchiaio era uno e le persone mille.
Si arrangiarono come poterono e la sera tornarono a valle felici e contenti, letteralmente, perché quella era veramente ambrosia che saziava e donava la felicità.
Quelli che erano rimasti al paese si fecero raccontare tutto. Sperarono in un altro passaggio del misterioso aereo blu, ma in quella valle esso non si vide mai più.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Dall’amore al bingo in un minuto

Getty Images è una delle banche foto più ricche del mondo (38 miliioni e rotti di immagini). Sophie Schoenburg e Marcus Kotlhar hanno lavorato 6 mesi, sfogliando più di 5 mila imamgini per produrre questo video di un minuto, composto da 837 immagini montate in fermoto (15 immagini al secondo) in modo da comporre una storia. Il risultato lo vedete sotto. Consiglio: dopo una prima visione, rivedetelo premendo ogni tanto “stop”.
(Via This is colossal)

VIDEO: DALL’AMORE AL BINGO IN UN MINUTO

 

Twin Peaks / Fuoco cammina con me (parte IV)

(Di questo articolo, la prima parte è stata pubblicata qui; la seconda parte invece qui; mentre la terza qui).

Pilota

Del pilota de “I segreti di Twin Peaks” fu girata una versione con un finale allungato e differente: Sarah Palmer ha una visione, ma non è quella di Jacoby che disseppellisce il ciondolo di James, bensì è quella di Bob nascosto dietro il letto di Laura, visione che lei nella serie ha nel secondo episodio. Immediatamente Sarah lo dice a Leland, che chiama la polizia e informa Cooper, il quale, nell’obitorio, incontra l’uomo senza un braccio che gli recita il poemetto ampiamente succitato insieme ad indicazioni per trovare Bob nei sotterranei dell’ospedale. Qui Bob sta provando un rito attorno a 12 candele in cerchio e poi promette che ucciderà di nuovo, ma l’uomo senza un braccio gli spara e lo uccide e, improvvisamente, muore anch’egli. 25 anni dopo, si svolge la scena del Nano.
Questa scena, per chi ha visto la serie, è praticamente uguale alla scena finale del terzo episodio della serie, l’episodio 02, in cui c’è il sogno tormentato di Cooper, solo privo di tagli e corrispondente alla descrizione che dà Cooper stesso nell’episodio 03. Il celebre “sogno rivelatore” sarebbe quindi in realtà nient’altro che una visione che Cooper ha di quello che sarebbe dovuto succedere per far finire il più presto possibile il mistero/la serie.

Realtà del sogno

Da qui, casomai non si fosse ancora capito, si può comprendere che forse “I segreti di Twin Peaks”, come già “Velluto Blu”, è una serie che va oltre il limite tra sogno e realtà. Twin Peaks stessa è un posto, usando un intercalare americano, ‘dreamlike’, come la Lumberton notturna di “Velluto Blu”, ed in essa Kyle MacLachlan (è un caso che Lynch abbia scelto lo stesso attore per le due opere?) si perde a causa della propria innocenza e diventa vittima delle azioni altrui e della propria curiosità. Twin Peaks è isolata dal mondo, ma è un posto malvagio, posseduto dalla vicinanza della Loggia Nera, dall’essenza di Bob e di Mike, da un fantasma incombente di morte che si avvicina con l’arrivo di Cooper. Del resto, il male è contenuto nei boschi, in mezzo agli alberi: il legno stesso di essi, il prodotto degli alberi e forse del male, è il motore che fa andare avanti industrialmente la città. E infatti, l’anima di uno dei personaggi che muore nella serie (non rivelerò quale per motivi chiari al lettore) rimane intrappolata in mezzo ai legni con cui è costruito il Great Northern Hotel, precisamente in una maniglia, grazie a Bob e al Nano (?) che si materializzano nella stanza in cui il personaggio è morto. Personaggio che, privato della propria anima, pesa molto di meno (non i soliti 21 grammi, famoso ‘peso dell’anima’ celebrato da Iñàrritu).
Quindi Twin Peaks parla di una realtà che è anche un sogno, dentro il quale si trova un mondo onirico che però è reale (la Loggia Nera). Del resto, il Gigante e il Nano sono l’uno il contrario dell’altro, eppure l’uno è anche l’altro: Uno e lo stesso, dicono nell’ultimo episodio.

Ma intanto…

Qual è, insomma, la morale de “I segreti di Twin Peaks”? Anche un uomo perfetto, di fronte all’amore e alle scelte costrette dalla propria vita, dal proprio mestiere e dal proprio Ego, può essere ridotto a dover inglobare in sè il Male. “Ma intanto…” dice Laura Palmer prima di urlare, nella Loggia Nera, nell’ultimo episodio, e fa uno dei tanti gesti ambigui che lei compie mentre vi è. Laura Palmer non è che l’antitesi di Cooper, molto vicina però a lui per intenti e per il destino malvagio che le è stato destinato da… non da Dio, ma dall’uomo senza un braccio. Del resto, la menomazione sua è la stessa della Venere di Milo che si trova nella Loggia, una menomazione che freudianamente si può leggere come una castrazione, quella a cui si è sottoposto Cooper dopo la morte di Caroline (evento che si svolge prima della serie) e prima di conoscere Annie. In effetti, in “Fuoco cammina con me”, è Cooper a consolare Laura che piange nella Loggia Nera, come se lui vi appartenesse: ogni persona al mondo ha un doppio nella Loggia Nera, sin da prima di conoscerla? Ovvero, ognuno ha una doppia faccia malvagia, un doppelgänger?

Doppio

“I segreti di Twin Peaks” e tutto il cinema di Lynch è basato sulla dualità delle persone e delle cose: in “Eraserhead” sull’affetto che prova Henry verso il figlio-mostro che si trasforma in follia omicida paranoide, in “Velluto Blu” sull’innocenza di Jeffrey Beaumont che si trasforma in curiosità perversa spinta anche da un desiderio sessuale che diventa scabroso, in “Mulholland Drive” e “Strade Perdute” sulla doppia identità di tutti i personaggi, in “INLAND EMPIRE” la natura di tutto si può suddividere in addirittura più parti in quanto è un incubo frammentario condiviso da più persone. In “I segreti di Twin Peaks” il concetto di fondo è che Twin Peaks è una città innocente e isolata in apparenza, ma è in realtà dotata di segreti e di una doppia faccia composta da sesso, violenza e droga, una doppia faccia che ha come protagonista la faccia di Laura Palmer, donna apparentemente pura ma in realtà piena di frivolezze e violenze interne, fuochi che devono camminare con lei, nel senso di dentro di lei. Laura Palmer è come la Dorothy Vallens (Isabella Rossellini) di “Velluto Blu”. Laura Palmer è tutto e nulla. Senza di ella, senza il suo voler entrare all’Inferno, di cui la stanza rossa non è che l’anticamera, Cooper non avrebbe mai rischiato di entrarvi e di mettere al rischio la propria anima. E la scena del Nano, con i suoi dannati 25 anni dopo, non è che un mattone dal pessimismo inquietante: Cooper buono rimane nella Loggia Nera per 25 anni e la sua anima, il suo Ego e il suo Es (ma non il suo Superego) restano lì con lui, costretti ad un’esistenza infinita ma atemporale, sempre di fronte ai dubbi di un destino che è difficile da chiamare ancora tale. Cooper è l’Uomo: benchè apparentemente privo di difetti, anch’egli ha due facce. Come Twin Peaks, come tutte le cose; e come tutti.

Ciliegina

Ma forse questa è tutta un’analisi molto sopra le righe, inadeguata, non come la vorrebbe Lynch. Forse l’unico significato che va dato alla serie è che chi sa godersi troppo bene il caffè e le torte di ciliege e poi riesce anche a riderne alla fine non riesce a vivere in maniera normale.
Infine chi scrive vuole ringraziare Lynch in maniera particolare per questa sua Opera così compatta e suggestiva, che mi ha personalmente colpito al cuore e cambiato, in gusti, pensieri e atteggiamenti. “Nel posto da cui veniamo, gli uccelli canticchiano una piacevole canzone, e c’è sempre una musica nell’aria…”

7isLS

 

Twin Peaks / Fuoco cammina con me (parte III)

(Di questo articolo, la prima parte è stata pubblicata qui; la seconda parte invece qui)

Una cantilena fra due mondi

Concludendo il discorso più generale riguardo alla serie TV “I segreti di Twin Peaks”, non si può che giungere, finalmente, alla stranota ed inquietatissima Red Room (che suona un po’ come “Redrum”, il “Murder” all’incontrario di “Shining” – ed infatti nella Red Room come parlano?) in cui si svolgono le scene più surreali del film. La prima volta che appare è nell’episodio 2 della serie, in cui in un sogno Cooper si vede invecchiato di 25 anni, seduto su una poltrona. Sulle altre vi sono un malefico Nano (Michael J. Anderson) e sua cugina, “ma non sembra quasi esattamente Laura Palmer?”. Ed infatti è lei, vestita di nero come nel finale di “Fuoco cammina con me”. Sembra una noir-lady e ne ha il fascino. Il Nano e Laura parlano in maniera strana, con accenti particolari. Sono stati ottenuti facendo registrare le voci degli attori al contrario (la prima frase del Nano, “Let’s Rock”, è diventata “Corstèl”) su di un vinile, che poi veniva suonato al contrario e messo in playback, ottenendo un effetto alienante, che del resto è ottenuto anche grazie all’organizzazione, spesso profondamente asimmetrica, dello spazio e degli oggetti di scena, tra i quali spicca una Venere di Milo. Il Nano dice “Balliamo!” e si siede. Strofina le mani. Sui drappi appare una strana ombra: un uccello, forse un gufo? “Ho buone notizie!” continua “La gomma che ti piace sta per tornare di moda!”. L’anziano Cooper lo guarda stranito, e poi guarda Laura. Il Nano parla “Lei è mia cugina, ma non sembra quasi esattamente Laura Palmer?”. “Ma tu sei Laura Palmer. Sei Laura Palmer?” dice Cooper. La sua voce è normale. “Mi sembra di conoscerla, ma ogni tanto le mie braccia si piegano all’indietro.”, risponde lei, riferendosi al modo in cui era stata legata la sera dell’omicidio. “Lei è piena di segreti. Nel posto da cui proveniamo, gli uccelli cantano una bella canzone. E c’è sempre musica nell’aria!”. Detto ciò, il Nano si alza, e nell’aria si sente in effetti della musica: “Dance of the Dream Man”, composta da Angelo Badalamenti, che grazie a questa serie e ad altri film di Lynch (su tutti: “Mulholland Drive” e “Una storia vera”), ha dimostrato di essere uno dei migliori compositori di colonne sonore. Si alza anche Laura, bacia sulle labbra Cooper, che sorride bonariamente, e gli sussurra qualcosa nell’orecchio: il nome del suo assassino.

Medaglie e specchi

Cos’è il contrario di un Nano? Un Gigante. Appare anch’esso, nella primissima puntata della seconda stagione, in una visione di Cooper. L’apparizione del Gigante, se uno nota, è quasi sempre preceduta dall’apparizione di un anziano cameriere un po’ stolto, in effetti un po’ alto, con la stessa forma della faccia di Carel Struycken. Il Gigante è un personaggio positivo, in effetti, dà consigli buoni a Cooper: gli dà alcune dritte di notevole efficacia su come risolvere il mistero di Laura Palmer, gli fa capire quando sta succedendo un altro omicidio, mantiene le proprie promesse, ed infine gli dà un consiglio importante che lui poi non segue. Il Nano e il Gigante, come Mike e Bob, sono due facce della stessa medaglia, la stessa persona eppure due rivali. Quindi, se il Gigante è buono, il Nano è cattivo?
In “Fuoco cammina con me”, il Nano è chiaro: “Io sono il braccio” dice. È, quindi, la materializzazione del braccio sinistro di Mike, su cui era stampato il tatuaggio con su scritto “Fuoco cammina con me”. Mike se l’è strappato quando ha visto la faccia di Dio (ovvero quando ha capito di essere il Bene e di poter essere onnipotente, di poter far spuntare angeli a suo piacimento nelle menti di chi vuole), ovvero quando è cambiato al proprio interno e ha rinnegato Bob. Eppure sono la stessa persona. Vivevano insieme ed uccidevano insieme, quando vivevano nel supermercato, dice. Quindi il Nano è la parte cattiva di Mike, che questi ha rinnegato per poter sconfiggere Bob, essendo Mike una specie di Dio, essendo egli il Bene, l’opposto di Bob. E la cantilena del verso, è forse la musica del Nano? E chi è che la canticchia? Uno qualsiasi attirato dal passaggio tra un mondo e l’altro? Forse Bob? O Mike? O Laura, Leland, Cooper?
Senza dubbio, è quasi impossibile riuscire a trovare una lettura compatta che spieghi ogni singola inquadratura, ci si può solo limitare a tesi incomplete. Ma mi sembra quasi indubbio che, se il Gigante è buono o cattivo, il Nano non è completamente buono. “Wow, Bob, Wow”
Windom Earle è inoltre un elemento del Male perpetrato nella Realtà che cerca disperatamente di ritrovarsi insieme al Male primordiale, perpetrando nella Loggia Nera. La teoria personale di chi scrive è che la Loggia Nera e la Loggia Bianca si materializzino inizialmente nello stesso luogo, ovvero la Stanza Rossa: il pavimento infatti è a strisce bianche e nere. Solo con la frase-chiave “Fuoco cammina con me” detta dal Nano, la Loggia diventa definitamente la Loggia Nera. La frase è aumentata in potenza dalla suspence, dalla paura. Ed è con l’incontro di Bob, che vuole rendere Windom Earle un vegetale, uno schiavo del male che diventa oggetto dei propri contributi al genere umano, che sdoppia Cooper in buono e cattivo. “Il Dale buono è nella Loggia e non può più uscire. Scrivilo nel tuo diario.” dice Annie a Laura in “Fuoco cammina con me”, durante un’apparizione fugace ed inquietante. Le Logge si sdoppiano e sdoppiano: sia Dale, che il Nano (“quando mi rivedrai non sarò più io”), che Laura (“ma intanto…”) e infine perfino Leland che riappare con la frase inquietante ed ambigua “Io non ho mai ucciso nessuno”.
Ma “I segreti di Twin Peaks”, bisogna ricordare, non è solo la Loggia Nera. È una storia normale di mistero ed intrattenimento che sin dall’inizio tratta del viaggio verso di essa, compiuto da un uomo normale e buono costretto alla rovina di sè stesso a causa della propria curiosità e del proprio dovere, come il Jeffrey di “Velluto Blu”. E Laura è Dale Cooper in uno specchio deformante: un viaggio verso la Loggia Nera che era invece inevitabile e nel quale Laura invece trova l’apoteosi morale della propria esistenza, una vendetta (ingiusta) del Fato verso il suo comportamento.

Fuoco cammina con me

Infine si giunge a “Fuoco cammina con me”, il lungometraggio girato nel 1992 che fa da prequel alla serie TV. Dopo che la serie era stata un fenomeno veramente singolare e rivoluzionario, Lynch si era dispiaciuto di concludere in una maniera così tragica e potente, ma ostica, incompleta, non abbastanza rivelatrice su tutti i nessi psicofisici della storia. Mancava – anche ’ per connettere di più la trama della serie con la visione universale Lynchiana – un film che raccontasse la settimana prima della morte di Laura Palmer e le investigazioni attorno all’omicidio di Teresa Banks con lo stile caotico tipico del regista. La struttura è stata criticata a Cannes proprio per essere assai confusionaria: il film comincia come un thriller relativamente pacifico con virate nel grottesco comico e si conclude come un incubo sanguinario e brutale in cui l’apparato sonoro ha un’importanza pari a quella dell’apparato visivo, grazie al sound design di Lynch, sempre illuminante e geniale sin da “Eraserhead”, ma forse il film è unico e bellissimo proprio per quello, anche se alcuni elementi possono essere difficili da apprezzare sia per i fan di Lynch che per i fan della serie.
La storia inizia con Gordon Cole (lo stesso Lynch) che chiede a due agenti, uno interpretato dal cantante Chris Isaak e l’altro dall’eroe di “24” Kiefer Sutherland, figlio del grande Donald, utilizzando un bizzarro codice, di indagare sull’omicidio di Teresa Banks. I due sì indagano ma vengono accolti con squallida impazienza e irrispetto dai concittadini della povera ragazza (omicidio non compiuto a Twin Peaks). L’agente interpretato da Isaak, però, all’improvviso scompare, e a questo punto ci si ritrova con altri personaggi conosciuti: Cooper e il suo aiutante Albert che, insieme a Gordon Cole, sono vittime di visioni ed incubi (in cui vi sono il Nano e BOB, tra gli altri) che si frappongono all’immagine di un agente, Philip Jeffries, da tempo scomparso, che racconta la propria storia prima di svanire nell’aria. Cooper indaga sulla scomparsa dell’agente interpretato da Isaak. Un po’ dopo, a Twin Peaks, Laura Palmer (bravissima Sheryl Lee) fa incontri strani con una donna anziana (interpretata dalla stessa attrice che fa la zia di Jeffrey in “Velluto Blu”), con il suo nipotino, con Ronnette Pulaski, BOB, il padre, Annie, eccetera, prima di venire assassinata in una scena angosciosa.
Caotico e visionario, il titolo “Fuoco cammina con me”, frase dall’enfasi quasi biblica, potrebbe benissimo essere una frase che dice Laura stessa: “Pericolo cammina con me”, diciamo. Il fuoco che ribolle dentro di lei e che deve uscire, in realtà entra di più e la uccide. Lei vive costantemente con il pericolo infuocato della morte. Il motivo per cui Lynch ha girato il film non è stato “chiarire” o “spiegare”, bensì “aggiungere indizi alla difficile comprensione”. Per farlo si è servito di più cose che facessero capire che non ha intenzione di avere un pubblico televisivo, sin dalla scena, importante e più volte ripetuta a partire dai titoli di testa, in cui Leland Palmer sfonda con un’ascia una TV, e di due personaggi di importanza apparentemente minima nella serie che diventa quasi fulcro dell’azione nel film: la signora Chalfont e il suo nipotino. Sembrano loro a causare la scomparsa dell’agente Desmond (Isaak). Nella serie, per essere precisi, appaiono in solo una scena: quando Donna (che in “Fuoco cammina con me” è interpretata da un’attrice diversa, Moira Kelly al posto di Lara Flynn Boyle – e purtroppo la differenza si nota –) va a dare i pasti a domicilio. Trova la Chalfont a letto e le dà della zuppa (la malefica garmonbozia, che rappresenta il dolore), che scompare grazie ai giochi magici del nipote, che sembra un Lynch in miniatura, biondo. Dopodiché loro le danno le indicazioni per andare a trovare Harold Smith, personaggio importante per la scoperta di indizi sull’assassino di Laura. Dopodiché però si capisce che c’è qualcosa che non va con i personaggi: varie puntate dopo, Donna va con Cooper dagli Chalfont e ad aprire la porta è un’altra donna anziana che non sa nulla su di loro. Non è che forse, invece, il Mago che canta una cantilena in mezzo ai due mondi è il nipotino della Chalfont che appare nel film con movimenti scimmieschi ed una maschera che accenna a Pinocchio?

Ovvio

In Italia il film è vietato ai minori di 14 anni a causa della lunga sequenza in un bordello in cui Laura copula con tre uomini diversi, tra i quali il disgustoso Jacques Renault, per poi scappare insieme all’amica Donna che non vuole che la imiti. Parlano di come Teresa Banks, ex-collega di Laura e Ronnette, volesse sapere qualcosa sul padre della nostra reginetta di Twin Peaks. Di Teresa era l’anello con il gufo che Desmond aveva trovato sotto il camper degli Chalfont. Perché Leland l’ha uccisa? Semplicemente perché sapeva che era una prostituta e che lavorava con sua figlia (come sembra da un paio di scene)? Del resto, Ronnette, per essere salvata da Mike/Philip Gerard, si toglie l’anello maledetto dal dito e lo dà a Laura. L’anello che, tra l’altro, era indossato da Mike/Philip Gerard nella scena del traffico. L’anello è come una specie di fulcro cancerogeno, che causa il disdegno e la nascita della violenza, e ha come simbolo il gufo in quanto esso è nella serie il simbolo della paura. O forse l’analisi è più sconcertante: il fatto che Leland uccida la propria figlia non è importante, lui vuole solo uccidere chi possiede l’anello con il gufo. Ed è l’angelo l’elemento più confuso di tutto l’insieme: l’angelo non esiste, e il pianto (moribondo) di Laura nella stanza rossa nell’ultima scena ne è la strumentalizzazione. È disperata e piange perché non esiste, e comprende che l’angelo custode che tutti dovrebbero avere in lei è stato sostituito dal fuoco che l’ha uccisa, che è sia Leland che Bob. Un’altra scena presente e apparentemente priva di connessioni con la trama della serie è quella in cui Bobby Briggs, l’insopportabile fidanzato di Laura (che la tradisce con Shelly), uccide uno spacciatore: questa scena si ricollega alla frase che dice James a Donna nel primissimo episodio, frase che però non ha alcun collegamento con nessuna sottotrama in tutta la serie. Probabilmente Lynch voleva crearne una ma poi, con Mark Frost e gli altri sceneggiatori, ha lasciato stare il progetto o se n’è dimenticato, solo per poi disseppellire la frase appositamente per il film. Se “I segreti di Twin Peaks” è basato sull’assenza di Laura, “Fuoco cammina con me” è basato sulla sua ingombrante presenza.
Un’analisi completa anche qui è complessa, il consiglio di guardare il film più volte e di cercare di collegarlo agli episodi della serie diretti da Lynch (che sono quelli che possono aiutare meglio alla comprensione) e agli altri film del regista per comprendere i temi comuni è qualcosa di ovvio: ma non sempre l’ovvio è di troppo.

7isLS

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Scomparsa

Sono Brian Firenzi, Ben Gigli, Kelsey Gunn, Daniel Hollister, Michael E. Peter, Michael Rousselet, Erik Sandoval, Olivia Taylor Dudley, Jon Worley, Jon Salmon, Tim Ciancio & Paul Prado. Fanno video che fanno perdere tempo a chi li guarda, ma non troppo: 2 secondi di titoli all’inizio, 5 secondi di video, 1 secondo per il titolo di coda. Sono i 5secondfilms, e fanno cose come questa sotto: dove si vede un poveruomo disperato perché ha perso un’amata, lasciando mille piccoli vuoti che non si possono certo colmare con puntine da disegno.
Altri loro video qui.
Buona visione

 

VIDEO: SCOMPARSA