Dita Ainsalata: Regalo (episodio 6) e Licenza (episodio 7)

Dopo le bizzarre vicende viste negli episodi precedenti, questa volta l’imbarazzante (per chi lo guarda, tra fascino e ribrezzo – vince un ributtante fascino, ammetterlo è il primo passo) personaggio creato da David Firth con un’animazione in flash, con ben due episodi: Regalo e Licenza. Per lasciare a tutti il dubbio piacere della visione, sveliamo solo il parallelismo tra i due episodi: nel primo, Dita riceve la visita di un vecchio amico, nel secondo riceve una visita inaspettata. Bouna visione (e, generali, tenete al sicuro le vostre figlie!).

 

VIDEO: DITA AINSALATA – REGALO

 

VIDEO: DITA AINSALATA – LICENZA*

Noterella sulla traduzione: come fa notare BanditDarko all’autore dei caricamenti e delle traduzioni, Superlumpy, «”maiden quarters” più che “rione delle verginelle” è dove alloggiavano nelle grandi magioni le giovani sguattere…le camere delle cameriere, diciamo». Mancava solo una cosa al commento di BanditDarko a Superlumpy: grazie per tutto il resto del lavoro. Ecco, grazie.

La benzina

Barbara sale in macchina. Oggi deve andare  in studio e lo studio è fuori città. Sa che potrebbe esserci traffico, anche se sono le dieci del mattino e chi doveva andare a scuola o in ufficio è già ampiamente arrivato. Accende il motore della sua bella auto nuova. Piccola, ma con tutti i comfort. Parte e subito dopo accende anche la radio. Dopo qualche incrocio e alcuni chilometri, ma sempre in città, sente che il motore fa un rumore strano e il pedale dell’acceleratore non pare risponderle. Si preoccupa. Non le è mai successo di avere problemi con questa macchina, è sempre andata come una cavallina fedele. E poi si può dire che sia nuova, ce l’ha da due mesi. Cosa diavolo ha? Adesso Barbara, oltre alla preoccupazione, sente anche montare la rabbia. La macchina rallenta da sola. Barbara cerca di accostare, ma è difficile trovare parcheggio e la macchina si ferma del tutto proprio nel controviale. Lei si affaccia al finestrino e guarda perplessa la vettura dietro a sé. Prova a spegnere e riaccendere il motore. Niente, non vuole ripartire. Dietro a lei si è formata una fila e già qualcuno suona. Barbara sente un gran caldo alla testa. Forse sta arrossendo per l’imbarazzo. Scende dalla macchina e la guarda sconsolata. Volge lo sguardo alle vetture sulla via allargando le braccia come a dire: non è colpa mia e vede avvicinarsi due giovanotti che sono scesi da una delle macchine in coda. Le dicono:
-Signorina, si metta al volante, la spingiamo noi.
La spingono con facilità e le fanno segno di puntare il muso verso un portone. Così la strada si è liberata e il traffico può tornare a scorrere.
Barbara vorrebbe trattenere quegli angeli ma loro fanno un sorriso, salutano e si affrettano ad allontanarsi. Non vogliono perdere altro tempo.
Barbara prova a riaccendere il motore e guarda sul cruscotto gli indicatori dei livelli. Acqua, olio. Benzina! Ecco perché si è fermata la macchina. Banalmente, è finita la benzina.
La donna guarda l’orologio. Era partita con anticipo ma adesso, dopo questo inconveniente, deve sbrigarsi, se no farà tardi in studio.
Benzina. Dove sarà il distributore più vicino? Percorre la via fino a trovare un bar e se lo fa indicare.
Corre fino al distributore, perché adesso si sente veramente in ritardo. Inoltre, deve sfogare la tensione in qualche modo.
Alla pompa di benzina spiega con vece allarmata il suo problema. L’addetto le risponde in tono normale, senza condividere il suo senso di tragedia. Certo che pensa dentro di sé: “donne al volante!” ma non lo esprime a parole. Le vende una tanica di benzina e la guarda correre via, ammirando le gambe agili di Barbara che fanno svolazzare la gonna.Arrivata alla macchina, sorge un nuovo problema. Serve un imbuto per versare la benzina dalla tanica al serbatoio. Avrebbe voglia di piangere ma non può permetterselo. Torna al bar. Il barista è un uomo di cuore, lascia al banco la moglie e va ad aiutarla.Adesso che è stata messa la benzina la macchina riparte come se nulla fosse accaduto e Barbara si slancia verso il suo studio. Man mano che si allontana dalla scena della sua vergogna avvicinandosi alla meta, si calma. Arriverà per un pelo, ma non farà tardi.
Finalmente tranquilla, incomincia a domandarsi come le sia potuto accadere di restare senza benzina. Ma certo! Giuseppe sarà andato in ferie, ecco la spiegazione.
Barbara è figlia unica. Anche se è grande e vive da sola, rimane sempre una figlia viziata. Uno dei vizi che il padre le dà è il pieno della benzina. Siccome la piccola ditta di papà ha sede nello stesso palazzo dove vive Barbara, Giuseppe, il fattorino e factotum dell’ufficio, ha il compito di fare il pieno alla macchina della signorina ogni tot giorni. Lei, sicura di questo, non guarda mai l’indicatore della benzina. Ecco come ha fatto a rimanere a secco.
“E mi è andata ancora bene – pensa. – Cos’avrei fatto se la benzina fosse finita di botto mentre filavo in autostrada? O se fossi stata in campagna…” Poi le viene in mente il fidanzato. – Però anche Paolo, accidenti a lui, certe volte usa questa macchina. Non poteva controllare lui? Non sono mica un uomo, io. Non posso arrivare a tutto.”
Barbara è arrivata in studio. Parcheggia e per alcune ore ha il sollievo di poter dimenticare la benzina per pensare solo al lavoro.

Lettore, adesso tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Invia la tua risposta alla maestra entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno si vincono tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

 

Previsioni del tempo, la pietra di paragone

C’è un tempo per ridere e uno per piangere, uno per star fermi e uno per danzare (cose imparate da Footloose), ma che tempo farà nei prossimi giorni? La solita pioggia cercherà/riuscirà a rovinare il primo maggio? Piove sempre sul bagnato, quindi chissà. Potrebbe essere utile, a riguardo, rifarsi a questo sistema di previsioni metereologiche, praticabilmente infallibile, furoreggiante in parte della rete (l’immagini sopra giungono dagli Usa e dal Venezuela).
Facile metterlo in pratica, bastano una pietra, un po’ di corda, un cartello e una buona calligrafia (o una bella stampantona).
Ecco il testo:

la pietra è bagnata     =>    piove

la pietra è asciutta     =>    non piove

la pietra fa ombra in terra    =>    soleggiato

la pietra è bianca in cima     =>    nevica

non si vede la pietra     =>    nebbia

la pietra oscilla     =>    ventoso

la pietra salta su e giù     =>    terremoto

la pietra è sparita     =>    tornado

e può fare persino da orologio, un po’ grossolanamente:

non si vede la pietra   =>   è notte

si vede la pietra    =>    è giorno

Buon primo maggio!

L’ignoro, l’ignoro, l’ignoro / Quizas, quizas, quizas

quizas

(Traduzione curata da Mastro Giulio di Quizas, quizas, quizas di Osvaldo Farres, ma resa famosa da Nat King Cole – cliccare sul titolo per il testo originale)

Un contrasto d’amore tra l’amante che brama rassicurazioni per il futuro e l’altro che non sa che rispondere con dubbi, al punto da indurre nel desiderante deluso un tale stato di confusione da fargli dimenticare la sintassi – nella terza strofa, dove il nominativus pendens dell’originale è stato mantenuto.

L’IGNORO, L’IGNORO, L’IGNORO.

Ogne dì ti cheggio[1] del quando,
del loco e la guisa[2], t’imploro;
tu solo respondi al dimando:
“L’ignoro, l’ignoro, l’ignoro”.

E più niuno lume io veggio
di speme, nei dì pien di vòto[3];
sol rispondi a me che ti cheggio:
“M’è ignoto, m’è ignoto, m’è ignoto”.

E l’ore e Crono vai sciupando
nel cuitar inane[4], perché
quanto più diletto a voi è
sin quando, chi sallo sin quando.

E i dì volan sanza la speme,
così io disperomi in stallo;
sol dici al dimando che geme,
“Chi sallo? Chi sallo? Chi sallo”?

************

[1] Chiedo. [2] Modo. [3] Vuoto. [4] Pensare inutile.

Una famiglia di pesci antartici

Cosa può dirci una famiglia di pesci antartici (1)?
213-144 milioni di anni fa l’Antartide e l’Australia erano ancora a stretto contatto. I mari attorno ad esse erano popolati da una fauna ittica che godeva di un clima meno freddo di quello che caratterizza oggi quella zona. La glaciazione iniziata 65 milioni di anni fa creò un progressivo raffreddamento dell’ambiente. Numerose specie si estinsero, mentre altre sopravvissero e proliferarono grazie alla loro capacità di adattamento. Quando si formò il Fronte Polare, l’ampio anello di acque gelate e turbolente che circonda l’Antartide, impossibile da attraversare per qualsiasi pesce, né nell’una né nell’altra direzione, la fauna ittica antartica, non potendo sfuggire a quelle acque gelate, si trovò costretta, per sopravvivere, a evolvere sofisticate strategie di adattamento. La famiglia dei Nototenioidei, tuttora presente con numerose specie anche in acque non antartiche, è riuscita a prosperare nelle acque antartiche grazie a un adattamento particolarmente accurato.
Per fare un esempio, tra i vari Nototenioidei, esamineremo il sottordine dei Cannictiidi, noto col nome comune di icefish, pesci del ghiaccio. Essi sono gli unici vertebrati al mondo il cui sangue è incolore, privo di emoglobina e di globuli rossi. Rispetto al sangue rosso, quello dell’icefish è meno viscoso, cosa che, alle basse temperature, permette al cuore di funzionare con minor dispendio energetico. L’icefish riesce comunque ad ossigenarsi a sufficienza  perché il freddo rallenta i processi metabolici, quindi la sua necessità di ossigeno è bassa e viene soddisfatta prelevandolo dall’acqua, che ne è particolarmente ricca, tramite le branchie e la stessa pelle, fittamente capillarizzata.
Un dettaglio interessante è che l’icefish non soffre il freddo. Per come si è evoluto, la temperatura delle acque in cui vive è per lui ottimale. Anzi, se essa si alzasse anche solo di pochi gradi, il pesce non riuscirebbe a sopravvivere. E, se si pone un esemplare di Nototenioidei in una vasca dove si sia prodotto un gradiente di temperatura, esso, dopo un’esplorazione, si disporrà nella zona più fredda.

***

Lettore, adesso tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Invia la tua risposta alla maestra entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina.

Carla Muschio
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(1) Le informazioni scientifiche di questo testo sono tratte dalla scheda di Guido di Prisco, I pesci – evoluzione e adattamento alle basse temperature nel sito del “Museo Nazionale dell’Antartide” di Genova: www. mna. it

Esperimenti del tubo

I video messi in rete si possono vedere e ascoltare, semplicemente. E fin lì, mersì monsieur Jacques II de Chabannes de La Palice. Si possono però fare anche, senza bisogno di nessun tipo di tecnologia extra, interessanti esperimenti. Un esempio? Lo offre il nostro valente critico cinematografico (autore della rubrica Nicinema nitele), in tema con quanto sta scrivendo nella sua recensione a Inception di Nolan (la trovate nella sua rubrica; o digitate “Nolan” nella finestra di ricerca, Maremmina…).

Prendiamo due collegamenti di Youtube, questo primo e questo secondo. A questo punto,

1. Aprire il primo collegamento
2. Fermare il video prima che cominci
3. Levare l’audio, non al computer ma solo al video (per chi non lo sapesse: accanto al pulsante ‘play’ c’è il moderatore dell’audio. Utile anche per diminuire il fracassamento pallorum di alcune pubblicità prima dei video: farlo sempre e attendere una manciata di secondi guardando da un’altra parte, fino a che non è pronto il video che volete vedere, è utile e buono)
4. Aprire il secondo collegamento
5. Fermare anch’esso
6. Mettere il volume al massimo
7. Far partire la canzone
8. Andare il più velocemente possibile al primo link e farlo partire, muto e possibilmente a schermo pieno
9. Godersi il risultato

Provate adesso a rivedere il primo video con la musica originale: tutt’un’altra epica, vero?

 

Se chiudesse FB

Letta su un muro.
«Se chiudesse il sito di guardoni/esibizionisti più grande del mondo, FB, ci sarebbero gli utenti a riempire le strade tipo zombi, con le lacrime che colano al posto del sangue.
Ognuno con la sua foto sventolata in faccia alla gente, chiedendo “Ti piace questo? Eh?!”» e con cartelli tipo “Oggi sto malissimo ma non voglio parlarne e per questo lo scrivo dove lo possono leggere tutti”».
Io comincerei con un crodino, e poi festeggiamenti fino a notte fonda. Du’ zebedonzi tutto sto socializzare in rete, per noi poveri orsi.

Inception, il piano di Nolan (parte II)

Eames, la chiave

(La prima parte di questo articolo è stata pubblicata qui).
“Inception” ha un protagonista assoluto: Dom Cobb. Ma ha anche 7 comprimari principali, ognuno con una funzione precisa: Arthur è il manovratore, colui che cerca di far andare tutto nel modo giusto, curando i particolari; Ariadne è l’architetto, la costruttrice quindi di tutto, la scenografa, utilizzando un termine filmico; Yusuf è il chimico, ovvero, utilizzando le parole dell’attore Dileep Rao (presente in “Avatar”) ‘un farmacista all’avanguardia che rappresenta una risorsa per persone come Cobb che desiderano svolgere questo lavoro senza alcuna supervisione o approvazione da parte di nessuno’; di Saito s’è già discusso abbastanza, il suo personaggio sarebbe il turista; Maurice Fischer è il bersaglio; Mal è l’ombra; e, infine, Eames. Eames è il falsario, il trasformista, il mostro, il freak, il personaggio positivo più negativo, l’ennesimo antieroe. E per la lettura più ostica di “Inception”, quella dell’apologia del trasformismo, è lui la chiave, proprio per la sua abilità di prendere le sembianze di chi gli pare all’interno dei sogni.

Eames, l’inganno

Lui è l’ingannatore. Il film è un inganno. Lo spettatore se non vuole essere vittima del film deve immedesimarsi in Eames. Bisogna vedere la storia di cui tutti sono vittime e allo stesso tempo nessuno è vittima attraverso gli occhi di chi più assomiglia ad un carnefice: l’antieroe di passaggio, cinico, menefreghista, curioso, forse vagamente omosessuale (e l’hanno capito le fangirls che fantasticano su di lui e Arthur), non privo di ironia. Perché si dovrebbe fare un’apologia, un discorso di difesa per il trasformismo? Non è niente di grave. Eppure “Inception” è un’apologia del trasformismo, è qualcosa che si pone tra lo spettatore e il tramutatore e chiede ad entrambi un giudizio positivo dell’altro.
Il tramutatore, Eames o volendo pure Nolan, si pone in piedi rispetto ad un ipotetico spettatore seduto: è in vantaggio, conosce il meccanismo. Lo spettatore è la vittima del film che non deve lasciarsi ingannare, deve comprendere e lasciarsi andare, osservare il film e giudicare in base a criteri soggettivi la persona che gli si para davanti. Un giudizio completamente oggettivo è forse impensabile per un film che va oltre i limiti e si pone a metà tra film illusivo e illusione filmica. Se ciò è un bene o un male lo possono stimare da sè solo i critici specializzati, forse, a suon di stellette sulle cineguide.
E, se la nemesi/controparte di Eames è Arthur, si può considerare in questi l’anti-immedesimazione dello spettatore, anche se non l’antagonista. Arhur è troppo preciso e troppo fuori dal caos che compone e scompone l’unità confusionaria del film. Cita Dostoevskij e crea una dimensione colta totalmente esterna al film, che dev’essere puro ragionamento grezzo. Un film privo di dimensioni culturali-citazionistiche ma allo stesso tempo pieno di citazioni letterarie: a partire da Ariadne, il ragno. Un po’ l’antitesi di tutto. “Inception” è caos in quanto contiene caos. Ariadne è l’architetto in senso stretto ma anche metaforico, costruttrice di trame, complotti, idee dalle conseguenze radicali che hanno sia una luce che un’ombra, ovvero Mal. Mal è il personaggio ovviamente più enigmatico del film, ma se lo si osserva da vicino non lo è: tutte le azioni sue sono state involontariamente comandate dal subconscio – o anche dall’inconscio – di Cobb, il cui Es non è più controllabile. Se si può individuare un antagonista, è il padre di Maurice Fischer, che si vede per poco. È lui che crea l’ordine, che crea la missione che i protagonisti devono svolgere, morendo. Il caos è l’ordine in “Inception”, film che è come la mente, mente che è come l’Es dentro il quale si svolge una storia coerente la cui unica funzione è quella di emozionare.

Nella scena in cui Maurice Fischer nel sogno si trova davanti al padre, si raggiunge un livello emotivo estremo: la musica dà i brividi, Fischer piange, la scena è una sorta di ribaltamento dello stereotipo del conflitto edipico e vi si può trovare mezza citazione da “La Coscienza di Zeno” di Svevo. Non a caso l’unico testimone di quella scena (in cui, per inteso, si assiste ad un inganno interno che è a sua volta un inganno esterno: Fischer crede di essere stato ingannato, ma il suo essere stato ingannato è un inganno; il caos regna sovrano nella mente piena di inutilità concrete dove l’astratto dovrebbe regnare incontrastato) è Eames che con cinismo non si lascia commuovere, aspetta che la scena finisca e accende le cariche. Il finale sembra lieto. Sembra.

L’enigma eterno

È meglio se chi non ha visto il film smette di leggere adesso, perché questa è un’analisi del finale. Il finale è ambiguo, già di culto, e si basa su un semplice oggetto: la trottola di Mal, ora in possesso di Cobb. La trottola di Mal è un totem, un oggetto che si porta dentro i sogni e che ha una caratteristica che può essere tale solo in essi. Per esempio, il totem di Arthur è un dado truccato che nei sogni è un dado normale (nel film non viene fatto capire troppo bene). La trottola invece nei sogni non smette mai di girare. Alla fine del film, Dom Cobb torna dai propri figli e riesce finalmente a vederli in volto. Per essere sicuro che non sia un sogno, prima di abbracciarli fa girare la trottola, ma preso dalla gioia è distratto e non la osserva mentre cade. I titoli di coda si bloccano mentre la trottola gira, anche se sembra sul punto di cadere.

Le opzioni sono tre: 1) la trottola dovrebbe cadere pochi secondi dopo; 2) Nolan è un furbacchione, vuole mettere il dubbio ma non sa nemmeno lui cosa significa l’inquadratura finale; 3) tutto il film, eccetto tutti (?) i flashback, è un sogno di Cobb. Ma è sufficiente un’analisi completa.
Innanzitutto, in una scena del film Cobb fa girare la trottola mentre è completamente da solo: in una stanza d’albergo con una pistola in mano pronta da puntarsi alla testa nel caso che la trottola non cada, per suicidarsi e svegliarsi. Ma la trottola in effetti cade, quindi ripone la pistola. La possibilità è che lui sia costantemente in sogno a Mombasa e si dia a poche pause giornaliere, insieme ai vari del posto che vengono sedati da Yusuf. Il sogno diventa la sua droga, specificando. Ciò si può capire nella scena in cui lui prova il sogno a Mombasa, si sveglia e va a provare a far girare la trottola nel bagno, ma essa cade immediatamente poiché si trova su di una superficie bagnata. Oppure ancora: la trottola è stata rubata da Cobb dentro un sogno della moglie, e chiaramente non si può rubare materialmente qualcosa in un sogno, ma solo concettualmente… a meno che la realtà non sia un sogno, appunto. “Inception” è una specie di matrioska filmica in cui i livelli narrativi si frappongono formando non poche incongruenze o forzature (Mal che si uccide per far suicidare Cobb, non pensando che poteva far prima uccidendolo e poi uccidendosi; Saito che riesce a fare operazioni assai complesse molto velocemente). Ma forse sono solo brutte incertezze di sceneggiatura. Se ne può discutere a lungo, comunque, di come sogno e realtà si incrocino creando spesso scelte stilistiche non sempre completamente riuscite. Il finale rivela l’identità derivativa di “Inception”: ma quanto? Del resto, basta aggiungere al già citato “Matrix” lo stile di Nolan ed un pizzico di “eXistenZ” di Cronenberg e il risultato è molto vicino a quello di questo bel film. Certo, l’ambiguità delle ultime inquadrature è stata forte e scioccante per molti internauti: un’illustre opinione ottimista è quella di Michael Caine, vincitore due volte dell’Oscar e presente nel film nel ruolo del suocero di Cobb, che dice «I giovani mi chiedono: “alla fine, quando compari, è un sogno o la realtà?”. È la realtà, se ci sono io, perchè non sono mai nel sogno». Benché sia un parere autorevole, molti fattori vanno contro di lui (tra i quali il fatto che è possibile che le poche scene con Caine siano in effetti parte del sogno). Sempre attorno al concetto della trottola-totem bisogna notare una genialata di Nolan di inserire implicitamente un secondo totem per Cobb, ovvero il suo anello nuziale, la sua fede, che indossa nei sogni e non nella realtà. Notata la sua assenza nell’ultimissima scena, bisognerebbe dar ragione a Michael Caine.

Fate il vostro giro

È necessario, dopo questa recensione-narrazione-analisi confusa, un riassunto. “Inception” è un ottimo film che parla di caos e di sogni riuscendo (con ottima perizia tecnica e ottimi attori) a mettere in scena momenti onirici senza entrare nell’astratto. Il protagonista, o meglio il personaggio che si vede di più, è Dom Cobb, interpretato da Leonardo Di Caprio, un antieroe inetto che si lascia ingannare, ma il vero personaggio in cui vi deve essere l’immedesimazione dello spettatore è Eames, un trasformista cinico che non si lascia ingannare dalle apprenze, dalle fattezze ingannevoli della forma concreta del film, e che rende possibile la lettura del film come un discorso di difesa per lui. “Inception” è ragionamento grezzo che porta ad un enorme grattacapo, è il modo che ha Nolan per porre ai fan un quesito: come risolvere il cubo di rubik? Come si può fare in modo che tutti i livelli narrativi, tutti i ‘dreams within dreams within dreams’ si sciolgano rivelando la realtà? Del resto, per riuscire a racchiudere l’essenza di tempo e spazio, bisogna avere nell’opera d’arte una certa estensione temporale e spaziale. Ed “Inception” lo dimostra, allargando o stringendo le inquadrature (allargandole nel limbo, stringendole a Mombasa), sfruttando gli effetti sonori, i colpi di scena fuorvianti, dilatando le pause dei dialoghi e delle scene d’azioni, utilizzando i paradossi come metafora del film stesso che a sua volta è una metafora amara della vita: per ottenere quello che si vuole, bisogna ricorrere ad atti infimi e difficili che spesso possono far ricordare gli errori della propria vita. Ed è ricordandoli che Cobb diventa vittima della propria fatuità e comprende che Ariadne, l’Arianna di Teseo, è la voce della ragione. Forse, però dare una lettura personale al finale può essere un modo per apprezzare di più il film, ma forse ancora è meglio non doverne dare uno ed apprezzarne la moltitudine di ambiguità e spazi vuoti.

Il messaggio implicito richiede allo spettatore di vedere il film poche volte. Sembra dire che Cobb vive male in quanto vive di ricordi, e il modo migliore con cui una persona può vivere il ricordo di “Inception” è rivedendoselo. Non è forse che Nolan ha paura che qualcuno si renda conto che l’impeccabile struttura è in realtà profondamente fragile?

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Inception, il piano di Nolan (parte I)

Intro

Nolan è stato considerato da alcuni il Kubrick della nuova generazione per il suo modo di avere gli stessi temi nei propri film, i quali sono facilmente riconoscibili per struttura e regia, ma anche perché riesce ad essere d’avanguardia e d’autore pur mantenendo nella norma i canoni del genere che rispetta. Anche ribaltandoli. Per fare un esempio: sia “Shining” come horror/thriller psicologico che “Il cavaliere oscuro” come film di supereroi non hanno particolarità che li fanno uscire dai canoni del genere, però sono così adulti e spinti agli estremi da essere allo stesso tempo film che definiscono il genere e film che non sono troppo all’interno di esso. E così anche “Inception”, che è al contempo un blockbuster ed un film psicologico.

Kubrick

Per non far credere subito che si tratti di un capolavoro, meglio specificare: non lo è. È un blockbuster manipolatore che, grazie al cast stellare, al regista e alle premesse, ha avuto la fortuna, non del tutto casuale, bisogna dire, di essere uno dei maggiori incassi cinematografici di sempre: al 29esimo posto per numero di soldi ricavati, un po’ sotto “Il cavaliere oscuro”, altro film di Nolan che ha perfino superato il miliardo di dollari (e che aveva il vantaggio del persoaggio del Joker interpretato da Heath Ledger – pace all’anima sua – che ebbe un Oscar postumo tra i più meritati di sempre), e di essere diventato un ‘instant classic’, un ‘cult’ già dall’uscita nei cinema. Anche “Inception” ha avuto un certo numero di statuette: quattro, come “Matrix” che ha in comune i connubio blockbuster-filosofia ma che è molto meno profondo, avvincente e riuscito, precisamente per effetti speciali, sonoro, fotografia e montaggio sonoro. Tutti meritatissimi. Altre nomination: film (ma vinse il discreto “Il discorso del re” di Tom Hooper, anche miglior regista dell’anno), sceneggiatura originale (anch’essa per “Il discorso del re”), colonna sonora e montaggio (entrambi andati a “The Social Network” di Fincher: se la colonna sonora – seppur bellissima – si può discutere, per il montaggio concordo con la giuria dell’Academy).
Un’altra similitudine tra Nolan e Kubrick, seppur involontaria, è che il titolo dell’opera d’esordio di entrambi è un riassunto sbrigativo del resto della loro filmografia. Per Kubrick: “Paura e desiderio”, i due sentimenti umani che più permeano le inquadrature del regista di “Arancia Meccanica”. Per Nolan: “The Following”, ovvero ‘ciò che segue’. Se prendiamo letteralmente, invece che darci all’intercalare che in effetti dà il significato al titolo (‘ciò che segue significa che ecc. ecc.’), e se traduciamo ‘ciò che segue’ con ‘ciò che viene seguito da chi’, troviamo il tema di Nolan: persone che seguono i propri desideri. Se il Guy Pierce di “Memento” segue il desiderio di vendetta, il Pacino di “Insomnia” segue il desiderio di far svanire il rimorso e tornare a dormire la notte. Se il Batman dei due (tra poco tre) film con Christian Bale segue il desiderio di essere considerato eroe senza ‘una doppia faccia malavagia’, per rievocare uno dei suoi acerrimi nemici (Aaron Eckhart), Hugh Jackman in “The Prestige” segue il desiderio di sconfiggere il rivale Christian Bale, che a sua volta prova qualcosa di simile verso l’altro. E in tutti questi casi, i tali personaggi finiscono per ingannare sè stessi.

Fabbrica dei sogni

Così succede anche in “Inception”. Per chi non conoscesse la trama, ormai comunque universalmente nota, il protagonista è tale Dom Cobb (Leonardo DiCaprio), sospettato di aver ucciso la propria moglie (la grandissima Marion Cotillard, Oscar per “La vie en rose”), che è considerato uno dei migliori nell’arte di entrare nei sogni altrui per estrarre idee. Ed è infatti ciò che fa per mestiere, illegalmente, levando idee dalla mente di industriali per conto di altri industriali. Si avvale di amici fedeli come Arthur (Joseph Gordon-Lewitt), che gli ‘costruisce i set’ facendosi chiamare architetto, e Eames (Tom Hardy, bravissimo in “Bronson” di Nicolas Winding Refn e cattivo del prossimo Batman), un cosiddetto falsario. Quando un milionario (Ken Watanabe) gli rivela di essere così potente da poter eliminare il suo caso giudiziario di uxoricidio, Cobb decide di fare un lavoro per lui: invece di estrarre un’idea, innestarne una, per la precisione nell’inconscio di un milionario (Cillian Murphy) a cui è da poco morto il padre. Si farà aiutare anche dalla giovane Ariadne (Ellen Page) che è l’unica che sa il suo terribile segreto: la moglie morta popolerà i suoi sogni in eterno e lui non riuscirà a staccarsela di dosso in quanto vive di amara nostalgia. Un’amara nostalgia che lo segue nei sogni altrui anche quando non dovrebbe esserci, con conseguenze disastrose.
Le scelte principali di Nolan sono due: dare un senso psico-filosofico ad ogni singola sequenza, perfino quelle di azione (a partire da quella del treno che passa per le strade della metropoli) ed eliminare ogni singola possibilità della presenza di un fattore astratto all’interno nei sogni. Tutto si realizza concretamente nella mente delle persone. Eccetto che nel ‘limbo’, ovvero il quinto ed ultimo dei cinque livelli narrativi in cui si svolge la missione di Cobb e dei suoi colleghi (il primo è la realtà, un aereo; il secondo una metropoli sotto la pioggia; il terzo un hotel; il quarto una fortezza innevata chiamata ‘ospedale’ per motivi che non sto a rivelare). Questo ‘limbo’ è un posto dove sono assenti tempo e spazio. “Inception” invece è una vera e propria rappresentazione filmica del tempo e dello spazio nel cinema e nel sogno. E in quanto riesce a rappresentare realisticamente sia la parte filmica che quella onirica di quest’analisi, il film vuole mica suggerire implicitamente che il cinema è, in effetti, una fabbrica dei sogni?

La mente di Cobb

Il titolo del film è “Inception”, “Inizio”, che vale anche come “Innesto” (per esempio, l’inizio di una coltura di cellule per un trapianto, che è a suo modo un innesto). Il Dom Cobb di DiCaprio è incaricato di innestare un’idea, quindi il titolo non è certo un mistero, ma è meglio andare oltre: del resto, se uno vedesse il film senza sapere il titolo, non è che considerebbe “Inception” il titolo più ovvio e banale, tutt’altro.
Si può dire innanzitutto che la scelta del titolo è metafilmica: l’innesto è il film, che viene innestato nella mente dello spettatore. Data la forte valenza morale, forse l’ambiguità che si cela nell’ambizione di Nolan rivela che questi vuole, in un certo modo, cambiare i suoi spettatori. Vuole forse far loro capire i loro desideri e le loro ipocrisie? Vuole cercare di far capire loro cosa sono le conseguenze nel mondo? Lo spettatore non deve fare come Cobb, non deve vivere di ricordi, deve vedere il film e realizzarlo da sè. Lo spettatore deve fare come Ariadne, la protagonista morale del film, deve riuscire a capire i limiti tra bene e male, deve trovare soluzioni, deve vivere, supportare e sopportare, o infine improvvisare. Cobb è un personaggio, in fondo, malvagio, un antieroe implicito che vive di persona le conseguenze delle proprie azioni, come nei film dei Coen (in cui c’è sempre un fatto dal quale si diramano altri fatti spesso causati dalla stupidità delle azioni dei protagonisti – i serial killers di “Fargo”, l’allenatore di “Burn After Reading”, il veterano de “Il Grande Lebowski”). In quanto antieroe, anche le sue massime non sono affidabili.
Una teoria che è stata posta è che Cobb sia, addirittura, schizoide. Sa che i pezzi del sogno coincidono, e quindi sa che l’innesto è possibile, in quanto li ha visti cadere, distruggersi, dividendo la sua mente. Chi l’ha visto capirà: il finale è incredibilmente ambiguo e molti l’hanno letto, catastroficamente, in una maniera secondo la quale tutto il film è un sogno di Cobb. Ci potrebbe essere qualcosa da ridire, ma non completamente: sarebbe l’ennesimo pseudo-antieroe nolaniano che finisce per auto-ingannarsi. Ciò sin dal doppio inizio: si comincia con una prolessi (ovvero un anti-flashback, qualcosa che succederà in futuro) in cui Cobb si trova davanti a Saito invecchiato nel limbo e che si chiede cosa sta succedendo, avendo perso tutto, compresa la concezione di tempo e spazio (che rappresentano l’identità del film), ed essendo diventato dentro di sè un ‘uomo vecchio e pieno di rimpianti, destinato a morire da solo’. Da lì si passa al momento in cui Cobb, tempo addietro (e inizio della storia) era entrato insieme ad Arthur nei sogni di Saito, lavorando per la Cobol Inc., incaricati di rubare idee di cui non viene specificato nulla. Il palazzo è lo stesso della prolessi. La mente di Saito (il comprimario maschile più complesso, indubbiamente) ha ricostruito quindi, nella prolessi, un palazzo da sogno, letteralmente, rifacendosi ad un subconscio derivativo e ingannevole. Saito esiste davvero, nella prolessi? O è un’illusione creata da Cobb?
Il palazzo è troppo precisamente simile. E come si capisce dall’inizio della storia dopo la prolessi, il sogno era di secondo stadio, in un terzo, quindi, livello narrativo di un sogno dentro un sogno. Cobb dentro esso incontra la moglie Mal che sperava di non incontrare. Viene ingannato da ella, tramortisce le guardie (finte) di Saito, cerca di rubare le idee. Mal e Saito lo beccano e sparano al ginocchio di Arhur, in quanto il dolore può persistere nella realtà. Saito, Cobb e Athur si svegliano quindi nel primo stadio, un covo d’amore di Saito. E continua con Saito che capisce tutto, Cobb che diventa nemico della Cobol, Inc. e cose simili. Non è troppo importante. Quello che è importante è lo sviluppo mentale di Cobb, saltando la prolessi: entrare per rubare; lasciarsi ammaliare ed ingannare; provare a rubare; uscire; lasciarsi nuovamente ammaliare ed ingannare, stavolta da Saito che gli chiede la libertà. Parlando di Di Caprio si può creare un parallelismo con il suo personaggio in “The Departed” di Scorsese (Oscar al miglior film, regia, sceneggiatura – William Monahan – e montaggio – Thelma Schoonmaker nel 2007): un personaggio alla ricerca disperata della libertà, ma ancor meglio di un’identità, in cui l’amore per il mondo e per le persone non è che un’auto-analisi paradossale che finisce con l’automatico, indesiderato masochismo.

Apologia del trasformismo

Se “Inception” si può definire in due maniere veloci (sostantivo + aggettivo), sono blockbuster filosofico ed avventura onirica. Se Cobb si può definire in due maniere analoghe, sono antieroe romantico e mostro masochista. Forse anche nichilista. “Inception” si può definire, a questo punto, quasi come un finto non-noir. Essendo un’espressione un po’ confusa, specifichiamo: in un film noir spesso la violenza si contrappone alla mancanza di sentimenti e al taglio espressionista della regia, parlando di anni ’40 e ’50 soprattutto (ma non anche di film più recenti, anche solo “Seven”, 1995, “Il silenzio degli innocenti”, 1990, e “Mulholland Drive”, 2001, tutti noir impliciti). Eliminata la regia espressionista (Nolan è l’opposto), la mancanza dei sentimenti sembra qualcosa di assolutamente avverso all’identità del film, data la profonda storia d’amore tra Cobb e Mal. Ma è una storia d’amore o è solo finta disperazione? L’amore è qualcosa di vanesio in “Inception”, ed è analizzato in maniera profondamente cinica. Profondamente noir. Ma il taglio d’action e le frasi romantiche (volontariamente fatue) ingannano. “Inception” è il noir onirico di inizio millennio che verrà di più ricordato per la peculiarità di poter essere letto in decine di maniere diverse, tra le quali una che non molti hanno notato: un’apologia del trasformismo.

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Piccione: impossibile e Ricetta d’amore

Oggi mostriamo due filmati carini, che lasciano il tempo che trovano ma, lasciandolo, fan trovare almeno un sorriso.
Nel primo, un agente segreto novellino si trova a che fare con il problema di un piccione intrappolato nella sua valigetta, una ventiquattrore di produzione governativa costata milioni di dollari (è il meno) e nuclearmente pericolosa (è il più). Anni fa, il pensiero che un cretino potesse per errore mandare un missile da un blocco all’altro (riassumendo per superpotenze: Usa e Urss) rubava i sonni a molti. Oggi gli stati che possiedono armi nucleari sono molto di più, ma la scomparsa della polarizzazione ha reso i sonni dell’immaginario collettivo molto più tranquilli (si temono attacchi terroristici e non più inverni nucleari). Beati i poveri di spirito se bevono alcoli.
Nel secondo, in una casa di straricchi, un cuoco segaligno e dall’aria vagamente checchiforme sta preparando una torta d’amore per la sua bellona, che intanto si desta e si trucca; impazza e scassa una specie di topo-cane, che insegue una palla in mezzo a preziosi cristalli e passi misurati a ben donde. Ben strutturato il “dialogo” tra la preparazione della torta e quella della bellona, compreso un finale che fa immaginare l’inutilità di tanti preparativi (ma forse, senza preparativi, i preparativi non sarebbero diventati inutili).
Info sui due corti: qui per il primo e qui per il secondo.

 

PICCIONE: IMPOSSIBILE

 

RICETTA D’AMORE