Alice nel paese delle burtonviglie

Gioia, chissà…

Saputolo, in tantissimi han vibrato di gioia. Tim Burton, il regista di tanti film memorabili tra i quali spiccano “Edward mani di forbice”, “Big Fish”, “Sweeney Todd” e “Ed Wood” (dei quali l’unico senza Johnny Depp, attore preferito del regista, è “Big Fish”), si mette alla cinepresa per un suo adattamento ‘più adulto’ di “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie”, il romanzo capolavoro di Lewis Carroll, infarcendolo anche di piccoli particolari presi dal suo seguito, “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”.

La fabbrica di cioccolato

Tutti conosciamo la storia di Alice: piombata nella buca di un ‘bianconiglio’ che stava inseguendo, la bambina entra in un mondo assurdo e allucinato, comico, pieno di battute e giochi di parole (molti ben tradotti in italiano) che vanno oltre la genialità. Data la sua natura suggestiva e alienante, è addirittura diventato un leitmotiv, quasi un ‘esempio’ o un elemento cardine, per la cultura “beat”: è necessario citare “White Rabbit”, canzone di culto dei Jefferson Airplane? Però è difficile tradurre il tutto in immagini, e anche la Disney aveva fatto quasi flop con il suo adattamento bidimensionale (in cui l’unico elemento totalmente riuscito era lo Stregatto, che scompare totalmente lasciando impresso nell’aria solo il sorriso). Tim Burton aveva però già fatto un prodotto simile, riportando sullo schermo (sempre con il fido Depp), un film considerato infilmabile, ovvero “La Fabbrica di Cioccolato”, sfornando un successo: c’aveva già provato Mel Stuart nel 1971 ma nonostante la simpatia delle scenografie e del grande Gene Wilder nel ruolo del memorabile protagonista Willy Wonka non era un prodotto così riuscito. Burton invece ha creato un drammetto favoliforme in cui tutto è in funzione del personaggio di Wonka, riscritto con una perizia ed una fedeltà quasi maniacale non priva di aggiunte sensate e perfettamente nello spirito. Inoltre Burton c’ha messo il suo tocco nelle atmosfere gotiche e a volte cupe e negli elementi di fondo dei personaggi, a partire dal padre di Willy Wonka. Quindi quello che il pubblico si aspettava era un prodotto simile.
Invece le prime due notizie dalla pre-produzione erano già parecchio sgradevoli: Alice interpretata da Mia Wasikowska, attrice discreta (e l’ha dimostrato parecchio soprattutto in “L’amore che resta”) ma ventenne all’epoca delle riprese, a dispetto del personaggio ben più giovane; ma soprattutto la fatica nel dover vedere la pellicola con gli occhiali per il 3D nella sala cinematografica. Personalmente, ritengo il 3D non è altro da un’estremizzazione inutile del concetto di ‘cinema’ (citando Slavoj Zizek, filosofo e psicanalista sloveno che in “The Pervert’s Guide to cinema” ha dato letture freudiane a molti film soprattutto di Hitchcock e Lynch, “Il cinema è l’arte perversa per eccellenza. Non ti offre quello che desideri, ma ti dice come desiderare”) i cui risvolti sono commerciali e spettacolari sino all’inutilità e alla privazione di profondità artistica. E inoltre, come ci ha dimostrato “Avatar”, levano l’attenzione alla regia, soprattutto quando questa è indecente.

Per tutti, ma per molti no

Però in sala il gioco è stato chiaro: Tim Burton, a cui piace giocare con il gotico e con gli spettatori, voleva rendere il tutto un incastro tra ‘film per adulti’ e ‘film per bambini’. Il 3D è per i bambini, come anche gli effetti speciali, il personaggio di Johnny Depp, la battaglia finale e l’insopportabile personaggio di Anne Hathaway. Per gli adulti c’è una Alice più grande, anche se di poco, alle prese con i drammi di una vita adulta e normale (come l’imminente matrimonio con il repellente e straordinario Leo Bill, reduce di “The Living and the Dead”), ma anche il bruco che fuma e lo Stregatto doppiato da Stephen Fry.
Il risultato è meno che soddisfacente: gli effetti speciali più spettacolarizzanti che spettacolari (e ciò è male) sembrano una specie di legge e non abbandonano una scena; la parte finale in cui Alice torna dal ‘paese delle meraviglie’ è di un retorico assurdo; Helena Bonham Carter viene truccata con una testa gigantesca, ma forse è meglio che travestirsi da scimmie (“Planet of the apes”, di Tim Burton anch’esso – purtroppo, aggiungo); cosa che non può mancare nei film brutti (che, contando anche questo, son almeno tre) di Burton, ovvero il concetto che bisogna credere nell’immaginazione come ad una realtà a sè stante più che come ad una specie di desiderio, cercando di farla entrare in sè più della concretezza (ma, ammettiamolo, questo ragionamento arzigogolato, astratto e inutile si sente di più nel pessimo “Il Mistero di Sleepy Hollow”, anch’esso con Depp); però soprattutto a trasparire come difetto incredibile è il Cappellaio Matto di Johnny Depp, attore che io personalmente adoro. Un personaggio adattato all’attore, innanzitutto, visto che nel romanzo è molto meno presente, che si veste come un drogato e spara casualmente frasi senza senso solo per diventare ‘cult’ tra i dodicenni, infatti ormai molto infatuati da “Tutti i migliori sono matti”, frase che può ben riassumere l’idea da cui parte il film. Oltre ad essere truccato male, a differenza di tutti gli altri, provoca anche un incredibile senso di antipatia verso Depp stesso, che nella danza finale perde tutta la sua dignità. Roba da rimpiangere “La maledizione della prima luna”.
Il film ha ricevuto numerose recensioni negative (ma quelle positive, per esempio quella del Morandini, non mancano), però Burton le ha incassate tutte e sempre con Depp e la moglie Helena Bonham Carter nel 2012 uscirà con “Dark Shadows”, un misto tra horror e commedia che parla di vampiri negli anni ’70, partendo dalla serie TV omonima. Ovviamente, speriamo tutti che sia un prodotto decente e, dato il tono del trailer, divertente.

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Martóre / Hurt

dolore

(Traduzione curata da Mastro Giulio di Hurt dei Nine Inch Nails – cliccare sul titolo per il testo originale)

Un canto di dolore psicologico, nel quale l’autore lamenta la sua sopraggiunta insensibilità d’animo, la sua indifferenza al tutto – perfino al male fisico. Lo Santo Uffizio comprese il dolore reale espresso nel carme e le ragioni artistiche che portarono il poeta a concepire un’immagine forte quale quella che apre la quarta strofa, e dimostrando grande sensibilità evitò di imporne la censura (forse anche perché nel nome d’arte scelto dal compositore v’era un richiamo ai chiodi infissi nel corpo del Redentore).
Il finale apre a una speranza futura, ancorché apparentemente non convintissima.

MARTÓRE.

Quest’oggi, per mia stessa mano, io
m’imposi volnere[1]: volea vedere
s’ancor di sensazion cotesto mio
sembiante[2] fosse ‘n grado. Sul dolere

intento son, martór[3] ch’è ‘l sol sentire
reale. Va l’aguglia[4] aprendo varco:
lo punger, onde lunge so ‘l soffrire[5],
provo a occider, ma di memorie carco[6]

io son, e cosa sono divenuto?
Amico più diletto, ognun dispare.
Te donerei l’impero mio, di luto[7]:
deluderotti, pentir ti vo’ fare.

E indosso esto diadema d’escrementi
sul trono mio di sommo mentitore,
pieno qual son di rotti cuitamenti[8]
che come accomodar mia mente ignore.

Sotto le macule onde il tempo brutta[9],
dileguasi tutto ‘l sentire mio:
or tu sei persona diversa tutta
mentre tuttora ivi trovomi io.

Ma s’io potesse principiar novello,
s’innumeri leghe lunge un dì fia[10],
i’ poteria tener me stesso bello,
i’ poterìa trovar mia retta via.

*******

[1] Ferita. [2] Corpo. [3] Dolore, sofferenza. [4] Ago. [5] Il dolore che conosco da molto tempo. [6] Carico, pieno. [7] Fango. [8] Pensieri. [9] Sporca (le macchie del tempo). [10] Se un giorno sarò molto lontano.

Gloria a Bastardi senza gloria

Prima di

Dopo la Palma d’Oro e l’Oscar alla sceneggiatura per “Pulp Fiction”, sua seconda opera filmica, Quentin Tarantino s’è dato, senza rivelarlo, al riposo.
Ha diretto “Jackie Brown”, unico suo esempio di cinema sotto le righe, una simpatica commedia drammatica d’intrattenimento gangster, un po’ per rilassarsi, un po’ per poter dirigere Robert De Niro e Pam Grier, tra i suoi attori preferiti di sempre. E poi s’è dato al lungo ed estenuante progetto di Kill Bill, diviso in due film, tutto creato come tributo a Uma Thurman e David Carradine. Infine, nel 2007, ha ‘partorito’ “Grindhouse” insieme al collega Robert Rodrìguez, anche qui solo per lavorare con Kurt Russell. E tutti e 4 questi progetti sono a loro volta solo operazioni commerciali (spesso riuscite!) in cui il centro è un tributo al cinema: in “Jackie Brown” alla blaxploitation e al cinema d’intrattenimento underground americano degli anni ’70 e ’80, in “Kill Bill” al cinema d’intrattenimento iperviolento asiatico (‘anime’ compresi), e in “Grindhouse” all’evoluzione del genere horror americano, sempre nei circuiti underground, perverso, brutale, divertente, semplice. Nel 2009, però, ritornato dietro la macchina da presa, sforna l’apoteosi della sua filmografia: “Bastardi senza gloria”.

Generi

Un antipasto però è d’obbligo: “Bastardi senza gloria” non è il normale film d’intrattenimento. Anzi, è difficile anche solo considerarlo un ‘film normale’ o un ‘film d’intrattenimento’. Si può addirittura benissimo inserire, volendo, in tutti i generi cinematografici possibili (eccetto probabilmente solo l’horror e il porno), creando un cocktail squarciante, un concentrato puro. La trama, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale si può ben suddividere in due vicende che si intersecano: la prima è quella di Shosanna, vera protagonista dell’intero film, interpretata da una Mélanie Laurent che avrebbe meritato un Oscar, ragazza ebrea che scappa dalla strage della propria famiglia compiuta dal colonnello Hans Landa (l’eccezionale Christoph Waltz, che ebbe in effetti l’ambita statuetta) e che presto si trova a Parigi alla direzione di una sala cinematografica che viene notata da niente popò di meno che Goebbles; la seconda è quella dei Bastardi Ingloriosi, gruppi di ebrei americani, uno dei quali (Brad Pitt) di origine Apache, piombati in una Francia a pezzi con lo scopo di uccidere nazisti brutalmente, anche se hanno un piano più ampio e ambizioso.
I generi cinematografici ci sono tutti: nero su bianco è un film di guerra o d’azione, ma non mancano gli irresistibili dialoghi che lo possono avvicinare alla commedia come nemmeno scene ad alto potenziale tragico (accompagnate da musiche non originali ed efficacissime di Ennio Morricone, tra le quali emergono “Un Amico” e “Rabbia e Tarantella”), anche se la dilatazione temporale, la fotografia e la caratterizzazione generale, sono tutte imponenti caratteristiche vicine al cinema di Sergio Leone (è “Bastardi senza gloria” il primo western nel Terzo Reich?). Per i restanti tre generi, ovvero noir, storico e fantascienza/fantasy, si va in qualcosa di più grande. Per definire l’elemento noir, bisogna analizzare una caratteristica costante dei film di Tarantino: eccetto giusto forse solo la Sposa di Kill Bill, nessun personaggio ha un vero e proprio passato, o una psicologia riconducibile ad eventi che non vengono mostrati sullo schermo ma narrati. Ciò è una caratteristica tipica del noir, o dell’hard boiled se si preferisce, della tipologia più priva di sentimenti, nichilista, manipolatrice: lo spettatore deve capire da sè le sfaccettature. Per esempio, Shosanna è una romantica o una sadica venticatrice? Zoller (Daniel Brühl) prova dei sentimenti? Cos’ha spinto Hugo Stiglitz (Til Schweiger) ad uccidere i nazisti suoi superiori? I Bastardi incarnano un punto di vista etico difficilmente condivisibile o il “Senza Gloria” del titolo è un modo per far capire allo spettatore che la trama è talmente disperata da non avere un protagonista morale, glorificabile? Il critico cinematografico inglese e soldato (Michael Fassbender) è spinto da ingenuità o da un desiderio quasi suicida non spiegato ma quasi intuibile? Hans Landa è un ipocrita o mente a sè stesso solo per far credere a chi lo circonda cose differenti da persona a persona per costruirsi una sua personalità dalle diverse modalità in ognuno (per esempio, dice a LaPadite di essere fiero del suo soprannome, “Il cacciatore di Ebrei”, ma dice a Aldo Raine che è ‘solo un soprannome’)? Tutte contraddizioni, o forse tutte cose che deve immaginarsi chi guarda e ammira. E qui si arriva al livello storico-fantastico.

Cosa scriveranno i libri di Storia?

La chiave sta qui in una battuta di Hans Landa verso la fine: “Cosa scriveranno i libri di Storia?”. Chi ha già visto il film lo sa già, chi non l’ha visto non riceverà spoiler eccessivi, ma il finale di “Bastardi Senza Gloria” è fuorviante a dir poco: cambia completamente la Storia come la conosciamo immettendo un fatto assolutamente impossibile che è il nucleo nervoso di tutto il film, un “e se fosse…” grande come una casa, un interrogativo che viene da porsi durante tutto il film come, del resto, durante tutti i film. “Bastardi Senza Gloria” si può forse definire come IL cinema. Narra di presente e di futuro con una perizia tecnica favolosa, sia di regia che di montaggio e acting (le scene da antologia sono varie, ma quelle che davvero sono entrate maggiormente e più ragionevolmente nell’immaginario moderno sono le due macrosequenze quasi teatrali – si svolgono entrambe in un solo luogo – del colloquio tra Landa e LaPadite nella casetta di quest’ultimo e dell’incontro tra la Von Hammersmark interpretata da Diane Kruger con i Bastardi nella locanda di Nadine), contiene sia intrattenimento puro che ambizioni artistiche d’autore. Se, per profondità, non è uno dei più grandi film di sempre, per rapporto con la storia del cinema invece lo è: non è probabilmente rivoluzionario, ma è un riassunto epocale (in tutti i sensi) e unico. Una scarica d’adrenalina in un contesto di riflessione cinica sul genere umano e sull’arte, diretta benissimo, stupenda, un’ode al concetto di concretizzazione dell’illusione del cinema, così ridondante da uscire completamente dai canoni narrativi razionali.
Alla fine del film Aldo Raine guarda la svastica appena incisa sulla fronte di un colonnello e dice al suo compagno: “Questo potrebbe essere il mio capolavoro”. Lì non è Brad Pitt a parlare. È Tarantino, che si riferisce al film, in una tradizione metacinematografica che ha radici che toccano perfino Altman (quando in “M*A*S*H” i titoli di coda sono recitati da un megafono, o quando in “I Protagonisti” il protagonista Tim Robbins racconta la propria storia come possibile ‘plot’ per una produzione filmica) e che è presente anche nelle numerose citazioni le cui personificazioni stanno nei personaggi della Laurent, proprietaria di un cinema che poi diventa l’arma definitiva (la potenza dell’immagine proclamata) e di Fassbender.
Tarantino tornerà nel 2012 insieme a “Django Unchained”, con Leonardo Di Caprio, Jamie Foxx, Christoph Waltz, Joseph Gordon-Levitt e Kurt Russell. Attesa febbricitante.

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Kynodontas – La caverna di Platone

Dente di cane

Il 24 gennaio 2012 ci ha lasciato Theodoros Angelopoulos, uno dei più grandi registi europei, nato nel 1935, greco. Sin dagli anni ’70 (il lunghissimo ma straordinario “La recita” è probabilmente la sua opera migliore) ha dimostrato di essere un grande regista e soprattutto ha reso noto sè stesso come il principale regista greco (e uno dei pochi seguiti all’estero). Tre anni prima della sua morte, nel 2009, nella sua stessa patria, è uscito il secondo lungometraggio di Giorgos Lanthimos: che possa questi essere l’ideale erede di regista greco più dotato? “Kynodontas”, tradotto in inglese come “Dogtooth”, ne potrebbe essere la prova.
Premio “Un Certain Regard” al Festival di Cannes. Nomination all’Oscar per il miglior film straniero, statuetta che avrebbe dovuto vincere. La trama: due genitori vogliono tenere i propri tre figli, due ragazze e un ragazzo, reclusi in casa, lontani dal ‘pericolo del mondo esterno’ e dalla sua cultura. Segregati, non hanno contatti con il mondo nè con gli oggetti. Se hanno un po’ di curiosità riguardo al significato di una parola, i genitori spiegano loro che la parola è una maniera come un’altra per descrivere un certo tipo di oggetto completamente innocuo ed elementare. I tre non hanno nomi, hanno paura degli animali, non hanno il coraggio di uscire fuori casa, e comunque non possono. Solo il padre, per lavoro, a volte esce con la macchina. Ma ad un certo punto c’è bisogno che gli impulsi sessuali del figlio vengano soddisfatti. Il padre ingaggia Cristina, una sua dipendente, per aiutarlo, ma costei è un elemento esterno che non ha completamente compreso la serietà problematica della faccenda. Deve tenerla segreta, ma ha una certa paura reverenziale. Fa il suo lavoro, ma fa entrare la cultura nella casa e fa conoscere a una delle due figlie, molto ingenua, l’omosessualità. Le conseguenze sono disastrose.

Platone, innanzitutto

Finale aperto, al 90% disperato. “Kynodontas”, innanzitutto, è Platone. Il mito della caverna si era già visto al cinema sotto la forma da blockbuster di “Matrix”, intriso di una superficialità e di un’aura, appunto, da film che vuole essere volutamente ‘cult’ (e lo è diventato), al punto di essere diventato un’opera spesso considerata troppo per la sua faccia digitale e poco per quella filosofica. Purtroppo. Ma, ovviamente, in “Kynodontas” è diverso. Sorvolando l’unico difetto del film, ovvero il fatto che non si spiega per quale motivo (ce ne deve essere uno) i genitori decidono di tenere i figli in quel modo, si può ben dire che: gli oggetti sono rappresentati nel film sotto la forma della cultura; i ‘prigionieri’ sono i figli ai quali tutto è concesso sotto forma di finzione; un elemento esterno, assente nel mito originale, è rappresentato dai genitori, manipolatori delle ‘ombre’ che rappresentano la finzione; la figlia maggiore, alla fine, diventa “il prigioniero che viene liberato”, ma i risultati sono tematicamente simili ma concretamente diversi; Cristina è l’elemento esterno che, però, non agisce con indifferenza e anzi si fa prendere dal peccato, sfalda la caverna, è presa dal suo impulso sessuale e agisce senza riuscire a rendere compatta un’analisi delle conseguenze, risultando quindi il personaggio che più si distacca dal mito platonico.

Bianchi ossessivi

Per una totale analisi del film, bisogna immergersi completamente all’interno della pellicola, entrando nella compattezza inquietante e dolcemente grottesca dei bianchi ossessivi. È pesante, sì, è lento, pure, ma grazie ad una delle sceneggiature europee più originali e ben costruite degli ultimi 15 anni (e non si sta esagerando!) riesce ad essere al contempo disperato e divertente, grottesco senza essere ridicolo, decisamente angoscioso nella sua violenza contenuta nella non violenza. Chiaramente non è un film per tutti: in Inghilterra è stato vietato ai minori di 18 anni, in Italia non è nemmeno approdato nelle sale come non è nemmeno stato doppiato e non è reperibile in dvd se non su amazon.uk. È un film che è difficile da digerire: la violenza sottintesa è fredda, i rapporti sessuali sono viscidi e repellenti (e ve ne sono anche di incestuosi!), l’incoerenza del tipo di genere umano rappresentato causa nello spettatore, quello che apprezza e comprende, una sorta di repulsione spaventata. Mette la pelle d’oca, inoltre, se uno pensa di poter far parte di un mondo simile a quello rappresentato senza rendersene conto. Un po’ lo stesso gioco di “The Truman Show” di Peter Weir, solo reso in maniera molto più pesante.
Tecnicamente parlando, poco da dire: la fotografia converge su cromatismi chiari, oltre al già citato bianco, anche il verde dell’erba, l’azzurro della piscina o addirittura il rosso del sangue, non fanno che aumentare la sensazione di fredda tristezza, senza sfociare nell’eccesso; la regia gioca a riprendere le scene a partire da inquadrature spesso oblique che mostrano poco, rendendo la situazione dello spettatore quasi perversa (“non potrei vedere di più?”: magari, se si vedesse di più, si rimarrebbe profondamente disgustati); la colonna sonora è praticamente assente, tranne che nella scena, la mia preferita, in cui il figlio suona un pezzo di chitarra normale e ripetitivo e la figlia maggiore si scatena, ribelle, causando reazioni strane; la sceneggiatura è superiore a ogni lode; gli attori sono sensazionali e, soprattutto Aggeliki Papoulia, che è appunto l’attrice che interpreta la figlia maggiore, e Anna Kalaitzidou, ovvero Cristina, catturano con inquietante e volontariamente ridicolo candore le figure dei propri personaggi, personaggi che appunto risultano solo membri di un gioco infinito e fintamente nascosto di padrone e animale domestico, in cui il primo prevale sul secondo per potenza fisica e verbale, e il secondo prevale sul primo per coerenza, per intelligenza, per comprensione della situazione e per ‘senso etico comune’.
E questa è solo una delle possibili letture che si possono dare al film: c’è chi l’ha vista come un’allegoria della religione. Forse, proprio per questo, “Kynodontas” sfiora il capolavoro e rimane eternamente impresso.

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Debb’io girmene o restar? / Should I stay or should I go?

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(Traduzione curata da Mastro Giulio di Should I Stay or Should I Go dei Clash – cliccare sul titolo per il testo originale)

Ah, le infinite scaramucce amorose, i tormenti e i dubbi, il lasciarsi e riprendersi, l’amare e il recriminare… un carme basato sugli opposti, sulla dualità, vergato da una compagine canterina nota col nome di Il Cozzo.

DEBB’IO GIRMENE O RESTAR.

Amor, d’uopo m’è saper,
debbo andare o rimaner?
E se affermi d’esser mia
perennemente quiv’io fia[1];
Dunque de’imi[2] far saper:
debb’io stare o rimaner?

Titillimi[3] dimolto, invero,
t’aggrado se in ginocchio sto;
a dì felice segue ‘l nero,
orsù ardisci se mi vuo’.
Nonché saper de’imi far:
debb’io girmene o restar?

Debbo gire o rimanere?
Debbo star o il pie’ movère?
Se vo, guai saran e pianto,
se sto, ciò due volte tanto;
perciò di’ senza esitar:
debbo girmene o restar.

L’alma affosca tuo dubbiare[4],
sprezzi me? Lassami andare.
Chi dovr’io ser[5]? Pure ignori
qual vesti a me sien migliori.
Et ancora non mi è chiar:
de’o placarmi o deflagrar?

Vo restar o movo ‘l passo?
T’avrò o di te sarò casso[6]?
Se vo, certo fia ‘mbrigato[7],
se sto, ‘mbrigo fia doppiato.
Orsù dimmi, de’o saper:
debbo gire o rimaner?

***********

[1] Sarò. [2] Mi devi. [3] Mi stuzzichi. [4] “Tuo dubbiare” è soggetto, l’alma è quella di chi parla: quindi “la tua indecisione mi tormenta”. [5] Essere. [6] Privo, senza. [7] Nei guai.

Stay – Marc Forster nel labirinto della mente

Pregi, e non solo

Molte volte Freud è stato applicato al cinema, magari anche in maniere differenti. “Mulholland Drive” di David Lynch è un esempio lampante: il confine tra la ‘realtà’ onirica e la ‘realtà’ reale è minimo e segnato da confini freudiani-lynchiani visivamente stupendi, che si concludono tragicamente lasciando spazio all’immaginazione per una lettura compatta e completa del sensuale neo-noir losangelino.
In comune, “Mulholland Drive” e “Stay”, sulla carta, hanno in comune solo Naomi Watts nel cast: in “Mulholland Drive” è la protagonista quasi assoluta (e regala una interpretazione femminile inaspettata e visceralmente straordinaria), in “Stay” è la più importante tra gli svariati comprimari, che tutti girano intorno al bravissimo Ryan Gosling. Già, Ryan Gosling. Non Ewan McGregor, che forse appare di più sullo schermo, ma Ryan Gosling, nel ruolo ambiguo e scritto con perizia di Henry Letham, un ventenne studente d’arte profondamente distrutto dalla morte dei propri genitori e della propria ragazza in un incidente d’auto che pensa da tempo al suicidio: spararsi un colpo in bocca sul ponte di Brooklyn a mezzanotte del giorno del suo compleanno, come tributo ad un artista semisconosciuto (che di cognome fa, non a caso, Reveur: sognatore e di cui lui sembra essere l’unico fan) che ha fatto esattamente la stessa uguale identica cosa. Bruciata la propria macchina, però, viene mandato da una psichiatra che, sull’orlo di una crisi (indotta anche dai farmaci), passa il caso di Henry a Sam (Ewan McGregor), un altro psichiatra la cui ragazza (Naomi Watts), un’insegnante d’arte, ha già tentato il suicidio molto tempo prima. Il gioco labirintico del film ruota sulla psicologia di Sam, che sembra quasi superficialotto ma stranamente sin troppo vicino a Henry, anche al finale rivelatore che ad alcuni avrà fatto torcere il naso, in quanto eccessivamente artificioso e forse banale, tutta la trama si capovolge. Non c’è da preoccuparsi, non verrà narrato.

Difetti, e non solo

Marc Forster, regista, tra gli altri, anche di “Monster’s Ball” (la cui protagonista, Halle Berry, ebbe l’Oscar) e di “Il cacciatore di aquiloni”, calibra bene la dimensione psicologica distinguendola da quella quasi parapsicologica che lascia un po’ l’agrodolce in bocca nelle ultimissime battute. Con un montaggio incrociato e forse confuso che a volte sembra lasciar prevedere un finale alla “Fight Club” (fortunatamente evitato), “Stay” è un grande film psicologico in cui la regia competente sfrutta le geniali scenografie dall’architettonica quasi grottesca e psichedelica per dare un senso di labirintica alienazione che rapisce lo spettatore. Il fascino estetico non supera troppo quello contenutistico: la disperazione interiore di un ventenne costruita con surreali rimandi (non ripetitivi) ai frammenti del suo Es che costituiscono desideri e incubi, labirinti, spirali (sono vari i riferimenti vaghi e forse involuti a “Pi greco – Il teorema del delirio” di Darren Aronofsky), rappresentati tutti in una confezione non leccata, credibile anche quando gli effetti speciali o l’ottima fotografia in digitale prende il sopravvento sul resto.
Purtroppo è raro che un film sia perfetto: esteticamente, tecnicamente e contenutisticamente è un ottimo film, ma scade sin troppo sulla sceneggiatura, che non solo ha difetti inevitabili come quello di non far tornare tutti i conti in una trama così intrisa di sapore onirico e confuso anche se così bene concretizzato, materializzato, ma soffre anche di problemi nella costruzione psicologica che dovrebbe essere il punto forte. In quanto tutto gira sulla mente di Henry, perché sin dall’inizio sembra che tutto giri sulla mente di Sam? Forse c’è di mezzo una qualche mezza finezza che noi miseri mortali non possiamo comprendere, o forse è semplicemente un errore (imperdonabile), ma forse ancora è semplicemente un modo per presentare Henry anche sotto la forma di ciò che lui immagina davanti a sè, e non di quello che lui è, che si materializza in Henry stesso.
Ci sono vari leitmotiv: il dejà vu, le già citate costruzioni architettoniche alienanti, e soprattutto il concetto di ‘aprire gli occhi’, nelle accezioni negative (aprirli e morire) e in quelle positive (aprirli e vedere il mondo), ma anche il concetto di ‘doppio’ (Henry è un doppio di Sam – o forse viceversa – come Athena è un doppio di Lila – o forse viceversa –). È un film che, per essere compreso completamente, va visto più di una volta. Non mancherà chi però troverà sgradevoli i pregi maggiori, ovvero regia e montaggio, classificandoli “da videoclip”, o trovandoci qualcosa che emuli “Assassini nati” di Stone o addirittura “Insomnia” di Nolan o ‘certe produzioni scialbe di Mtv’ (cito alla lettera una recensione profondamente negativa trovata su mymovies.it), ma bisogna ricordare anche che se queste caratteristiche sono create per formare un connubio tra l’artificioso del videoclip e il profondo della trama (situazione che si crea anche in almeno due film di Fincher, “Fight Club” e “The Social Network”, anche se in quest’ultimo il montaggio è già più filmico), in modo da formare una storia metafisico-psicologica dalla finzione palesemente evidente, la scelta sperimentale può anche essere decisamente riuscita.
Non è un film per tutti, e chiaramente chi non lo apprezza non va considerato “chiuso mentalmente”, ma è sicuramente un ottimo esercizio di psicologia filmica, forse vagamente patinato ed errato, ma più profondo ed interessante di “Il Sesto Senso” e di vari suoi derivati. Per renderlo un film valido, comunque, basta l’interpretazione di Ryan Gosling: l’attore migliore della sua generazione, che riesce sempre a restare sotto le righe rimanendo credibilissimo, qui più che mai, anche se aveva già rivelato di essere bravo in “The Believer” e avrebbe dimostrato il suo meglio in futuro grazie a “Half Nelson”, “Drive” e “Le Idi di Marzo”. Aspettiamo di vederlo in coppia con Rooney Mara in uno dei nuovi progetti di Terrence Malick: “Lawless”.

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San Patrizio

briacometro

Oggi è la festa di Maewyin Succat, noto ai più come Patrizio d’Irlanda (Bannaventa Berniae, 385 – Saul, 17 marzo 461): dedichiamo l’immagine a tutti gli irlandesi, siccome noi che gestiamo questo sito siamo sbevazzoni.
Trattasi di un ubriacometro e dovrebbe misurare la quantità alcolica ingerita. Sapere l’inglese non importa: il livello più basso è “sobrio”, il più alto “irlandese”.

Teoria delle stringhe e buoni libri, tra Kafka e “paura e delirio”

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String theory ha realizzato una notevole promo animata per Goodbooks International, un sito che devolve il 100% dei suoi profitti ai progetti benfici realizzati da Oxfam. Nelle loro parole:

Il modello di Buoni Libri è semplice. Ogni volta che qualcuno compra un libro attraverso il sito Goodbooks International, il 100% del profitto di ciascuna vendita va al sostegno di comunità bisognose attraverso i progetti Oxfam.

Costo delle operazioni: zero. Stipendio per chi lavora a Goodbooks: zero. Anche String theory ha donato la propria opera in questa animazione, che fa girare il delirio di Hunter S. Thompson (quello di Paura e delirio a Las Vegas con Depp, per capirsi) intorno al delirio della Metamorfosi di Kafka.
Il sito di Goodbooks, eccolo prima di eccolo.
Buona visione (è un delirio)!

 

TEORIA DELLE STRINGHE E BUONI LIBRI

 

 

The living and the dead: viaggio isterico indie nei meandri della follia

La scoperta di “TLTD – The Living and the Dead”, grande piccolo film underground partorito nel 2006 dalla mente dell’inglesissimo Simon Rumley, è stata un processo lungo che va a ripescare perfino Pasolini, con il suo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Spero mi verrà perdonata la parentesi personale, ma è utile per capire un equivoco cui questo film va spesso incontro.
Condividendone una (scabrosa) scena su Facebook, fui riempito di commenti del tipo “Il film visceralmente più disturbante che io abbia mai visto” (“del tipo” fino a un certo punto. La citazione è testuale). In quanto il termine ‘disturbante’ si può leggere in svariate maniere, ho cercato di capire cosa intendesse con una ricerca “in tono”, chiedendo a YouTube playlist liste dei ‘most disturbing movies’.
digressione ma non troppo Tra l’altro, in queste liste, ho scoperto sia dell’esistenza di ottimi film (tra i quali “Gummo” di Harmony Korine, 1997, e “Martyrs” di Pascal Laugier, 2008), sia dell’esistenza di vere porcate prive di senso o scopo, ovvero i finti snuff movies (per chi non lo sapesse, gli snuff movies sono film girati con la telecamera a mano in cui l’evento violento che succede sullo schermo in realtà è successo davvero, mentre i finti snuff movies sono film che cercano di emulare lo stile degli snuff movies. Lo scopo? Nessuno) fine ma non troppo della digressione
“Salò” era, in effetti, in molte di queste liste (e ragionevolmente), spesso nelle prime 5 posizioni. Ma un film che trovavo sempre era l’orribile “August Undergdound”, serie Z appartenente alla categoria ignobile dei finti snuff, invedibile per intero. Per informarmi a riguardo, sono incappato nel meraviglioso sito di recensioni principalmente horror ‘eXXagon’s reXtricted’ (che tra l’altro in una recensione si è lamentato del fatto che la sua recensione più visualizzata era quella di “August Undergound”). La prima particolarità del sito è il fatto che ogni film ha una tabella che indica vari livelli di ‘eccessi’ nel film: quanto è strano da 1 a 5, quanto sesso c’è da 1 a 5, quanta violenza, quanto sangue, quanta suspense. E, in base a questi valori, il visitatore può cercare film in base alle proprie richieste. Essendo io un grande fan del regista David Cronenberg, ho cercato recensioni dei suoi film, notando che il valore di ‘stranezza’ (Weird Level: il cinema weird è, in effetti, una specie di genere derivato del surrealismo) dato al film “Videodrome” (1983) era di 3 su 5. Apprezzando molto il film, ho cercato altri film analoghi, e quello che ha più destato la mia attenzione è stato “TLDT”. Dopo lungo cercare, ho comprato il dvd e l’ho visionato. E fine della parentesi personale. Veniamo all’opera.
La trama è apparentemente semplice: Nancy (Kate Fahy) è malata e ha bisogno di cure. Suo marito Donald (Roger Lloyd Pack) è in crisi economica e la sua vita da alto-borghese benestante sta per finire, per cui è costretto più volte ad andare per periodi medio-lunghi fuori dalla loro villa. Il figlio James (Leo Bill), ritardato e dipendente da farmaci, quando sente che il padre deve partire di nuovo, pensa di riuscire a ‘tenere a bada’ la madre tutto da solo, dimostrando al padre di essere efficiente come ‘uomo di casa’. Il problema è che il giorno dopo in casa, per dare appunto questa dimostrazione, deve mantenere fuori casa l’infermiera Mary. In preda ad allucinazioni causate dai medicinali, ossessionato dall’infermiera Mary, schizofrenicamente bloccato a causa della sua malattia mentale, tutto ciò che fa per aiutare la madre alla fine non fa che metterla in grande difficoltà fisica. E ciò avrà ripercussioni pericolose.
Sul valore dell’opera, la locandina parla forte e chiaro: su tutto il poster non ci sono che elogi, attorno all’immagine agghiacciante di un corpo in posizione fetale soffocato sotto le coperte, tra Jeremy Knox che scrive “Uno dei film più belli che abbia mai visto”, alle varie valutazioni monoverbali di siti e riviste varie (“Capolavoro” – Channel4; “Eccellente” – Ain’t it cool news; “Terrificante” – Twitch film; “Potente” – Dread Central; “Brillante” – Zone Horror; “Disturbante” – Fangoria; “Visionario” – Splatter Container; “Stordente” – Metro; “Straziante” – Film threat; “Meraviglioso” – Eat my brains). Sul sito Rotten Tomatoes, che raccoglie le recensioni di critici americani professionisti, il 90% dei critici danno recensioni positive. Ma chi è il regista Simon Rumley? Difficile rispondere: “TLTD” è il suo film più noto, vincitore di 5 premi Austin Fantastic Fest: film, regia, trucco, attore protagonista (Leo Bill) e attrice non protagonista (Kate Fahy).
Brillante mix di grottesco e realistico, verso la fine diventa iperrealistico nella violenza malsana e perversa, almeno come la coincidenza che ha portato alla creazione della pellicola: la morte della madre del regista/sceneggiatore, accaduta il Giorno della Mamma. Come si legge anche su ‘eXXagon’s reXtricted’, ad aiutare la madre malata del regista vi era anche una zia malata anch’ella, tant’è che Rumley si era autodefinito l’unico vivente nella casa dei morti, da cui il primo titolo pensato per il film: “The Living in the Home of the Dead”. Qui l’unico vivente sembra essere il povero Donald, che, alla fine, vittima della viscerale malattia collettiva del resto della famiglia, diventa anch’egli malato. Il gioco mentale che pone il regista è sadico: un continuo scambio di ruoli, in cui Leo Bill (sopra le righe ma bravissimo) è una vittima di sè stesso che, respirando soffocatamente, fa scendere lentamente negli Inferi sè stesso e la madre.
Dramma edipico? Forse. Umano? Sicuramente. È un esercizio di stile, di (vaga) tensione, lento nella prima parte, assurdo e surreale (con strizzate d’occhio a Lynch) nella seconda. Almeno quattro grandi idee cinematografiche: la recitazione di Roger Lloyd Pack verso la fine, in cui ha completamente perso la testa; l’idea di velocizzare le scene in cui Leo Bill cammina per la villa, facendo assumere ad esse un tono moderno e inquietante grazie alla frenetica musica industrial (che si oppone al malinconico brano di pianoforte che sovrasta il resto del film); la scena del sogno di Leo Bill immerso nel bianco, nel quale si può trovare la chiave del tutto (il viaggio di una mente sofferente alla ricerca della propria autoflagellazione finale, al limite tra perversione e umanità); la scena delle scale in cui si incrociano passato decadente e presente decaduto, rappresentati l’uno da Leo Bill completamente fuori di matto, l’altro da Roger Lloyd Pack al suo primo attacco di violenza.
Tristissimo, straziante, dolcemente inquietante, inafferrabile, forse indimenticabile, può commuovere, disgustare, disturbare, rattristare e scombussolare. Sicuramente “TLDT” non è un film facile da dimenticare: la sua violenza fredda ha un perché che nel suo eccesso trova la sua ragione di esistenza. Laico e disperato, almeno ha fatto conoscere anche fuori dai circuiti underground il giovane Leo Bill: dopo aver avuto un piccolo ruolo nel noto horror “28 giorni dopo” e dopo questo film, ha avuto ruoli minimi in film di Tim Burton e di David Fincher. Si spera per lui un futuro migliore da quello del suo personaggio.

7isLS

Google, l’odio, il velociraptor e le banane

«Hai provato su Google?». Quando non si trova un’informazione, la risposta sembra sempre essere dietro la maschera del più famoso motore di ricerca, così famoso da essere diventato -in inglese- persino un verbo («Nessuno ha mai detto yahooare», ha fatto notare qualche non amatore dell’altro motore di ricerca più famoso). Sempre più raffinato, da un po’ basta iniziare a digitare i termini di ricerca che subito Google suggerisce i più probabili termini che andranno a compleatare la domanda.
Sì, vabbe’.