Giammai pronunziai giuri / No promise have I made

maigiuri

(Traduzione curata da Mastro Giulio di No promise have I made degli Husker Du – cliccare sul titolo per il testo originale)

Amaro carme d’amore ed incomunicabilità, nel quale più che un rifiuto di responsabilità da parte della voce narrante sembra riscontrarsi un fraintendimento totale fin dall’inizio.

GIAMMAI PRONUNZIAI GIURI.

Ah! S’io potesse mutar lo mio core,
ovver potess’io mutarvi, che mai
mutarìa? Nulla: cessate ìl timore
or che sate[1]: giuri mai pronunziai.

Novella ditemi o nova menzogna,
le vostre spemi troppo in alto furo:
del tradir vostro affrontai la vergogna,
che chiedete? Giammai pronunziai giuro.

V’è di verde, d’albo[2], pur d’auro un poco,
ma a voi lassai i più luminosi e puri
colori. Mercè devi pur nel gioco
felice[3]; ma giammai pronunziai giuri.

***********

[1] Sapete. [2] Bianco. [3] Frase oscura: potrebbe intendersi come “la tua buona fortuna è avere una fortuna da pagare”, o anche “questa è la tua buona fortuna, ma c’è un prezzo da pagare”. Al lettore…

L’arte allora e l’arte oggi

Ha ormai assunto le dimensioni di un piccolo fenomeno, e il tema è uno di quelli buono per le chiacchiere su un autobus e su quelle serie daverio. E’ una coppia di immagini,  accompagnate da due scritte e sta facendo il giro della rete. L’immagine sopra è presentata dalla dicitura L’arte, allora, mentre l’immagine sotto è presentata dalla scritta L’arte, ora. Il concetto più o meno è questo: prima pittori e scultori erano sempre più bravi di un pubblico cui comunicavano immediatamente qualcosa di bello (magari doloroso o triste o epico o fronzoluto, ma bello); oggi pittori e scultori hanno un’idea e la mettono in scena come chiunque altro potrebbe fare. Alcuni, almeno (Bansky non è così, tanto per dirne uno fra molti – anche se sbaglio sempre a scrivere il nome. Banksy, dio diavolo). Allora, tanta di quella di oggi è vera arte o vera fuffa?
Ai posteriori l’ardua sentenza.

(Ma andate a lavora’)

Firrai ne le larme / You’ll end up crying

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(Traduzione curata da Andrea “Valerio” Del Cantone di You’ll End Up Crying degli A-Ha – cliccare sul titolo per il testo originale)

In questa lirica la voce narrante squaderna una disamina impietosa di una serie di aspetti della vita dell’amata, finché l’ultima strofa non rivela che tale disamina non è del tutto disinteressata.

FIRRAI NE LE LARME

Ne le larme firrai [1],
di tu’ matre li rai [2].
Te stessa mirar: fingi
che impossanza stringi.

Porria ser [3] ito mejo,
ovver ser ito pejo:
tu te stessa potresti
ser stata, et nollo stesti.

Ne le materne braccia
infanzia ti fu sdiaccia [4]:
niun loco ove cader
niun loco ove sbader [5].

Or che t’aderpi [6] alfine
tien delle Parche ‘l crine:
prendendo tutto teco,
vita, se’ tu sol fleco [7]?

Ne le larme firrai,
di tu’ matre li rai,
di quel dolor patendo,
ove null’è difendo [8].

Tutto potè ser mejo,
o ser già stato pejo:
smarrita nel tu’ amor
per tener ancor maggior [9].

Già che t’aderpi fora
saper dovresti ora:
ne le larme firrai
ovunque t’addurrai [10].

Tu tra braccia di madre
cader tien per bugiadre [11],
or che fora t’elevi
ver lo cader t’allevi.

Ne le larme firrai,
di tu’ matre li rai,
fu qualcosa già perso,
sino dall’alfa averso [12].

Tutto potè ser mejo,
o ser già stato pejo:
et quivi torra’ stretto
di me ‘l bisogno netto.

********

[1] Finirai. [2] Occhi. [3] Essere. [4] Si scongelò l’infanzia: crescesti. [5] Svanire. [6] Scalare con difficoltà, arrampicarsi. [7] Flessione, cedimento. [8] Difesa. [9] Ancor di più. [10] Recarsi, tendere verso un luogo. [11] Bugiadre: cadere è bugiardo, impossibile. [12] Alfa: la prima lettera dell’alfabeto, vale “dall’inizio”; averso: mancante. [13] Torra’: avrai.

Il palco di Jovanotti e le “M&M’s” marroni

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Francesco Pinna, 20 anni, è morto e altre sette persone sono rimaste ferite, due mesi fa nel crollo avvenuto durante il montaggio del palco del concerto di Lorenzo “Jovanotti” al palasport di Trieste. A crollare, a quanto pare, sarebbe stato il «ground support», un’impalcatura che alloggia altoparlanti e riflettori. L’indagine, a quanto è dato sapere, è ancora in corso e sono stati spediti nove avvisi di garanzia a dirigenti e funzionari delle ditte incaricate di realizzare il palco in acciaio. Qui non si intende indicare responsabili, o individuare responsabilità sull’incidente, ma cercare di dare un piccolo contributo perchè fatti del genere non si ripetano più. L’allestimento dei palchi dei concerti è da almeno vent’anni un lavoro particolarmente delicato, perchè il tempo a disposizione è sempre ristretto e perchè le attrezzature sono sempre più complesse. Proprio per questo, e visti i numerosi problemi, i Van Halen inserirono nei contratti dei loro concerti la clausola I26 che richiedeva nel back stage “una ciotola piena di M&M’s senza confetti di colore marrone”. Il fatto è raccontato da David Lee Roth nella sua autobiografia, ma è stato ripreso con intenti diversi da Atul Gawande nel suo recente “Checklist“:

I Van Halen furono la prima band ad affidare al terziario, ad aziende di servizi, produzioni enormi. Arrivavamo sul luogo dei concerti con nove Tir carichi di attrezzature, quando in media gli altri gruppi rock si servivano al massimo di tre furgoni. E gli errori tecnici erano innumerevoli – le travi non reggevano il peso, il pavimento cedeva, le porte erano troppo piccole per farci passare i macchinari. La quantità di attrezzature e di addetti era così spropositata che l’atto integrativo del contratto di produzione sembrava un volume delle pagine gialle cinesi”. Ed ecco allora che in mezzo a quella foresta di codici e codicilli aveva fatto nascondere, come una minuscola cartina al tornasole, l’articolo I26, ovvero la clausola che proibiva le M&M’s marroni. “Quando arrivavo nel backstage, se nella ciotola vedevo una caramella marrone, ci mettevamo a controllare riga per riga l’intera produzione. Stai tranquillo che sarebbe spuntato un errore tecnico… Stai tranquillo che saremmo incappati in qualche problema.

Quel codice, quindi, non era un capriccio da star, ma serviva a verificare che tutto fosse fatto con la massima attenzione. E’ evidente che a Trieste, invece, qualcosa non ha funzionato, e che se la si archivia come “tragica fatalità” si rischia che possa capitare nuovamente. Certi lavori vanno fatti con la dovuta attenzione, non solo nei palasport, e Gawande spiega nel suo libro quante vite si possano salvare grazie ad un approccio diverso e alle checklist, ma su questo torneremo. Intanto, la clausola I26 andrebbe imposta in tutti i contratti per i concerti, magari cambiando il colore degli M&M’s, per evitare che qualcuno faccia il furbo.

ON LI
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Memo: realizzare la scadenza

memoscadenza

I memo (in inglese post-it) sono quei foglietti colorati, spesso gialli come l’evidenziatore più diffuso, con cui si prende nota di qualcosa da ricordare e che, grazie a una parte adesiva, si possono appiccicare al frigo, sotto lo schermo dell’elaboratore, sull’uscio di casa, su una parete….
La tecnica di ripresa a passo uno (in inglese: stop motion, potremmo dire “fermoto” in italiano), resa famosa da Willy O’Brien e Ray Harryhausen in pellicole come Il mondo perduto e King Kong (1925 e 1933, rispettivamente), consiste nel mettere in sequenza un numero di fotogrammi compreso tra 24 e 30 in cui in ciascun fotogramma appare un’immagine lievemente diversa dalla seguente; l’insieme delle immagini, nello scorrere, danno l’idea del movimento. Più sono le immagini, più danno l’idea. Un esempio recente è Coraline.
Bang-yao Liu ha messo insieme queste due cose e, in un progetto per il Savannah College of Art and Design, ha voluto mettere in scena il fatto che “ogni volta che sono superoccupato, più che con i lavori che devo fare mi pare di lottare con i memo e la scadenza”: di qui l’idea di trattare i memo come fossero pixel.
Memo: guardate anche il video, sotto al primo, che mostra come è stato realizzato Scadenza (in inglese, Deadline).

 

SCADENZA

 

SCADENZA, COME SI E’ REALIZZATA

Scudami / Gimme shelter

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(Traduzione curata da Mastro Giulio di Gimme Shelter dei Rolling Stones – cliccare sul titolo per il testo originale)

In tempi di crisi, un carme che ben esprime il senso di minaccia che grava sui nostri cuori, ma che ne finale sa anche esprimere la speranza di una vicina salvezza, tipicamente nell’amore.

SCUDAMI.

Or mira, ahi lasso! la procella[1] insidia
mia vita! Inver, se ratto non riparo
svanirommi. La bellica falcidia,
fanciulli, dista non maggio che sparo[2].

Or mira ‘l foco ch’invade la via
che par di bragia tappeto rubente[3];
folle ora è ‘l toro, non sa ove si sia,
stupro e occision ormai distano niente.

Or mira l’alluvion che la mia vita
insidiando va, minacciosa e trista;
scudami[4] o svanirò, te cheggio aita[5]:
l’amor, sirocchia[6], or sol un bacio dista.

*********

[1] Tempesta. [2] Non più che un colpo di spingarda. [3] Rosso. [4] Dammi riparo, protezione. [5] Chiedo aiuto (te=a te). [6] Sorella

Chi copia Disney? Disney

chi_copia_disney

I cartoni di Walt Disney sono inimitabili. In molti ci hanno provato, ma quanto ai risultati… E sembra incredibile che il primo cortometraggio Disney, Biancaneve e i sette nani, risalga al 1937, da tanto pare «moderno». E se si fa una mossa orwelliana e si invertono le ultime due cifre dell’anno, si ottiene il 1973: anno in cui uscì il cartone Robin Hood, grazie al quale Biancaneve mostra tutta la sua modernità: in casa della volpe sono rifinite alcune scene prese di pacca dall’illustre antenato settenanuto. E non è l’unico caso. I cartoni della Disney sono inimitabili, ma riutilizzabili. Da Disney. Però son tanto belli: chi se ne frega?

 

DISNEY SI COPIA

 

DISNEY SI RICICLA

 

DISNEY SI RIUSA

Più non vo’ discorrer teco / Never talking to you again

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(Traduzione curata da Mastro Giulio di Never talking to you again degli Husker Du – cliccare sul titolo per il testo originale)

Non è chiara l’origine del dissapore narrato in questa lirica, ma sembra contemporaneamente essere riconducibile all’ambito amoroso e adattabile a molte altre situazioni.

PIÙ NON VO’ DISCORRER TECO.

I’ avrìa cose da dir, porre quistioni;
ma lasso! giammai vo’ discorrer teco.
Quistioni onde i’ esporrerei ragioni,
ma scelsi: più non vo’ discorrer teco.

No, teco non discorro, ché esta cosa
d’usare vano ‘l tempo nel cercare
con voi, fuggiasca, ancor di favellare
seccòmmi[1], e me risulta vieppiù odiosa.

Te menerei ov’è tuo proprio loco[2],
ma no, ché più non vo’ discorrer teco;
chiaro farìa ove tuo cuito è poco[3],
ma ho detto: più non vo’ discorre teco.

Son saldo in cor, saldo consiglio[4] presi:
giammai e poi mai vo’ favellare teco;
caro m’è Crono, già troppo ne spesi
all’uopo vano di discorrer teco.

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[1] Mi ha seccato. [2] “Ti rimetterei al tuo posto”, verbalmente, s’intende. [3] “Renderei chiaro dov’è che hai torto”, anche qui parlando. [4] Decisione.