20 film essenziali

Intro

Per ogni critico, il concetto di oggettività è sempre stato quanto di più spinoso e discutibile, e il cinema non fa eccezione (“l’oggettivo è soggettivo”, dice Allen in Amore e guerra). Per esempio, vi sono registi molto discussi (uno su tutti: Lars Von Trier) che hanno da una parte fan anche intelligenti e colti che ne ammirano l’originalità e lo stile e dall’altra detrattori anch’essi spesso intelligenti e colti ma scatenati nel denunciarne la stupidità. I veri capolavori del cinema, per essere precisi da un punto di vista oggettivo, sono quelli che non solo sono girati bene ma che sono anche riusciti ad avere influenza sul panorama cinematografico mondiale a partire dalla propria uscita. Quindi sono davvero pochi.
Ecco quindi una lista, basata su parametri il più possibile obiettivi, di una ventina di titoli “ben girati” (è il men che si può dire) il cui impatto culturale ha percosso e percorso (o lo farà prevedibilmente fino alla certezza) il cinema in senso generale. Alfabeticamente, scorrono i titoli qui in coda, con una piccola descrizione per ciascuno:

1-5

Apocalypse now
“Apocalypse Now” è indubbiamente uno dei più grandi film di guerra di sempre. “Di guerra” ma non solo, in quanto è riuscito a dare a “film di guerra” un significato più profondo, trasformando la lotta fisica in lotta psicologica, mentale, interiore. Anche solo l’idea di trasporre “Cuore di tenebra” in ambiente bellico moderno è geniale. Dalla sua uscita, ovvero dal 1979, in poi, fare un film sul Vietnam o in generale su qualsiasi conflitto fisico era impossibile senza fare i conti con il capolavoro di Coppola. Estetizzante ed estremo, ma in maniera ‘diversa’. In futuro, registi eccelsi (anche più di Coppola) come Kubrick e Malick hanno provato a fare film di guerra e, pur con ottimi risultati, non sono riusciti ad eguagliare la perfezione estetica del viaggio di Martin Sheen attraverso il Vietnam, con lo scopo di raggiungere il calvo e grasso Marlon Brando, reso grottesco dalla fotografia (vittoriosa agli Oscar) di Vittorio Storaro. Nota e ottima anche una versione “Redux” che dura tre quarti d’ora in più. Nella colonna sonora splendida si va da Wagner ai Doors, ed entrambi creano un ottimo connubio con le immagini.

Casablanca
Curtiz è un regista noto praticamente solo per questo suo noir sentimentale che vinse tre importanti Oscar (film, regia, sceneggiatura) nel 1944. Tratto da un’opera teatrale, non è poi tanto difficile capire cos’ha di più rispetto ai vari altri grandi film d’amore, come “Via col vento” o “Jules et Jim”: il finale. 10 minuti strazianti e cattivi, poco stucchevoli, che esaltano la fotografia di Edeson trasformando il personaggio di Rick in un eroe etico, un esempio per gli americani e per tutti di come trattare con l’amore e con i sentimenti, sepolti nella nebbia. Pieno di frasi ‘cult’, è un grande film non in senso vero e proprio dell’influenza quanto nel senso dell’originalità in rapporto alla fama e al suo essere anche ai giorni d’oggi l’esempio più affascinante e oscuro di film romantico.

La corazzata Potëmkin
È un gran peccato che il corto ed enfatico secondo film di Ejzenstejn sia ricordato in Italia soprattutto per la battuta fantozziana che lo definisce ‘Una cagata pazzesca’ nel suo “Il secondo tragico Fantozzi”. Lì, però, Villaggio, come i 92 minuti d’applausi che vengono dopo la sua affermazione. si riferisce ad una parodica “Corazzata Kotiomkin”, anche se l’attacco (finto) al cinema d’autore è più che altro una vendetta metaforica dell’uomo medio verso una cultura intellettuale dall’atteggiamento snob. Detto questo, “La Corazzata Potëmkin” è comunque il film politico più noto d’Europa ed il film più importante in assoluto per l’evoluzione del montaggio nella storia del cinema (come si rammenta anche nel citato “Fantozzi”). Notare, inoltre, come non ci siano personaggi protagonisti veri e propri: il protagonista unico è l’evento narrato. Muto.

La donna che visse due volte
Alfred Hitchcock è indubbiamente uno dei registi inglesi finiti negli Usa che verranno più ricordati in assoluto. Ma se i suoi film più famosi sono “Psyco” (titolo originale: Psycho. Mistero dei produttori italiani), “Rebecca, la prima moglie” (Oscar al miglior film), “Io ti salverò” e “Gli Uccelli”, il suo film più profondo ed influente rimarrà “La donna che visse due volte”. Scottie, interpretato da James Stewart, è vittima di sogni, doppi sogni, paure, allucinazioni che si rivelano reali, inganna sè stesso, scopre una nuova realtà attraverso sè stesso, la distrugge e scopre per sè una nuova identità. Raccontando un’evoluzione psicologica unica (e strizzando l’occhio a Freud), Hitchcock diventa narratore in prima persona della storia di Scottie fino a che la storia non si divide in due, ed il film non è più un film su un mistero ma un mistero trasformato in film: il mistero dell’amore. Geniale l’analisi del filosofo/psicanalista Slavoj Zizek nel suo “The Pervert’s guide to cinema”.

2001: Odissea nello spazio
“2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick ha sulla storia della stessa fantascienza la stessa importanza che ha Gesù sulla storia della religione. Anche passati quasi 45 anni dalla sua uscita, rimane il film di fantascienza più acuto, adulto, visionario, innovativo, (implicitamente) violento, universale e potente di sempre. Monolitico -è il caso di dirlo?- esempio di come il cinema è maniera di esprimersi unica a causa della presenza del movimento delle immagini, rappresentazione dell’estremismo dei mezzi artistici nella costruzione di tempo e spazio. Un Oscar agli effetti speciali (l’unico Oscar mai avuto da Kubrick in persona: che vergogna. Hitchcock invece ne ha avuto uno come produttore: che vergogna) per uno dei film che sintetizzano con maggiore intensità le paure e i desideri degli uomini di fronte al progresso, alla strumentizzazione dei mezzi, al monolitico concetto di Dio che esiste in quanto ne esiste l’idea (Spinoza), all’eterno ritorno dell’uguale (Nietzsche), all’Uno (l’uomo, Dio, l’astronave, il monolito, la scimmia, il pianeta, il feto – la solitudine) come il principio indicante l’unità del Tutto e forma di libertà (Plotino), sia nella forma di inizio, platonicamente, che sotto forma di fine, in maniera più hegelista. Considerato da alcuni come il miglior film mai girato, è sorprendente quanto più volte si vede più acquista e perde significato allo stesso tempo. Hal 9000 è l’oggetto kubrickiano assoluto, forse quello che più rimarrà impresso nei decenni, o nei secoli, anche più del monolito.

6-10

Freaks
“Freaks” non è poi, tra i ‘mainstreamers’, così noto. Ma tra chi naviga nell’horror d’autore è il punto di riferimento assoluto. In bianco e nero, partorito nel 1932 dalla mente di Tod Browning (che però aveva fatto di meglio con il muto “Lo Sconosciuto”), tratta della storia d’amore circense tra un nano ed una donna d’altezza normale che in realtà vuole solo i suoi soldi per spassarsela con il suo vero fidanzato. La particolarità principale è che sono presenti vari nani, microcefali e esseri umani deformati che non sono tali sono all’interno del film ma che anzi hanno tali deformazioni nella vita reale. Non è un film commerciale e tendente a sfruttare l’effettaccio nel suo essere scioccante come può esserlo “Mondo Cane”, in quanto il tocco di Browning non è privo di compassione e sentimento di uguaglianza che poi, nel finale, si trasforma in qualcosa di più: il mostro buono trasforma il normale cattivo in un mostro privo di superego. Ponendo il terrore di fronte ad un bivio etico, “Freaks” rimane uno dei film più estremi della storia del cinema ed un punto di riferimento per tutti i film provocanti.

Metropolis
Dopo “2001: Odissea nello spazio” e prima di “Blade Runner” è il film di fantascienza più influente di tutti i tempi. Con un budget colossale e ottimi risultati al botteghino, il film più noto (ma non più bello) di Fritz Lang è uno specchio delle aspettative di un’epoca e delle delusioni di una generazione, ma anche, involontariamente, della corruzione politica nel mondo dell’arte, in quanto la moglie del regista lo costrinse a cambiare il finale per rendere felici Hitler e Goebbels, facendo storcere il naso a dei grandi come Buñuel (il cui “Il fascino discreto della borghesia” occupa il 21esimo posto di questa lista e quindi, purtroppo, non verrà descritto), il quale lo definì retorico, banale, pedante, intriso di romanticismo superato, dotato di fotogenia plastica. Forse è Kitsch in alcuni punti, ma affascinante in quanto è un film fatto di decorazioni, o forse il film stesso è una decorazione, un pizzico delirante, volontariamente. Difficile da valutare, è un capolavoro nel senso stretto, non artistico, ma seminale.

Mulholland Drive
Incredibile come un film come “Mulholland Drive” di David Lynch in meno di 10 anni dalla sua uscita sia riuscito a scombussolare l’ambiente filmico in maniera assoluta. Oltre ad essere diventato un ‘instant cult’, ha il pregio di essere la summa dell’intera poetica filmica del regista, ma anche quello di poter cambiare notevolmente tono di scena in scena con riferimenti freudiani, aura di terrore sensuale e comicità grottesca, fino al finale tristissimo in cui la splendida fotografia di Peter Deming sprizza in un blu inquietante e disperato. Distinto in due parti, è, come “2001: Odissea nello spazio” e molti altri film di Lynch, proponibile con varie letture. È anche il suo film che più si avvicina all’atmosfera della sua serie Tv “Twin Peaks”, che ha in comune alcuni elementi della messinscena di sogni e incubi. Ebbe una nomination all’Oscar per la regia ma vinse Ron Howard per “A Beautiful Mind” – sigh – mentre Naomi Watts, attrice protagonista, pur avendo offerta una performance attoriale superiore ad ogni lode, fu completamente snobbata.

8 e 1/2
Il film di Federico Fellini vincitore dell’Oscar al miglior film straniero è quasi indubbiamente il film italiano più apprezzato dalla critica mondiale. Oltre ad essere il film preferito di molti grandi registi, uno su tutti Roman Polanski che lo considera il miglior film mai fatto insieme a “Quarto Potere”, è riconosciuto come il film di Fellini più personale ed estremo nella prosecuzione della sua poetica autoreferenziale. La storia è semplice: si entra nella testa di Fellini stesso, impersonato da un certo Guido interpretato da Marcello Mastroianni, un regista in crisi artistica che non sa come andare avanti con la propria carriera. Fellini non fa capire troppo la soluzione, che è il film stesso: un’autobiografia in cui non esiste il confine tra realtà, sogno e analessi. Mastroianni è bravissimo e l’idea fondamentalmente è geniale e incredibilmente innovativa. Ad alcuni può non piacere l’autocompiacimento di ogni singolo ‘arredamento’, metaforicamente parlando, o, meglio, di ogni singola soluzione visiva, ma si riconosce uno stile personale e divertente anche nei momenti drammatici. Se la scena finale è quasi commovente (e la musica di Nino Rota aiuta), il momento migliore è quando Guido s’immagina in mezzo a tutte le donne della sua vita: la moglie, l’amante, la donna grassa con cui perse la verginità e gli altri suoi oggetti del desiderio.

Il posto delle fragole
È il film più influente e importante di Bergman, il suo risultato più alto negli anni ’50. Non è il più cupo (“L’ora del lupo”), nè il più originale (“Persona”), nè il più famoso (“Il Settimo Sigillo”), nè il più bello (“Sussurri e grida”), ma senza di esso, anche “8 e 1/2” – e con esso, metà del cinema d’autore contemporaneo – non sarebbe mai esistito. La storia tratta di un uomo anziano, interpretato dal regista Victor Sjöström, la cui figura è ispirata in parte da Bergman, in parte da suo padre e in parte da Sjöström stesso, che parte per un viaggio attraverso la Svezia per ritirare un premio universitario. Nel viaggio, si imbatte nei suoi ricordi e nei suoi sogni – proprio come in “8 e 1/2” che sarebbe arrivato 6 anni dopo. Freudiano e disperato, è un film che parla del rimorso e del rimosso basandosi su tre blocchi narrativi che vengono scomposti e ricomposti dalla lenta regia e dallo splendido acting. Assolutamente fondamentale.

11-15

Quarto Potere
“Quarto Potere” è la quintessenza del cinema statunitense, spesso in cima alle liste stilate dalle cineguide o dalle riviste specializzate che trattano, appunto, dei migliori film di sempre. Con un taglio registico enfatico e geniale, Orson Welles dimostra come un 25enne alla sua opera prima può dirigere un film originalissimo e rivoluzionario, basandosi solo su un personaggio egoista ed irritante, Charles Foster Kane, interpretato da sè stesso attraverso la sua vita. Nel bianco e nero oscuro di Gregg Toland si dirama una trama, premiata con l’Oscar alla sceneggiatura per Welles (l’unica statuetta della sua carriera, insieme ad un premio alla carriera nel 1971, trent’anni dopo l’uscita del film) e il collega Herman J. Mankewicz, che ha un inizio ed una fine precisi, ricollegabili e ricollegati da un mistero dalla soluzione infantile, semplice e ormai storica.

Il film di Welles più acclamato dalla critica (insieme allo splendido “L’Infernale Quinlan” che comincia con uno dei piani sequenza migliori di sempre, della durata di tre minuti) è rivoluzionario perché ha cambiato il rapporto tra regista, interprete e sceneggiatore, riavvicinandoli e rendendoli, in questo caso, un’unica persona.

I 400 colpi
François Truffaut è quasi sicuramente il regista francese che verrà più ricordato in assoluto, a meno che Michel Hazanavicius, primo regista francese a vincere l’Oscar come miglior regista per “The Artist” giusto quest’anno, dopo quest’ultimo film non cominci a sfornare capolavori. Il suo film più noto e apprezzato è probabilmente “I 400 colpi”, raccontato attraverso gli occhi e la mente di un infante la cui infanzia è un’opzione più che un passato o un presente. Vivendo in una società degradata e sgradevole, Jean-Pierre Léaud, che potreste aver visto anche in “Ultimo tango a Parigi”, si cala nel personaggio di Antoine Doinel, povero adolescente vittima dell’alienazione della sua generazione, ruolo che avrebbe continuato a vestire in alcuni film successivi di Truffaut: “Antoine e Colette”, “Baci rubati”, “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” (titolo pessimamente tradotto dal francese “Domicile conjugal”) e “L’amore fugge”, infine, nel 1978. “I 400 colpi”, uscito nel 1959 e vincitore del premio a Cannes per la regia, è un film importante per l’immedesimazione dello spettatore con i personaggi.

I racconti della luna pallida d’agosto
Se ci sono due registi asiatici che verranno sempre ricordati, sono i giapponesi Akira Kurosawa e Kenji Mizoguchi. E se esiste un film di Mizoguchi che ha influenzato assolutamente il panorama filmico mondiale, è “I racconti della luna pallida d’agosto”. La trama è semplice: per far fortuna, due uomini e la moglie di uno dei due vanno via dal loro villaggio che è stato depredato dai samurai lasciandovi la moglie dell’altro con il figlio. Nessuno dei personaggi ha un destino completamente roseo. Nel maledettismo parapsicologico della storia che gira attorno ad uno dei due uomini vi è la morale (per modo di dire) del film: gli eventi hanno sempre una faccia comprensibile ed una non comprensibile, sia nei loro risvolti tragici che in quelli non. L’importanza del film è celata dietro le immagini, nella storia stessa più che nel modo di rappresentarla: mettere elementi fantastici in un film non fantasy l’avrebbe fatto divenire ben diverso.

Ran
L’altro grande regista giapponese è Akira Kurosawa. Ma se “Rashomon” e “I sette samurai”, considerati da molti i suoi film migliori, hanno avuto l’unico pregio di far conoscere un po’ meglio il cinema asiatico agli occidentali, il suo film di maggiore impatto ed influenza sulla cultura mondiale è quasi indubbiamente “Ran”, quasi un suo testamento, uscito nel 1985 dopo che la stessa formula (testo classico, in questo caso “Re Lear” di Shakespeare, trasportato in una cultura ed epoca differente, ovvero il medioevo giapponese) era già stata applicata da “Apocalypse Now” di Coppola, Palma d’Oro a Cannes, con “Cuore di tenebra” applicato al Vietnam. L’elemento rivoluzionario sta nel cambio continuo dei toni, del ritmo, delle scelte di regia, dello sfruttamento della psicologia dei personaggi, del finale ambiguo e principalmente disperato. I pregi principali sono tre: due vengono notati dal dizionario del cinema di Morando Morandini, “le sequenze di battaglia e l’interpretazione di Lady Kaede (Harada)”, il terzo è l’aura di pessimismo maledetto che gira attorno a quest’ode (in negativo) al genere umano, in cui regna il Caos, come recita il titolo.

Stalker
Se sono tre i film di Tarkovskij principali, sono “Stalker”, “Andrej Rubliov” e “Solaris”. Ma se quest’ultimi due hanno una fama rovinata dalla lunghezza e dai tagli nel caso del primo o dal remake di Soderbergh nel caso del secondo, l’unico motivo per il quale “Stalker” potrebbe avere una pessima fama è la lentezza delle sequenze, onnipresenti nel cinema di questo cineasta. Riassumendo, la storia è quella di un uomo che conduce uno scrittore ed uno scienziato in una Zona ignota dove, andando a passi lenti seguendo le orme di un uomo che ci passò tempo prima, si può raggiungere una stanza dove tutti i desideri possono essere avverati. Ma la Zona potrebbe essere una cialtronata, e la possibilità viene affogata dagli ambigui dialoghi sempre sul limite tra concreto e astratto che si creano tra i tre protagonisti. Visivamente scioccante, l’elemento innovativo è la finta immedesimazione di spettatore e regista con il protagonista, lo Stalker religioso che crede nella Zona con monoteismo fedele: sembra essere il meno ipocrita, eppure anche il più sciroccato, brutto e povero. Fotografia e scenografie di altissimo livello.

16-20

Giungi all’ultima cinquina, chi scrive si pente di non aver inserito altri 5 film dall’impatto culturale importante (“C’era una volta in America” per il rapporto storia-film, “Il fascino discreto della borghesia” per il parallelismo tra la critica sociale comica ed il dramma onirico, “Videodrome” per il rapporto metafilmico che si deve creare tra il corpo dello spettatore e il film, “Nosferatu il vampiro” per la formazione dell’horror, “Ladri di biciclette” per l’importanza del realismo). Ecco comunque gli ultimi cinque titoli:

Taxi driver
‘Cult’ già dall’uscita, violentissimo, discussissimo e tristissimo, il miglior film di Martin Scorsese offre un Robert De Niro depresso e solitario, avvolto dalla splendida colonna sonora Jazz di Bernard Hermann, che offre una delle performance attoriali maschili più grandi della storia. L’ambigua schizofrenia di Travis lo fa viaggiare come Caronte tra i vivi di un film a metà tra il western (“Sentieri selvaggi”) e il noir sull’insonnia e sul desiderio irrefrenabile di agire, senza veri motivi, come recita la locandina. Quattro nomination all’Oscar, la Palma d’Oro a Cannes e un successo commerciale formidabile per una sceneggiatura di Paul Schrader il cui pessimismo nel finale sfiora l’onirico: Travis è forse morto? Tutti i film con un protagonista assoluto, dopo il 1976, hanno dovuto rifarsi almeno parzialmente a “Taxi Driver”. L’esempio più lampante, formidabile e recente? Lo splendido neo-noir di Nicolas Winding Refn intitolato “Drive” in cui un Ryan Gosling apparentemente inespressivo ma pieno di sfumature interpreta un uomo solitario ed inquietantemente originale: ‘io guido, e basta’.

Tempi moderni
Tranne chi s’informa, pochi tra i giovani spettatori sanno che Charles S. Chaplin aka Charlie Chaplin, o meglio Charlot, è regista, sceneggiatore e interprete dei propri film (nonché spesso autore delle musiche): “Il grande dittatore”, piccolo capolavoro di satira che si conclude con un monologo dalla potenza verbale totalmente priva di ovvietà, “Luci dalla città”, commedia drammatica e romantica piena di giochi di sguardi e sorrisi, tutti partoriti dalla mente di un ometto basso e snello, spesso travestito da barbone, vincitore di un Oscar alla carriera a soli quarant’anni. “Tempi moderni” è il suo capolavoro in quanto si mette di fronte al presente e lo affronta con potentissima critica sociale ed un sorriso malizioso sul volto, una storia romantica umile e divertente, fusione di nostalgia e allo stesso tempo progresso. Come lui, nessuno, nè Buster Keaton nè Jacques Tati/Hulot.

Il terzo uomo
Nessuno, o quasi, si ricorda di Carol Reed. Peccato, perché con “Il terzo uomo” (spesso attribuito registicamente ed erroneamente ad Orson Welles che vi è presente solo come attore – ed è bravissimo) ha firmato un noir dal taglio espressionista in cui l’utilizzo della profondità di campo e della fotografia in funzione dei volti e degli spazi ha avuto un’importanza fondamentale per la storia dei noir e dei thriller (come “Nemico Pubblico” di Michael Mann e Johnny Depp che sembra partorito dalla stessa mente), ma, anche se non si nota, pure dei film d’azione. Di questa lista, forse è il film che ha avuto più importanza a livello tecnico e meno a livello contenutistico ed emozionale.

The Tree of Life
Pur essendo uscito poco meno di un anno fa, il film di Terrence Malick con protagonisti il giovane Hunter McCracken e la nuova promessa del cinema statunitense che risponde al nome di Jessica Chastain (qui più che mai solare e bellissima), è già storia. Forse ha avuto meno successo di pubblico di “La sottile linea rossa”, dello stesso regista, che però era a tratti retorico e programmaticamente commovente. “The Tree of Life”, invece, è il figlio diretto di “2001: Odissea nello spazio” ed è pure un film che da prima della sua uscita era destinato ad essere ricordato. Per cosa? Più per l’interpretazione virile e potente di Brad Pitt, per la figura materna della Chastain, per le sequenze ambientate nello spazio che ritraggono la nascita del Cosmo in rapporto alla nascita dell’uomo, per la regia immedesimativa, per la fotografia sorprendente di Emmanuel Lubezki (battuta agli Oscar da quella solo discreta di Robert Richardson per “Hugo Cabret 3D” di Martin Scorsese) o per le scenografie alienanti del grande Jack Fisk? Emotivamente, un’opera universale e assoluta; tecnicamente, fondamentale e valida.

Viaggio nella luna
Per concludere, un classico. Anzi, IL classico. Il primo esempio di Cinema con la C maiuscola (e per questo penso non sia difficile capire l’importanza della sua influenza): un corto di 15 minuti, diretto e interpretato da Meliés, muto, in bianco e nero, uscito nel 1906, ma già così pieno di sfumature, effetti speciali (memorabile la luna con la faccia, nel cui occhio finisce un missile), attori splendidi. Imperdibile e commovente, soprattutto per i veri cinefili, e quindi soprattutto per chi capisce, comprende e si emoziona quando si trova davanti a quella fabbrica  di sentimenti e di funzioni visive che è la gigantesca macchina del Cinema.

7isLS

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