Sotto al letto

Un corto di un minuto di Ignacio F. Rodo,vincitore del premio Filminute 2014.
«Papà, puoi guardare sotto il letto?».
La dimostrazione che basta un’idea, se è un’idea forte.
Per chi non capisce l’inglese, c’è la funzione «sottotitoli» subito sopra la barra di scorrimento del video.

Porte d’Antibes. 5. Fontane

Antibes è punteggiata di fontane, che offrono democraticamente a tutti fresca acqua di montagna, proveniente dai territori alle spalle della città. Così, in aggiunta alla vita che proviene dall’acqua del mare, c’è la vita dei campi e degli uomini che gode dell’agio dell’abbondanza d’acqua dolce.

Coloro che nel corso dei secoli, a partire dai Romani, hanno incanalato delle acque per portarle ad Antibes sono giustamente considerati benefattori e menzionati sulle colonne delle fontane. Uno di costoro è il colonnello d’Aguillon, che nel 1785 diresse i lavori per aumentare l’approvvigionamento idrico della città. Egli ispezionò i resti degli acquedotti romani della Bouillide e di Fontvieille e li trovò così ben costruiti che si limitò a completarli, invece di sostituirli.

Carla Muschio
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I 30 migliori album del 2016 + 1 – Parte 2

E siamo alla seconda parte. Via col tango, anzi: col synthpunk.

21-17

21. Matmos – Ultimate care II [musique concrète]

La musica elettronica minimalista e la musica concreta sono entrambi generi basati sostanzialmente sul creare una musicalità (anche implicita e non necessariamente basata sulla vera composizione di ritmo o musica) nell’uso o nel campionamento dei suoni degli oggetti e della natura. Insomma, è lo stereotipo del genere musicale che i puristi della classica, del jazz o del rock definirebbero “non musica”. Prendendo come esempio questa cosa, i Matmos hanno preso la definitiva e assurda parodizzazione della musica concreta per fare una delle suite più tamarre e mastodontiche del genere: Ultimate care II infatti è un brano unico di 40 minuti abbondanti, che si “racconta” attraverso i violenti e mai noiosi suoni che fuoriescono da una lavatrice, remixata su varie tracce audio in modo da comporre una traccia veramente solo e soltanto composta da questi suoni. Ma non è un disco particolarmente ostico e anzi nasconde bene la sperimentazione delirante grazie alla capacità sonora dei produttori: se non si sapesse qual è il concetto di base, si potrebbe credere che sia tutto fatto col sintetizzatore. E andrebbe bene pure così.

 

20. The I.L.Y.’s – Scum with boundaries [synthpunk]

Gli I.L.Y.’s sono composti da Zach Hill e Andy Morin detto Flatlander, entrambi membri dei Death Grips (rispettivamente batterista e tastierista), qui in ruoli diversi: Hill suona sempre la batteria, come faceva del resto anche negli Hella, ma suona anche la tastiera e canta, mentre Flatlander suona la chitarra e il basso. Come i Death Grips, gli I.L.Y.’s mettono online il materiale che registrano, peraltro sul sito dei Death Grips, gratis da scaricare, non facendo un soldo. Sono un gruppo inclassificabile per genere e per indipendenza: sono solamente un “affluente” meno estremo dei Death Grips o hanno davvero senso per conto loro? Secondo me, i due album che hanno rilasciato (questo e I’ve always been good at true love l’anno scorso) sono entrambi dischi potentissimi e necessari anche per capire meglio l’operazione artistica del gruppo principale, ma soprattutto sono due dischi che si rispecchiano l’uno nell’altro per sonorità e coesione: quanto il primo era un disco synthpunk duro come una roccia e disgustosamente autodistruttivo, così questo secondo disco è più malleabile e fragile ma anche depresso in maniera strisciante, sintetica, con momenti jazz giocosi e altri industriali a livelli gloriosamente violenti. O, se vogliamo usare una metafora tossica, il primo disco era cocaina, Scum with boundaries è MDMA. Starts with a C ends with a U è una delle canzoni più belle dell’anno.

 

19. Prince Rama – Xtreme now [dance pop]

Il principale difetto di Xtreme now è che il suo appeal e il suo fascino sono probabilmente incomprensibili e impenetrabili per chi non conosce già abbastanza bene le Prince Rama e il loro processo artistico. Scoperte da Avey Tare degli Animal Collective mentre suonavano in un bar texano nel 2010, le sorelle Larson, nate in una comune hippie indù, avevano già registrato Zetland (2009), un disco di folk psichedelico incredibile. Con l’arrivo degli anni 2010, le sonorità delle Prince Rama, ormai registrate alla Paw Tracks, si sono sempre più spostate dal folk alla psichedelia pura, pur non abbandonando le origini di musica tradizionale induista, soprattutto nell’uso del ritmo e della batteria (suonata da Nimai Larson). Con il concept album Top Ten Hits of the End of the World e poi Xtreme Now le sorelle Larson, insieme al chitarrista e tastierista Ryan Sciaino, hanno ormai definito una sonorità completamente legata solo e soltanto ad una specie di dance pop futurista e hippie, con testi dedicati all’idea di accettare la morte per godersi al meglio la vita, ma anche con una specie di nuova lettura “spiritualista” del futurismo secondo la quale l’arte e Dio coincidono, ma per essere veri esseri umani bisogna uccidere Dio e quindi non dare valore all’arte (per questo, sulla copertina del disco la Mona Lisa viene banalizzata come proiezione sui fondoschiena delle sorelle Larson, e nel video della splendida Now is the time of emotion si vede la distruzione di una mostra di arte in un piccolo museo). Musica, dunque, estremamente eccentrica pur essendo principalmente pop ballabile: estetica kitsch, postmodernismo (o, come dice Taraka Larson, “ghostmodernismo”), spiritualismo ed esaltazione degli sport estremi. Live, inoltre, sono coinvolgenti e divertenti come pochi altri gruppi, esempio il loro concerto d’inizio stagione autunnale al Locomotiv di Bologna.

 

18. Andy Stott – Too many voices [UK bass]

C’è poco da dire su Too many voices. Andy Stott è uno dei Grandi dell’elettronica moderna, un po’ come i più volte succitati Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never, Chuck Persons) e Venetian Snares, ma in maniera personalissima, non legata tanto ad un’estetica pura ed elettrizzata o puramente musicale quanto ad un fascino atmosferico che in ogni disco si ripete con lo stesso minimalismo grezzo che colpisce con forza fisica e quasi visiva. Più che mai però, Stott qui toglie importanza alla suggestione ambient dando molto spazio al ritmo e alla capacità di avvolgere in maniera imprevedibile, dando una dinamica progressiva ad ogni brano e creando una serie di pezzi che funzionano messi insieme. Too Many Voices impressiona con il proprio stile techno onirico. Cattura, seduce, fa innamorare. New Romantic è la canzone capolavoro.

 

17. Preoccupations – Preoccupations [post-punk]

Dopo aver pubblicato nel 2014 un disco d’esordio eponimo, i Viet Cong nel 2016 hanno annunciato il proprio cambio di nome in Preoccupations e con questa evoluzione del loro stile hanno rilasciato un album proprio con questo nome: e Preoccupations sostituisce il tono più noise del già triste disco d’esordio con una tonalità ancora più dark e personale, come per aumentare le tonalità gotiche e sintetizzate delle loro sonorità post-punk in direzione di un’atmosfera in cui si nota più la capacità chitarristica che la difficilmente non notabile attitudine alla nostalgia. I sintetizzatori funzionano benissimo con le linee vocali basse ma dolci e seducenti, colme di tristezza à la Ian Curtis senza essere troppo autodistruttivo, pacchiano o fuori luogo. Memory, con la sua durata spropositata, si dovrebbe porre come ideale seguito di Death, la traccia chiave dei Viet Cong; ma è il pezzo conclusivo del disco, Fever, che colpisce più a suo dovere i sensi.

16-13

16. The Gerogerigegege – Moenai Hai [noise/ambient]

I Gerogerigegege sono il gruppo più sperimentale della scena noise giapponese (detta anche “japanoise”), più folli dell’ostico Merzbow, più costruiti dell’indipendente Kazumoto Endo; passando dal punk all’harsh noise fino all’ambient, il gruppo figlio di Juntaro Yamanouchi era principalmente noto negli anni ’80 e ’90 per le esperienze live del gruppo, veri e propri deliri di masturbazione, auto-umiliazione, violenza e disgusto puro attraverso i quali l’ex frontman del gruppo, Gero 30, riusciva a rivaleggiare per violenza e coraggio il buon vecchio G.G. Allin. Dopo un disco del 1999, None Friendly, i Gerogerigegege sono scomparsi dalle scene, e i sospetti erano addirittura che Yamanouchi e Gero 30 fossero morti tanto sono stati per anni introvabili. Tutta via, per vie sinceramente a me sconosciute, è uscito un nuovo disco, Moenai Hai, sicuramente tra le uscite più serie e meno provocatorie della discografia del folle gruppo: composto sostanzialmente da due più o meno prolisse tracce ambient (la prima e la terza), da una suite oscenamente meravigliosa sospesa tra l’harsh noise e lo shoegaze (la seconda, che si chiama Gerogerigegege, risultando come una specie di manifesto “in ritardo” per il gruppo), e da un delirio di suoni che mischia l’elettronica più noise e inascoltabile alle ninna nanne. Risulta insomma come un disco oscuro, rovinoso, che crea atmosfera e caos, e che sicuramente avrebbe successo in qualche maniera live. Il mix tra le chitarre à la My Bloody Valentine e gli effetti elettrici stile motosega in Gerogerigegege è probabilmente la più insolita, monumentale e intensa decisione sonora del mondo (chiusissimo e angosciante) del japanoise.

 

15. Arca – Entrañas [elettronica]

Anche Arca è tra i grandi dell’elettronica odierna, e lo ha dimostrato collaborando alla produzione strumentale delle ultime produzioni di FKA Twigs, Kanye West, Björk e Frank Ocean e dando alle sonorità di tutti e 4 un’amplificata sensazione di modernità assoluta, rinfrescante e caotica. Aveva annunciato un nuovo album nel 2016 intitolato Reverie, ma alla fine ha solo pubblicato un mixtape breve ma intenso intitolato Entrañas, su cui a dire il vero c’è poco da dire: campionamenti di ogni tipo (pure dai Cocteau Twins), passaggi veloci, frenetici ed eccentrici da un genere all’altro (UK Bass e glitch, pseudo-vaporwave e industrial) con come brano conclusivo una specie di folle pezzo folk in spagnolo, Sin Rumbo, che sembra un monito apocalittico. È un disco disturbante e proiettato nel futuro, un esempio mastodontico di genio nella sperimentazione sintetica ed elettronica ed uno dei prodotti più intelligenti di un artista rappresentativo e veramente figlio dei nostri tempi.

 

14. Car Seat Headrest – Teens of denial [indie rock]

I Car Seat Headrest sono in realtà il progetto solista di un sol uomo, Will Toledo, cantautore statunitense che ha pubblicato musica col nome Car Seat Headrest sulla piattaforma Bandcamp sin da quando aveva 17 anni, migliorando e maturando anno dopo anno con album e progetti strepitosamente lo-fi, ma con un piglio magnetico che rende questo nome diverso da tutto il resto. Dopo aver pubblicato online, come auto-produzioni, dischi incredibili (veri capolavori del genere) come Twin Fantasy (2011), Nervous Young Man (2013) e l’EP How to Leave Town (2014), probabilmente l’album più intelligente di tutta la carriera di Toledo, con Teens of Style (2015) i Car Seat Headrest sono giunti finalmente a lavoro con un’etichetta, inclusa distribuzione discografica ufficiale. Teens of Denial si pone come alternativa al disco precedente, ed è un’alternativa ben più efficace, tanto da essere stata in realtà la vera e propria rampa di lancio per la fama di Toledo: gli ascolti e la popolarità di Teens of Denial nel circolo indie ha contribuito quest’anno a rendere i Car Seat Headrest uno dei gruppi più ascoltati su Bandcamp in assoluto, e ha portato alla riscoperta di dischi come i succitati Twin Fantasy e How to Leave Town che probabilmente sono molto più belli dell’uscita di quest’anno. Tuttavia, ciò non vuole togliere nulla a Teens of Denial, che è una splendida riflessione sull’ansia e il nervosismo tipicamente adolescenziali attraverso sonorità garage rock, varie tracce sonore che si mischiano alla perfezione e canzoni che variano in struttura e lunghezza, a volte imitando scherzosamente la complessità del prog e a volte limitandosi a brevi siparietti folk o punk. È una formula che funziona e che sembra essere fatta apposta per il gusto e le capacità di Will Toledo, che per ora pare aver fallito di rado. Gli apici sono nei brani Vincent e The Ballad of Costa Concordia, che paragona il fallimento di Schettino al collasso delle certezze nella vita adolescenziale, fino all’accettare l’assenza di speranza.

 

13. The Body – No one deserves happiness [black metal (???)]

Batteria alla Swans, sintetizzatori alla Death Grips, voci esoteriche che si intrecciano come in un mix tra post-rock e drone doom, voce black metal stile Silencer. Eppure i The Body hanno definito il loro ultimo, deprimente e devastante sforzo, No one deserves happiness, un disco fortemente influenzato dal pop, per la precisione quello di Beyoncé. Cosa intendono Chip King e Lee Buford quando dicono ciò? Beh, innanzitutto hanno reso più “essenziali” le sonorità doom-industrial che in I shall die here (2014) avevano portato alle estreme conseguenze, in un delirio di urla e sonorità meccaniche che era se non altro disturbante, sintetizzandone lo sconforto nella forma più blanda e cattiva possibile, in modo che l’impatto sia emotivamente immediato e non sottocutaneo come può essere con certo metal estremo. No one deserves happiness inizia con una discesa negli inferi, quella della canzone Wanderings, che all’inizio culla l’ascoltatore tra una batteria elettronica e la voce femminile di Maralie Armstrong, che all’inizio sembra un dolce, fantasmico monito quasi spirituale ma che presto dà a tutto il disco semplicemente una nota ancora più oscura. La canzone presto si immerge in un ripetersi ossessivo di un riff crudelissimo, mentre le urla si intensificano brutalmente. In ogni caso, questa illusione di sonorità commerciale funziona bene con la costruzione di un suono comunque sperimentale e violentissimo, costruendo quindi il disco metal più bello e prepotentemente sperimentale ed eccessivo dell’anno.

(continua domani)

Nicola Settis

Glassa / Caramel

glassa

(Traduzione di Caramel di Suzanne Vega per mano di Mastro Giulio – cliccare sul titolo per il testo originale, o d’in su la picciol lingua Parole foreste).

Riprincipiamo con giusto slancio cotesto anno -financo se il mese del dio che inzummula guata al vecchio trascorso e al nuovo da trascorrere è già memoria e il presente è il mese delle febbri- cotesto anno misurato dumiladecimosettimo a scattar dall’errata datazione del genetliaco zero di Gesù. E come ridar meglio l’incignata all’anno se non con una rima petrosa?
Era tanto che non ne pubblicavamo? Ahinoi, no: era troppo. Dal novembre dell’anno dumiladecimoquarto. E dunque, come dicono laddove l’oc oppure l’oïl suona, vuallà.
In questa appassionata lirica, dalla curiosa struttura strofica da madrigale modificato, la poetessa si confessa incapace di resistere alla tentazione cui la induce l’amato, ma riconosce anche l’impossibilità di cedervi, forse dovuta al fatto che il suo cuore non è libero. Dunque, sembra concluder, è inutile vagheggiare delizie se ciò porta solo sofferenza.

Parole
GLASSA

Vano è di dolce glassa
sognar, o cinnamone[1],
vana è di voi passione

et gran disìo forzare[2],
fiamma ascosa[3] soffiare
che sé arder ver[4] non lassa.

Cognosco ‘l vostro nome
et vostra pelle, e ‘l come
principiano este cose;

ma in qual guisa i’ potrìa[5]
viver o perdonarme
se non v’andate via?

Ordunque allor addio,
dolce appetito mio
che niuna singol dose
pò[6] giammai satisfarme[7].

____________________

[1] Cannella. [2] Dipende sempre da “Vano è”, come anche il “soffiare” del verso successivo. [3] Nascosta. [4] “Vero”: ma qui il senso è che “la fiamma non può bruciare libera, esprimersi”. [5] “Ma come potrei”. [6] Può. [7] Soddisfarmi.

Musica

Parole foreste

CARAMEL

It won’t do
To dream of caramel
To think of cinnamon
And long for you

It won’t do
To stir a deep desire
To fan a hidden fire
That can never burn true

I know your name
I know your skin
I know the way
These things begin

But I don’t know
How I would live with myself
What I’d forgive of myself
If you don’t go

So goodbye
Sweet appetite
No single bite
Could satisfy

Proponi la tua rima petrosa (dopo aver consultato le liste)
Mastro Giulio e visita il suo sito

I 30 migliori album del 2016 + 1 – Parte 1

È un bel po’ che non scrivo su questo sito. Tra impegni di vita e di scrittura (e tra noia e noia, e film e film, e disco e disco) ho finito per perdere il contatto con daParte, ma ci tenevo a mettere per iscritto qualche parola per quanto riguarda gli album migliori del 2016, l’anno in cui più in assoluto ho approfondito le uscite in campo musicale (ho ascoltato più di 100 album nuovi, e molti di questi sono riusciti anche ad ascoltarli ben più di una volta).
È necessario dire che ci sono molteplici menzioni d’onore che non sono riuscito ad inserire, ad esempio gli ultimi dischi di Solange, dei Run the Jewels, di Andy Shauf, dei Touché Amoré, di Roly Porter, dei Dinosaur Jr., dei Crystal Castles, di Tim Hecker, di Childish Gambino, dei Tortoise, dei Död Mark, dei dälek, dei clipping., di Aesop Rock, di Ka, di Young Thug, di Emma Ruth Rundle e dei Thy Catafalque; ed è anche necessario aggiungere che uno dei miei gruppi del cuore, gli Animal Collective, quest’anno ha sfortunatamente sfornato forse l’unico album “solo decente” di una carriera piena di enormità.
E’ anche necessario dire che per ogni album metterò titolo, artista e, tra parentesi quadre, un’etichetta per definire il genere dell’album, anche se raramente sarà l’etichetta più appropriata; e come ultima cosa necessaria da dire, aggiungo che la posizione 31 è un album che ho amato e ho ascoltato più di una volta, ma che a causa di vari fattori non riesco ad inserire in un punto preciso della classifica. Spiegherò subitissimo, però, il perché. Buona lettura, spero di farvi conoscere qualcosa di bello e spero di non essere troppo in ritardo*.

[*mai come quando io a pubblicarti, n.d.CdC]

31. Kanye West – The life of Pablo [rap]

Il grande e controverso Kanye West è perfetto per cominciare questa classifica con un po’ di confusione. Incompreso spesso dal pubblico che lo conosce meno approfonditamente, ma spesso comunque frainteso nelle intenzioni anche da chi lo segue da sempre a causa delle sue follie e delle diversità abissali tra un album e l’altro. Il fatto è che Kanye West è l’unico rapper nella scena pop contemporanea a riuscire a mettere alla perfezione insieme sonorità massimaliste e un’idea di base profondamente concettuale, ed è anni che cambia sempre la formula, come dando forma a vari, diversi e incredibili tipi di album, dal capolavoro pop My beautiful dark twisted fantasy alle sonorità stile-“Death Grips commercializzati” che predominano in Yeezus. The life of Pablo è il suo disco più discontinuo, ma nel contempo è anche quello più concettuale: una specie di esaltazione deprimente dello stile di vita da pop-star, in cui gli eccessi di sesso, droga e rock and roll vengono volontariamente ed esotericamente messi accanto a simbolismi religiosi, quasi volendo creando una specie di folle e incongruente manifesto della filosofia di Kanye West, credente e peccatore, uomo di famiglia e lupo solitario, pop-star e artista concettuale, triste ma pieno di gioie. Il disco comincia con una canzone gospel commoventissima e geniale, Ultralight beam, per poi darsi subito a tre pezzi clamorosi di rap pecoreccio (Father stretch my hands pt. 1, Pt. 2 e Famous). Seguono altri pezzi gospel, brevi freestyle (o versi senza ritornello), un paio di pezzacci super-pop impubblicabili come singoli (Highlights e Waves), e poi una serie di pezzi più o meno tristi e nostalgici nel presentare la vita di Kanye, dalla tragica FML (uno dei pochi pezzi in cui The Weeknd dimostra che la propria esistenza ha un minimo di senso) a Real friends, che ha uno dei testi più belli della carriera di West, dalla bellissima melodia di Wolves all’ossessività ripetitiva di 30 hours. Poi ci sono i deliri gangsta di Kendrick Lamar in No more parties in L.A., una canzone «braggadocio» sulla moda (Facts), un singolo ballabile (Fade, molto anni ’90) e un’ultima canzone profondamente religiosa che mette in discussione l’intero disco. Discontinuo? Sì. Geniale? Pure. Volgarissimo, quasi inaccettabile? Assolutamente. Ma per chi scrive è impossibile dire di no a questo tassello della discografia del rapper più folle, pop e concettuale della scena commerciale americana.

30-26

30. King Gizzard & the Lizard Wizard – Nonagon infinity [rock psichedelico]

Massiccio disco psichedelico in cui ogni canzone è collegata, inclusa l’ultima con la prima, così da creare un’illusione di un loop continuo. Muscolare e allucinogeno, non annoia mai e ad ogni ascolto si arricchisce.

 

29. Rangda – The heretic’s bargain [rock psichedelico]

Tra i vari progetti di Sir Richard Bishop dei Sun City Girls, i Rangda con il loro ultimo disco hanno reso il loro rock psichedelico e progressivo ancora più colmo di virtuosismi chitarristici folli e folkeggianti, che giungono ad un apice di intensità e genio nell’ultima traccia, la suite di 20 minuti Mondays are free at the Hermetic Museum.

 

28. ANOHNI – HOPELESSNESS [art pop]

Antony Hegarty è una delle più liriche, drammatiche e intelligenti cantanti pop odierne, anche grazie ai suoi testi colmi di dolore infantile e alla tragedia della sua solitudine e della sua sessualità (è una transessuale). Principalmente nota per il proprio lavoro con il gruppo Antony and the Johnsons, con il progetto solista ANOHNI ha rilasciato un solo disco, barocco e solitario, Hopelessness, che da un punto di vista sonoro è la cosa più interessante che ha prodotto, grazie anche allo zampino di Daniel Lopatin (ovvero Oneohtrix Point Never), forse per la prima volta al lavoro come produttore pop.

 

27. Yndi Halda – Under summer [post-rock]

Il primo disco degli Yndi Halda, Enjoy Eternal Bliss, uscì nel 2005 e segnò forse l’inizio dell’epoca principale di decadenza per il post-rock: la terza ondata di un genere basato sulla sperimentazione, che grazie a quel (comunque bel) disco e alla produzione degli Explosions in the Sky, è diventato la parodia di se stesso, continuo e tragico susseguirsi di crescendo. Nel 2016, gli Yndi Halda con il loro secondo disco sono riusciti a creare una sonorità simile ma, aggiungendo un comparto vocale, il disco risulta ben più interessante ed emotivo, con elementi folk e emo. Ma non sono stati considerati abbastanza da poter cambiare qualcosa adesso.

 

26. Oranssi Pazuzu – Värähtelijä [black metal]

Gli Oranssi Pazuzu sono uno dei gruppi metal estremo più interessanti nel panorama contemporaneo (insieme giusto ai Deafheaven e a pochi altri eletti), e per ogni album che esce sembrano crescere da questo punto di vista: riescono, infatti, a creare un mix sempre più maturo e possente tra un rock psichedelico fatto di distorsioni di chitarra e riff in progressione continua e ossessiva e un black metal urlato ma mai eccessivo, riuscendo ad avvolgere l’ascoltatore in una specie di atmosfera mistico-spaziale più simile a quella del post-rock degli Swans o alle sperimentazioni degli Spacemen 3. Värähtelijä, con il precedente Valoneiu (2013), è la cristallizzazione definitiva di uno stile che, come loro, non lo sa fare nessuno. Non annoia mai e trascina, seducente e mortifero.

25-22

25. Venetian Snares – Traditional synthesizer music [breakcore]

Il canadese Venetian Snares è il portavoce della breakcore, dello sperimentalismo estremo sulle percussioni nella musica elettronica, ed è sempre stato abilissimo nel mischiare le sonorità ritmate più tribali e meno accessibili del genere con sonorità distanti dall’elettronica: r&b, musica classica, di tutto e di più, a volte riuscendo con il proprio eccentrismo ad essere spaventosamente folle e geniale (Rossz csillag alatt született, 2005) e a volte, pur rimanendo intrattenente e divertente, finendo per essere solo una parodia colorata del proprio stile (My love is a bulldozer, 2014). Con Traditional synthesizer music Venetian Snares ha deciso di non rischiare ed è riuscito a riportare la musica elettronica alla propria base, usando il proprio riconoscibile stile ritmico folle e frenetico solo e soltanto come base per un delirio di sonorità di sintetizzatore che ricorda gli Autechre di Incunabula (1993): non propriamente ballabile o banale, ma computerizzato al punto giusto da essere affascinante ed essenziale, e nel contempo costruito benissimo.

 

24. Radiohead – A Moon shaped pool [art rock]

Forse i Radiohead sono troppo in basso, se considerassimo questa una lista oggettiva, ma, come ormai dovrebbe essere chiaro, non lo è assolutamente. A Moon shaped pool è stato accolto subito dai fan del gruppo come un capolavoro, ma preferisco astenermi dal glorificarlo troppo considerando il rischio di sopravvalutazione che spesso si incontra con gruppi così importanti nel panorama musicale moderno. Comunque, A Moon shaped pool è un disco dolorosissimo e onirico, una sorta di tentativo di Thom Yorke di rimettere in ordine la propria tragica vita (si è da un anno lasciato con la compagna Rachel Owen, studiosa di arte medievale italiana, dopo una relazione di 23 anni che ha portato alla nascita di due figli) attraverso la musica, cominciando con l’esoterismo e finendo con l’attesa dell’amore, mischiando brani originali a singoli composti decenni fa. La morte recentissima della Owen potrebbe aprire un nuovo capitolo nel sentimentalismo drammatico di Yorke e automaticamente nello stile e nella forma della camaleontica musica dei Radiohead, oppure potrebbe portare il cantante a chiudersi ancora di più in se stesso e nei suoi progetti solisti impenetrabili – chi lo sa. Per ora, possiamo solo soffrire con lui sotto le note di True love waits.

 

23. Street Sects – End position [noise rock]

Gli Street Sects sono spuntati dal nulla e col loro disco d’esordio hanno già composto un disco essenziale e potentissimo, vero e proprio manifesto di una nuova (necessaria) maniera di intendere il noise rock più brutale e caotico, quello insomma di cui Steve Albini è portavoce sin dai tempi di Atomizer (1986) dei Big Black. L’utilizzo ossessivo della strumentazione digitalizzata avvicina End Position al reame della power electronics e dell’industrial, ma i ritmi frenetici impossibili da seguire a volte lo rendono più vicino ad un disco vaporwave (sulla scia delle produzioni di Lopatin, che passano senza coerenza da una sonorità all’altra) o addirittura ad una follia mathcore. Gli Street Sects sono pieni di rabbia e di vita, e riuscire a fare un disco così cupo e arrabbiato in modo comunque da farsi prendere sul serio senza retorica o insincerità è sicuramente da premiare. Il noise è un genere difficile da non rendere noioso o parodistico, e End Position fa venire voglia di spaccare tutto dall’inizio alla fine. E anche qualche incubo nel mezzo.

 

22. Brian Eno – The ship [ambient]

Tra i più importanti musicisti del ‘900, Brian Eno nel 2016 è riuscito a tornare rilevante per qualche misteriosa ragione, dopo quasi 10 anni in cui aveva poco senso seguire la sua carriera, escluse le collaborazioni con Hyde e David Byrne. Eppure The ship è un disco minimale, dolce e splendido: composto da due brani, entrambi suite di più di venti minuti, che creano una specie di sospensione sonora tra l’ambient e il cantautorato, dando davvero l’illusione visiva e sensoriale di quello che si percepisce dal testo, dalla copertina e dai titoli: la sensazione di essere in nave, persi nell’oceano, con il Sole negli occhi, andando lentamente verso il nulla. Brian Eno è pur sempre un avanguardista, un rivoluzionario, un vero genio che ha contribuito più di tanti altri alla nascita e allo sviluppo di un genere musicale come l’ambient che senza di lui non avrebbe un volto principale, un punto di partenza, una sensazione propria. Tra una lenta e devastante discesa acquatica nei meandri dell’ennesimo tassello del genere e una cover dei Velvet Underground, The Ship è sottocutaneo e funziona splendidamente.

Nicola Settis

(continua domani)

Porte d’Antibes. 4. Il mercato provenzale

La Provenza offre un tripudio di prodotti alimentari, soprattutto d’estate, e il “Mercato provenzale” di Antibes si presenta delizioso agli occhi e al palato. Oltre a frutta e verdura di stagione, vi si trovano formaggi e salumi straordinari, olive, saporite salse, acciughe.

Questo avviene il mattino. Nel pomeriggio sotto il padiglione di ferro e vetro del mercato si vende artigianato rivolto ai turisti. La sera anche gli artigiani se ne vanne e i locali della piazza, bar e ristoranti, dispongono sotto la tettoia del mercato tavolate e tavolini.

Il cibo che si vende e si consuma su questa piazza mi è sembrato autenticamente legato al territorio e di alta qualità. Purtroppo esageratamente alti sono anche i prezzi.

Carla Muschio
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Porte d’Antibes. 3. Palazzi e fortificazioni

Tra il XII e il XIII secolo i fratelli Grimaldi, una famiglia di ricchi armatori genovesi, acquistarono fondi sulla Costa Azzurra e anche Antibes appartenne a loro. Il castello dei Grimaldi, da secoli abbandonato dai suoi signori, accolse il giovane Pablo Picasso appena emigrato in Francia. Oggi quel castello, ben restaurato e ricco di opere donate dal pittore e dai suoi discendenti, ospita il magnifico Museo Picasso.
Nel XVI secolo, quando Antibes è francese, il re di Francia decide di fortificare la città, data la sua importanza strategica come città di frontiera. Dove in epoca romana sorgeva un tempio dedicato a Mercurio viene costruito l’attuale Fort Carrè. Inoltre, una cerchia di forti mura, in parte conservate, protegge la città.
L’ultima opera di fortificazione ad Antibes si deve al famoso Vauban, che visita Antibes per la prima volta nel 1669 e ne completa la fortificazione, con la costruzione del Bastione di Sant’Andrea, il più rilevante tra i molti interventi di consolidamento.

Carla Muschio
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Porte d’Antibes. 2. La città

Cappella di San Bernardino da Siena, XVI secolo, bassorilievo con l’incappucciato.

La città di Antibes vera e propria è un borgo antico ben preservato, che naturalmente si è arricchito di edifici nuovi in ogni epoca, compresa la nostra, ma con un fluire naturale di forme che non ne ha snaturato lo spirito.
La cittadina ha un’estensione meridionale protesa nel mare, una folta punta di verde: Cap d’Antibes. Un tempo era un semplice sobborgo abitato da contadini e marinai. Vi si trovano un faro, una chiesa piena di ex-voto: la Chapelle de la Garoupe, e le varie istituzioni di un borgo, fino alla bocciofila. Oggi però quasi tutto il verde di Cap d’Antibes è di proprietà privata, perché nella “baia dei miliardari” si trovano ville lussuose, ciascuna nel cuore di un parco tutto suo, costruite soprattutto tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, da ricchi che sposavano la nuova moda (lanciata da Coco Chanel) dell’abbronzatura e delle vacanze al mare.
A ovest del borgo di Cap d’Antibes si trova Juan les Pins, che oggi è un luogo affollato di turismo di massa, non privo peraltro di angoli di bellezza.
Il nucleo originario di Antibes risale addirittura al V secolo a.C. come colonia greca dal nome di Antipolis, fondata per iniziativa dei greci di Marsiglia. In seguito conoscerà la dominazione romana, poi seguirà le sorti del Regno di Provenza e dello stato francese (dal 1481). Per un breve periodo, dal 1814 al 1815, Antibes fu anche italiana, sotto Vittorio Emanuele I.

Carla Muschio
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